Part 10
Si guarda giù, sul tetto della chiesa, dove si era poc’anzi: si vede una processione di formiche. La gente che passeggia per la piazza si discerne appena; le due grandi fontane sembrano due pennacchi bianchi agitati; le cupole minori della basilica, campanelle di quelle piccine, che si mettono sulle statuette dei santi. Tutta la città si abbraccia con uno sguardo. Subito danno nell’occhio le mura del Colosseo e delle Terme, nere e gigantesche. Le statue in cima alle colonne, le punte degli obelischi, le curve sponde del Tevere, il Pincio, la villa Borghesi, il Quirinale, San Giovanni Laterano, il Gianicolo, che sembra una collinetta di giardino, tutto si vede distintamente. Il giardino del Vaticano sembra un’aiuola. Il Vaticano un edifizio comune, coi cortiletti; è tutto chiuso e deserto. Ecco Monte Mario. Ecco laggiù la campagna romana, nuda e sinistra; di qui debbono aver veduto il passaggio delle divisioni del Cadorna, compagnia per compagnia, cannone per cannone. Ecco Monterotondo, Tivoli, Frascati, Albano, e più a destra, lontano, quella sottile striscia luminosa, il mare. Roma! Roma! Benedetto nome che non s’è mai stanchi di dirlo; c’è qualche segreto in questo suono; Roma! Pare che sempre ce lo ripeta l’eco nell’orecchio: Roma! Eccola qui tutta....
Un soldato accanto a me guarda anch’egli Roma con aria pensierosa; pare che voglia dire qualche cosa, sorride, alza una mano, la batte sul parapetto: _Finalment_....
Sentiamo quel che vien dopo.
— _Ghe semm!_
Senti come l’ha detto con gusto! E tutti gli altri soldati, sul punto di scendere, agitando una mano: — _Addio, addio, Roma!_
E giù per le lunghe scale tortuose echeggia il suono dei passi precipitosi e delle voci allegre.
PRETI E FRATI.
Nelle caserme pontificie si trovarono molte copie d’un inno di guerra, dettato in francese, che par che dovessero cantare gli zuavi andando a combattere. Ha molti punti di somiglianza colla _Marsigliese_. Ha un ritornello che comincia: _Catholiques, debout!_ Ha una strofa che arieggia quella dell’inno francese: _Entendez-vous dans ces campagnes_, colla differenza che ai _féroces soldats_ sono sostituiti _les barbares_. Ha un verso che dice: _Viendront-ils nous_ PRENDRE (ci dev’essere un verbo più feroce, ma non lo ricordo) _nos églises, nos prêtres_? E il verso dopo: _Non, non, on n’y touchera pas_. E altre amenità poetiche su quest’andare.
Ma dal verso in cui è detto che gli Italiani vanno a Roma per far man bassa sulle chiese e sui preti, si capisce che dovette esser quella la finzione di cui si servirono principalmente i fautori del governo papale per suscitare e tener vivo il fanatismo nei soldati, per ispirare nel popolo l’avversione al governo italiano, e per alimentare la diffidenza in quei molti che, pure essendo cattolici in buona fede, manifestavano o lasciavano trapelare sentimenti e desiderii italiani.
Questo fatto spiegherebbe pure l’astensione d’una parte del popolo dalle dimostrazioni entusiastiche così nella città di Roma che nei villaggi della provincia.
A Monterotondo, discorrendo con un cittadino dei più noti, e in voce di liberale, gli domandammo come fosse contento del nuovo stato di cose:
“Per me sono contentissimo;” rispose, e lo diceva sinceramente: “tutto va bene, non si potrebbe desiderare di meglio.” E poi a bassa voce: “Hanno rispettato le chiese, hanno lasciato stare i preti; messe, vespri, funzioni, ogni cosa come prima.”
“Oh curiosa! Ma credeva che si venisse qui a guastare il mestiere ai preti, lei?”
“Io?... nemmen per sogno.”
Certo che lo credeva, e con lui chi sa quanti, che all’entrare dei nostri soldati si saranno chiusi in casa e fatti dar del _codino_. Ma ora che si son disingannati e rassicurati, non credo che saranno meno sinceramente Italiani degli altri.
Non ricordo in che villaggio, una donna del popolo fermò il primo ufficiale che vide, e gli disse con voce affannosa e supplichevole: “È una buona persona il nostro curato, glie l’assicuro; è un galantuomo; non gli dispiace mica che vengano i soldati del Re; non gli facciano nessun male, lo dica ai soldati, ci faccia questa carità....”
Quella donna credeva fermamente che il mandato dell’esercito italiano fosse di _far la festa_ ai preti, come diceva don Abbondio. Ora lamentatevi, se vi pare, ch’essa non abbia messo fuori della finestra la bandiera tricolore.
Passava un drappello di seminaristi, per una via di Nepi, poco dopo che v’erano passati i soldati. Un popolano, accennandoli, disse in tuono burlesco: “Ora.... quelli là.... è finita....” E mi guardava.
“Perchè finita?” gli domandai.
“A questi lumi di luna....”
“Ma che lumi di luna! I seminarii e i seminaristi seguiterete ad averli; ce li abbiamo anche noi, e ce li avremo sempre.”
Fece un atto di sorpresa, e poi domandò: “In Italia? Ce li avete anche voi in Italia?”
“Sicuro.”
“E passeggiano per le strade?”
“Passeggiano per le strade.”
“E nessuno gli dice nulla?”
“E cosa volete che gli dicano?”
C’era da perdere la pazienza; mi ripugnava quasi di credere a tanta ignoranza.
In una via remota di Roma, poco dopo l’entrata dell’esercito, si vide un vecchietto che all’aria, doveva aver avuto una tal paura delle cannonate da perdere il lume della ragione. Alla paura delle cannonate gli era poi sottentrata la paura delle dimostrazioni. Passavano alcuni giovani cantando e sventolando bandiere. Non avendo più tempo di fuggire, credette di dover far l’Italiano per non essere accoppato. Cominciò collo sforzarsi a sorridere, e poi, raccolto tutto il suo coraggio, gridò con una voce da moribondo: — Accidenti ai preti!
Le bricconate fatte per viltà sono più rivoltanti di quelle fatte di proposito. Uno dei giovani del drappello lesse nel viso al vecchio e gli disse con piglio severo: “Per essere Italiano non c’è mica bisogno di dir delle insolenze ai preti, sapete!”
Il vecchio rimase attonito.
“Non ce n’è proprio bisogno,” soggiunse il giovane allontanandosi e continuando a guardarlo. Il povero Italiano fallito non profferì più parola. Anche a lui, certo, era stato dato a credere il _viendront-ils_ degli zuavi.
Un oste, all’apparir dei soldati, s’affrettava a nascondere certi palloncini da luminaria su cui era scritto: _W. Pio IX_. Un ufficiale lo sorprese, e gli disse:
“Lasciate quella roba dove si trova.”
“Ma io....”
“Lasciatela.”
“Ma io non son mica per il Papa; io son per lor signori.”
“Ma per esser per noi, non c’è mica bisogno di rinnegare il Papa!”
“Ma questa roba....”
“Ma questa roba vi potrà ancora servire, e tra poco, speriamo, perchè le cose s’aggiusteranno.”
“Lei dice bene.”
“E voi facevate male.”
Del resto, i preti mostrarono di non aver le paure che s’adoperavano a mettere negli altri. Mentre nelle vie dei villaggi la buona gente tremava per la loro vita, essi, dalla finestra, assistevano tranquillamente al passaggio dei reggimenti, e molti non abborrivano dall’onorare d’un cortese saluto gli ufficiali a cavallo.
Un solo frate mostrò d’aver paura dei soldati, e fu vicino a Civita. Veniva innanzi con un somarello verso un battaglione di bersaglieri, pallido e tremante, e giunto a pochi passi dai primi soldati, si fermò e giunse le mani in atto di chieder grazia. — _Fa nen ’l farseur_ — gli disse un caporale. Gli altri gli domandarono notizie del Santo Padre. Qualcuno gli offrì del pane. Rassicuratosi, pareva matto dalla contentezza.
E non mancarono i preti che accolsero festevolmente i soldati. A Baccano un prete e un frate stettero a veder sfilare sei battaglioni di bersaglieri sulla porta del convento, sereni e ridenti ch’era un piacere a vederli. Tutti i soldati, passando, dicevano qualche cosa all’uno, all’altro.
“Si va a Roma, reverendo.”
“Dio v’accompagni!”
“Senti! È dei nostri!”
Il prete si mise una mano sul cuore.
— Viva! viva! si gridò dalle file. E il frate e il prete ringraziarono.
Non ho sentito mai, nè altri può affermare d’aver mai sentito, un soldato dire una parola sconveniente ad un prete. Scherzi, sì; ma urbanissimi, e condonabili sempre alla gaiezza del soldato. Se l’_Unità Cattolica_ osservasse che è inurbanità il dirigere la parola a chi non si conosce, le si potrebbe rispondere che nessuno obbligava i preti a mettersi alle finestre o a piantarsi sull’uscio della casa parrocchiale quando i reggimenti passavano. Se vi stavano, vuol dire che ci si divertivano; non so se ci sarebbero stati quando fossero passati gli zuavi.
Nei primi due giorni non si videro in Roma nè preti nè frati, o almeno pochissimi. Ma non si può dire che stessero nascosti per timore: qual ragione di temere i nostri soldati a Roma più che nella provincia? Stavan chiusi, si capisce, per non aver a prendere parte, neanco come spettatori, alle dimostrazioni del popolo. Tuttavia, ripeto, alcuni se ne videro anche il primo giorno, e passavano in mezzo alle bandiere e alle grida, sicurissimamente, come in casa propria, senza esser nemmeno guardati. E sì che le vie di Roma, stando a quello che scrisse don Margotti, eran piene di _facinorosi_, di _tigri assetate di sangue_ e di _donne di mala vita_, tutta gente, come diceva l’oste milanese della _Luna piena_, latina di bocca e latina di mano.
La mattina dopo il 20, venendo dal Campo Vaccino sul Campidoglio, la prima cosa che vedo, in cima a una delle grandi scale che danno sulla piazza, è un gruppo di bersaglieri e di frati che se la discorrono fraternamente, seduti sugli scalini. I bersaglieri mangiavano; due o tre frati rivolgevano tra le mani una gamella, guardandola di sopra e di sotto; altri tenevano in mano un pane di munizione; altri osservavano con molta curiosità i cappelli piumati appesi al muro. Ci fosse stato un fotografo! Parevano amici vecchi. A un bersagliere che scendeva domandai: che cosa dicono i frati? — _So’ chiù etaliani de noautri_, — mi rispose ridendo.
La sera, per le strade, se ne videro molti. Ce n’era di tutti i colori: bianchi, neri, bigi, cacao. Alcuni erano accompagnati da soldati. La gente guardava e rideva. Era infatti una mescolanza così nuova e strana, che pareva di sognare. E il modo con cui andavano assieme! Come fosse la cosa più naturale del mondo, come fossero stati insieme sempre: discorrevano di politica.
Passando in certe strade remote, i soldati vedevano qua e là sparire delle tonache e chiudersi degli usci. Da certe finestre spuntavano visi di reverendi rannuvolati, guardavano intorno come per consultare il tempo, e sentite grida o musiche lontane, richiudevano le imposte. Altri uscivano in fretta da una porticina, si arrestavano a un tratto, come le lucertole, a spiare in giro, e poi via rasente il muro a lunghi passi. Per certe strade quiete e deserte pareva di sentire dei fruscii misteriosi, come di notte per gli anditi delle chiese e delle sagrestie.
Qualche prete, attraversando in fretta via del Corso e travedendo qualche nuova uniforme, si fermava in un canto, fuori della folla, per vedere che bestia fosse. Ne vidi due che sbirciavano da lontano due carabinieri in tenuta di parata. Lo guardarono dalla testa ai piedi, dai piedi alla testa, e poi si consultarono l’un l’altro tacitamente, stringendo le labbra coll’aria di dire: — Che roba è?
Curiosità n’avevano, certo; ma non guardavano mai diritto. Passando accanto ai soldati, lanciavano occhiate di traverso, rasente il cappello, al di sopra della spalla, tra le dita della mano, o facevano scorrere due dita intorno al collo come per allungarsi il collare, tanto per aver agio di voltare la faccia senza parer di guardare.
Lasciamo gli scherzi; debbono aver detto in cuor loro: — Qual differenza dai nostri zuavi!
Chi avesse visto in viso quei due cardinali, di cui non ricordo il nome, che passarono in carrozza dinanzi ai bersaglieri, presso Castel Sant’Angelo, poco dopo ch’era stato ordinato alle truppe di render loro gli onori come ai principi del sangue; chi avesse visto il sorriso che fecero quando si videro presentare le armi, lo sguardo benigno e gentile che girarono sui soldati, e l’atto di ringraziamento con cui accompagnarono lo sguardo, e la serena e lieta dignità con cui si ricomposero dopo quell’atto; chi li avesse visti avrebbe giurato che un sorriso, uno sguardo e un atto così, quei due cardinali non lo avevano mai fatto ai loro bene amati campioni.
E cardinali, e preti, e frati, se v’era fra loro chi credesse a quello che le femminucce di Civita e di Nepi credevano, e quanti Romani cattolici trepidavano per le chiese e pei sacerdoti, debbono essersi tutti solennemente e irrevocabilmente ricreduti. Sentivano dire che i soldati italiani erano barbari, e non li hanno visti torcere un capello a un reverendo; ch’erano empi, e li hanno veduti affollarsi nelle chiese a baciare i piedi dei santi; ch’erano vandali, e li hanno visti pagare ogni cosa a soldi sonanti, e regalare le pagnotte ai frati; ch’erano licenziosi e insolenti, e hanno sentito dire dai popolani: — Che rarità di soldati son questi che non dicon nulla alle donne! — Volere o non volere, un grande edifizio di menzogne è caduto, e perdio, si potrà raccoglierne i ruderi, ma non si rifabbrica più.
Quante conversioni politiche hanno fatto i nostri soldati!
Quanto poi ai preti e ai frati, io avrei voluto leggere nel loro cuore la sera del 20 settembre. Se è vero che la meravigliosa dimostrazione di Roma, tanto superiore a ogni previsione e a ogni speranza, abbia più che commosso, sopraffatto e sbalordito nella corte pontificia i più fieri e ostinati nemici d’Italia, che non avrà potuto di più sul cuore dei molti in cui la convinzione era fiacca e la nimicizia determinata solamente dall’interesse? Quelle poche _fibre italiane_, che il conte di Cavour non voleva credere morte neanche nel cuore del Papa, debbono essersi scosse nel loro cuore la sera del 20 settembre. Le grida e i canti del popolo debbono essere risonati nelle celle silenziose dei monasteri, come un avvertimento, come un consiglio, come un rimprovero. Molti debbono aver invidiato dal più profondo dell’anima quella gioia; debbono aver rimpianto di essersi ridotti in condizione da non poterla godere; alcuni, forse, tendendo l’orecchio alle musiche lontane, debbono aver provato un sentimento di tenerezza mesta ed amara, debbono essersi ricordati di avere una patria, debbono aver sentito che l’amavano; debbono aver profferito in segreto il suo nome, debbono averla invocata, debbono aver domandato con sincere lacrime a Dio che ispirasse nel cuore del Pontefice il bisogno di riconciliarsi con lei, di riconoscerla, di benedirla, di troncare con una parola generosa la guerra insensata che in mezzo a tanta gioia e a tanto affetto li condannava alla solitudine e all’abbandono come rinnegati o stranieri.
LE TERME DI CARACALLA.
“Andiamo alle terme di Caracalla.”
“Andiamo; si può passare vicino al Circo Massimo.”
“E attraversare il Campo Scellerato.”
“E veder l’arco di Giano.”
“E la Cloaca Massima.”
Niente di meno! Ponete d’essere due amici a far questo dialogo, e ditemi se non c’è da sentirsi gonfiare, e mettersi a parlar latino, anche a rischio di far fremere di sdegno grammaticale il sacro suolo e le venerande rovine.
Per andare alle terme di Caracalla si passò accanto a tutti quei monumenti; ma in fretta, e senza molto badarvi, che tanto c’era stato detto e ridetto delle terme, da toglierci pel momento ogni altra curiosità e ogni altro pensiero.
— Vi faranno più impressione del Colosseo, — ci aveano detto molti. Noi non lo credevamo possibile, e perchè il Colosseo ce n’aveva fatta moltissima, e perchè l’idea prosaica che in fin dei conti le terme erano uno _stabilimento di bagni_, come si diceva scherzando, ci teneva in freno l’immaginazione.
Per istrada, si celiava confrontando la prima austerità dei costumi romani, quand’era proibito al genero di fare il bagno in presenza del suocero, colla licenza degli ultimi tempi, allorchè si vedevano sporgere dall’acqua alla rinfusa teste di patrizi e di matrone, e i consoli spruzzare i senatori, e l’imperatore tuffarsi nella _natatoria_ in mezzo ai popolani, e le schiave aspettar le padrone nelle celle per ricomporre sui capi stillanti i _crines suppositi_, e ungere le membra d’unguento.
— Le terme, signori, — dice a un tratto il cocchiere.
Una gran muraglia nera e una gran porta, è tutto quello che mi ricordo della parte esterna. Il primo momento in cui ci si trova davanti a qualche cosa di straordinario e di grande non resta mai distinto nella memoria. La porta s’apre, entriamo in una specie di vestibolo, e udiamo una voce che dice: — Qui v’erano le celle pei signori romani che non volevano bagnarsi in pubblico. — Non si guarda, si va innanzi altri pochi passi, ci siamo.
Guardiamo un pezzo in silenzio.
Siamo in mezzo a un campo cinto da quattro muri altissimi. Nel muro dirimpetto a noi v’è una gran porta per cui si vede un altro campo. In fondo a questo una seconda porta, in dirittura della prima, per cui si vede un altro campo ancora, e via via, fino a un muro lontanissimo che sembra chiudere l’edifizio. Alla nostra sinistra una porta come le prime, e altri campi, e altri muri, e altre porte; e tutto deserto e silenzioso come una città abbandonata. Guardiamo in terra: v’è ancora in un angolo un pezzo di pavimento di mosaico uguale e intatto come fatto ieri. In alcuni punti il terreno si alza, in altri si abbassa. Vicino al muro v’è un tronco di statua. Accanto alla porta alcune nicchie vuote.
— Qui c’era un grandioso porticato, — dice uno. Non ve n’è più traccia, andiamo innanzi. È una solitudine che fa quasi paura. Eccoci nel secondo campo. Muri, porte e mucchi di terra come nel primo, e deserto e silenzio. Oh! eccoci nel centro dell’edifizio. Di qui si capisce qualcosa. Vediamo.
Guardo intorno: che triste e grande spettacolo! Mura altissime, nere, scalcinate, solcate da larghe e profonde screpolature, che serpeggiano dalla sommità al suolo, lasciando in qualche punto travedere l’esterna campagna. Alte e leggere vôlte, somiglianti a cupole di chiese, rotte a mezzo della loro immensa curva, e terminanti in punte, in lingue, in tronchi d’arco prolungati e sottili, che minacciano rovina. Qua e là enormi pilastri monchi, spezzati a mezzo come da un urto violento, o man mano digradanti in grossezza dal basso all’alto, fino a disegnarsi nel cielo smilzi e snelli come obelischi. Porte e finestre sformate, squarciate agli spigoli come dall’uscita forzata di un corpo più grande, e dentellate in giro, e dentro buie come bocche di mostri. Scale coi gradini divelti, spaccati, corrosi, in mille modi scemati e guasti, come da una mano rabbiosa. E via pei muri fori d’ogni forma, e incavature larghe e profonde, di cui non si scerne la fine, e vestigia interrotte della commessura dei piani, e traccie di porte, di nicchie, di pareti, di canali, di vasche. E in terra, in mezzo a codeste rovine gigantesche, larghi pezzi di pavimento, simili a macigni franati, sostenuti da pali, coperti ancora dell’antico mosaico; massi di marmo bianco, rottami di colonne di porfido, pietre di sedili, frammenti di statue, ornati di capitelli, lastre e sassi; ogni cosa alla rinfusa, sossopra, come crollato pur ora. E fra masso e masso, fra rudero e rudero, l’erbe e i fiori silvestri, con cui la terra, ultima trionfatrice, apertosi il varco a traverso pavimenti marmorei, risaluta il cielo e la luce, a lei per tanti secoli e da sì formidabile strato contesi.
Si guarda e si pensa. È tristo, è penoso lo sforzo che si fa per ricostrurre nella mente nostra l’intero edifizio. Quegli avanzi non bastano; sono troppo rotti e sformati. Si segue coll’occhio la curva d’un arco, e si dimentica il contorno della colonna; si va oltre nella direzione d’un andito, e il profilo d’un pilastro ci sfugge; ci sfuggono, a misura che si disegnano, le linee, e colle linee le proporzioni, e colle proporzioni l’effetto, che sarebbe immenso, dell’assieme. Quegli avanzi son come le note interrotte d’una musica lontana, che s’indovina e non si gusta. — Se ci fosse qualcosa di più, — si pensa; — se per esempio quella parete fosse finita, se qui non ci fosse questo vuoto, se là rimanesse ancora quell’atrio, quante cose se ne potrebbe argomentare e capire! che peccato! — E più e più volte si ricomincia, con mesto desiderio, questa ricostruzione mentale. Si vedono di sbieco, per una porta, i primi gradini di una scala; chi sa dove mena? Si corre con grande curiosità, si guarda; che stizza! la scala è troncata a metà. Si vede l’imboccatura d’un andito: diavolo, dove riesce? Si corre a vedere: oh delusione! riesce nei campi. Si stanca l’occhio sulle volte e sulle pareti che dovevano essere dipinte, caso mai ci restasse un po’ di colore, qualche linea, una traccia qualsiasi: nulla. Nulla delle vaste gallerie dove si facevano i giuochi, nulla dei portici stupendi che cingevano l’edifizio centrale, nulla delle enormi colonne che sostenevano il piano di mezzo. Ebbene, ci si attacca a quel poco che resta, si combina, si congettura, si fantastica. Le sale dal centro si può supporre che cosa fossero. Qui si capisce che si nuotava, là si dovevano vestire, sopra ci dovevano essere le biblioteche, di qui doveva scendere l’acqua. Si seguono attentamente le ondulazioni del terreno, si tien l’occhio fisso nelle nicchie vuote, come se ci fossero ancora le statue, si entra nelle celle dove l’immaginazione è più raccolta, e si guarda a lungo in terra e sulle pareti, che cosa? nulla, ma si guarda, nè ci si può allontanare prima d’aver molto guardato.
E il pensiero s’immerge nel passato.
Animo, rifacciamo queste mura, e su di esse i grandi dipinti fantastici, e lungo le pareti i duemila sedili marmorei, e nelle nicchie i capolavori dello scalpello antico, l’Ercole, la Flora colossale, la Venere Callipigia; e lungo i portici e in giro per le sale le colonne di porfido; e lassù, in alto, le celle dorate e inghirlandate; e laggiù, in fondo, i giardini ombrosi e le fontane dai cento zampilli. E duemila Romani in preda all’ebbrezza dei piaceri. L’aria è profumata. Cadono nelle celle le bianche stole delle matrone, e le schiave affannate sciolgono i calzari purpurei e le treccie brillanti di perle. Dall’acque, infuse di balsami, emergono i volti accesi di voluttà. Sull’orlo delle vasche si affollano i servi colle striglie argentee e i vasi degli unguenti. Al rumore delle acque cascanti si mescono le musiche e i canti dei cenacoli; le grida del popolo plaudente ai giuocatori risonano dalle gallerie; e s’odon le voci dei poeti che declamano i versi, e via per gli anditi e per le scale e pei recessi dell’edifizio enorme echeggiano accenti allegri, e trasvolano veli candidi, e passano, salgono, scendono, s’incontrano senatori canuti e dame chiomate, e giovinetti, e ancelle, e schiavi; e si mescono in un vocìo confuso tutte le lingue ed in un diffuso splendore tutte le ricchezze del mondo.
Ed ora muri diroccati, mucchi di sassi, un po’ d’erba selvatica, e silenzio.
Poter rivivere un istante quella vita, o vederla vivere un istante, trasvolando, con un’occhiata, a traverso un velo!
Ora tutto è mutato. Invece delle vaste sale cinte di colonne, quei gabbiotti soffocanti degli stabilimenti di bagni, coll’avviso: — È proibito di fumare. — Invece delle grandi piscine, la tinozza dove si sta rattrappiti e immobili, come i feti nei vasi; e invece delle musiche dei cenacoli, il campanello per la biancheria.
Eravamo nell’ultima sala, o campo (chè non v’è più tetto) quando il silenzio profondo che regnava intorno fu rotto improvvisamente da una voce: — _Veni cà._
Guardammo in su: era un soldato di fanteria che dal sommo d’un muro altissimo chiamava i suoi compagni rimasti giù, e accennava alla bella veduta che gli si offriva all’intorno.
Alcuni soldati vicini a noi raccoglievano le pietruzze dei mosaici. Altri esperimentavano l’eco gridando dei comandi militari. Più in là v’era una signora con un ufficiale.