Ricordi del 1870-71

Part 12

Chapter 123,816 wordsPublic domain

“Vorrei credere; me l’hanno detto, mi chiedevano sempre notizie di te, mi pregavano continuamente di scriverti che tu facessi, che tu mandassi; avrebbero voluto che tu scrivessi con dieci penne alla volta.”

Ah! io esclamava in cuor mio, sento che scriverò duecento volumi!

Venne l’ora della visita; erano avvisate, e m’aspettavano. Il marito della signora del primo piano mi venne a prendere. Aspettavo dei complimenti, ma non mi disse che le parole d’uso. Mi fece pietà. A che duro giogo son condannate le donne! dicevo tra me. È impossibile che costui comprenda sua moglie. Era in fatti un vecchiotto con una faccia di citrullo da far cascare le braccia.

“Avrò l’onore” mi disse scendendo le scale “di presentarle le mie due ragazze grandi.”

Arrivammo alla porta, egli suonò, io presi un’aria modesta, ed entrammo.

Era una sala grande, mobiliata con una certa eleganza, e illuminata da tre bei lumi ad olio, posti su tre tavolini ai tre angoli più lontani dalla porta. C’era una quindicina di persone divise in tre crocchi. La padrona di casa, in quel momento, era assente. Il padrone mi condusse al gruppo più vicino e mi presentò alle sue due ragazze, bruttine, che mi salutarono con un certo ritegno.

Si contengono, pensai.

“La signora tale,” soggiunse il padrone indicandomi una signora sulla quarantina, lunga ed asciutta, “è una grande amica della sua signora madre.”

M’inchinai e sedetti.

La signora mi presentò suo figlio, un giovanetto di sedici anni, che mi strinse la mano con un atto vivace, guardandomi fisso.

“Ci siamo!” dissi tra me; ora piovono gli allori.

“Dunque,” cominciò la signora dopo avermi squadrato da capo a piedi (sorriso, sguardo penetrante, sorpresa, nulla di tutto questo. — Si contiene! — pensai) “dunque lei è venuto a passare qualche giorno colla mamma, non è vero?”

“Sì, signora.”

“Oh bravo! Ha fatto bene. E... come ci si trova a Firenze?”

“Bene... veramente. Non potrei desiderare di meglio.”

“E... sento che si occupa.”

“Un poco.”

“Scrive, scrive.”

Accennai di sì.

“Bravo, fa bene; se ne troverà contento. Non fa come gli altri giovani che sciupano il tempo nei divertimenti, e poi viene il giorno che se ne pentono. A star a tavolino, invece di bazzicare i cattivi compagni, si guadagna sempre qualcosa, o, alla peggio, non ci si perde nulla, non è vero?”

“Gran Dio!” io tra me dissi, “cos’è questo?”

“Abbiamo letto le cose sue, sa?”

Io chinai il capo.

“Sicuro. Oh! abbiamo letto, abbiamo letto. Ha fatto dei bei lavori, in verità. No, no, se lo lasci dire, e poi già l’hanno detto anche degli altri: si vede che c’è la stoffa.”

Seguì un minuto di silenzio.

“Anche mio figlio, vede, ha disposizione a scrivere.”

Il ragazzo arrossì, interruppe sua madre, e mi lanciò una timida occhiata.

“Sì, sì, ha della disposizione. Quando è in vena, vede, si mette a tavolino e tira giù delle lettere di otto pagine, tutte d’un fiato, senza fermarsi un momento. Ma bisogna che sia in vena. E scrive anche in buon stile.”

“Mamma!” interruppe il figlio vergognandosi.

“Oh! ha ingegno anche lui. Peccato che lei non si fermi qui un po’ di più, che avrebbero tempo a conoscersi e studiare insieme.... e farsi vedere i lavori.... perchè tante volte, dicono, col confronto...”

“Ma no, mamma!” esclamò il figliuolo impazientito. “Ma cosa dici? Qui.... il signore.... è uno scrittore.”

Io ero annientato.

“Ma è quello che dico,” rispose risentitamente la signora; “appunto perchè scrive, ti potrebbe aiutare. Non ti dico mica che tu ne sappia più di lui; ma quattr’occhi, come suol dirsi, vedono meglio di due, e facendo i vostri lavori insieme, mi pare, posso ingannarmi, ma mi pare che riuscirebbero anche meglio. L’emulazione...”

Comparve la padrona di casa: un viso di buona donna. Mi venne incontro porgendomi tutt’e due le mani e sorridendo amichevolmente; mi balenò un raggio di speranza; mi volsi a lei come al mio salvatore.

“Oh ben arrivato!” esclamò con voce carezzevole, “sono tanto contenta di far la sua conoscenza, sono molto amica di sua madre, ho sentito spesso parlar di lei....”

Ripresi fiato.

“Ho sentito che è un così bravo _scienziato_....”

Dio eterno! — io pensai — cos’ha capito costei? Addio speranza!

“Venga, venga con me, lo voglio presentare alle mie amiche.”

E presomi per mano, mi condusse in un altr’angolo dov’erano tre signore, sedute in fila, tutt’e tre stecchite, serie, mute, che parevano statue. Due erano giovani, ma poco piacenti.

La padrona di casa me le nominò tutt’e tre, e poi, accennando me a loro, disse:

“Il signor tale.”

Fecero tutt’e tre un cenno col capo.

“Giovane molto.... distinto.”

Altro cenno come prima.

“Che è tanto bravo a far delle composizioni.”

Seguì un istante di silenzio, io stavo là immobile come pietrificato.

“Compone musica?” domandò una delle tre signore con aria noncurante.

“No, no,” riprese la padrona; “compone (e mi volse uno sguardo interrogatore, stropicciando il pollice e l’indice della mano destra, nell’atto di chi fa scorrere del denaro) compone.... delle prose, non è vero?”

Accennai di sì. Le signore parvero poco soddisfatte; la padrona scomparve, io sedetti. Una delle tre statue, forse mossa a compassione dell’imbarazzo che mi si doveva leggere in viso, mi rivolse la parola. Era un’amica di mia madre, una delle _lettrici_.

“Dunque,” disse dopo aver pensato un po’, “lei si diletta a scrivere?”

“Sì, signora.”

“È un bel passatempo.”

Io la guardai.

“E poi,” continuò essa, “è anche uno sfogo.”

“Già.”

“Abbiamo tutti dei momenti in cui la _piena dei pensieri_ ci sforza, per così dire, ad espanderci. Si direbbe quasi che è un bisogno che ha l’uomo.... lasciando poi da parte che è un ottimo esercizio, perchè s’impara a scrivere con facilità.”

“Dio!”

“Non c’è niente di meglio che la pratica in materia di scrivere. Ha qualche cosa di stampato?”

Mentre io mi voltavo a guardarla esterrefatto, si sentì in un angolo del salotto una gran risata. Alzai gli occhi e vidi un gruppo di gente che veniva verso di me, ridendo sgangheratamente. Qualcuno doveva aver raccontato qualche aneddoto. La padrona di casa, premendosi una mano sul petto per non scoppiare dal ridere, mi venne accanto; tutti gli altri intorno. — Questa merita proprio che lei la descriva in uno dei suoi.... temi. — E interrotta tratto tratto dalle risa degli astanti, mi ripetè l’aneddoto. Il quale, da quanto me ne lasciò comprendere l’infelicissimo stato in cui mi trovavo, consisteva, a spremerne il sugo, in uno scambio di cappelli seguito la sera innanzi fra due amici di casa, e non riconosciuto che la sera dopo, nello stesso salotto.

“Lei deve farci una novella _sopra_,” disse la padrona.

“Una poesia!” disse un altro.

“No, un’ode!” esclamò un terzo.

E lì tutti a ridere.

“Amplificando,” mi disse il padrone di casa, con piglio di confidenza, vedendo ch’io non parevo persuaso, “amplificando, aggiungendo, come sanno far loro, se ne potrebbe fare, non dico mica un poema (e rise), ma una cosettina.... Oh! il signor Lippi!”

Tutti insieme si allontanarono da me per correre intorno a un giovanotto entrato allora, una faccia di scimunito, attillato, lisciato, impomatato, che rispondeva con molto sussiego ai saluti, ai sorrisi e alle dimostrazioni d’allegrezza che gli si facevano intorno. Mi parve di capire che fosse un bravo dilettante di piano.

La padrona lo condusse dinanzi a me, e tutti gli altri dietro.

Me lo nominò, m’inchinai. Nominò me a lui, e soggiunse:

“Ne avrà sentito parlare.”

Egli, in mezzo al silenzio generale, alzò gli occhi alla volta corrugando la fronte, stette un po’ pensando, e poi dondolò gravemente la testa per dire che non mi conosceva.

Tutti mi guardarono, io arrossii.

Dopo pochi minuti quel tale era seduto dinanzi al piano e suonava; altri giuocavano alle carte; altri, nell’angolo opposto, giuocavano a certi giuochi di società di cui non mi ricordo. Da quel momento in poi io vidi ogni cosa come a traverso d’un velo. Lasciato solo in un canto, divoravo in silenzio la mia rabbia, la mia vergogna, la mia umiliazione; avrei voluto essere dieci metri sotto terra; mi sentivo il più infelice degli uomini. Oh i miei poveri sogni! mie speranze! miei libri! notti passate a tavolino, colla fronte ardente e il cuore in sussulto! Pensavo a mia madre e ne sentivo quasi pietà.... Se fosse qui — pensavo — se mi vedesse! Ma io non pretendeva mica molto, io, — dicevo poi tra me coll’accento d’un povero che si lamenta d’un rifiuto, — io non domandavo mica d’essere ammirato, festeggiato, lodato; io cercava solamente una parola gentile, uno sguardo che mi dicesse: — Ti conosco; — un sorriso da cui potessi capire che qui si sa ch’io penso, sento, lavoro. Ma siete dunque dei bruti, voialtri?

Ricordo, così in confuso, che mi fu portato il quaderno d’un bambino perchè ci facessi le correzioni. Ricordo che mi fu presentato un maestro di prima elementare, che mi domandò: — Che studi ha fatto? — dopo che la padrona ci aveva lasciati soli dicendomi colla più ingenua bonarietà: — Ho trovato una compagnia per lei. — Ricordo che mi fu domandato da una signora se in Toscana si parla bene, e ch’io risposi che parlavano molto bene i contadini; alle quali parole diedero tutti in una sonora risata. Ricordo che sul punto d’accommiatarmi, mentre tutti mi stavano guardando con un’aria così tra di curiosità e di compassione per la mia musoneria, un bambino mi salutò gridando: — Addio, poeta! — saluto che provocò un’ultima e sonora risata di tutta la compagnia. E finalmente mentre ero già in fondo alla scala un ultimo: — Scriva! Scriva! — della padrona, che mi fece l’effetto d’una stoccata nel petto.

— Mai più, — dicevo tra me un’ora dopo buttandomi a letto ancora tutto pieno di amarezza e di stizza; — mai più in mezzo a codesta gente! Semplicità? Primitività? Candore? Ma è una ignoranza che opprime, una volgarità che schiaccia, un cretinismo che soffoca tutto quello che v’è di più nobile e di più alto nell’intelletto umano! Ma i figliuoli di codeste buone donne, se Dio ne guardi, avranno un lampo d’ingegno, se avranno cuore, se sentiranno il bisogno d’espandersi, d’essere riconosciuti, confortati, ispirati, ma cosa troveranno in casa? Far di queste figure dinanzi alle madri degli altri.... vada; ma dinanzi alla propria, ah! dev’essere duro!

E dopo d’allora, ogni volta che in una casa di gente bennata mi fanno sentir declamar versi e leggere composizioni italiane dalle bambine che vanno a scuola, non mi annoio più, come una volta, non mi stizzisco più, non mi par più che sia un’ostentazione sciocca e ridicola, perchè penso che quelle bambine, quando saranno madri di famiglia e terranno conversazione in casa, a nessun giovane che studi e che lavori faranno mai passare una serata d’inferno come quella ch’io passai.....

Così il mio amico. Mi pare, ripeto, che sia un caso pratico abbastanza eloquente. Lascio la conclusione ai lettori e fo punto.... Ah! mi sono scordato di dire, ma credo quasi inutile d’aggiungere, che tutte quelle signore, se non scrivevano _bacio_ con due _c_, certamente, nell’atto di scrivere, dovevano stare un po’ sopra pensiero; eppure credo che fossero ancora superiori d’un grado alla donna tipo del giornalista in discorso, perchè Polonia sapevano tutte che non era una creatura come loro.

IL CAPITANO UGO FOSCOLO.

[Firenze, 24 giugno 1871.]

Tutti, al giungere della salma di Ugo Foscolo, si levano il cappello e abbassano riverentemente la fronte esclamando: — Onore al grande poeta.

Io mi pianto qui diritto, alzo la testa, porto la mano aperta alla tesa del cappello ed esclamo con accento soldatesco: — Onore al capitano Ugo Foscolo!

Il capitano Foscolo è poco conosciuto.

Nei collegi militari, quando un giovanetto dà segno di esser nato alle lettere e alla poesia, i maestri gli sogliono dire: — Bravo, studii, non si perda d’animo, la poesia si può benissimo conciliare colle armi; veda, per esempio, nell’antichità Tirteo; in tempi posteriori, Cervantes, Calderon de la Barca, Camoens; in Italia, Dante, che combattè a Campaldino, come lei sa; poi, in Grecia, Riga; Koërner in Germania; Ugo Foscolo.... —

Alto! signor maestro; alto dinanzi al giacinto greco educato ai soli d’Italia, come disse Francesco Domenico. Per gli altri, vada; ma di Ugo Foscolo, che è tanto vicino a noi, si dovrebbe dire qualcosa di più e di meglio che la solita formola: poeta e guerriero, quando lo si cita ai giovani poeti che un giorno saranno ufficiali. Guerriero! Gran cosa! Che un uomo dotato d’ingegno poetico eccellente abbia potuto andare alla guerra, non deve parer cosa singolare e mirabile se non a chi tenga come verità ammessa e riconosciuta che dire poeta, spaccone e poltrone, sia come dire bianco, rosso e verde. E questo un professore non lo deve credere. Al contrario, stando alla sentenza del Leopardi, secondo la quale non può immaginare e scrivere cose veramente nobili e grandi se non chi, avendone il modo, le farebbe; un maestro deve sempre mostrare di meravigliarsi che tutti i poeti, e massime i più bellicosi, non siano andati a fare il soldato quando se ne presentò l’occasione.

Quindi, parlando del Foscolo ai giovani militari, si dovrebbe dir loro, non già: — Vedete, esempio stupendo! Foscolo scrisse versi immortali e si battè da valoroso; — ma bensì: — Vedete, virtù rara! Foscolo il letterato, Foscolo il poeta, Foscolo colla testa piena di Omero, di Virgilio e di Dante, Foscolo fece il suo servizio d’ufficiale con una sollecitudine da contentare il colonnello più brontolone dell’esercito imperiale; Foscolo tenne la _contabilità_ di tre depositi con una diligenza da disgradarne l’ufficiale d’amministrazione più consumato; Foscolo s’occupò delle camicie, delle scarpe, dei cappotti, della zuppa dei suoi soldati con una cura costante, affettuosa, paterna; ed amò infatti i suoi soldati come figliuoli, e ne fu amato come padre.

Qui sta il mirabile, qui la virtù caratteristica di Foscolo soldato, che gli altri poeti non ebbero, o che degli altri, almeno, non possiamo citare. Combattere da valoroso, certo, è qualcosa; ma far bene il servizio di quartiere e tenere in regola i registri, per un poeta, è molto di più; chè, in fin dei conti, nel combattere c’è poesia, o s’è assuefatti a vedercene, mentre in quelle altre faccende, chi ce la vuole, bisogna che ce la metta tutta di suo. E il Foscolo ce la mise, e per questo, ripeto, più che per altro, fu singolare e mirabile; e per questo vuol essere ricordato e lodato.

Bello è vedere il Foscolo, giovanissimo, ma pure colla profonda certezza di esser nato alla gloria e di riuscire un giorno _da più che qualcosa_, il Foscolo che aveva speso la sua adolescenza negli studi, e trionfato a Venezia col _Tieste_, e scritto la celebre ode a Buonaparte, e redatto il _Monitore Italiano_ con Pietro Custodi e Melchiorre Gioia, e riempito omai del suo nome mezza Italia; bello è vederlo, al primo grido di guerra, dimenticar versi, fama ed amore, e abbandonarsi tutto allo _spirito guerriero che gli ruggìa dentro_, e fare come semplice soldato le campagne del VII, e combattere a Cento, a Forte Urbano, alla Trebbia, a Novi, in Toscana. Bello il vederlo sui monti di Genova, sotto gli occhi del maresciallo Soult, slanciarsi tra i primi all’assalto del forte dei Due Fratelli, e cader ferito, e meritare le lodi del generale Massena. Bello il vederlo la sera, stanco delle lunghe fazioni del giorno, arringare il popolo genovese, ridotto ormai a cibarsi di gatti e di buccie di limone, e accenderlo di coraggio e di speranza; e potendo stare meno a disagio nello stato maggiore, preferire d’aver comuni cogli altri i digiuni e gli stenti del soldato; e tra questi stenti, in mezzo alle grida delle madri genovesi moribonde di fame, scrivere l’ode a _Luigi Pallavicini_ e la lettera fatidica a Buonaparte. Bello infine vederlo pellegrinare pei campi italiani, _facendo_, com’egli scrisse, da _difensore ufficioso ai soldati colpevoli sottoposti ai Consigli di guerra_; e compiere la sua missione topografica nella Valtellina traducendo Omero, e raccogliere documenti per la storia dell’arte militare, e dar opera alla pubblicazione del Montecuccoli, e cercare ogni mezzo di rendersi utile e d’usare il suo ingegno in pro dell’esercito e della patria. Tutto questo è bellissimo; ma non vale le poche lettere d’ufficio scritte da Valenciennes al capo di stato maggiore e al generale di divisione.

Scrisse queste lettere come comandante di tre depositi del così detto _Esercito dell’Oceano_, al campo di Boulogne. Era suo vivissimo desiderio di seguire in Inghilterra il _genio di Bonaparte_, per vedere coi suoi occhi una spedizione, _la quale per i cambiamenti di sistema di guerra e pei progressi della marina, avrebbe fatto epoca negli annali delle guerre_. Ma pur troppo il suo desiderio andò deluso, ed egli non vide combattere altre colonne che quelle del _dare_ e dell’_avere_, e invece di riportare vittorie si dovettero contentare di riportar _totali_.

La sua corrispondenza data dal giorno in cui assunse il comando dei tre depositi, il 3 gennaio 1805. Le lettere sue sarebbero quarantotto; di conosciute non ve n’è che dieci o dodici; ma bastano a far capire con che buon volere e che cuore il Foscolo facesse il dover suo. Si vede che il proprio servizio egli lo pigliava sul serio quanto il proprio genio, e che il suo maggior dolore era di non poter compiere questo servizio meglio di quel che facesse, sia perchè si trovava male in arnese fin dal giorno del suo arrivo al campo, sia perchè i depositi difettavano di tutto, persino del più necessario alla vita; coloro cui spettava di provvedervi avendo il capo alla guerra più assai che ad ogni altra cosa.

Un gran tormento per lui era l’amministrazione.

I superiori gli raccomandavano continuamente l’economia, e a lui non bastava il cuore di farla con quei poveri soldati già ridotti agli estremi. «Mi ingegnerò; — rispondeva al generale — e d’ora in poi darò solo la metà paga; ma è impossibile, atteso il freddo e il bisogno che il soldato ha della birra, di fargliela aspettar tutta.»

I soldati dei depositi erano travagliati dalla febbre; ma poco male la febbre. «I rognosi — scrivea egli al suo capo di stato maggiore — vanno guarendo; ma i nuovi arrivati ne hanno avuto la loro porzione.»

Anche la rogna!

E sempre, in queste sue lettere, l’accento della più sincera e più calda premura: «Io vi supplico, mio generale, di scrivermi s’io devo continuare a far somministrare il pane da zuppa.» E un’altra volta: «Vi supplico di far sì che i capi dei corpi mi mandino la porzione di massa pel pane da zuppa. Il capo battaglione Begani è testimonio delle noie con cui mi punge il fornaio pel suo credito di un mese; e fra otto giorni sarò forzato a sospendere la zuppa. Che se a questa privazione s’aggiunge anche la privazione della paga, immaginate che diverrà del povero soldato!»

A dar un’idea dello stato in cui codesti soldati si trovavano, valgano i seguenti periodi, che sono veramente commoventi, e si notino quelle parole sul cappotto, sui depositi, sulle rappezzature, sulle frodi, che son proprio quelle stesse che si senton dire tutti i giorni nei nostri reggimenti: mali sempre veri e lamenti sempre inutili.

«Il buon volere di tutti i soldati — scrive al generale — e le cure dei sotto-ufficiali hanno sino ad ora riparato con l’industria e con le rappezzature _l’imminente nudità_. E posso dire che i tre depositi giunti a Valenciennes _logori e indecentissimi_ potrebbero presentemente ad una rivista sostenere il confronto della tenuta con ogni individuo de’ reggimenti; ove per altro non si guardi più oltre della scorza e si conceda il _cappotto copritore di magagne_ a quegl’infelici che non hanno nè uniforme, nè giubba con maniche. Ma tutti questi ripari vanno diventando insufficienti, e _le rappezzature consumano una parte della paga del povero soldato. So che i Corpi sogliono riguardare i depositi come un ammasso di pezzenti_; ma vera o falsa quest’opinione, _io non soffrirò mai che il soldato sotto i miei ordini abbia a vergognarsi della propria persona;_ ed invocherò con tutto il vigore il vostro aiuto _per fare osservare quelle leggi che pagano il sudore del soldato e lo proteggono dalla frode.»_

Bene e bravo!

S’occupava egli stesso della compra delle camicie pei soldati, e a furia di ricerche, essendo riuscito a trovarne delle buone a tenuissimo prezzo, scriveva al generale per fargli notare che nei corpi si pagano molto di più e che sulla _massa_ dei soldati si ruba.

Per dare un premio ai sott’ufficiali di buona condotta, e perchè non gli reggeva l’animo di vederli mal vestiti, il povero Foscolo anticipava loro, di sua tasca, un po’ di danaro sui risparmi futuri delle loro masse; faceva man mano accomodare gli oggetti dei soldati coi pochi sussidii che la sua povertà gli concedeva di prestare; assisteva egli stesso a tutti i contratti perchè non si defraudasse il soldato; ratificava gli atti più minuti dell’amministrazione; esigeva che gli operai e i mercanti andassero di persona al suo ufficio a prendere le ricevute; e così a forza di pazienza e di cura faceva in modo che le cose camminassero il meno peggio possibile.

«Interponete la vostra autorità, mio generale — egli scriveva — perchè io possa vedere i miei soldati contenti di me come io sono omai divenuto contento di loro. La sala di disciplina è vuota; il servizio, regolare; i tre corpi, concordi, e tutti zelanti per il proprio dovere.»

Ma non era sempre così. Egli aveva ragione di lamentare, fin d’allora, _la poca subordinazione in cui vivono naturalmente gl’individui lontani dalle severità dei corpi_, ed esigeva che i sott’ufficiali contabili, lontani dai suoi occhi, venissero a presentargli ogni giorno il proprio lavoro. Brontolava anch’egli, fin d’allora, perchè i sott’ufficiali tendevano a violare l’ordinanza dell’uniforme. Deplorava che il vestito dei soldati fosse fatto, anche allora, a casaccio, e che la cintura dei calzoni, in ispecie, non arrivasse al ventre, e che quei benedetti fondi si logorassero in così poco tempo. E si doleva col generale che gli ufficiali comandanti i drappelli lasciassero per la strada gli infermi e si portassero via i cappotti; «_cosa non so se contro i regolamenti_ — soggiungeva — _ma certamente contro l’umanità e la prudenza_;» anche allora. — Gli toglievano i migliori sergenti; scriveva ai corpi, e i corpi non gli davan retta; voleva chiudere i conti e non gli spedivan le carte; ed egli s’indispettiva, povero Foscolo, e si rodeva, e si sfogava col suo generale: «Sono assai male trattato; lasciatemi almeno il foriere Gilli, unico capace ad aiutarmi nella noiosa, imbrogliata e per me nuova contabilità di tre differenti Depositi.»

Oh povero autore dei _Sepolcri_!

E a questo s’aggiungevano altri guai. Il vivandiere aveva tre figliuole; queste tre figliuole non _adornavan l’amor d’un velo candidissimo_, punto punto; ne seguivano gelosie tra i sergenti, risse, duelli; e il povero Foscolo era costretto a _consegnare_ i soldati in quartiere, ad arrestare, ad inquisire, a stendere relazioni su relazioni. I sergenti rubavano sui fogli di prestito; un sergente-maggiore gli scappava, un soldato portava via le catene dai carri d’artiglieria, un altro veniva alle mani coi cittadini, e lì richiami, proteste, scandali. E intanto sopraggiungevano in folla i prigionieri inglesi, e bisognava rafforzare il servizio di guardia, e il numero dei soldati non bastava, e i soldati si lamentavano.

«Ah! mio generale — scriveva allora il Foscolo disperato — confesso che la forza e la pazienza mi cominciano a mancare.»

L’anima del Foscolo, disse giustamente un critico, era lirica; lirica nelle lettere famigliari, lirica negli articoli di giornale, lirica nelle prefazioni, lirica persino nelle postille di commentatore. È vero, e queste sue lettere sono liriche anch’esse, piene di passione, di vigore, di vita.