Ricordi d'infanzia e di scuola seguìti da Bambole e marionette, Gente minima, Piccoli studenti, Adolescenti, Due di spade e due di cuori

Part 9

Chapter 93,594 wordsPublic domain

E qui sulla soglia liceale mi trovo davanti un esemplare così mirabile d'una razza particolare di professori di lettere che fu assai numerosa in quel periodo rivoluzionario, e non s'è punto perduta dopo l'unificazione della patria, un tipo così perfetto e così ameno di mangiapaga a tradimento e di spandichiacchiere scansafatiche, che non posso resistere alla tentazione di farne la fotografia. Era venuto nella nostra città, non so di dove, quell'anno stesso, con una gran pancia e una gran sicumera, accompagnate da una grandissima voglia di non far nulla. Era professore di letteratura italiana. Ma di questa non discorreva che per incidente. Parlava quasi sempre dell'Italia e dei fatti propri. A parlare di sè gli dava pretesto qualunque argomento. Partiva da un verso di Dante o da una sentenza del Machiavelli, e passo passo, legando un'idea all'altra, per salvare le apparenze, con ogni specie d'artifici birboni, veniva a dire il prezzo che aveva pagato i suoi stivali o a farci osservare la bellezza della propria mano; poichè, fra le altre fisime, aveva quella di credersi uno dei più begli uomini d'Italia, e si vantava di rassomigliare a Gustavo Modena. Quanto alla politica, per entrar nell'argomento non pigliava vie traverse: entrava addirittura nella scuola col _Diritto_ spiegato fra le mani, e ci leggeva i rendiconti dei discorsi dei deputati; dichiarando peraltro che non ce li leggeva per il contenuto, che non aveva che far con la scuola, ma per la forma, per farci notare le frasi più efficaci e più eleganti; il che non gl'impediva poi di batter la campagna, tra l'una e l'altra frase, dicendo corna del Ministero, che gli aveva fatto un monte di torti, e del Municipio, che lasciava in cattivo stato i locali scolastici. Quando non parlava di sè e della patria, ci leggeva svogliatamente qualche cosa d'un suo sunto manoscritto della storia letteraria, nel quale affermava d'avere stretto tacitescamente “il molto in poco„ e aveva stretto tanto, infatti, che più d'un secolo v'era ridotto in quattro o cinque paginette: una vera quintessenza di rose; ed era comodissimo, perchè su quella traccia s'andava di carriera: si sarebbe corsa la storia universale in un trimestre. Tutto il suo lavoro era condensato a quel modo. Dopo averci annunciato per dei mesi che avrebbe fatto “una campagna giornalistica„ contro il Municipio, per costringerlo a trasferire il Liceo in un'altra sede, egli pubblicò nella gazzetta della città dieci povere righe non firmate; per le quali poi gridò tutto l'anno: — Ho scritto, ho combattuto, ho tempestato sui giornali.... — E il curioso era ch'egli si credeva sul serio un lavoratore infaticabile: con una voce che veniva proprio dal fondo della coscienza, e picchiando i pugni sul tavolo, ci gridava ogni momento che eravamo dei mostri d'ingratitudine a battere così la fiaccona con un professore che dava all'insegnamento tutta l'anima sua, che “sudava,„ che “vegliava,„ che “s'accorciava la vita„ per noi. Del rimanente, era d'indole gioviale, parlava quasi sempre di cose allegre, soventissimo di musica, perchè da giovane aveva suonato il violino, e del _Barbiere di Siviglia_ in particolar modo, del quale era matto ammiratore; tanto che ogni volta che trovava in un testo italiano la parola “barba„ tirava in ballo quell'opera, raccontando invariabilmente le peripezie della prima rappresentazione di Roma; donde prendeva le mosse per ricorrere tutta la vita del Rossini, ch'era il suo dio. Di qualunque cosa parlasse, poi, o di sè, o di politica, o di musica, o di letteratura, i suoi discorsi finivano tutti a un modo come i salmi: in una querimonia amara per la miseria dello stipendio. — Siamo pagati come dei portinai! — urlava. — È un obbrobrio per uno Stato civile.... Ma non importa.... Noi facciamo egualmente il nostro dovere... — E rientrava nel dovere in questa forma, per esempio: — Io vi dicevo, dunque, che la serenata del conte d'Almaviva fu composta dal tenore Garcia. Ebbene....

Un rimorso.

Bravo era il professore di matematica, una figura rotonda di buon fratoccio; il quale, peraltro, avrebbe potuto con qualche piccolo intermezzo renderci assai più piacevole il suo insegnamento, poichè si diceva che avesse una bellissima voce di tenore, e che cantasse con garbo; eccellente il professore di lettere latine, un coso risecchito, ma pien di vita, che parlava con una correttezza e con una precisione, da parer che recitasse a memoria delle lezioni scritte con cura diligentissima; e migliore di tutti il professore di filosofia. Il cantore del generale Petitti aveva portato la sua lira a Torino: il nuovo venuto era l'opposto di quello, un uomo grave e compassato, d'ingegno acuto e di parola scolpita e lucida, che faceva il miracolo di renderci facile la scienza più contraria alla natura umana, e in specie alla natura giovanile: la logica. Il professore di storia lo rammento per infliggermi pubblicamente un castigo. Era un giovine mingherlino, di viso fine e pallido, un professore improvvisato, credo, come eran molti in quegli anni, il quale studiava forse giorno per giorno la storia che c'insegnava, e aveva la parola fioca e restia, e una timidità fanciullesca, che gli raddoppiava la fatica; ma faceva ogni suo sforzo per far bene, era buono, ci trattava come compagni, e avrebbe certo insegnato molto meglio se lo avessimo incoraggiato dimostrandogli rispetto e simpatia. Noi invece ci facevamo beffe di lui e gli rendevamo la scuola una berlina e un supplizio con ogni specie di scherzi villani e d'insolenze vigliacche. E io fui uno dei più vigliacchi. Il perchè non me lo so spiegare nemmen ora; non comprendo come potessi esser malvagio con lui, e sentire ad un tempo un grande affetto, una reverenza proprio filiale, che m'è un conforto il ricordare, oltre che per altri, per il preside del liceo: un degno prete, veramente, di ottimo cuore e d'educazione squisita; ma che con noi non aveva punto che fare, e a me non aveva dato nessun segno particolare di benevolenza; ciò che prova che animo affatto cattivo non avevo. Ma c'è in ogni animo, come in ogni casa, il canto della spazzatura. Bisogna dire che avessi dentro una certa dose di malvagità che voleva a ogni costo il suo sfogo, e io la sfogavo bassamente contro un giovane mite e debole, che sapevo incapace di farmela ringozzare. Ma posso ben dire d'averla scontata, perchè tra le molte nequizie giovanili, di cui mi rimorde la coscienza, la condotta ch'io tenni con quel buon professore è una di quelle che mi fecero soffrire di più. Riveggo ogni tanto l'espressione di stupore e di rammarico che gli passò sul viso una volta che gli feci in piena scuola un atto irriverente, per il quale non mi disse neppure una parola di rimprovero, e al sorger di quell'immagine sento sempre uno strizzone al cuore e un moto d'indignazione contro me medesimo: oggi ancora, dopo tanto tempo, e benchè dal modo come mi salutò l'ultima volta ch'io lo vidi abbia compreso che m'aveva perdonato. Egli fu trasferito in un'altra città l'anno dopo, e non seppi più nulla di lui. Spero che sia ancora in vita. Se per caso egli leggerà questa pagina, sappia che l'ho scritta con gli occhi inumiditi, e che nei quarant'anni che son trascorsi, da quello in cui l'ebbi maestro, non l'ho dimenticato mai, e gli ho voluto sempre bene.

I liceisti.

La scolaresca di quel primo corso liceale, molto numerosa, era composta in gran parte di alunni venuti di fuori; alcuni dei quali pezzi di giovanotti che avrebbero potuto portar sulle spalle i professori. Molti erano convittori d'un Collegio Civico, separato dal Liceo, che venivano a scuola con un berretto militare, e portavano i giorni di festa una divisa somigliante a quella dei bersaglieri. Mi ricordo che i più tenacemente studiosi eran quelli di famiglia meno agiata, figliuoli di piccoli bottegai e di piccoli proprietari rurali, che facevano duri sacrifici per avviarli alle professioni liberali; il che prova che anche nel campo scolastico, come nel campo sociale, ha più ardore e più lena chi combatte per salire che chi lotta soltanto per non discendere.

Fu quella la classe in cui contrassi le prime amicizie durevoli, furon quelli gli amici che rividi sempre con maggior piacere per tutta la vita, poichè in quell'anno soltanto cominciarono a stringermi ai miei condiscepoli dei legami intellettuali. Per tutto un inverno ebbi vicino un futuro Conservatore delle ipoteche, un generale avvenire, un vescovo in erba e un rettore predestinato di quello stesso collegio, del quale era collegiale: altrettanto, buono allora coi compagni ed esemplare nell'osservanza della disciplina, quanto poi fu amorevole coi suoi sottoposti e saggio nell'esercizio dell'autorità. Il generale avvenire sedeva proprio nel mio banco, alla mia sinistra. Era uno dei più quieti e dei più amabili della classe, un giovinotto robusto, coi capelli neri arricciolati, con gli occhi bruni e dolci, sfavillanti di vita, con due guancie piene e floride che, quando rideva, formavano due fossettine rotonde, che davano al suo viso un'espressione di bontà infantile. Sento ancora nella mente, come se mi suonasse all'orecchio, il metallo della sua voce, che pareva quella d'un uomo raffreddato, e rivedo le sue grosse labbra vermiglie, un po' sporgenti come quelle dei mulatti, delle quali osservavo tutti i moti quando, ritto in piedi, recitava la lezione al professore, ed io gli facevo da suggeritore, com'egli faceva a me, quando ero io sotto i ferri. Accadeva spesso fra gli altri di bisticciarsi per un disparere letterario o per un libro buttato sotto il banco, e di barattarsi qualche parola acre; ma non seguiva mai con lui, tanto era d'indole mite e arrendevole, e giocondo d'umore, e affabile di maniere. Era alunno del convitto, e lo vedo ancora col suo cappello da bersagliere messo un po' di traverso, con un pennacchio azzurro e rosso, che gli ricascava sulla spalla già virile. Quante risate abbiamo fatte insieme, nascondendoci dietro i compagni del banco davanti, quando il professore di lettere italiane attaccava il ritornello solito del _Barbiere_ e dello stipendio; di quelle risate deliziose, che hanno il gusto del frutto proibito, e di cui si perde la facoltà quando non si ha più in faccia qualcuno che ci possa gridare: — La smetta —! Mi rammento che un giorno il professore di lettere fece recitare a lui la poesia del Guidi, _Alla Fortuna_, della quale non ho più in mente che un verso:

Affrica trassi sul Tarpeo cattiva.

In quella parola “Affrica„ era segnato il destino del mio buon compagno, che si chiamava Giuseppe Arimondi.

Il bimbo del Consigliere.

Fu in quell'anno stesso che conobbi un altro, allora ancor bambino, predestinato alla fama in tutt'altro campo.

I prefetti regi, e con loro i consiglieri di prefettura, erano in quel periodo mutati spessissimo. Nei pochi anni che trascorsero dalla guerra di Crimea alla liberazione di Napoli ne passarono in quella piccola città non so quanti, che ho dimenticati, tranne il Bellati, governatore, il quale aveva fama di letterato per una bella traduzione del poema del Milton, e un Consigliere lombardo, il cui nome, che allora sapevo senza dubbio, m'uscì poi dalla mente, e non lo riseppi che dopo lunghissimo tempo. La consiglieressa — una giovane signora d'aspetto buono e di modi schietti e gentili — veniva qualche volta a casa nostra a render visita a mia madre, conducendo sempre con sè un figliuoletto di tre o quattr'anni, del quale mi son rimasti impressi nella memoria gli occhietti vivaci e la forma singolare del viso, dal mento fuggente a curva di mela, e, anche più del viso, una miniatura di cappotto color nocciola, che gli stava dipinto, e gli dava l'aria d'un ometto. È probabile ch'io abbia giocato più d'una volta con lui, con la condiscendenza d'un fratello maggiore, per liberarlo dalla noia che son sempre per i ragazzi le visite. Ma non rammento altro che la sua personcina e le feste che gli soleva fare mia madre, complimentandolo per quel cappottino prematuro di zerbinotto, che non dimenticò mai più neppur essa. Chi m'avesse profetato che cosa dovea diventare quel bambino, e quale influsso esercitar con la sua penna sul mio pensiero, e che ansie dolorose farmi provare per lui in un momento terribile della sua vita, gli avrei dato del matto da catena. E fu così. Quel figliuoletto d'un consigliere di prefettura, che poi fu prefetto, divenuto trent'anni dopo un pubblicista originale e potente, d'una arte dialettica maravigliosa, d'uno stile tutto punte e incavi, dal quale sprizzano le idee fitte e lucide come baleni da un'armatura a scaglie d'acciaio, ed escon mille suoni acuti e minacciosi come da un fascio di spade agitate, mi doveva prima e più d'ogni altro accendere e persuadere dell'Idea, alla quale egli dedicò tutto il suo ingegno e tutta la sua vita, e che lo condusse ammanettato davanti a un tribunale di guerra, e dal tribunale all'ergastolo, condannato a dodici anni di reclusione per un delitto politico, a cui ripugnavano con egual forza la sua ragione e la sua natura. Ma soltanto assai tempo dopo ch'io conoscevo l'uomo, seppi che erano una sola persona il direttore della _Critica sociale_ e quel bambino; non lo seppi che il giorno in cui mia madre mi domandò: — Ma questo Turati che hanno condannato è forse figliuolo del Consigliere che abbiamo conosciuto nel 61? — Oh come sentii più forte l'affetto d'amico e di compagno di fede che mi stringeva a lui, quando si legarono nella mia mente quel cappottino color nocciola e la casacca grigia del galeotto!

La resa di Gaeta.

La resa di Gaeta, avvenuta nel febbraio di quell'anno, ridestò i nostri bollori patriottici, dati giù da qualche tempo, senza però farci andare di miglior voglia agli esercizi militari, che erano stati istituiti di fresco per tutte le scolaresche del Regno: esercizi che noi ci ostinavamo a non prender sul serio, benchè studiassimo logica e ci dichiarassimo pronti a combattere per la patria; come se per ammazzare gli Austriaci non fosse necessario prima di tutto di saper caricare il fucile. Ebbi la notizia del grande fatto in un modo e in un momento comico, di cui si rise nella scuola per un pezzo. C'era un professore d'istituto privato, noto a tutti, un vecchio gamberone che pareva un palo del telegrafo, codino fino al punto da lamentare la caduta dei Borboni; ma generalmente ben visto dalla gioventù delle scuole, perchè usava accompagnarsi per la strada con qualunque ragazzo o giovine, che avesse aspetto di scolaro, e di chiacchierare con lui in tono familiare, raccontandogli aneddoti morali e dandogli consigli filosofici. Eravamo quattro o cinque liceisti con lui davanti a un caffè, un dopo pranzo, e si discorreva di Gaeta, di cui durava l'assedio da tre mesi. — Gaeta — ci diceva egli con un sorriso compassionevole — non cadrà. Gaeta non fu mai presa, dovete sapere. Ricorriamo la storia, signorini miei. Noi vediamo che ci si ruppero le corna i Barbari, che l'assalirono invano i Longobardi e i Saraceni. Poi se ne impossessarono i Francesi e gli Spagnuoli, ma non con la forza delle armi. Vi resistette per sei mesi, sul principio del secolo, il principe Hesse-Philippsthal contro tutto l'esercito del Massena. E ci vogliono altri denti che quelli del generale Cialdini per romper quell'osso. Per anni l'aspetterete, figliuoli cari; son io che ve lo dico: per anni! — Proprio in quel punto passò di corsa un giovane impiegato della prefettura, che ci gridò senza arrestarsi, col viso radiante: — Gaeta è presa! — Ci voltammo tutti verso il professore, mettendo fuori in coro un _ah!_ di trionfo, per godere della sua confusione. Egli fu maraviglioso. Non mutò viso, non scosse neanche un muscolo, come se non avesse inteso nulla. Cavò di tasca il suo pezzolone turchino intabaccato, si soffiò il naso adagio adagio, guardò in giro per aria come per vedere che tempo facesse, poi disse con la bonarietà solita: — A rivederci, ragazzi, — e voltataci la schiena, se n'andò via tranquillamente, con una mano nell'altra sulle reni. Doveva esser quello il suo modo di “far fronte„ agli avvenimenti avversi. Noi rimanemmo mal soddisfatti, si capisce. Ma fummo compensati la sera al teatro, dove si rappresentava la _Gemma di Vergy_, con illuminazione “a giorno„ per festeggiare la vittoria. Nel primo atto il tenore negro fece al pubblico una lieta sorpresa. Al momento di cantar l'_a solo_

Mi toglieste al sole ardente, Ai deserti, alle foreste,

si slanciò alla ribalta con l'impeto d'un levriere sguinzagliato, e invece di dire i versi del libretto, cantò una strofa d'occasione, composta da lui, che m'è rimasta in mente tutta intera, e che voglio regalare alla storia della lirica italiana:

Là sui merli di Gaeta Splende l'italo vessillo, Delle trombe il fiero squillo Chiama Italia a libertà; Sulla rupe del Tarpeo Sorge unanime una voce: Vien Vittorio, vien veloce, E l'Italia è fatta già!

Scoppiò un uragano d'applausi, dovette cantar la strofa tre volte; fini alla terza con una stecca; ma fu attribuita alla commozione, e coronò il suo trionfo. Felici giorni, anche per i tenori.

Un pericolo e un lutto.

Dopo la caduta di Gaeta, gli avvenimenti che più ci commossero furono la lettera famosa che scrisse il generale Cialdini a Garibaldi dopo la gran burrasca parlamentare dell'aprile, e la morte del conte di Cavour. Benchè anche la parte rivoluzionaria della scolaresca avesse in grazia il vincitore di Castelfidardo non meno per la prosa poetica dei suoi proclami che per le sue vittorie, pure quella lettera male ispirata, la quale svelava un sentimento acre di gelosia e sonava più che ammonimento d'avversario provocazione di nemico, ci mise il sangue in rimescolo. Credemmo tutti che ne seguisse un duello. Ricordo le dispute tempestose che avemmo nella scuola coi compagni devoti al Governo, e al caffè con gli amici bersaglieri, le botte e le risposte clamorose: — È una infamia. — È una lezione meritata. — Raccoglieremo il guanto! — Vi piglieremo a fucilate! — e le altre minaccie, gravide di guerra civile, che ci lanciammo in faccia per tutta una serata, picchiando i pugni sui tavolini, su cui ballavano i gelati e le chicchere; e ricordo pure il senso di viva soddisfazione che produsse in tutti la risposta pacata e nobile di Garibaldi, la quale troncò la lite e dissipò ogni pericolo. Quanto alla morte del conte di Cavour, son lieto di poter dire che anche la triade garibaldina, che aveva combattuto con tanto furore la sua politica, ne fu addolorata sinceramente. Già fin dal marzo ci eravamo alquanto riconciliati con lui per effetto dei discorsi stupendi ch'egli aveva pronunciati intorno alla questione di Roma: avevamo riconosciuto onestamente che non gli si poteva negare l'ingegno, e che forse, a modo suo, amava anche lui il suo paese. Non s'andava d'accordo; ma, da leali avversari, si ammetteva che avesse reso all'Italia dei servizi non dispregevoli, e che non c'era per il momento un altro uomo di pari levatura che gli potesse succedere: la passione di partito, dicevamo, non ci impedisce d'esser giusti. Ed era di questa opinione anche il professore d'italiano, quantunque per la sua rassomiglianza con Gustavo Modena egli si credesse in dovere di professare le idee della Sinistra estrema; ammirò egli pure — in morte — il gran ministro, e fu felice di provarcelo leggendoci in scuola, invece di far lezione, le più eloquenti necrologie che si pubblicarono in quei giorni dolorosi; non solo per rendere l'onore dovuto al grande morto — diceva — ma per farci imparar lo stile degli elogi funebri, che erano un genere a parte, come chi dicesse la musica sacra rispetto alla musica drammatica; al qual proposito citò lo _Stabat Mater_ del Rossini, che lo condusse a discorrere del _Barbiere di Siviglia_....

Primi studi di lingua.

In quello stesso mese di giugno seguì nella mia vita di studente un piccolo avvenimento, che ebbe per me una importanza straordinaria, e che noto soltanto per i miei lettori di quindici anni; per i quali appunto mi par necessaria una breve prefazione.

Nelle scuole classiche, allora come ora, non s'insegnava, nel senso proprio della parola, la lingua italiana, come se per il solo fatto d'esser nati in Italia tutti i ragazzi dovessero naturalmente saperla, o come se bastassero a farla imparare quelle poche letture di scrittori italiani, disordinate, frammentarie e superficiali, che si facevano a scuola e in casa; delle quali, come d'ogni semplice lettura, resta tanto meno di lingua nella memoria quanto più è assorbita l'attenzione dal contenuto. I professori ci correggevano nei componimenti gli errori grossi, suggerendoci la frase e la parola da sostituire al modo errato, e consigliandoci ogni tanto di leggere i buoni autori: e questo era quanto facevano per insegnarci quella lingua, che da nessun'altra bocca fuorchè dalla loro noi potevamo imparare. E neppure dalla loro bocca non potevamo imparare gran cosa, perchè, essendo tutti piemontesi (e sarebbe stato lo stesso se fossero stati di qualunque altra regione, fuorchè toscani), essi non possedevano un vocabolario molto più ricco che non fosse il nostro; parlavano corretto e non altro. Che un ragazzo non nato in Toscana, e più se nato ai piedi delle Alpi, non potesse imparare in altro modo la lingua italiana, non parlata da alcuno intorno a lui, che studiandola come avrebbe fatto d'una lingua straniera, ossia formandosi a poco a poco, per via di ricerche e d'appunti, un corredo di vocaboli, di frasi e di costrutti, da imprimersi nella memoria a uno a uno, a modo di date e di sentenze, non passava per il capo a nessuno. Procedendo dunque di classe in classe, noi imparavamo a scansar gli spropositi; ma quanto a ricchezza di lingua non si faceva quasi nessun acquisto, e si continuava a rimpastare nel liceo, presso a poco, lo stesso materiale linguistico che s'era usato nelle prime scuole, a scrivere, cioè, un italiano misero, scolorito, rachitico, senza forza e senza finezza, e senz'alcun sentore di distinzione fra il linguaggio accademico e il familiare, come lo scriverebbe un francese o uno spagnuolo che avesse studiato la nostra lingua sui libri, quel tanto che è necessario per capire e farsi capire senza far ridere.