Ricordi d'infanzia e di scuola seguìti da Bambole e marionette, Gente minima, Piccoli studenti, Adolescenti, Due di spade e due di cuori

Part 5

Chapter 53,675 wordsPublic domain

Il terzo era un tipo amenissimo, mingherlino, con un viso di vecchio notaio, figliuolo d'una bustaia vedova: uno sgobbone indefesso, che aveva grandi pretensioni di latinista, e faceva i componimenti a musaico, a furia di frasi raccattate qua e là con una pazienza di santo, e messe insieme con gli artifici più grossolani, congiunte proprio con la forza, a marcio dispetto della logica e del senso comune, che per lui non contavan nulla, purchè la lingua e lo stile, come egli diceva, fossero “oro di coppella„. Me lo vedo ancora davanti, un giorno che leggeva al professore uno dei suoi periodi intricatissimi, al quale diceva d'aver lavorato tutta la notte.

Il professore gli disse: — Ma io non capisco.

— Lo credo bene — rispose — qui ci son delle frasi peregrine.

— Ma che frasi sono, che io non le intendo?

— Ma è tutto, tutto un tessuto di frasi. Io ho condensato. Si sa. Capire alla prima è impossibile!

E il tira tira durò un pezzo, fin che egli si rimise a sedere scoraggiato, facendo un atto del capo come per dire: — È tempo perso: il vero latino non è più inteso.

Dei fatti miei rammento una composizione italiana a tema libero, che fu il primo mio parto letterario, di cui serbi memoria. Descrissi _Una lotta fra il leone e la tigre_: argomento in armonia con la mia natura, si capisce. Ricordo che incominciava con la frase: _Sul rosseggiar del cielo_, ed era tutto uno stridío di parole terribili, scelte tra le più ricche di erre e di esse, una musica infernale di ruggiti e di rantoli, una lacerazione furiosa di carni e di regole di sintassi, che finiva in un lago di sangue. Mi aspettavo un trionfo, quando fui chiamato a leggere: fu un fiasco enorme; fu l'unica volta, credo, che risero insieme il professore e la scolaresca, e forse l'ombra invisibile del Padre Corticelli, che era il nostro grammatico ufficiale. E questo fiasco, che m'avvilì allora profondamente, è adesso per me un caro ricordo, poichè fu l'avvenimento che fruttò ai miei compagni di servaggio e di terrore il solo quarto d'ora d'ilarità collettiva ch'essi abbiano avuto in quella scuola dolorosa.

Dolorosa per me in ispecial modo perchè non ero ancora in età da poter reggere a quelle fatiche, e tra per lo strapazzo intellettuale e per l'affanno continuo, che qualche volta mi faceva sobbalzare la notte e farneticare come un allucinato, la mia salute se ne risentiva. Appena se n'accorsero mio padre e mia madre, decisero d'accordo di levarmi dalla scuola e di non rimandarmici per quell'anno, perchè mi rifacessi l'animo e le forze. Prima che finisse l'inverno mi fu fatta la grazia e uscii dai lavori forzati.

Il maestro prete.

Perchè non frollassi nell'ozio, mi fecero far ripetizione di latino da un prete, un'ora il giorno, a casa sua, dov'egli stava con sua madre e una zia; le quali m'aprivano l'uscio pian piano, e scomparivano senza dir nulla, come due larve. Era un bel pretino biondo, fresco come una rosa, con due occhi azzurri vivissimi; i quali potevano far presagire agli accorti che presto o tardi egli avrebbe gettato il collare sur un fico; come lo gettò infatti pochi anni dopo per mettersi al collo una collana vivente. Ma, ahimè! il giovine maestro non aveva più voglia d'insegnarmi il latino di quello che n'avessi io d'impararlo. Il ricordo di quell'esperienza m'ha fatto poi avversario risoluto dell'insegnamento a quattr'occhi (fuor che nel caso che insegnante e alunno siano due miracoli di buon volere), poichè quasi sempre manca all'uno e all'altro ogni stimolo; quando nella scuola collettiva, invece, lasciando anche da parte l'emulazione, s'avvivano e s'acuiscono le facoltà intellettuali del ragazzo come quelle dell'uomo in teatro, per effetto della comunione che si stabilisce fra le menti, le quali quasi operano insieme, illuminandosi a vicenda. Sotto il tiranno Ezzelino ero ammazzato dalla fatica; col prete morivo dall'uggia. Per un po' di giorni simulammo tutti e due: egli lo zelo, io l'attenzione. Poscia più che il dover potè la noia. Era un ipnotizzamento reciproco. Ci guardavamo alle volte l'un l'altro con due grand'occhi fissi, che a poco a poco s'ammammolavano, come gli occhi di chi cade in deliquio; poi aprivamo la bocca insieme e ci tiravamo in faccia uno sbadiglio sgangherato, enorme, interminabile, in cui pareva che esalassimo fino agli ultimi _cuius_ tutto il latino che avevamo in corpo.... e non c'era molto di più nel suo che nel mio.

Ma un giorno egli fece un'uscita che mise come un soffio di vita fra di noi, e infuse in me una passione nuova, la quale lasciò una traccia profonda nella mia memoria. Era allora attivissima l'opera ecclesiastica per il riscatto dell'infanzia chinese abbandonata. _Ex abrupto_, il giovine prete mi ragguagliò della cosa: poi mi domandò se avrei accettato l'ufficio di raccoglier fra i ragazzi di mia conoscenza sottoscrizioni di dodici soldi l'anno, allo scopo di salvar dalla morte e dalla perdizione migliaia di poveri bambini del Celeste Impero, ch'eran buttati via come cenci o venduti come bestie; e aggiunse ch'io avrei assunto il titolo, ambito da molti, di collettore, che tutti i collettori sarebbero stati presentati al vescovo, e che quattro di essi, due ragazzi e due ragazze, _scelti fra i più avvenenti_, avrebbero avuto l'onore di far la questua in una funzione solenne che si doveva celebrare in una chiesa della parrocchia; per la quale egli aveva composto i versi e la musica d'un inno, da cantarsi dalle voci migliori, fra cui poteva esser la mia. Fu come avvicinare una fiammella ad un razzo. L'idea del salvamento dei bambini, l'ambizione dell'ufficio, la patente d'avvenenza e l'immagine del vescovo m'accesero improvvisamente d'uno zelo, non dirò santo, perchè era misto di troppi sentimenti profani, ma benefico per me, perchè mi risvegliò l'animo e la mente, che s'erano addormentati nel latino. E a proposito, non sarebbe una buona cosa quella di dare all'educazione intellettuale, troppo astratta, della fanciullezza, il rincalzo di qualche azione di utilità pubblica, che, avendo uno scopo diretto ed effetti sensibili, stimolerebbe altre facoltà ed altri affetti, e insegnerebbe con la dottrina la vita? Non mi pare un'idea da buttar via. Ma tiriamo innanzi.

Il sentimento religioso, che non s'era spento in me, ma era solo stato compresso, come ogni altro affetto, dall'incubo scolastico, mi si ridestò in quel periodo di riavvicinamento alla chiesa; ricominciai a dire le preghiere la sera e la mattina, andai alla benedizione, ripresi amore alle cerimonie del culto, mi venne il desiderio d'imparar a servir la messa, e per questo mi diedi a frequentare una chiesa vicina a casa mia, dove strinsi amicizia con altri piccoli topi di sacrestia, e entrai in grazia di qualche vecchio prete, che mi regalava delle immagini. Ogni volta che mi raccolgo nei ricordi di quei giorni, vedo arder ceri e scintillar pianete, sento le note dell'organo, mi par di respirare nell'aria un odor d'incenso, e risento, se così può dirsi, il sapore d'un certo stato di coscienza, non più esperimentato di poi, una dolcezza quieta del cuore e quasi una chiarezza dell'animo, che svaniscono se v'insisto troppo col pensiero, come quei motivi di musica che ci suonano alla mente, ma che ci sfuggono se vogliamo tradurli in note vocali. Vagheggiai in quei giorni l'idea di farmi prete.

Ma, Dio mio, sorse ben presto una nube di peccato in quella serenità serafica. Il pretino dagli occhi azzurri radunò un giorno in casa sua tutti i collettori e le collettrici, una ventina all'incirca, me compreso, per insegnarci l'inno da cantare in chiesa; il quale ricordo che incominciava col verso: — _Là nella Cina inospite._ — Le collettrici eran quasi tutte signorine della mia età, alcune bellissime. La loro presenza mi produsse un vivo eccitamento. Quando mi ci trovai in mezzo non pensai più nè alla China, nè al vescovo, nè alla chiesa; non ebbi più anima e senso che per loro. C'era nella stanza del latino un pianoforte, sul quale un ragazzetto di quindici anni, figliuolo d'un organista, provava la musica dell'inno, fra l'ammirazione di tutti. Fui morso da una maledetta gelosia, a cagione delle ammiratrici. A un certo punto, non potendomi più contenere, pregai il suonatore, con poca buona grazia, di lasciar suonare me pure. Parrà incredibile una tale ignoranza a quell'età; ma è un fatto ch'io credevo ancora che per suonare il pianoforte bastasse sapere il motivo che si voleva suonare, e picchiar le mani sulla tastiera, così a dettatura d'orecchio, come si fischia un'aria. Con questa sciocca idea insistetti tanto che il ragazzo, credendo ch'io sapessi di musica, mi cedette il posto per un momento. Immaginate quale fu alla prova il mio stupore e la mia vergogna. Una vergogna tale che, anche ora, dopo quel po' di primavere che son passate, quando mi ricordo tutt'a un tratto di quella bella figura, perchè non me ne torni a gola tutta l'amarezza, bisogna ch'io mi ragioni, e faccia onta a me stesso del mio orgoglio, ancora palpitante quando dovrebbe esser morto e sotterrato.

Ma non fu quella la peggior figura ch'io feci in quel periodo ecclesiastico della mia fanciullezza, e ricordo anche la peggiore per il gusto di schiaffeggiare quello che mi resta di vanagloria. Venne il giorno della funzione solenne. La chiesa era piena come un ovo. Ai due collettori e alle due collettrici, che dovevano andare attorno con una borsina elegante a raccogliere le offerte, era stato assegnato un banco vicino all'altare. Modestia a parte, erano due bei ragazzi e due belle ragazzine. Di una di queste non mi ricordo punto: l'altra fu poi moglie d'un Direttore della Banca Nazionale, e il mio collega diventò un avvocato celebre. Eravamo vestiti come principini, impomatati e inguantati: quattro splendori. Ci erano state indicate prima le file dei banchi dove doveva passare ciascuno. Durante la funzione io commisi il peccato di pensar troppo intensamente alla mia vicina, la futura banchiera, che era vestita d'un abito bianco, del quale sentiva la carezza il mio abito nero. Il cenno del prete che ci disse: — Vadano — mi sopraccolse in quel pensiero. Preso così all'improvviso a una così gran distanza dall'idea del mio ufficio, mi confusi, e, oltrepassato appena il primo banco, dove tutti, mi diedero un soldo, sbagliai, e invece di proseguire come dovevo, mi cacciai fra gli altri banchi, davanti ai quali era già passata una delle ragazze, e dove non ebbi più il becco d'un quattrino. Quella sequela inaspettata di rifiuti, che mi parve effetto d'antipatia personale, mi fece perder la bussola; non vidi più nulla; non compresi i cenni con cui si cercava di rimettermi sulla buona via; andai errando di banco in banco, alla cieca, impacciato e goffo, con una faccia di ebete, che invece di stimolar la carità provocava l'allegria, e dopo un pellegrinaggio interminabile, che fu una tortura mortale, ritornai al banco dei collettori, convertito per me in banco della berlina, con sette soldi nella borsa. Ahi, dura terra! Che cosa sono le impressioni di quell'età! Sta per morire il secolo che era allora a mezza strada, e ancora non posso sentir pronunciare la parola _collettore_, senza che una voce sarcastica mi mormori all'orecchio: — Sette soldi, signor collettore! Sette soldi, e che figurona!

Ma in quegli anni ci rialziamo facilmente anche dalle più grandi cadute. L'umiliazione patita in chiesa non tolse che fosse un giorno di festa per me quello in cui il nostro prete mi condusse con tutto il drappello dei colleghi e delle colleghe a far visita al vescovo. Questi era un vecchio tutto bianco, già curvo, di viso grave e dolce. C'eran con lui vari preti, fra cui riconobbi il Padre quaresimalista, che predicava allora nel duomo; un bell'uomo bruno, coi capelli lunghi e gli occhiali d'oro, dall'aria d'uno scienziato; la cui presenza impreveduta mi turbò, perchè una domenica, facendo dal pulpito un'invettiva terribile contro certi peccatori, con voce tonante e gesto minaccioso, egli aveva per caso fissato sopra di me, che stavo davanti al pulpito, uno sguardo scintillante, che m'aveva messo i brividi. Il vescovo domandò a ciascuno di noi come ci chiamassimo. Quando fu la mia volta, il predicatore disse non so che scherzo sulla latinità del mio nome, con accento e sorriso benevolo, e quello scherzo, che mi fece l'effetto di un'assoluzione, mi dissipò dall'animo ogni terrore. Delle parole del vescovo non ricordo che un complimento che rivolse al mio prete, sorridendo: — Lei è la colonna dell'istituzione, — e ricordo la gioia che sfolgorò sul viso del lodato, pari a quella che davano ai granatieri della Guardia gli encomî di Napoleone. Eh, povera colonna, che doveva piegar tra poco come un giunco sotto una manina scomunicata! E che singolari fissazioni ha la fantasia! Fin dalla prima volta che ho letto i _Promessi Sposi_ ho sempre dato al cardinal Federico il viso di quel vecchio vescovo, che, se fossi disegnatore, potrei riprodurre fedelmente, mettendo al suo punto preciso il piccolo neo che aveva accanto alla bocca; per cagion del quale mi fecero arrabbiare i miei fratelli, che dicevan per celia che era finto.

In che maniera tutto quel mio fervore religioso si sia andato spegnendo, non saprei dire. C'è a questo punto nella mia memoria, come in altri punti, uno squarcio. Pare che quel piccolo mondo ecclesiastico sia sparito dalla mia vita come una meteora. Mi ricordo peraltro che il mio ufficio di collettore si veniva facendo di mese in mese più duro, poichè era sempre più difficile strappare ai sottoscrittori poveri il soldo promesso; e che un giorno tornai a casa quasi piangente perchè la pollivendola, dandomi il soldo di mal garbo, dopo aver frugato in tasca mezz'ora, mi domandò con un'occhiata severa: — Ma.... questi soldi vanno poi tutti per davvero dove dovrebbero andare? — Rinunciai all'ufficio quel giorno.

Proprio, non fui più fortunato io con la China di quello che doveva essere quarant'anni dopo il Governo del mio paese.

Davanti al tribunale.

Al riaprirsi delle scuole municipali, in autunno, dovetti riprendere la Terza Grammatica, sotto il tiranno; ma, riprendendola con un anno di più, e dopo molti mesi di riposo, mi riuscì assai meno oppressiva dell'anno avanti. M'ispirava sempre un gran terrore Ezzelino, ciò non ostante. E a questo, sventuratamente, io offersi una memoranda occasione d'esser terribile.

L'occasione fu, non dico il mio primo amore, ma il mio primo amoreggiamento, poichè non credo che si possa amare a undici anni. Uno dei miei nuovi condiscepoli, e stretto amico, che ora è un alto impiegato delle Poste, s'innamorò a modo suo, che poi fu il mio, d'una signorina della sua età, figliuola d'un avvocato, la quale andava e tornava ogni giorno da non so che scuola privata con una sua piccola amica, figliuola d'un notaro, passando per le strade che pigliavamo noi per tornare a casa. Io m'innamorai dell'amica. Il doppio incendio nacque dall'uniformità dei due orari scolastici. Andavamo tutti i giorni ad aspettar la coppia gentile a una cantonata, all'uscir dalla scuola: ardimentosi come due don Giovanni prima di vederle, intimiditi a un tratto quando apparivano in fondo alla strada, tremanti come due cani immollati quand'erano a due passi. E tutta la foga della nostra passione non andava più in là di qualche esclamazione petrarchesca che spiccicavamo a stento dalle labbra, arrossendo fino alle orecchie, quando esse ci passavano davanti col capo e cogli occhi chini, sorridenti al ciottolato. Dopo di che ce la davamo a gambe tutti e due, l'uno incalzato dal terrore del bastone avvocatesco, l'altro dalla paura dello stivale notarile, per commentar poi insieme l'avvenimento con chiacchiere interminabili, come una prodezza di cavalieri antichi.

Questo giochetto innocente durò un paio di mesi, senza variazioni notevoli, e senza tristi conseguenze.

Una mattina, a scuola, mentre un nostro compagno traduceva a voce alta un distico delle _Georgiche_, entrò il bidello con una lettera per il professore. Questi l'aperse, la lesse in silenzio, aggrottando le sopracciglia, e poi diede un lungo sguardo a me e un altro al mio amico, che sedeva in un banco del lato opposto. Quei due sguardi furono per noi come due lampi rivelatori della verità tremenda. Ci guardammo: l'uno lesse in viso all'altro il proprio pensiero: ci sentimmo perduti. Vedo ancora la faccia pallida e spaventata del mio complice, che doveva essere il riflesso della mia.

Il professore non interruppe la lezione; ma fu più feroce che se ci avesse fulminati subito in presenza di tutta la scolaresca. Essendosi accorto che avevamo capito, ci tormentò spietatamente per un'ora con ogni specie d'allusioni avvelenate, tirate fuori a forza dalla poesia virgiliana; l'ultima delle quali: — _Ci son altri che amano!_ — a proposito della frase: — Le viti amano il sole —, smozzicata fra i denti e accompagnata da due sguardi fulminei, fu così manifesta, che molti compagni si voltarono a guardarci, raddoppiando in quel modo il nostro terrore.

Venne finalmente il momento fatale. — Il tale e il tale si fermino — disse il professore, quando entrò il bidello a dare il _finis_.

Sgombrata la scuola, ci avvicinammo alla cattedra col passo di due condannati alla corda.

Il professore ci lesse la lettera adagio adagio, piantandoci ogni parola nel cuore. Non era firmata. Era una denuncia anonima dei nostri amori; la quale conteneva una calunnia, perchè parlava di “regali fatti e ricevuti„, quando noi potevamo giurare sulla nostra borsa disabitata che il nostro amore non ci costava un soldo, e terminava esortando il professore a intimarci di smetterla se non volevamo “pagare amaramente il fio„ della nostra audacia.

Pensammo subito che l'avesse scritta uno dei due padri; il che non era verosimile per la ragione che v'erano accusate le ragazze d'averci fatto dei regali. Solo molto tempo dopo sospettammo d'un alunno di filosofia, nostro amico e canzonatore abituale. Ma la cosa rimase sempre un mistero.

Il fatto è che quella minaccia oscura: “pagare amaramente il fio,„ che lasciava spaziare l'immaginazione fra una pedata e un colpo di pistola, ci fece allibire.

Ma fu ben più tragica l'ammonizione del tiranno. Se avessimo rapite e portate in Svizzera quelle due signorine innocenti, non ci avrebbe potuto dire di peggio. Ci trattò come due marci libertini, spavento delle famiglie e disonore della città; ci parlò di tribunali; ci parlò pure, com'era suo solito, della giustizia eterna, citando il Canto quinto dell'_Inferno_, con la bufera che mena nella sua rapina i peccator carnali; ce ne disse tante, insomma, e con un tal cipiglio e un tale accento, che finimmo con scoppiare in pianto tutti e due; anche il mio amico, che si vantava d'essere un uomo forte, e aveva per intercalare, mi ricordo, due versi di Dante pigiati in uno:

Sta come torre e lascia dir le genti.

Così morì ammazzato il nostro amore. Ma non con la correzione dei peccatori, appunto perchè Ezzelino, secondo l'uso suo e di molti altri, ci volle fare un delitto d'una fanciullaggine in cui non era nulla d'ignobile. S'egli ci avesse dato anche una brava polpetta, ma contentandosi di dimostrarci la grave sconvenienza d'andar a posteggiare ai canti due ragazzine oneste e sole, come due birichine vagabonde, noi ci saremmo certamente persuasi e pentiti. Trattati invece in quella maniera, passata che fu la prima paura, ci invanimmo quasi d'aver avuto la temerità di calpestare a quel modo tutte le leggi umane e divine, e poi, quando ad animo quieto valutammo giusto il piccolo fallo e la riprensione enorme, questa ci parve una buffonata, e il riprensore un inetto e uno sciocco.

Non di meno, da quel giorno in poi, pigliammo un'altra strada per tornare a casa, e per consolarci dell'amore andato a picco, ci demmo con furore alla palla di gomma elastica.

Sulla mala via.

Fu in quel giro di tempo che, stando una sera nel giardino, ebbi un quarto d'ora terribile, del quale ho risentito gli effetti funesti per tutta la vita. Quasi all'improvviso mi girarono attorno gli alberi e i muri, la terra mi vacillò sotto i piedi, mi si velarono gli occhi, mi si oscurò la mente, e preso da un senso di stanchezza infinita, non potendo più reggermi ritto, mi distesi per terra ed aspettai la morte. Poi, rialzatomi con un grande sforzo, barcollando come un ferito, mi trascinai a casa, dove mi buttai sul letto e confessai la verità a mia madre; che, spaventata, mi spruzzò d'acqua la fronte e mi fece fiutare dell'aceto, esclamando: — Ah, benedetto ragazzo! Anche tu! E così presto!... Ah, non ci ricadere mai più, per l'amor del cielo!

E io ci ricaddi, pur troppo.

Ah, se quel giorno, nel punto che mi mettevo alla prima prova, avessi potuto prevedere a quale ignobile schiavitù essa m'avrebbe condotto, a che padrone tirannico, brutale e stupido dato in potere per sempre; se avessi potuto prevedere di quale enorme disperdimento di forze del corpo e dell'intelletto, di quanti turbamenti maligni della salute, di quante ore di stanchezza inquieta e triste e notti d'insonnia tormentosa o agitate da sogni spaurevoli mi sarebbe stato cagione l'abito malaugurato che stavo per contrarre; se avessi preveduto ch'io sarei stato un giorno certissimo, come ora sono, che infinite ineguaglianze e fiacchezze del mio stile di scrittore, e radure e garbugli del tessuto sottile delle idee, e mancanze improvvise dell'acume critico e della flessibilità del pensiero e della facoltà d'abbracciar con la mente vasti spazi, non sarebbero state che un effetto di quell'abito; se avessi previsto nell'avvenire quante volte avrei fuggito villanamente delle compagnie gentili o rinunziato a spettacoli d'arte desiderati e a trattenimenti intellettuali fecondi, non per altro che per soddisfare il bisogno volgare che stavo per imporre irrimediabilmente alla mia gola e al mio cervello, condannandomi per tutta la vita a respirare un'aria impura e a legger libri e a vestir panni e a mandar pel mondo dei fogli impregnati dell'odore del mio vizio; se avessi potuto antivedere, infine, quante dure lotte, dalla giovinezza fino all'età matura, avrei dovuto sostenere per liberarmi da quel vizio, destinate a finir tutte quante, dopo giorni e mesi di sforzi penosi, con una vile dedizione al nemico, non lasciandomi altro conforto che quello di veder immuni dalla mia tabe i miei figliuoli, e amareggiato anche quello dal rimorso d'ammorbar loro la casa e dalla vergogna di stampar sulle loro guance dei baci attossicati; ah, se avessi presagito allora tutto questo, con che ribrezzo avrei buttato via quello sciagurato mozzicone di sigaro che stavo per cacciarmi fra i denti, e che, dopo quarant'anni, mi brucia ancora la bocca e la coscienza!

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