Part 14
Custoditelo dunque, quest’affetto; mantenetelo vivo ed intero come lo sentiste nell’istante in cui vi siete separati dalla vostra famiglia; preservatelo religiosamente dalle offese del tempo, del mal esempio e dei cattivi costumi; preservate quest’affetto, il quale alla sua volta preserverà voi da molte bassezze, da molte colpe e da molti rimorsi. Non è possibile che un figliuolo sinceramente affettuoso e devoto si macchii mai di una codardia. Il pensare che un tal atto imprime il marchio del disonore sulla fronte di chi gli ha dato la vita, e contrista gli ultimi suoi giorni, basta per sè solo a rattenerlo sulla via del dovere e della virtù in qual più difficile cimento egli si venga a trovare. Il soldato che contamina il suo nome e tradisce la sua bandiera apre nel cuore dei suoi la più terribile ferita che vi possa aprir mano umana. Al contrario, nessun orgoglio è ad un tempo più caro e più legittimo in una famiglia, che quel d’aver dato all’esercito un bravo soldato. E il far sì che la nostra famiglia vada giustamente altera di noi, e aggiunga all’affetto naturale che ci porta il sentimento della gratitudine, è una delle più generose e gentili prove di virtù che possa dar l’uomo sulla terra. Onorate dunque il vostro nome onorando la divisa di cui la patria vi veste, e date ogni giorno un pensiero affettuoso alla casa paterna; dateglielo in mercè di tutte le trepidazioni che destano tra quelle pareti i vostri pericoli, di tutti i voti che si fanno là per la vostra salute, di tutto quel che si soffre, di tutto quel che si teme, di tutto quel che s’invoca per voi.
Questi sono i doveri che avete verso voi stessi. Ascoltate ora quelli che avete verso i vostri superiori e verso la disciplina.
Non date fede a coloro che, lamentando le gravezze della vita militare, distinguono malignamente voi dai vostri capi, per insinuarvi che coteste gravezze ricadono solamente sui soldati, e che man mano che si salgono i gradini della gerarchia, s’alleggerisce quel pesante fardello di doveri e di sacrifizi che voi portate tutto intero. Non date fede a costoro.
Persuadendovi che i carichi e i compensi sono ingiustamente ripartiti, essi mirano a scoraggirvi, perchè dallo scoraggiamento nasca il mal volere, e da questo l’indisciplina. Essi vi dicono una menzogna. Ascendendo di grado in grado, i carichi mutano di natura, non scemano; il peso passa dalle spalle sul capo; ma resta, e si rende forse più grave. I vostri capi, quanto più stanno in alto, tanto faticano meno della persona; ma tanto più hanno faticato per l’addietro. Voi siete giovani, essi sono molto innanzi cogli anni. Voi siete legati a codesta vita di sacrifizio per cinque anni; essi fino alla vecchiaia; molti fino alla morte. Voi menate codesta dura vita nel fiore della vostra giovinezza, in cui la salute rigogliosa, il sentimento d’un avvenire lungo e indeterminato, e le illusioni proprie della vostra età vi danno animo e vigore a sopportare lietamente le fatiche e le privazioni; in voi, ad ogni levar di sole, si ritempra di nuova forza il coraggio e di nuova letizia la speranza. Ma essi, i vostri capi, menano la vita militare in un’età avanzata, in cui l’entusiasmo giovanile, che ogni cosa avviva e abbellisce, essendo svanito in tutto od in parte, le privazioni e le fatiche, benchè per sè stesse men gravi delle vostre, riescono nullameno ad un effetto eguale, se non maggiore. Le umiliazioni che toccano a voi, i castighi che a voi s’infliggono hanno l’aspetto di essere più penosi e severi, e materialmente lo sono; ma riescono in fondo meno amari di quelli de’ vostri superiori, in cui l’età e il grado stesso raffinano la suscettibilità dell’amor proprio e rendono più duro l’orgoglio. Voi siete sotto gli occhi dei vostri superiori; essi sono sotto gli occhi di altri superiori, sotto i vostri e sotto quei del paese. La vostra responsabilità è ristretta nella cerchia del vostro buon volere, e l’assumete e la smettete in un con lo zaino e col cappotto; i vostri capi l’hanno sempre, l’hanno in momenti terribili, l’hanno tale che alle volte ella schiaccia le anime più grandi e spezza le fibre più vigorose. Voi colpisce qualche volta il castigo immeritato di un superiore violento; essi subiscono non di rado la sentenza ingiusta e la collera cieca d’un popolo e d’un’età, vittime espiatorie degli errori di molti. No, non è ingiusta la ripartizione dei carichi; credetelo, molti dei vostri capi v’invidiano spesso gli esercizi di punizione e la cella; molti vorrebbero talvolta mutare nella faticosa agitazione della vostra umile vita quella loro quiete stanca e pensosa, a cui dan nome di riposo gl’inesperti, e d’ozio i maligni.
Portate adunque rispetto ai vostri superiori, quanto più sono locati in alto; e non solo quel rispetto militare che la disciplina v’impone, allegandone la necessità e prefiggendone le forme; ma quell’altro rispetto intimo, cordiale, devoto, che ogni cittadino deve a chi regge un alto ufficio nel suo paese, ed ha per lo più, con molti e difficili doveri, pochi e malsicuri compensi. Rispettate i vostri capi anche come cittadini. Ricordatevi che molti di essi sono diventati vecchi nelle file dell’esercito; che molti hanno portato lo zaino e mangiato nella gamella, come voi, per assai più anni che voi non vi mangerete; che molti erano già soldati provetti e alteri di cicatrici antiche quando voi eravate poco più che fanciulli; che molti hanno combattuto per la libertà italiana o sono andati a cercare una guerra giusta e una bandiera libera in terra straniera, assai prima che voi foste nati. Ma non basta che li rispettiate: essi amano voi, amateli. Sono stolidi o tristi coloro che suppongono che i vostri capi non abbiano per voi altro sentimento che quello d’una indifferenza fredda o d’un’uggia stizzosa che cerca e desidera il fallo per vendicarsi col castigo delle cure e delle noie che loro toccano per cagion vostra. E perchè non vi dovrebbero voler bene? Perchè un colonnello coi capelli grigi (a meno che non fosse di natura eccezionalmente cattiva) non dovrebbe tenere in conto di suoi figliuoli voi, giovani di vent’anni, che in confronto suo siete tanti ragazzi, voi che gli ricordate i giorni più belli della sua giovinezza, le più care emozioni della sua vita soldatesca, quei giorni spensierati ed allegri ch’egli rimpiange pur sempre, e che vorrebbe forse rivivere anche a prezzo delle sue spalline e dei suoi quattro galloni? Ma non capite che voialtri comprendete tutto in voi stessi, e significate tutto per lui: il suo passato, la sua famiglia, il suo orgoglio, la sua vita? Gli è perchè non vi viene a stringere la mano uno per uno che voi supponete ch’egli non vi voglia bene? Voi sapete pure che non lo può fare perchè i più di voi abuserebbero di quella famigliarità, ed è giusta la sentenza che dice: — Da’ la mano al soldato ed egli si piglierà il braccio. — Ma andate un po’ da un colonnello a parlargli male dei suoi soldati! Guardateli un po’ bene negli occhi questi comandanti di corpo quando si congedano dai loro reggimenti! Andateli un po’ a cercare quando sono in ritiro e camminano col bastone, e parlate loro della quinta compagnia, della settima, della nona, di quella certa testa vuota di caporale foriere, di quella buona pelle di soldato, di quel tal altro rompicollo di tamburo, e vedrete come si ricordano di tutto e di tutti, anche molti anni dopo; come si riconducono coll’immaginazione a quei tempi, come s’esaltano, come s’inteneriscono!
Questo pei vecchi, che hanno per voi un affetto paterno. Ma avete pure tanti ufficiali giovani, sul fior degli anni come voi, che vi conoscono uno per uno, che vi stanno sempre vicini, che passano, si può dire, la giornata con voi, che sanno i vostri bisogni, che vi prodigano le loro cure, che sono come vostri amici e vostri fratelli maggiori. Abbiate fiducia in loro, ricorrete a loro quando vi occorre un parere o un consiglio, fate veder loro che essi v’ispirano più assai affetto che timore; siate aperti e franchi, e cacciate dall’animo quella diffidenza ombrosa e cocciuta che vi fa vedere in ogni superiore un soprastante malevolo, o un persecutore, un nemico. Nemico! e perchè? Nessuna cosa l’ufficiale ambisce più vivamente che l’affetto e la fiducia dei suoi soldati, e nulla più gli dispiace e l’offende che il veder qualcuno fra loro che lo guarda in cagnesco senza una ragione fondata; ma solamente perchè vede in lui personificato il rigore e il castigo. Che gusto volete che ci trovi l’ufficiale a farsi malvolere da coloro in mezzo a cui ha da passare metà della sua vita? Perchè il suo primo e più vivo desiderio non dovrebbe esser quello di non aver mai da punire, mai da rimproverare, mai da inquietarsi?
Ma il voler bene col cuore non basta; bisogna provarlo coi fatti: ubbidire, e ubbidire colla spontaneità e colla sollecitudine che previene il rimprovero senza lasciar travedere il timor del castigo; e non solo fare il proprio dovere, ma mostrare di capirlo, e non solo mostrar di capirlo, ma far vedere che lo si ha per giusto e per necessario. E sopra tutto non abbandonarsi mai a quell’andazzo di trovar tutto male, di censurar tutto, di far un gran che di tutti i piccoli inconvenienti, quasi inevitabili, del servizio, e mormorar contro i superiori, e dire che ogni cosa va per la peggio, e che coloro che comandano non sanno mai quel che si raccapezzino. Questo spirito di censura avventata e leggiera è la peste della disciplina; guardatevene, o sarete eternamente scontenti voi e farete eternamente scontenti gli altri. Ricordatevi che quando cent’occhi stanno aperti su quello che fa un solo è molto facile trovarvi di che ridire; che il vedere il male è cosa assai diversa dal saper fare il bene; che è una illusione comune dei molti che stanno in basso quella di credere che, messi loro alla prova riuscirebbero indubitatamente a far meglio dei pochi che stanno in alto; che tutti coloro che comandano oggi, ubbidivano ieri, e che forse ieri criticavano tutti e tutto come oggi facciamo noi, e che non per questo sono riusciti a rinnovare il mondo quando è venuto il loro momento; che le cose guardate di sotto in su hanno tutt’altro aspetto che quando si guardano di su in giù; e tutti gli altri dettami della più volgare esperienza e del più comune buon senso.
Ma tutto questo non basta ancora. Bisogna preparar l’animo a tollerare molte piccole ingiustizie, molti piccoli torti, molti piccoli dispiaceri, per cui non c’è rimedio, e i reclami non servono, e le proteste fanno peggio; cose che sono seguite e seguono sempre dove c’è molta gente che fa vita comune, e c’è grande varietà di temperamenti e d’umori; in tutti i collegi, in tutti gli istituti, in tutte le classi di cittadini, dappertutto, insomma, dove c’è superiori e inferiori, dove molti comandano e molti ubbidiscono, e per conseguenza c’è chi comanda male e chi non obbedisce bene. E tutti codesti inconvenienti inevitabili non attribuirli ciecamente alla disciplina militare, la quale in fin dei conti non si distingue dalle altre se non in questo: che va soggetta a norme più precise, e dipende meno dal capriccio delle persone, il che ne compensa fino a un certo punto la maggior severità; ma ritenerli, codesti inconvenienti, come vizi inevitabili di tutte le discipline. Poichè giova convincersi profondamente di ciò: che disciplina ve n’ha da per tutto; che in tutte le amministrazioni v’è un certo numero d’individui che fanno delle lavate di testa e un certo numero che se le pigliano; individui che impongono delle multe e individui che le pagano; individui che infliggono a torto dei castighi e individui che li subiscono con santa rassegnazione; individui che dicono: — Lei è un asino, — e individui che rispondono: — Sì signore; e che quello che si fa e si sopporta in un reggimento per non andare in prigione e per non stare a pane ed acqua, si fa e si sopporta da migliaia e migliaia di impiegati governativi e non governativi per non essere cacciati dall’impiego e per non restare colla famiglia in mezzo a una strada; il che porta al pane ed acqua lo stesso. Dei bocconi amari se ne trangugiano da per tutto, miei cari coscritti, anche nei gabinetti dei ministri e nelle corti dei re, d’onde qualcuno è uscito col cuore spezzato e coi capelli grigi innanzi tempo.
Ma neanche tutto questo non basta ancora. Non basta rispettare e amare i superiori, e assoggettarsi docilmente alla disciplina, e adempiere i doveri che ci sono imposti dalle necessità del servizio. Pel soldato è anche un dovere quello di procurare un vantaggio a sè stesso imparando a leggere e a scrivere.
E a convincervi che quello d’istruirsi è un dovere, e ad ispirarvi il buon volere di compierlo, vi basti questo semplice ragionamento. La maggior parte dei guai d’Italia deriva dell’ignoranza, poichè l’ignoranza è per sè stessa il massimo dei mali. E sapete perchè? Il perchè è questo: che la maggior parte dei padri di famiglia che non sanno leggere nè scrivere, d’ordinario non si curano di mandare a scuola i figliuoli perchè non ne vedono l’utilità; e i figliuoli crescono ignoranti come loro. Privi della coltura che deriva dallo studio (e qui per istudio s’intende il leggere dei libri buoni), questi fanciulli non ricevono in vita loro altra educazione che quella del padre. Che cosa ne segue? Ne segue che se il padre e la madre sono gente onesta e di buoni costumi e affezionata alla famiglia e sollecita del bene dei figliuoli, questi vengon su per bene e diventano galantuomini; galantuomini ignoranti, è vero; ma non importa; l’esser galantuomo è già una gran cosa, e può bastare. Ma se il padre e la madre sono cattivi soggetti, disamorati, trascurati, ed esempio di scandalo ai loro figliuoli, questi, nove su dieci, riescono bricconi come i genitori, e forse peggio, perchè manca in loro l’educazione dell’intelligenza e del cuore che danno i buoni libri; retta e saggia educazione che distruggerebbe o mitigherebbe gli effetti di quell’altra cattiva che hanno ricevuto in casa. Da ciò deriva che nelle classi ignoranti la malvagità dell’animo e la sregolatezza dei costumi si propagano e si conservano di padre in figlio e di famiglia in famiglia assai più che negli altri ordini della società, dove i ragazzi trovano nel maestro un secondo padre, che spesse volte cancella in loro la mala impronta avuta dal padre vero, tanto da farli riuscire assai migliori, e talora affatto diversi da quel ch’era parso che sarebbero riusciti da principio. Non ne abbiamo noi una prova in questo, che vi son delle famiglie le quali nel giro di quattro o cinque generazioni hanno fornito dieci o dodici soggetti alle prigioni e alle galere, per misfatti essenzialmente diversi? Non abbiamo noi de’ villaggi, delle borgate intere in cui la popolazione è notoriamente trista e facinorosa sopra tutte le altre? Gli è perchè fra codesta gente la malvagità si tramanda coll’esempio d’età in età, d’individuo in individuo, senza incontrar mai un impedimento od un freno nell’istruzione che illumina l’intelletto, fortifica la coscienza e ingentilisce i costumi. Imparate dunque a leggere e a scrivere non solamente per uso vostro, ma pel bene dei vostri figliuoli futuri; procurate di tornare a casa con questo vantaggio positivo ricavato dal servizio militare; imparate a scrivere per tenervi in corrispondenza colle vostre famiglie; imparate a leggere per facilitarvi la conoscenza dei vostri doveri di soldato colla lettura dei regolamenti e delle istruzioni, e per procurarvi un passatempo utile e gradito nelle ore di riposo. Il servizio incaglia e ritarda d’assai codesto insegnamento, lo so; le fatiche d’ogni giorno vi concedono poco tempo e vi lasciano poca voglia per la lettura, anche questo è vero; ma fate quel che potete: poco sarà sempre assai meglio di nulla. Il soldato — disse uno scrittore francese — è bello a vedersi principalmente in questi due casi: quando si slancia contro al nemico a baionetta calata, e quando siede ai piedi del suo letto con un sillabario tra le mani.
Ancora un consiglio. Il soldato italiano — ha detto poco tempo fa un giornale — è dovunque amico, dovunque modesto, simpatico, costumato e cortese come non è nessun soldato in nessun paese del mondo. Questo è vero, ed è così generalmente riconosciuto, che lo possiamo affermare anche noi senza adulazione; e lo affermiamo con un sentimento vivissimo d’alterezza, perchè crediamo che non si possa fare ad un esercito un elogio più onorevole. Or bene: serbate intatta questa nobile fama, voi giovani coscritti; crescetela, rassodatela. Abbiate sempre per fermo che un esercito, quanto è più rispettato dai suoi concittadini, tanto è più temuto dai suoi nemici. Tenete per sicuro che nessun reggimento è amato e stimato se i soldati non si sono fatti individualmente benvolere e stimare colla moderazione e colla dignità del contegno. Ricordatevi che appunto in virtù di questo suo contegno il soldato italiano non ebbe molte volte che da presentarsi in mezzo alla popolazione per sedare un disordine o per quetare un tumulto. Persuadetevi che la popolarità che ciascun soldato acquista colle buone maniere in mezzo ai cittadini, risparmia, in molti casi, alle compagnie e ai reggimenti interi la triste necessità di usare le armi e di spargere del sangue. Il soldato, come deve coll’esempio inculcare al cittadino l’amore dell’ordine e l’osservanza della legge, deve così, rispettando ed amando il popolo di cui è figlio e difensore, inspirargli quel rispetto e quell’affetto che il popolo deve a lui per ragion di gratitudine e di natura.
Ecco i vostri doveri.
Ora vedete di diventar presto soldati.
Le condizioni dell’esercito impongono che s’affretti straordinariamente la vostra istruzione. Supplite alla strettezza del tempo colla buona volontà. L’educazione dei coscritti suol richiedere un tempo lungo, giacchè, pel solito, storditi e sopraffatti dalla nuova maniera di vita in cui sono gittati, essi non possono, nei primi giorni, prestare alle istruzioni quell’attenzione riposata e raccolta che vi prestano poi. Procurate di vincere questa difficoltà accomodandovi quanto prima è possibile alle nuove abitudini e alle nuove occupazioni che vi sono imposte; non vi limitate a quell’esecuzione automatica dei comandi che ne rende necessaria la ripetizione all’infinito; pensate, osservate, ricordate; sollecitate gl’istruttori colla rapidità dei progressi; quando si vuol imparar presto una cosa, l’è già per buona parte imparata; lo zelo alleggerisce tutti i doveri e tronca a mezzo tutte le difficoltà. Chi trascura le prime istruzioni, resterà eternamente un mezzo coscritto; ciò che non s’apprende a far bene subito si continua a far male sempre, o s’apprende a far meglio in seguito a prezzo di rimproveri e di punizioni. Studiate coscienziosamente i vostri doveri; presto sarete chiamati a compierli; la scarsità della forza generale dell’esercito richiede un servizio più attivo e più oculato in ciascun individuo; mettetevi in caso di corrispondere all’assegnamento che si fa su di voi. Badate sopra tutto al servizio di guardia; qualche volta sul capo d’un soldato pesa una grande responsabilità; pensateci; proponetevi di non macchiare mai il numero diciotto; conservatelo bianco come il bianco della vostra bandiera.
E codesta bandiera amatela, veneratela; le recenti sfortune non l’hanno oscurata che d’un velo di lutto pei caduti in battaglia; ma non v’hanno impresso una macchia, no, non ve l’hanno impressa, per quanto abbiamo di più sacro nel cuore, per l’onore del sangue italiano. La nostra bandiera è splendida e incontaminata come nei più bei giorni della nostra rivoluzione immortale. La vittoria non ha stretto patti con nessun esercito al mondo; tutte le bandiere sono bagnate di lacrime; la mala fortuna ha strappata una foglia a tutti gli allori; a ogni popolo è toccato un giorno fatale che gli ripercosse il grido dei trionfi antichi in un grido di dolore; mille eserciti sgominati si risollevarono dalla sventura più formidabili e più fieri.
Sì, amatela e veneratela codesta bandiera; essa pure ha avuto i suoi bei giorni di gloria; essa pure sventolò molte volte, al cader del sole, sulla sommità di un’altura lungamente contesa; molte volte essa pure, ritta fra i rottami d’un bastione smantellato, fu salutata vittoriosa dal morente della trincea; molte volte essa pure ha sentito echeggiare in mezzo ai suoi figli le grida d’una gioia superba. Altre bandiere furon più temute; nessuna al certo fu più lungamente invocata nè benedetta con più caldo e più costante amore.
V’ho detto la verità, coscritti, credetelo. Se il mio non vi pare l’accento della convinzione e dell’affetto, non lo attribuite a una sincerità dubbia o a un cuor tepido; attribuitelo alla mia penna inetta e restìa, e alla natura stessa di questo povero linguaggio umano a cui sfuggono sempre i moti più riposti e più delicati dell’anima.
L’ADOLESCENZA.