Part 11
Salimmo anche noi dov’era il soldato. La scala è aperta, se ben mi ricordo, in un pilastro. È una scala larga e comoda; ma infinita. Giungemmo senza fiato sur un piano, credendo che fosse l’ultimo; ma guardando intorno, ci accorgemmo che non eravamo nemmeno a mezz’altezza. Da ogni parte ci sovrastavano archi e mura, che pareva s’innalzassero a misura che salivamo. Guardammo giù, e ci meravigliammo d’esser saliti tanto. Da quel punto, abbracciando collo sguardo una gran parte dell’edifizio, potevamo formarci un più adeguato concetto della sua grandezza. Ci trovavamo sopra una lingua di vôlta sottilissima, che pareva stare in aria per miracolo. A guardar giù per le fessure girava la testa. Da un lato si vedeva una lunga fila di porte. Ci avanzammo; ma fatti pochi passi, ed accortici che mancava il soffitto, si dovette tornare addietro. Si scopriva di là tutta la campagna romana del mezzogiorno; si vedeva il monte Testaccio, i deserti _prati del popolo romano_, la basilica di San Giovanni Lateranense, e uno sterminato acquedotto.
Si scende, si torna verso l’uscita, di sala in sala, di rovina in rovina, sempre fra mura gigantesche e grandi porte, per cui si vedono altre mura e altre porte lontane. Ad un tratto, voltandoci a sinistra, vediamo un grande portico oscuro, e uno spazio di terreno senz’erba, sparso di marmi. Ci avviciniamo; son pezzi di statue. V’hanno delle teste enormi colla fronte e gli occhi levati in alto, che dovevano sorreggere qualcosa; torsi di guerrieri atletici senza capo; in un canto un mucchio di teste di dèi, di soldati, d’imperatori, di vergini, tutte mutilate, e col viso rivolto verso chi guarda; rottami di colonne che tre uomini non possono abbracciare, e mucchi di figurine e di pezzi d’ornato staccati dai capitelli, e pietre di mosaico sparse. Tutti questi marmi lasciati così in terra e disposti con un certo ordine, danno a quel luogo qualcosa dell’aspetto d’un camposanto; quelle teste paiono crani; al primo vederle si dà un tremito, come se guardassero. V’è fra le altre cose, una manina di donna colle dita tronche e un po’ di braccio piccino e gentile, abbandonata in terra, mezzo nascosta e lontana da tutti gli altri rottami. È singolare: desta quasi un sentimento di pietà.
Uscimmo senza parlare. Tale è l’effetto che fanno le terme: la gente entra, guarda, gira, e nessuno parla; si passano accanto e non si badano, tutti pensano; si entra allegri, si esce tristi. Tornando in città ci parve d’entrare in un mondo nuovo. Io pensavo alla strana impressione che m’aveva fatto fra quelle mura il suono di certe parole piemontesi. Ed avevo sempre dinanzi delle figure, antiche, in atteggiamenti allegri ed alteri, e ponendole accanto a quelle rovine, mi sentivo stringere il cuore. E ripetevo quasi macchinalmente tra me: — Tutto è passato!
UN’ADUNANZA POPOLARE NEL COLOSSEO.
Erano le tre dopo mezzogiorno. Il popolo romano si recava al Campidoglio per eleggere la giunta provvisoria. Tutte le strade che conducono al Campo Vaccino erano percorse da folti drappelli di cittadini con bande musicali e bandiere. Arrivati al Campo, i drappelli si confusero in tre o quattro lunghissime colonne, e mossero insieme verso il Colosseo. Andavano a otto a otto, a dieci a dieci, allineati e stretti come soldati, levando tratto tratto altissime grida e lunghi applausi.
Le gallerie del Colosseo erano già affollate. Centinaia di fazzoletti e di bandiere sventolavano fra gli archi altissimi, e dentro suonava un gridìo continuo e diffuso come muggito di mare in tempesta. Si vedeva una colonna dopo l’altra versarsi nel vasto recinto, e rimpicciolire subitamente come se ne sparisse per incanto una parte. Turbe di popolo che tenevan tutta la strada si vedevano ristringersi e quasi perdersi, come piccoli drappelli, in un cantuccio dell’arena. Continuamente affluiva popolo, e la folla dentro non pareva crescere. Una parte della prima galleria era piena zeppa di gente; ma così lontana, benchè solo a mezz’altezza del muro, da non riconoscerne i visi a occhio nudo. Dalla galleria in giù, su tutti i gradini, su tutti i macigni, su tutti i rialzi del terreno v’era popolo: donne, bambini, signori, poveri, tutti vestiti a festa, con nastri tricolori e coccarde. Da una parte dell’arena v’era un palco, e sul palco un pulpito; intorno molte grandi bandiere tenute da cittadini. Sul cielo del pulpito un gruppo di pompieri. Intorno al palco, sul tetto dei tabernacoli e sui macigni della gradinata, una fitta di gente che presentava allo sguardo una vasta e continua superficie di volti e di _sì_ attaccati ai cappelli. Davanti al pulpito il grosso della folla. Da ogni parte braccia alzate di gente che si accennavano gli uni agli altri il cerchio maestoso dell’anfiteatro; sulle più alte punte dei muri gente e bandiere. Le bande suonavano, le grida si levavano al cielo, un sereno purissimo e una splendida luce di sole faceano più bella e più solenne la festa.
Ecco Mattia Montecchi.
Un fragoroso applauso prorompe dalla folla e un lungo ed altissimo evviva.
Il vecchio patriota romano, accompagnato dagli amici, avvolto e nascosto quasi dalle bandiere, sale sul pulpito a capo scoperto, e preso appena fiato comincia con voce commossa:
— Popolo romano, rivendicato alla libertà e restituito per sempre alla comune patria....
S’interrompe un istante, e poi con irresistibile slancio:
— .... Io ti saluto!
L’ultima sua parola muore in un singhiozzo; egli si copre gli occhi col fazzoletto e ricade sulla seggiola.
La folla manda un grido d’entusiasmo, tendendo le braccia e agitando le bandiere.
— Silenzio! silenzio!
Il Montecchi rincomincia a parlare, a voce bassa, interrompendosi tratto tratto. La folla, ondeggiando e rimescolandosi, si stringe intorno al pulpito. Le parole dell’oratore non giungono fino a me. Mi faccio innanzi per intendere qualcosa.
— ..... Il potere temporale del Papa, — egli esclama, — è caduto!
Applausi vivissimi.
— È caduto nella polvere! — grida una voce tra la folla, e un braccio convulso si solleva e si agita al disopra delle teste.
— È caduto per sempre! — ripete il Montecchi.
— Nella polvere! — ripete in accento imperioso la voce di prima.
— Silenzio! silenzio!
— La caduta del potere temporale dei papi, — il Montecchi prosegue, — è uno dei più grandi fatti registrati dalla storia!
Un giovane accanto a me alza una mano e grida con tutta la forza dei suoi polmoni: — Dalla storia della civiltà!
Il Montecchi si volta e guarda come per chiedere che cosa fu detto, e soggiunge: — Uno dei più grandi fatti registrati dalla storia.
— Della civiltà! — ripete il giovane.
— Della civiltà, — aggiunge il Montecchi in atto di condiscendenza. — Ora tocca a noi di mostrarci degni della nostra fortuna. Roma non può restare, nemmeno per pochi giorni, senza governo....
— Viva l’Italia!
— ..... I nostri nemici potrebbero trarne argomento a dire che il popolo romano non è ancora maturo alla libertà....
— Viva la libertà! Abbasso i nemici di Roma! Viva Vittorio Emanuele in Campidoglio!
— Viva! ma prego.... lasciatemi continuare....
— Viva Montecchi!
— Vi ringrazio.... fate un po’ di silenzio.... Bisognava eleggere una Giunta.... Noi avremmo voluto che il popolo facesse l’elezione in modo regolare, colle schede, coi voti.... Ma non v’era più tempo.... abbiamo dunque pensato di rivolgerci direttamente al popolo romano....
— Bravo! Viva!
— .... Al popolo romano, e di facilitargli l’opera preparando un elenco di cittadini appartenenti a tutte le classi della società e a tutti i partiti politici....
— Benissimo!
— Un momento.... Ora, vedete anche voi che sarebbe impossibile aprire una discussione sopra ciascuno dei nomi, che sono quarantaquattro. Bisognerà dunque limitarsi ad approvare o disapprovare l’elenco nel suo complesso. Ci sarà qualche nome che ad alcuni non piacerà; ma capirete che non è possibile fare un elenco di quaranta persone che riescano ugualmente accette a tutti. Ad ogni modo qualche nome si potrà cambiare. Terminata la lettura io darò la parola a uno di voi, il quale esponga il suo parere, e dica le ragioni che può aver da dire, in generale, contro le proposte della Commissione che raccolse i nomi. Dopo che quest’uno avrà parlato, state bene attenti....
— Viva Vittorio Emanue.... — grida all’improvviso una voce acuta.
— Silenzio! Smetti! non è il momento! — si mormora da ogni parte.
— Guardalo lì quello che non vuole che si dica Viva il Re! — grida l’entusiasta importuno ad uno dei suoi interruttori.
— Ma chi ti dice ch’io non voglio che si gridi viva il Re? Dico che non è il momento.
— Già, non è il momento adesso che ci ha liberati!
— Ma senti che bestia!
— Ma guarda....
— Silenzio! — grida il Montecchi; — accordatemi ancora qualche minuto d’attenzione. Sentite. Dopo che uno di voi avrà parlato, io metterò a’ voti l’elenco, nella sua totalità, s’intende; e allora, ricordatevene bene, chi intenderà di approvarlo leverà in alto il cappello....
Tre o quattrocento persone si scoprono il capo.
— No! no per ora! — grida il Montecchi; — ve lo leverete poi; come volete approvare adesso l’elenco se non v’ho ancora letto i nomi?
Risa generali; caldi diverbi fra coloro che si tolsero il cappello e coloro che risero; bisbiglio prolungato.
Il Montecchi: — Vi prego.... un po’ di silenzio.... pochi momenti ancora.... Chi intenderà di approvare l’elenco alzerà il cappello, chi non vorrà approvarlo terrà il cappello in capo. Se ci sarà qualche nome da cambiare, quello di voi che viene qui a parlare lo dirà, e i nomi saranno cambiati. Ma mi raccomando; lasciate leggere tutti i nomi di seguito senza interrompere. Parlerete dopo. Vedete, è l’unica maniera di far presto e bene. Se per leggieri dissensi su questo o quel nome, dovessimo restare un altro giorno ancora senza governo, forniremmo pretesto ai nostri nemici di calunniare il popolo di Roma.
Vivi applausi. — Viva la Giunta! Viva Montecchi! Viva Vittorio Emanuele in Campidoglio!
— Viva!... Ora vi prego per l’ultima volta.... un po’ di silenzio.
Uno di que’ che sono intorno al pulpito alza tanto la bandiera che quasi la dà negli occhi al Montecchi.
— Tien giù quella bandiera! — gli grida il vicino.
— Ma è la bandiera nazionale, sai! — risponde l’altro sdegnato.
— Vedo; ma perchè è la bandiera nazionale devi cavar gli occhi alla gente?
— Guarda il prete!
— A me prete?
— Silenzio! si grida all’intorno.
— Leggerò i nomi, — ripiglia il Montecchi; — state attenti; ma ve ne riprego, non m’interrompete, se no si va troppo per le lunghe; abbiate un po’ di pazienza....
— Legga! Legga pure!
Un profondo silenzio si fa per tutta la folla.
Il Montecchi legge: — Tale dei tali.
Passa senza contrasto; un momentaneo bisbiglio e silenzio.
— Tale dei tali.
Vivi applausi, il popolo è ben disposto, l’affare va bene.
— Tale dei tali.
Uno scoppio d’urli e di fischi, un agitar di mani, un pestar di piedi, un rimescolamento, un fracasso d’inferno si leva e si prolunga per cinque minuti da ogni parte dell’affollato uditorio. Il Montecchi incrocia le braccia sul petto e sta aspettando in atto rassegnato e dimesso che la tempesta si queti.
Finalmente alza una mano.
— Silenzio! Silenzio! — si grida dalla folla.
— Signori!.... — comincia il Montecchi con un filo di voce; — vi prego; le cose sono andate così bene finora, continuiamo come abbiamo cominciato, non discutiamo i nomi, non perdiamo tempo, parlerà uno per tutti, tutti insieme non si conclude nulla, lasciatemi leggere tutto l’elenco, abbiate un po’ di pazienza ancora....
— Bravo! Bene! Legga! Legga! Non si discute! Silenzio! Legga! Lasciatelo leggere!
Il Montecchi legge: — Tale dei tali.
Un altro e più violento scoppio di grida e fischi e pestar di piedi e agitare di mani. E di nuovo il Montecchi incrocia le braccia in atto di rassegnazione.
— Abbasso! Abbasso! — grida la folla.
— No, viva! viva! — alcuni rispondono.
— Chi viva? Abbasso! Chi sono quei paolotti laggiù? Fuori! È passato il tempo! Abbasso! Abbasso!
Il Montecchi: — Prego....
— Abbasso i mercanti di campagna!
Il Montecchi con voce semispenta: — Prego, non discutano i nomi....
— Non si discute! Non si discute! _Se dice per di’ che so’ mercanti de campagna!_
Scoppio d’applausi.
— Non discutano, prego....
— _Hanno fatto massacrare ’l popolo romano!_
Applausi fragorosissimi.
— ..... Ma prego....
— _Non li volemo!_
— .... Un po’ di silenzio....
— _Non li volemo!_
Cento voci assieme: — Parliamo uno alla volta, perdio!
Il fracasso è assordante, la folla agitatissima; alcuni apostrofano con calde parole il Montecchi, altri apostrofano la folla dalle gallerie, si sventolano le bandiere, si formano dei capannelli, si batton le mani, si strepita, è un casa del diavolo infinito.
A poco a poco ritorna la quiete. Il Montecchi continua a leggere. Il primo nome passa. Il terzo è accolto da lunghi applausi. Otto o dieci altri non incontrano opposizione. Qualcheduno solleva un po’ di mormorio.... Sia lodato il cielo, l’elenco è finito!
Vivi applausi.
Il Montecchi ricade sulla sua seggiola e si asciuga la fronte.
Allo strepito succede nella folla un vivissimo bisbiglio.
— Ora chi parla? — Chi vuol parlare? — Parla tu. — Il tale ha detto che parlerà. — No, parla quell’altro. — Parliamo noi. — Parlino loro. — Zitti! parlano.
A piedi del pulpito, poco al disopra della folla, si alza una testa e si stende una mano.
— Silenzio! Silenzio!
Si fa un generale silenzio e si ode una voce incerta e sottile:
— Io piglio la parola in un momento solenne....
Un rumore improvviso da una parte dell’anfiteatro copre la voce dell’oratore.
— ....Io piglio la parola in un momento solenne....
Un tale accanto al pulpito lo interrompe; l’oratore si volta bruscamente: — In nome di chi parla lei? In nome del deputato Checchetelli?
Segue un diverbio, il Montecchi s’intromette, l’oratore ricomincia a parlare.
— Forte! Forte! — grida la folla.
— Salga su! gridano i membri della Commissione. Venga qui sul pulpito! si farà sentir meglio!
E tutti insieme pigliano l’oratore per le braccia e lo tirano su. Tutta la persona di lui sovrasta alla folla. È un giovane sui venticinque anni, alto, pallido. Ha il capo fasciato. È stato ferito dagli zuavi salendo in Campidoglio. La folla prorompe in applausi.
— Silenzio!
Egli parla.
Sulle prime non si sente; ma la sua voce man mano si innalza e si rafforza, e la parola esce vibrata e distinta.
— ....Ben fecero gli egregi uomini della Commissione a radunarsi in questo antico ed augusto ricinto. Essi dimostrarono con ciò che d’ora innanzi gl’interessi del popolo non saranno più abbandonati agl’intrighi delle consorterie, ma discussi e propugnati alla luce del sole, in mezzo al popolo e col popolo!
Scoppio d’applausi.
— Non si scherza, — bisbiglia il popolo. — Le canta chiare. — Non ha paura di nessuno.
L’oratore prosegue: — ....In questo recinto che il tempo corrose, ma non distrusse; fra queste mura annerite dai secoli....
Violente interruzioni: — Alla questione!
L’oratore, levando al cielo lo sguardo e la mano: — Io veggo gli archi del Colosseo popolarsi di arcani fantasmi....
Nuovo e più violento scoppio di disapprovazione e di protesta. — Alla questione! — Non _volemo_ prediche! — Le prediche so’ finite! — Non abbiamo bisogni di lezioni!
L’oratore continua a parlare; ma la sua voce è soffocata dallo strepito della moltitudine.
Una voce stentorea si alza al di sopra di tutte le voci, e fa voltare tutte le faccie:
— La cosa è chiara! L’elenco _no’ ce_ piace! _Non volemo_ liberali del momento, _non volemo_ liberali di occasione....
Applausi fragorosi.
— _Volemo_ gente provata, patrioti schietti, che _ce se veda chiaro_ nella vita loro!
Applausi fragorosi.
E la voce con nuovo e più formidabile sforzo: — _Non volemo mercanti de campagna!_
Terza salva d’applausi.
— Va’ a parlar tu! — Va’ sul pulpito! — Fa’ valere le nostre ragioni! — Va’! — Presto! — Su!
Il fortunato oratore, sollecitato e spinto da tutte le parti, chiamato dal Montecchi, eccitato dalle grida della gente lontana, si apre un varco tra la folla e si slancia verso la tribuna. Sbalzato da un suo spintone cinque o sei passi indietro, mi trovo in una corrente che move verso l’uscita, mi ci abbandono, e in pochi minuti, pésto, sudante e spossato, mi trovo fuori del Colosseo.
Ecco tutto quello ch’io vidi.
Stetti un momento là incerto tra il tornar dentro e l’andarmene, e poi presi un partito fra i due; salii sur un rialzo del terreno accanto all’arco di Costantino, e come soleva dirmi il mio amico Arbib, _mi misi a fare della poesia inutile_, guardando il Colosseo. — Le solite grida — pensavo — la solita confusione, la commedia solita delle radunanze popolari; ma che importa quello che vi si faccia e quello che vi si concluda? Sono grida di libertà, e basta perchè a sentirle di qui e a sentirle uscire dal Colosseo, mi déstino nell’anima una gioia nuova, ineffabile, superiore a tutte le gioie che mi sian mai venute finora dall’amor di patria. — Viva il Re — viva la libertà — viva l’esercito — ....nel Colosseo! In questo campo! In mezzo a questi archi!
E giravo l’occhio intorno come per assicurarmi del luogo dov’ero.
— .... Il Bonghi dice che qui ci sentiremo piccoli. Perchè? Piccolo si sentirà chi si vorrà misurare con chi fu grande. Noi qui non veniamo a misurarci; ma ad ispirarci, ad attingere forza e coraggio, a meditare e ad ammirare. Il Colosseo! — ho sentito dire; — che vi può dire il Colosseo? Vi narrerà le glorie dei gladiatori e i supplizi dei cristiani? Ed io vi rispondo: — Sì....
In quel punto uscì dall’anfiteatro un altissimo evviva e un allegro suono di banda.
— Sì..., ecco che cosa mi dice il Colosseo. Mi dice che dove gli uomini schiavi si sgozzavano per ricreare un tiranno, ora convengono i cittadini a salutare un Re Eletto ed amato; mi dice che dove perirono sotto le scuri o in mezzo alle fiamme gli apostoli della libertà e dell’eguaglianza, ora convengono gli uomini liberi ed eguali a esercitare i loro diritti e a compiere i loro doveri, coll’anima lieta e serena: e vi par poco codesto? Vi par che si possa dire che il Colosseo è muto?
Un altro scoppio di grida misto a suono di trombe mi giunse all’orecchio.
E poi una voce distinta: Viva la libertà!
— Ah! — io esclamai, rivolto al Colosseo, come se mi potesse intendere; — Consolati, vecchio gigante; così monco e sfracellato come ti trovi, tu non fosti mai tanto bello nè tanto grande ai tempi degl’Imperatori!
In quel punto vi batteva su il sole, e tra arco e arco si vedeva dentro un concitato sventolío di bandiere.
DELL’ISTRUZIONE DELLE DONNE.
ANEDDOTO.
Qualche tempo fa, un giornalista arguto e dotto ha pubblicamente dichiarato di preferire le donne che scrivono _bacio_ con due c a quelle che lo scrivono con un c solo; e quelle che prendono _Polonia_ per un nome di donna, a quell’altre che sanno che la Polonia è un paese.
Leggendo il forbito articolo con cui quel giornalista s’adoperava a dimostrare la ragionevolezza delle sue preferenze, io mi ricordai d’una scenetta seguita a un mio amico, dalla quale mi parve potersi ricavar qualche lume circa la quistione della _Polonia_ e del _bacio_. È un caso tutto pratico, che forse non gioverà meno d’un ragionamento lungo.
Premetto che quest’amico ha scritto qualche cosa e scrive ancora. Non è un’aquila, come suol dirsi; ma una tal quale attitudine alle lettere si dice che l’abbia; quindi anche un po’ di vanità, la quale, benchè non sia espressa in parole determinate, resulterà, temo, dal complesso del racconto. I lettori gli perdonino, in considerazione della universalità del difetto. Io riferirò le sue stesse parole.
......... Man mano che scrivevo qualche cosa (egli mi disse), ne mandavo dieci o dodici copie a casa. La mia famiglia ne riteneva due o tre, e regalava le altre ai vicini. Un giorno mia madre mi scrisse, fra le altre cose, che mi facessi animo, che continuassi a lavorare con ardore, poichè c’erano delle _signore impazienti_. Queste _signore impazienti_, che essendo vicine e amiche di mia madre io avrei potuto conoscere alla mia prima scappata a casa, mi stimolarono potentemente. Non ch’io almanaccassi conquiste o cose simili, neanco per sogno; ma mi lusingava l’idea di destare delle simpatie di lontano, di prepararmi un’accoglienza particolarmente gentile, di arrivare là aspettato, desiderato, che so io? Di tratto in tratto mi scrivevano da casa: _Si legge, si legge_, ed io andavo in solluchero.
Finalmente venne l’occasione di tornare per qualche giorno in famiglia.
Non dico il fantasticare continuo ch’io feci durante il viaggio. Avevo sempre davanti agli occhi le lettrici. Mi rappresentavo coll’immaginazione l’arrivo, il primo incontro, le voci di sorpresa, le strette di mano prolungate, gli occhi curiosi fissi nei miei a cercarvi l’espressione degli affetti versati nelle scritture, le domande ingenue intorno a questo o a quel particolare, di questo o quel lavoro, il voler sapere come l’uno fu pensato, quando l’altro fu steso, di dove il terzo fu tratto, e mille altre fanciullaggini, che son passate pel capo a tutti coloro che imbrattarono un po’ di carta; e se qualcuno lo nega, mente.
Potrei giurare che la mia non era una vanagloriaccia volgare. C’era dell’ingenuità, e oserei anche dire, della gentilezza. Cercavo, e sentivo in me il bisogno, non tanto d’una soddisfazione d’amor proprio che mi servisse di premio, quanto d’un incoraggiamento, d’un saggio di quello che potessero essere le gioie d’uno scrittore onesto, per trarne stimolo a perseverare nello studio delle lettere e nel culto degli affetti gentili, e nella risoluzione di non iscrivere mai altro che cose utili e buone.
Nella città dove aveva scritto, non m’erano punto mancate soddisfazioni della natura di quelle che andavo a cercare nel vicinato di mia madre; ma non so perchè, mi pareva che queste dovessero essere assai più dolci e più efficaci di quelle; principalmente perchè la mia famiglia ne sarebbe stata testimone, ed io avrei goduto per me e per essa. Insomma, arrivai, e le prime domande che feci in casa furono:
“E le vicine? Chi sono? Dove sono? Cosa fanno? Quando vengono?”
“Le vicine,” mi rispose mia madre, “sono le signore tali e tali. Le troverai tutte insieme questa sera in casa della signora C., qui sotto, al primo piano, alle otto. T’avverto che non sono giovani.”
“Nemmeno una?”
“Nemmeno una.”
Veramente, pensai, sarebbe stato meglio..... Ma che importa, in fondo? La simpatia, l’amicizia, la _corrispondenza d’amorosi sensi_ quale deve correre, in generale, fra chi scrive e chi legge, non ha che fare cogli anni. O piuttosto ci ha che fare pel mio meglio: perchè i libri e gli scrittori non diventano veri, sodi, indivisibili amici che in età riposata, quando le gioie rumorose della vita non sono più per noi, e l’anima si raccoglie in sè stessa.
“Bada.....” soggiunse mia madre, “non ti credere di trovare delle letterate o delle dottoresse. Sono buone signore, ma nulla più che buone. Di letteratura credo che se ne intendano poco.”
Ma che importa anche questo! io dicevo tra me. Meglio: anime ingenue, schiette, non traviate dai libri, senza vernice di rettorica, di affettazione, di sensitività raccattata e falsa: gente che legge col cuore, e che risponde col cuore.
“Nota,” disse ancora mia madre, “che una di queste signore s’è tutta turbata quando le dissi che tu dovevi arrivare, perchè aveva paura che non sapessi parlar altro che italiano.”
Povera signora! io continuai a pensare. Quanto le deve riuscir più grato e più dolce il veder espressi in una lingua a lei mal nota, e che pur desidera di imparare, gli affetti più riposti, i moti più delicati, le immagini più soavi dell’anima sua! Ah! così — ella deve esclamare leggendo — così si dice! Così dirò! Da ora innanzi lo potrò esprimere questo sentimento! Questo bisogno del cuore d’ora innanzi lo potrò significare!
“Ma l’hanno letto tutto, il mio libro, non è vero?” domandai.