Ricordi d'un viaggio in Sicilia

Part 2

Chapter 23,688 wordsPublic domain

Viva nel cuore del popolo sopra tutto. Per il popolo palermitano Garibaldi è ancora il mito divino e caro di quei primi anni, il discendente di Santa Rosolia, al quale la Santa stessa aveva dato quello scudiscio miracoloso, ch’egli teneva sempre in mano, e con cui rimoveva da sè le palle dei fucili e dei cannoni borbonici. Buon popolo veramente, che può avere molti difetti, ma che possiede in grado eminente la virtù gentile della gratitudine. Non perdona facilmente le ingiurie, perchè ha un fiero sentimento di sè, e facilmente le vendica col sangue, perchè è pronto all’ira, e l’ira fulminea lo accieca; ma non dimentica i benefizi, e chi gli mostra stima ed affetto ricambia d’affetto vivo e durevole. Ne danno esempio i soldati palermitani (e tutti i Siciliani, in genere), dei quali fanno quello che vogliono gli ufficiali che li trattano con affabilità e con rispetto. Strano è che gli si attribuiscono universalmente dei difetti che sono per l’appunto l’opposto di certe sue qualità caratteristiche; cioè, di essere troppo verbosamente e chiassosamente espansivo, mentre è piuttosto chiuso e taciturno; di essere poco tenero della famiglia, mentre alle creature del suo sangue è affezionatissimo; di essere tenace e implacabile negli odii, mentre è caso raro che compia una vendetta a sangue freddo, e anche più raro che la compia a tradimento. Certo, è geloso, ma perchè ama con ardore veemente; è astuto, ma perchè fu oppresso per secoli da un nemico — il feudalismo — contro il quale l’astuzia era un’arma necessaria alla difesa della vita e della coscienza; è superstizioso, ma perchè è dotato d’un’immaginazione fervidissima, e perchè per secoli fu tenuto in un’ignoranza barbarica, e quasi segregato dalla civiltà. E in compenso dei difetti ha tutte le qualità, come disse uno scrittore francese, pertinenti alle razze nobili; le qualità che non si possono sostituire: il cuore, l’entusiasmo, l’intelligenza viva e pronta, lo spirito generoso e poetico. Di qual sentimento della poesia sia dotata questa razza lo dimostrano i suoi canti e le sue tradizioni popolari, ha detto il Renan. E di che profondo e delicato amor proprio (capace, se ben governato, di dar ottimi frutti) essa sia compresa, si può argomentare dal grande caso che fanno i Siciliani, e i Palermitani in ispecie, dei giudizi degli stranieri, o anche più di quelli dei loro fratelli continentali; dal rammarico che manifestano per i giudizi sfavorevoli, dalla grande soddisfazione che lasciano trasparire per i giudizi che li onorano. Questa preoccupazione d’esser mal giudicati dai loro connazionali io trovai in loro comunissima, e mi commosse, e mi rattristò anche un poco, come un segno di diffidenza dei nostri sentimenti fraterni. Ma non si può negare che sia una preoccupazione giustificata da molte ingiustizie. Quanto è consolante il non aver alcuna di queste ingiustizie da rimproverare a noi stessi quando il nostro cuore palpita sotto la carezza amorevole dell’ospitalità siciliana, quando ci sentiamo premere intorno, per le vie di quelle grandi e belle città, quella gran folla piena di vita e di forza e di ricordi gloriosi, nella quale è riposta tanta parte delle speranze della patria, alla quale ci legano tante sacre memorie dei primi anni benedetti della nostra nuova vita!

L’immagine delle grandi strade affollate di Palermo m’accompagnò per tutto il viaggio che feci da Palermo a Catania, attraversando l’interno dell’isola, e mi fece parer più solitaria e più triste quella vasta regione, che m’era tutta sconosciuta. Quale differenza fra l’interno e le coste! Le stazioni ferroviarie son quasi tutte sperdute in una gran solitudine, come piccole fortezze sparse in un deserto, a distanza di parecchie miglia dalle città e dai villaggi, che non si vedono, o appariscono lontano, sulla cima di alture rocciose, quasi separati dal mondo. Per vastissime distese di terreno, fin dove arriva lo sguardo, non si vede una casa, non un albero, non una siepe; soltanto qua e là, a grandi intervalli, qualche contadino che ara la terra; e quei pochi lavoratori paiono i superstiti d’una popolazione agricola scomparsa. Valli dopo valli, monti dietro monti, e sempre quello stesso spettacolo d’un bel paese che gli uomini abbiano abbandonato per effetto d’una maledizione misteriosa. E avrebbe la sua bellezza e il suo incanto anche quello spettacolo se parlasse agli occhi soltanto; ma esso dice all’animo nostro una cosa troppo triste perchè la nostra immaginazione vi si possa compiacere con quel vago senso di riposo e d’abbandono che suol provare nelle grandi solitudini. E quella cosa è espressa in una parola antica e pur troppo sempre viva, che riassume mille mali nell’enunciato d’un problema formidabile: _il latifondo_, la gran piaga incancrenita dell’isola. Il latifondo, che vuol dire la campagna senza case coloniche e senz’alberi, e i contadini costretti a vivere nei grandi centri, dove son sottoposti a gravami da cui dovrebbero essere esenti, e donde debbono fare ogni giorno un lungo cammino per recarsi al lavoro; il latifondo che favorisce il furto campestre, l’abigeato, il malandrinaggio, il brigantaggio, e crea una catena di parassiti sfruttatori fra il grande proprietario assente e il lavoratore abbandonato a sè stesso; il latifondo, funesta espressione economica, che, come disse un illustre statista siciliano, filtrandosi, spiritualizzandosi per lungo abito di servaggio nelle menti, nel costume, nella vita intima, separò le classi, le fortune, gli animi, e mettendo in opposizione gl’interessi dei signori con quelli del popolo, e mantenendo questo nell’ignoranza, riduce la maggioranza lavoratrice in condizioni di minoranza legale di fronte ai suoi oppressori, prevalenti nelle Provincie, nei municipi, in tutte le rappresentanze pubbliche, e quindi padroni d’ogni cosa, tiranneggianti a loro beneplacito e perpetuatori della miseria. _Voilà l’ennemi!_ come disse Gambetta. E i quarantasei anni trascorsi dopo l’unificazione d’Italia non l’hanno punto smosso dalle sue fondamenta secolari. La vendita dei beni ecclesiastici, che pareva gli dovesse dare un crollo, non fece per contro che favorirlo, poichè di quei beni s’impinguarono la borghesia e l’aristocrazia, creando un nuovo feudalismo terriero in aggiunta all’antico, abolito soltanto di nome nel 1812. Il tentativo di riforma fatto dal Crispi si spezzò contro un’opposizione minacciosa dei grandi interessati, veri sovrani dell’isola. Nessun’altro uomo di Stato ebbe poi il coraggio di ritentare la prova. Prima cura d’ogni Governo è di reggersi in piedi, e per reggersi hanno tutti bisogno d’essere sorretti dai potenti. E le cose non muteranno fin che non siano diventati potenti i deboli, fin che il numero non sia anche la forza. Ma quando sarà mai, se la forza non è possibile senza la concordia, e la concordia è tanto difficile nell’ignoranza, e riesce tanto facile ai padroni seminar la divisione fra i servi?

Ma ecco uno spettacolo che rompe come per magìa il corso dei pensieri malinconici. Lontano, nel cielo sereno, un’enorme piramide azzurra s’inalza, solitaria, stendendo così largamente i suoi fianchi da parere che ricopra una provincia intera; una montagna che dà l’immagine d’un mondo; un prodigio di bellezza e di maestà, che vi fa aprire la bocca come per lanciare un grido d’ammirazione. Una nuvola bianca la corona; un manto candido veste la sua sommità e si rompe più sotto in una quantità di striscie simmetriche scintillanti che somigliano alle frangie di un immenso velo di trina ingemmato; in giro alle sue falde si stendono vaste macchie bianche, che paiono strati di neve, e grandi macchie oscure, che sembrano ombre dense proiettate da nuvole invisibili. E via via che il treno le si avvicina, la montagna par che si dilati e imbellisca: le macchie bianche sono città e villaggi, le macchie oscure sono boschi, aranceti e vigneti; da ogni parte sorgono ville, fioriscono giardini, s’aprono strade, corrono acque, sorride la fecondità, splende la vita. Che maravigliosa sorpresa e che gioia dopo quel lungo viaggio a traverso ai latifondi disabitati e alla triste regione zolfifera! — Ecco l’Etna! — mi dice un Catanese, mio compagno di viaggio —; ecco la nostra gran madre benefica e sovrana tremenda!

CATANIA

La città di Sant’Agata e di Vincenzo Bellini, si potrebbe chiamare, poichè l’autor della _Norma_ vi è poco men popolare che la Santa gloriosa e soave, patrona sua. Ha il nome di Bellini uno dei più deliziosi giardini pubblici d’Italia, da cui si vedono l’Etna e il mare; a Bellini è dedicato il Teatro massimo, che è uno dei più belli d’Europa; nella piazza maggiore sorge il suo monumento, opera magnifica del Monteverde; in una delle principali vie è segnata d’una lapide la casa dov’egli nacque; nel Museo dei Benedettini è conservata la bara nella quale fu trasportata la sua salma, nel 1876, da Parigi a Catania; nella cattedrale, in mezzo alle tombe dei Re e delle Regine, c’è la sua tomba: l’unica a cui sia superflua l’iscrizione. Quanto è gentile questo culto amoroso della grande città siciliana per il dolce maestro, morto nello splendore della gloria, all’età in cui per altri grandi non è ancora incominciata la fama, e rimasto sepolto per quasi quarant’anni in terra straniera! E come se ne rallegrano in cuore quanti italiani e stranieri visitano la bella capitale orientale della Sicilia! Perchè è ancor vivo nell’anima di tutti quegli che diede all’amore e alla mestizia il linguaggio della più dolce melodia che abbia mai intenerito il cuore umano; e possono mutar scuole e gusti, possono passar torrenti di nuove musiche e aurore e soli di nuove glorie, ma la parola divina che egli ha parlato al mondo rimarrà eterna, ed eterno il suo caro nome: caro nome che, mezzo secolo dopo la sua morte, noi non possiamo pronunciare ancora senza un sospiro di rimpianto, come se a noi stessi fosse stata rapita innanzi tempo la consolazione celeste della sua voce.

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Catania, con le sue strade diritte lunghissime, arieggia Torino, ma ha aspetto più vario e più gaio per il color più chiaro degli edifizi e per il dislivello del suo suolo, composto in buona parte di vecchie lave vulcaniche; il quale ascende verso l’Etna, sovrastante alla città e visibile da ogni punto. Chi la vede per la prima volta in una giornata serena non si può capacitare che in una città così splendidamente lieta possano infuriare tante tempestose passioni di parte, combattersi tante accanite battaglie politiche. Essa ha l’incanto della gioventù, a cui brilla in viso la coscienza della forza e la fede nell’avvenire. È infatti la città più florida della Sicilia. E non è di fresca data la sua prosperità crescente. Dopo il memorando terremoto del 1693, che la distrusse tutta quanta, Catania rifatta venne prosperando continuamente, e dal 1860 in poi è quasi raddoppiata la sua importanza. Per giungere a questo essa non ebbe che ad aiutare la sorte e la natura che l’hanno privilegiata d’ogni favore. Situata quasi nel punto di mezzo della costa orientale dell’isola, al lembo della più vasta e più fertile delle pianure siciliane, alle falde del gran Vulcano fecondatore, intorno a cui fioriscono le più svariate colture, essa accoglie in sè e manda fuori del suo porto profondo in grande abbondanza ogni specie di prodotti agricoli e minerali, e alimenta fra le sue mura, oltre alle generali industrie cittadine, una quantità d’industrie speciali, che danno una straordinaria attività al suo commercio e attirano Greci, Inglesi, Tedeschi ad accrescerle senza posa con nuovi sfruttamenti e nuove imprese. Ma non è città industriale e commerciale soltanto: è ricca d’Istituti di beneficenza, possiede biblioteche cospicue, è sede d’una delle maggiori Università d’Italia, in cui sono laboratori rinomati di chimica e di fisica, d’anatomia e di zoologia, e rinomatissimi di geologia e di mineralogia; ed è fra i primi d’Europa, visitato da scienziati d’ogni paese, il suo Osservatorio Astronomico, in specie per riguardo alla fotografia stellare, a cui è propizia la maravigliosa limpidità atmosferica, e agli studi geodinamici, ai quali appartiene una collezione di fotogrammi sismici, forse la più preziosa del mondo.

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La popolazione di Catania è quasi tutta di tipo greco, dicono. Non sono in grado di giudicarne. Sarà forse una mia illusione: mi parve di vedere donne belle e bei fanciulli più che in altre città di Sicilia. Anche vidi generalmente negli abitanti non so che di più vivace e di più aperto, come di gente più contenta della vita. Dell’ardore e dell’impeto delle loro passioni può dare un’idea verosimile, benchè esagerata, il loro valente concittadino Giovanni Grasso, attore dialettale. Il quale (aggiungo di passata) ha in Catania un fratello non ancor ventenne, esordiente nell’arte medesima, ma anche più vulcanico di lui, e violento a tal segno che quando in una scena tragica si caccia le mani nei capelli gli si vede colare il sangue giù per le tempia. Anche hanno fama i Catanesi d’essere appassionatissimi delle feste e d’ogni specie di divertimenti; cosa che male si concilia con la loro quasi assoluta trascuranza del Carnevale. Vero è che di questo, a Catania, secondo l’illustre novelliere Giovanni Verga, tengono luogo le feste di Sant’Agata, che sono un immenso veglione, di cui la città intera è teatro. Che rammarico non averle vedute! Esse hanno conservato l’antico splendore e suscitano ancora l’entusiasmo antico. La bara della martire amata è portata in giro lungo le antiche mura chiusa in un tempietto sfolgorante; tutto il clero le fa corteo; le tien dietro una processione interminabile di pesanti macchine argentate e dorate e di giganteschi candelabri ornati di fiori e di bandiere, reggenti ceri colossali; accompagnano la processione tutte le confraternite e congregazioni pie, e corporazioni operaie e bande musicali innumerevoli venute da tutti i paesi dell’Etna; e al suono delle Laudi alla Santa cantate da miriadi di bocche mesce la sua voce enorme il Campanone del Duomo; quel venerando campanone, vecchio di sei secoli, e cinque volte fuso e rifuso fra il Trecento e il Seicento, che già salutò le nascite e annunziò le morti dei re di Castiglia e d’Aragona e pianse dopo quel tempo tutte le sventure e cantò tutte le gioie di Catania.

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Non solo l’ammirazione, ma anche la gratitudine mi condusse a visitare il poeta di _Lucifero_, di _Giobbe_, de l’_Atlantide_, il traduttore di _Lucrezio_, di _Catullo_, e d’_Orazio_: Mario Rapisardi, gloria vivente d’Italia, che io non avevo mai conosciuto di persona. È una dolce commozione, anche nella età giovanile, il veder per la prima volta un fratello di arte, che già si ammirava e s’amava da lontano; ma la commozione è molto più viva e profonda quando questa prima visita è fatta nell’età in cui l’uno e l’altro, già avanzati negli anni, sono tra i pochi superstiti della propria generazione letteraria e s’incontrano come due vecchi soldati coperti di cicatrici, dopo una lunga guerra combattuta sotto la stessa bandiera. Sapevo che il Rapisardi era da lungo tempo ammalato, me lo raffiguravo affranto di corpo e di spirito: fu per me un disinganno lietissimo trovarlo in molto migliori condizioni di quelle che avevo immaginato. Benchè malato, egli non dimostra i suoi sessantatre anni: è ancora diritto nella sua alta statura, ha i lunghi capelli ancor nereggianti, e negli occhi un’espressione d’energia vivacissima, tutta la fierezza dell’antico poeta ribelle, fulminatore d’ogni superstizione e d’ogni tirannia, tribuno ardente degli oppressi e dei miseri, apostolo battagliero di libertà e di giustizia. È una figura elegante e fiera di poeta romantico del passato secolo o di rivoluzionario mazziniano dei tempi della _Giovine Italia_. Quanto diverso nella conversazione e nelle maniere dalla immagine che se ne fanno i suoi avversari, e anche la più parte dei suoi ammiratori! Il “bieco arcangelo fulminato„ ha la parola affettuosa e il sorriso gentile; il poeta dal giro di frase ampio e sonante, accusato di magniloquenza rettorica, non ha ombra d’affettazione nè di linguaggio nè di modi; il letterato iroso e superbo parla dei suoi più acerbi nemici con equità serena e ricorda le furiose battaglie critiche, da cui uscì sanguinante, come cose d’un tempo remotissimo, delle quali non gli resti più traccia nell’animo, ma soltanto nella memoria.

E anche sorridendo parla della scomparsa misteriosa del busto in bronzo che gli era stato eretto nel giardino Bellini, e che non si potè più ritrovare: impresa compiuta senza dubbio da volgari malfattori per istigazione o mandato di nemici politici, a cui la glorificazione del poeta di _Lucifero_ pareva un’ingiuria a Dio. Cessa di sorridere, però, e s’oscura in viso e fa vibrare lo sdegno nella parola profetando che la viltà della borghesia liberale, clericaleggiante per terrore dello spettro rosso, finirà col dar l’Italia nelle mani del partito cattolico, il quale vi rifarà la rivoluzione a rovescio.

Nessuno direbbe che egli è infermo vedendo come balena nei suoi occhi in quei momenti e vedendo come freme nella sua voce l’anima del cittadino e del poeta. Eppure un’infermità nervosa, d’indole non ben definibile resistente a ogni cura lo tiene da anni prigioniero in casa, e gli rende impossibile ogni lavoro intellettuale prolungato; ciò che è la maggiore delle sue afflizioni, anzi l’unica, poichè alla vita solitaria è da lungo tempo abituato; anzi fu per tutta la vita un solitario. — Un sepolto vivo — egli chiama se stesso. Ma tale non è chi ha ancora intera come nei più begli anni la potenza del pensiero, benchè non più resistente a lunghi lavori, nè chi si vede e si sente circondato dalla riverenza amorosa d’una grande cittadinanza, che considera come gloria propria la gloria sua. Questo pensiero mi confortò nel momento dell’addio; ma l’addio fu triste. Pensavo che forse dalla Sicilia egli non si sarebbe mosso più mai e che in Sicilia io non sarei forse mai più ritornato. Lessi nei suoi grandi occhi il pensiero stesso. Le sue ultime parole lo espressero. — Ci rivedremo ancora? — La mia risposta fu l’espressione d’una speranza che non avevo nel cuore. Ci baciammo come si baciano due amici che partono in direzioni opposte per un viaggio senza ritorno. E uscii dalla casa del maestro con l’anima piena di tristezza.

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O mio benevolo lettore, che andrai un giorno a Catania, ricordati di fare il giro della ferrovia Circumetnea, e dirai che è il viaggio circolare più incantevole che si possa fare in sette ore sulla faccia della terra. Questa ferrovia che, girando intorno al grande Vulcano con un tragitto di più di cento chilometri, allaccia fra di loro tutti i più popolosi Comuni delle sue falde, parve da principio un’impresa utopistica, fu attraversata da mille difficoltà, e non condotta a termine che nel 1895. Ora non si riesce quasi più a capire come non si sia fatta vent’anni prima, tanti sono i vantaggi che ne ricavano i trent’otto paesi grandi e piccoli fra cui è distribuita la popolazione dell’Etna; la quale ha una densità superiore a quella delle parti più popolate della Germania. È una ferrovia che attraversa un paradiso terrestre, interrotto qua e là da zone dell’inferno, e che da Catania donde parte fino alla costa dove si congiunge una strada ferrata del littorale, e da questo punto fino a Catania, è tutta una successione di vedute meravigliose dell’Etna e del mare, di giardini e di lave, di piccoli vulcani spenti e di valli lussureggianti di verzura, di graziosi villaggi e di lembi di foreste di quelle antiche foreste di quercie, di faggi e di pini, che fornivano il materiale di costruzione alle flotte di Siracusa, e che le eruzioni dall’alto e la cultura dal basso hanno in grandissima parte devastate. La strada sale fino ad altitudini di oltre mille metri, discende, risale, passa attraverso a vigneti, a oliveti, a vaste piantagioni di mandorli, a boschi di castagni; corre per ampi spazi coperti dei detriti delle eruzioni, fra muraglie di lava alte come case, fra mucchi di materiale vulcanico rabescato, striato, foggiato in mille strane forme di serpenti e di corpi umani mostruosi, dove non appare un filo d’erba; fiancheggia altri spazi dove la natura ricomincia a riprendere i suoi diritti sulle ceneri e sulle scorie, già disgregate e decomposte dalla vegetazione nascente; passa sopra eminenze fiorite da cui si vedono sotto in conche verdi deliziose biancheggiar ville, chiesette, stradicciuole serpeggianti fra macchie brune d’aranci, di mandarini, di cedri, lungo corsi d’acqua argentati che paiono striscie di neve scintillanti al sole. E durante tutto il tragitto è sempre visibile l’Etna, ma in cento aspetti diversi, cangianti secondo la generatrice del cono che essa ci presenta allo sguardo. La regolarità della sua forma conica, quale si vede da Catania, non è che apparente. A chi le gira intorno essa mostra successivamente enormi pareti dirupate, scalinate immense, piramidi dietro piramidi, che riescono inaspettate come trasformazioni istantanee; appare in qualche punto decapitata del suo cono supremo, in vari luoghi spezzata, ora tutta bianca di neve, ora bianca sulla cima soltanto, qualche volta così diversa dall’immagine fissa che se n’ha nella mente da far sospettare che quella che si vede sia un’altra montagna da cui essa rimanga nascosta! E quanti mirabili aspetti offre la sua cima ora colorata di rosa dal sole, ora ravvolta dal fumo, che s’innalza a vicenda come un gigantesco pennacchio, o s’allunga da un lato come uno smisurato gonfalone ondeggiante, o discende e s’allarga sui fianchi del cono in veli candidi leggerissimi d’una trasparenza di trina! E verso il termine di questo incanto di viaggio si sbocca in faccia al mare, donde si vede ancora disegnarsi lassù, sopra il candore delle nevi etnee, quanto resta dello smisurato castagneto di Cento Cavalli, e dall’altra parte la bellezza sovrana di Taormina, quasi sospesa nell’azzurro. Ed ecco infine la più meravigliosa costa dell’isola, sede dei suoi primi abitatori; maravigliosa per la pompa della vegetazione e per la poesia delle leggende: ecco il vago lido dove fu sbattuto il naviglio d’Ulisse, dove approdò Enea, e pascolò le capre Polifemo; ed ultimo l’arcipelago dei Ciclopi, le sette strane isolette rocciose, quella fantastica fuga di coniche teste nere decrescenti d’altezza, che sorgono dalle acque, come teste d’una famiglia di giganti sommersi, che rialzino la fronte per dare all’“Isola del sole„ l’ultimo addio.

O divina Sicilia! Quanti Italiani, che hanno corso il mondo per diletto, morirono o moriranno senza averti veduta!

DA SIRACUSA A TAORMINA

Quale delle città decadute, o scomparse, del mondo antico ha conservato, dopo Atene e Roma, una così vasta fama come Siracusa? C’è uomo in Europa o in America, tra i meno colti delle classi non affatto ignoranti, il quale nel naufragio delle memorie scolastiche non ritrovi quel nome, e legati con quello altri ricordi confusi d’uomini grandi, di grandi fatti, d’opere meravigliose dell’ingegno umano? E si può ben sapere che la grandezza della città famosa non è più ora che nel suo nome; ma chi non la vide mai si avvicina con la mente così piena delle antiche memorie che, arrivandovi, dal contrasto del suo stato e del suo aspetto presente con la Siracusa della propria immaginazione riceve come la scossa d’un disinganno, dal quale durerà fatica a riaversi.

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