Part 13
«Vi raccomando mio fratello — scriveva al vice-presidente della Repubblica italiana. — Egli è colto, coraggioso e bello.» Curioso quel _bello_, messo lì in fondo a una supplica con quella franchezza; chi ce lo mettesse ora!
«Il solo Bravosi — scrive al generale di divisione — resta fidecommesso nella _stanza della rogna_; ed il solo Ragazzi, ladro, esce tutti i giorni dalla sua prigione, fra l’immondizia e lo squallore, esempio quotidiano ai malfattori.» È scolpito.
E poi certi passaggi curiosi. Scrivendo a un sergente-maggiore, dopo un’invettiva violenta, conclude solennemente:
«E il cacciatore Gabbetto è creditore vostro di lire 3 per una camicia!»
Altrove una tirata sulle stufe, sulle marmitte, sui vetri rotti.
E di qualunque cosa parlasse, sempre lo stesso impeto, lo stesso fuoco, come se declamasse una poesia o improvvisasse un’orazione.
Nè queste cure impedivano al Foscolo di studiare. Dopo gli esercizi militari, che spesso Napoleone faceva fare per lunghe e lunghe ore anche colla pioggia dirotta, e specie nei giorni di riposo, mentre i soldati coltivavano gli orti intorno alle baracche, e gli ufficiali ballavano, amoreggiavano o giocavano al biliardo, il Foscolo studiava ardentemente la lingua inglese, incominciava la traduzione dello Sterne, scriveva la stupenda Epistola a Vincenzo Monti; e commosso dallo spettacolo di dugentomila uomini accampati sulla sponda dell’Oceano, meditava la seconda edizione del Montecuccoli e volgea in mente _i carmi alteri come il brando_ che dovevano accender la musa di Silvio Pellico; tanto è vero, come scrisse il Pecchio, che chi sa rinunciare alla bottiglia, alla pipa e alle carte, abbonda sempre di tempo anche in mezzo alle funzioni della guerra. In una parola, il poeta fortificava in lui, anzichè snervare il soldato, e gli dava lena a sopportare con animo invitto i disagi, nonostante ch’egli avesse amato prima ed abbia amato poi la vita molle ed agiata. L’amò poeta, soldato la disprezzò. E certo doveva aver virtù di tal genere, — osservò giustamente uno de’ suoi biografi. — nè altre virtù potevan renderlo così accetto, com’ei fu, ai militari, non punto propensi a concedere la loro ammirazione a chi segue più riposato cammino.
Tale fu la vita militare di Ugo Foscolo.
Da ultimo, per i mutamenti politici e per quelli dell’animo suo, si stancò della carriera delle armi, e deliberò di escirne; ma non l’ottenne senza difficoltà e senza noie. Aspettava una riforma, non venne; chiese le demissioni, non gliele volevano dare; la divisa militare gli pesava; cosa che segue sovente anche ai dì nostri a chi la vestì con troppo ardore e troppe speranze.
«Questa divisa italiana — egli scriveva, — mi pare sì umiliata, sì misera, sì perigliosa, che io darei un paio di scudi a chiunque la portasse, quando io sono alle volte obbligato a portarla.»
E non la vestiva che per far rispettare la sua carrozza dai gabellieri.
Ma non fu colpa sua; a suo tempo ei l’amò, codesta divisa, e la vestì con orgoglio, e con orgoglio scrisse a Gioachino Murat quelle memorabili parole:
«Principe, le lettere sono il primo scopo della mia vita; ma io le ho sempre associate alle armi per dar loro il coraggio e l’esperienza, che distingue i grandi scrittori.»
E ricordino queste parole, e le ripetano sempre tutti i letterati militari presenti e futuri.
E ricordino pure, in certi momenti d’uggia e di stizza, quando il giogo della disciplina preme più forte, e il sangue comincia ad accendersi, ricordino che molte volte anche l’autore dei _Sepolcri_ si sentì dire da qualche maggiore arrabbiato:
— Signor Foscolo!... le scale son sudicie.... Signor Foscolo!... lei non ha la cravatta d’ordinanza. Signor Foscolo!... si eserciti; lei non maneggia ancor bene lo stile d’ufficio! —
E Foscolo, focoso, indocile, superbo; Foscolo, che travedeva cogli occhi della mente le generazioni avvenire chinate innanzi alla sua immagine, Foscolo stette a sentire, e mandò giù e tacque; e s’egli tacque, altri può ben rassegnarsi a tacere: lo si pigli ad esempio anche in questo.
Ed oggi che la sua salma è restituita all’Italia, e di lui, della sua indole, del suo cuore, della sua vita si parla e si scrive con ardore nuovo e giudizi diversi, non ci sfuggano allo sguardo, tra le foglie della corona d’alloro, i galloni del vecchio berretto di capitano; tra i versi dei _Sepolcri_ raffiguriamoci le cifre e le righe dei registri; poichè anche quel berretto coperse dei nobili sudori, e fors’anche su quei registri, qualche volta, a tarda notte, in una cameretta solitaria del quartiere di Valenciennes, egli lasciò cadere la fronte stanca e contristata. Teniamo conto della pietà gentile ch’ei nutriva pei suoi soldati laceri ed infermi, e dell’ira generosa con cui ne difendeva i diritti e ne proclamava i sacrifizi; mettiamo sulla bilancia anche quelle fatiche, quei disinganni, quei dolori; e in mezzo agl’inni e alle musiche che lo salutano grande cittadino e grande poeta, sorga un grido soldatesco accanto alla tomba, che dica:
Gloria al capitano Ugo Foscolo!
Forse, chi sa? s’egli si potesse destare un istante, quel grido, più che ogni altro, varrebbe a richiamare sulle sue smorte labbra un sorriso e un lampo nei suoi occhi infossati. Forse egli mormorerebbe con voce commossa: — Oh!... il mio campo di Boulogne! I miei soldati! —
AI COSCRITTI.
Febbraio, 1870.
In queste sere s’è visto passare per la città molti coscritti. Passavano per lo più a notte fatta, quando le vie sono illuminate, e comincia il viavai delle carrozze, e quel vario agitarsi di gente allegra che è solito nei giorni di carnovale. Passavano in fretta, due a due, vestiti dei loro panni da paesani, ravvolti nelle coperte da campo, condotti da pochi soldati, voltandosi di qua e di là a guardare le porte dei teatri, le botteghe tappezzate di maschere e i banchi dei venditori di fiori, coperti di ghirlande e di mazzi. Della gente, altri dava loro un’occhiata di sfuggita, altri si fermava agli angoli delle vie per vederli sfilare, e qualche cocchiere bestemmiava ch’era costretto a fermare il legno; i fattorini dei caffè, col naso contro le vetrine, accompagnavano collo sguardo il drappello frettoloso fin che spariva.
Una sera fra le altre, trovandomi con un amico mentre passava uno di questi drappelli, gli dissi:
“Osserva in questo momento le faccie della gente che guarda, e dimmi se ne vedi una che abbia una espressione decente. Costui che c’è vicino ride d’una certa foggia di calzoni che aveva un coscritto che gli passò dinanzi. Quest’altro ha mormorato a fior di labbra: — Gli hanno un freddo da cani! — e se n’è andato cacciando il mento sotto il mantello, più contento di sentirsi al caldo dopo aver visto qualcuno che batte i denti. Quell’altro là guarda i coscritti colla stessa aria di curiosità con cui si guardano i condannati condotti al palco. Questo giovanotto che ti sta accanto ha esclamato: — Oh che vita! — Quello lì che hai davanti ha brontolato: — Oh poveri disgraziati! — E tutti gli altri, guardali bene, chi più chi meno hanno la testa chinata da un lato, e il viso atteggiato a quella egoistica pietà che si compiace nel confronto dei dolori altrui colla quiete e col benessere proprio; quella pietà bugiarda e poltrona, che pronuncia la parola trista colla voce allegra, e deplora senza amare; pietà che oscilla fra la compassione e lo scherno, senza la sincerità dell’uno e la sfacciataggine dell’altro; pietà più oltraggiosa del disprezzo. Perchè ciò?”
“Perchè tutta questa gente non capisce il soldato,” mi rispose l’amico; “perchè vedendo passare codesto drappello di coscritti, la maggior parte non considerano altro che la privazione del teatro, della passeggiata e della bettola, e non vanno colla mente più in là della caserma dove ci si diverte poco e si dorme a disagio. Nessuno di costoro, io credo, scorge nel fatto stesso di questa privazione, nel contrasto di questi giovani che cominciano ora una vita di abnegazione e di stento, con tutta l’altra gente che ne comincia una di allegrezza e di festa, nessuno vi scorge l’idea grande e generosa che v’è significata e posta in atto, e che deve impedire la pietà suscitando l’ammirazione. Quando nel soldato non si vede più che una persona gravata di molte fatiche e priva di molti divertimenti, quando non lo si capisce più che come individuo, vuol dire che non lo si capisce più affatto.”
Gli domandai se credeva che fossero molti quelli che non lo capivano più.
“La maggior parte,” egli mi rispose. “Nel nostro paese, siamo oramai pervenuti a quei giorni pronosticati dal Bossuet, in cui gli uomini non hanno più la mente e il cuore ad altra cosa, che agli affari e ai piaceri. Fuori di lì pare che non s’intenda e non si senta più nulla. La morale, il dovere, l’abnegazione, il sagrificio, i principii più sacri del pari che i sentimenti più nobili, sembra che pel generale degli uomini si siano mutati come nei fantasmi d’un sogno, che brillano a brevi istanti nel pensiero, e dileguano. E non è punto da meravigliare quando si pensi che suol accadere dei popoli lo stesso che degli uomini, e specialmente dei giovani. Come un giovane, dopo essersi sciolto (per forza di qualche doloroso disinganno) da una passione violenta contratta con molta speranza di felicità e di fortuna, ricade in un abbandono spossato e tristo, e rinnega tutti gli affetti gentili che quella passione gli aveva suscitati nel cuore, e deride tutti gli alti propositi che gli aveva fatto fermare, e si butta allo scettico, e divien freddo e duro; così il nostro paese dopo quella grande espansione d’entusiasmo, di virtù e di fede che ha fatto quattro anni or sono con esito tanto diverso dalla sua aspettazione, ora è caduto nell’apatia, stanco, incredulo e svogliato. In mezzo a questo desolante spettacolo di fracidi vizi e di virtù frolle, come dice il Giusti, l’esercito è quanto gli rimane di meglio; ma la maggior parte, ripeto, non lo comprende più. E perchè per comprenderlo bisogna aver cuore, e quando non s’ha cuore la mente sola non basta ad afferrare il senso di certe cose; perchè quando dal cuore sono fuggiti certi sentimenti e certe virtù, non si può più capire un’istituzione che appunto da quelle virtù e da quei sentimenti trae la sua vita e la sua forza; perchè quando non s’ha più spirito di abnegazione e di sacrificio non si vede più che cosa importi a uno Stato il possedere una grande scuola in cui quello spirito si fortifichi e s’inspiri. Quindi, si considera l’esercito come un’altra qualunque istituzione, di cui, quando non si toccano i frutti dì per dì, si dice ch’è inutile. Non vi si vede dentro il grande lavoro morale che vi si fa, i caratteri molli che vi si ritemperano, i buoni principii che vi si rassodano, le aspirazioni generose che vi si attingono; tutto questo non dà nell’occhio, non si tocca, non si sente; chi è che va a frugar nell’anima dei quarantamila uomini che ogni anno tornano a casa? Si vedono passar per le strade, uscir di quartiere, girare in piazza d’armi, fare la sentinella, combattere le battaglie finte, finire il servizio, e tornarsene, e tutto è lì; l’esercito non è altro e non significa altro. Qual meraviglia che il coscritto desti un sentimento di pietà in chi vede l’esercito sotto quest’aspetto? È un uomo che va a sgobbare e a soffrire.”
Questo disse il mio amico. Però badate, o lettori: coloro per cui le parole di sacrifizio e di abnegazione non sono che parole, coloro, che a parlargli il linguaggio del cuore sorridono, coloro che tengono la vostra vita per una vita di forzati, in cui non si faccia nulla per impulso spontaneo di virtù e tutto per timor della pena, badate, costoro quando mostrano di pigliare a petto la vostra causa, mentono. Chi vi compiange invece di ammirarvi e di farvi coraggio, è quegli stesso che compiange l’operaio che suda per procacciare il pane ai suoi figliuoli, perchè in lui come in voi non capisce il sacrifizio, e come non lo capisce, così lo suppone un dolore senza conforti, da cui l’anima naturalmente repugni, come dal più duro supplizio. E come lo suppone senza conforti, così non sa rendersi ragione del come e del perchè possano esistere nel cuor vostro de’ sentimenti che ve lo facciano parer leggiero, che ve lo facciano compiere lietamente, e considerarlo come un dovere, e ricordarlo, dopo fatto, come una gloria. Costoro sono quegli stessi che si domandano perchè il soldato Perrier si sia fatto uccidere per salvare la vita al sottotenente Cocatrix; perchè il sottotenente Gabba abbia amato meglio di pigliarsi una palla nel fianco che rispondere al nemico: — Mi arrendo; — perchè Alfredo Cappellini abbia voluto morire quando poteva mettersi in salvo senza venir meno al suo onore. Con che scopo? domandano. Con che scopo!
Ma abbiatelo per fermo: quando non s’ha punta virtù di sacrifizio, quando non s’ha cuore da amare questa virtù per sè stessa, senza scopo e senza perchè; quando si disconoscono questi grandi sentimenti che sono quanto v’è di più eletto e di più rispettabile nell’uomo, allora non c’è più nè magnanimità, nè coraggio, nè forza, e neanche onestà vera e soda. L’uomo non è più onesto se non quanto e finchè gli conviene. Non riconoscendo più altro movente e altra norma alle azioni proprie che l’utile e l’interesse diretto del suo benessere, quando questo cessa come consigliere di onestà, l’istinto brutale sottentra e l’ordine morale è sconvolto.
Ma voi non siete di costoro; voi siete giovani, voi avete lasciato or ora le vostre famiglie e serbate l’anima piena di fede e di affetto, e intraprendete lietamente questa nuova vita faticosa ed austera a cui foste chiamati.
Per ciò a voi si può parlare un linguaggio che altri non capirebbe o volgerebbe in riso; a voi si possono porgere i consigli che il cuore detta e che si rivolgono al cuore; voi non torcete il labbro, per Dio, quando si fa appello ai sentimenti più generosi dell’anima umana.
Anzitutto non bisogna nascondervi la verità. Noi non siamo di coloro che mettono in luce un solo aspetto della vita militare, il migliore. Noi diciamo apertamente ch’essa è dura e penosa. Per aver diritto di porgere dei conforti, convien mostrare di conoscere le ragioni per cui si stimano necessarii. E queste ragioni son molte. Il soldato vive lontano da casa, sacrifica la libertà, ed è sottomesso a una legge inesorabilmente severa. Un accesso di collera, un offuscarsi momentaneo della ragione può esser causa dell’infelicità dell’intera sua vita, lo può perdere per sempre. Bisogna ch’egli rompa bruscamente tutte le abitudini del passato; bisogna che rinunci a molti di que’ piccoli comodi e di quei modesti piaceri d’elezione che ogni altra condizione sociale, per quanto umile, permette. In molte occasioni, bisogna ch’ei ponga a repentaglio la salute e la vita nello stesso modo che altri arrischierebbe al giuoco uno scudo, senza esitazione e senza rammarico. Bisogna che molte volte egli sopporti fatiche tremende, che trascinano l’anima alla disperazione; fatiche a cui egli stesso si meraviglia poi d’aver potuto resistere, come quelle che reputava fermamente superiori alle forze mortali. La fame, la sete che mette il fuoco nelle viscere, deforma il sembiante umano e ottenebra l’intelletto; lo sfinimento che prostra l’uomo a terra come privo di vita; il sole che infiamma il cervello; la caldura che mozza il respiro; la trista solitudine del casotto nelle notti d’inverno, in mezzo al gelo e alla neve; le infermità non credute, che non esentano dalla fatica, e la convertono in un tormento e in un pericolo; le lunghe ore d’immobilità e di silenzio nelle rassegne; la compagnia obbligata di persone invise o sprezzate o ripugnanti; i sonni brevi e interrotti da subite chiamate e dalla necessità improvvisa di fatiche nuove; il cibo qualche volta malsano o scarso o tardo; le mille esigenze della condotta fuori del servizio; le cure minute e tediose della divisa e delle armi; l’isolamento da ogni classe di cittadini in città sconosciute; in qualche luogo e in qualche caso la diffidenza della popolazione, o l’antipatia, o l’ira aperta e l’odio; e mille altre cose.
Ma che perciò? Perchè la vita del soldato trae con sè questi mali, dovremmo noi fare come certi suoi mascherati amici, che dopo averglieli enumerati dal primo all’ultimo, ricominciano dall’ultimo per ritornare al primo? Che amicizia è questa, di aprir la piaga pel solo gusto di vederci dentro, senza spargervi il balsamo risanatore?
Noi diciamo invece al coscritto: — Questi sono i mali che tu avrai da patire, e sono molti e non lievi; ma non disanimarti: intraprendi la tua strada coll’animo armato di coraggio e di costanza, non lasciarti accasciare sui primi passi. Non c’è vita, per quanto dura, che non abbia le sue consolazioni. Di queste te ne verrà una parte dalla natura stessa della vita che tu farai; vita nuova e varia e piena di accidenti impreveduti e strani; vita in cui ai giorni lenti e tristi s’avvicendano molto spesso i giorni allegri e rapidi. Muterai sovente soggiorno e conoscerai molta parte del tuo paese che ora t’è ignoto poco meno che un paese straniero; e vedrai terre e città per te nuove d’aspetto e di costumi, e ti si aprirà la mente a nuove idee, e acquisterai in pochi mesi l’esperienza di varii anni, e molte di quelle cognizioni che nessun tempo ti avrebbe fatto acquistare se tu fossi rimasto a casa tua. Altre consolazioni tu potrai ricavare dalla tua coscienza, purchè tu gliele sappia domandare. Non sorridere; non c’è soldato, per quanto ei comprenda male i suoi doveri, per quanto ei si tenga poco della sua divisa e senta leggermente la dignità del suo carattere, non c’è soldato, anche fra i più svogliati e i più scontenti, il quale in fondo al cuore non celi pure un po’ d’alterezza, un orgoglio indistinto, una tal quale compiacenza d’essere soldato; o se non la sente fin ch’è soldato, la sentirà poi, la sentirà di sicuro. Non sono rari i soldati che maledicono una volta all’ora l’uniforme che vestono e la vita che menano; ma sono certamente rarissimi quelli che, tornati a casa, non si tengono onorati d’aver vestito quell’uniforme e di aver menata quella vita. Non c’è vecchio soldato il quale non comprenda e non senta che quei cinque anni di vita militare gli hanno lasciato in fondo al cuore qualche cosa di buono e di stimabile; qualche cosa che gli conferisce una superiorità incontestata sugli altri; un diritto particolare alla pubblica considerazione. E tu procura di nutrire e di mantenere in te questo sentimento fin da quando ti trovi al servizio. Perchè di una qualità di cui sarai certamente lieto ed altero molto tempo dopo che l’avrai rilasciata, non dovresti essere altero e lieto mentre l’hai? Non è giusto nè utile. Tientene dunque di essere soldato. Se non avrai questo sentimento, le fatiche e le privazioni ti parranno doppiamente penose, perchè ti mancherà l’alimento principale che dà la forza per sostenerle: la soddisfazione di compiere un dovere che onora.
Un altro conforto lo troverai nei tuoi amici. La vita molle, snerva e intisichisce il sentimento dell’amicizia; la vita rigida, lo rafforza e lo dilata. La parola _camerata_, che propriamente significa amico di caserma, vuol dire assai cose di più che la parola amico, perchè accenna alla natura speciale dell’affetto che fa nascere tra soldato e soldato la comunanza della vita militare. Camerata vuol dire un compagno che ti vuol bene, perchè avete mangiato molto tempo insieme la minestra della stessa marmitta; perchè in marcia avete molte volte dormito l’uno accanto all’altro sui mucchi di pietre della strada; perchè molte volte vi siete portato il rancio l’uno all’altro quand’eravate di guardia, e molte volte vi deste il cambio di sentinella, e vi aiutaste a stringervi il cinturino, e v’imprestaste la giberna per andare alla parata della guardia, e la pipa per passare il meno noiosamente possibile le ore di uscita nei giorni ch’eravate consegnati. Per tutte queste ragioni il camerata è più che un compagno e un amico, è un fratello; anzi, più che un fratello, perchè la comunanza dei pericoli della guerra infonde in questo affetto fraterno un non so che di forte, di solenne e di sacro, che tra fratelli, nella vita ordinaria, manca. E tu vedrai, coscritto, che i tuoi più cari ricordi d’amicizia saranno sempre quelli della caserma; che il viso di cui ricorderai più lungamente la fisonomia sarà quello del tuo vicino di letto; che i motti, gli scherzi, i consigli, gli atti garbati, i servizii amichevoli, le testimonianze e le prove di affetto e di fedeltà che porterai per maggior tempo nel cuore saranno quelli dei tuoi compagni di squadra; che fra i servigi di cui conserverai più viva e durevole la gratitudine sarà quello d’un sorso d’acqua datoti da un camerata in un’ardente giornata di luglio dopo molti chilometri di cammino, una visita ch’egli t’abbia fatto all’ospedale quand’eri malato, o una lira ch’egli ti abbia prestata in una tua occasione di bisogno. Credi, coscritto, a quest’affetto, che è quanto di più bello e di più nobile ha la vita del soldato. È un affetto che non si dimostra colle carezze e colle tenere parole; è un affetto chiuso e ruvido; ma profondo, ma schietto, ma tale che tu ci puoi confidare sempre e con sicurezza intera. Hai tu mai veduto due soldati della stessa compagnia che s’incontrano e si riconoscono dopo molti anni che hanno finito il servizio, quando son tutti e due padri di famiglia, mutati di viso, di panni e di costumi? Se tu gli hai veduti, e se il loro grido di sorpresa, la loro gioia, il subito illuminarsi del loro volto e l’impeto affettuoso con cui si sono gettati l’uno nelle braccia dell’altro non t’ha fatto dire: — Io li invidio — allora tu hai il petto vuoto come un tamburo. Ma no, tu avrai goduto della loro gioia, e sinceramente ammirato l’intima corrispondenza dei loro cuori, e detto a te stesso: — Quando sarò soldato, sarà codesto uno dei miei più cari conforti.
Un altro dei tuoi conforti, sarà la memoria affettuosa della tua famiglia. L’amore della patria e della bandiera non è veramente schietto e gagliardo se non quando germoglia dall’affetto della famiglia, che di tutti gli affetti è l’origine e l’alimento. L’amor di patria non è che l’amore della propria famiglia esteso dalle mura della nostra casa paterna fino ai confini dello Stato di cui siamo cittadini. Lo spirito di abnegazione che ci dà forza per faticare e soffrire, e coraggio per combattere e affrontare la morte in difesa del paese, non è che quello stesso spirito che ci induce a lavorare e a sudare più che non faremmo per noi, quando nostro padre è vecchio e inetto al lavoro; non è che lo spirito che ci fa vegliare le notti al capezzale di nostra madre colpita dal contagio, quando gli amici e i parenti paurosi l’hanno abbandonata; è lo stesso spirito fatto più potente e più ardito. L’amor di patria non è che l’amore d’una vasta parentela ignota; quando questo manca, nessun altro affetto attecchisce e mette radici profonde.