Ricordi d'infanzia e di scuola seguìti da Bambole e marionette, Gente minima, Piccoli studenti, Adolescenti, Due di spade e due di cuori

Part 4

Chapter 43,893 wordsPublic domain

La mia passione per i soldati trovò un grande sfogo in questa banda di mocciosi, coi quali potevo fare il generale. Li armavo di randelli, li ammaestravo agli esercizi, e li conducevo fuori a far delle marcie militari con trombette di latta e con bandiere di carta, discorrendo sempre con loro d'un nemico immaginario, col quale un giorno o l'altro ci saremmo dovuti misurare, e contro il quale essi s'andavano accendendo di giorno in giorno di generosa ira guerriera: tanto è facile montar la testa alle moltitudini coi fantasmi dell'onore e della gloria, anche contro un nemico che non esiste. E veramente io vivevo nell'aspettazione continua di qualche grande prova, senza saper da che parte nè come se ne potesse presentar l'occasione. L'occasione si presentò. V'era in un altro quartiere della città un altro piccolo Bonaparte, che fu poi mio compagno nella Scuola di Modena ed è ora colonnello dei bersaglieri, il quale addestrava pure un piccolo esercito contro un nemico creato dalla sua fantasia. Apprender l'esistenza l'un dell'altro, ed esser nemici, e considerar necessario il cozzo delle due schiere, fu una cosa sola. S'era bene italiani da una parte e dall'altra, e cittadini della stessa città, e in un tempo in cui la patria comune era impegnata in una guerra contro la Russia; ma si apparteneva a due parrocchie diverse, e questo bastava ad aprire un abisso fra di noi. Noi dicevamo con disprezzo: — Quelli di Sant'Ambrogio —;questi dicevano con disdegno: — Quelli di Santa Maria —; come accade fra gli uomini, tale e quale, e anche fra i popoli, presso a poco. Si procedette con tutte le regole della diplomazia. Ci fu una formale dichiarazione di guerra portata per iscritto da due commissari in ciabatte. I due eserciti, composti d'una ventina di cazzabubboli, partirono una mattina, a un'ora convenuta, dai loro accampamenti, movendo l'un verso l'altro per vie designate. Io m'ero messo a tracolla una sciarpa azzurra rigata di bianco, avanzo d'una vecchia tenda di finestra, e brandivo una daga di legno, fasciata di carta d'argento, che m'aveva fatta un mio fratello: mi credevo formidabile. Ma quando vidi apparire in fondo alla strada, alla testa dei suoi, il generale nemico, riconobbi con umiliazione ch'egli era assai più fieramente armato di me, poichè aveva in capo un vero e proprio cappello di bersagliere, con tanto di sottogola, un vero zaino sulle spalle, e un simulacro di carabina fra le mani. A un segnale dato da un dei miei con un imbuto, le due osti si corsero incontro. Non saprei ridire l'andamento della battaglia, che dev'esser stata, come le battaglie antiche, una serie di conflitti disgiunti, i quali non avrebbero data ad alcuna parte la vittoria, se questa non fosse stata decisa dal duello dei capitani. Il mio avversario era ardito; ma fu vittima d'una illusione: scambiò con una lama vera il mio brando di legno inargentato, mi credette risoluto al sangue, die' indietro ai primi colpi, mi voltò lo zaino e riprese a gambe la via della sua parrocchia. Ma era una fuga da Orazio davanti ai Curiazi. Io gli detti dietro; corremmo un pezzo in mezzo alla gente che s'arrestava a guardarci, in atto di dire: — Santi scapaccioni! — A un certo punto, il generale fuggente, visto in terra un mattone, lo raccolse con una mossa fulminea, e mi fece fronte: io torsi il busto per scansare il proiettile, e me lo presi in un fianco. Vidi le due Orse! Accecato dall'ira, mi lanciai avanti; il generale Ambrosiano, più lesto di me, sparì come un razzo. Insomma, il vero “battuto„ ero io, e come! Ma con la scomparsa del fromboliere, il suo esercito s'era dileguato; eravamo rimasti noi padroni del terreno, noi i vincitori. Tornai a casa piegato in due; a ogni mossa, ricacciavo dentro un gemito; dissi a mia madre che era un colpo d'aria. Ma la galloria, ma il vampo che menammo di quel trionfo ipotetico fu una cosa da non immaginare. Per tutto quel giorno, e per qualche giorno appresso, non parlammo d'altro; tutti raccontavano episodi, tutti avevano fatto prodezze da Orlando; tale e quale come i “reduci„ ai banchetti. E m'era già cessato da un pezzo il dolore al fianco, ch'io lo simulavo ancora, camminando inflesso come un arco, per far durare la gloria della ferita. Quante volte, molti anni dopo, alla Scuola militare, il mio buon amico ed io ricordammo quella famosa giornata, e la nostra “singolar tenzone!„ E chi sa che il bravo colonnello non se ne ricordi ancora qualche volta, quando lavorano i muratori nella sua caserma, e gli cade lo sguardo sopra un mucchio di mattoni!

Primi palpiti....

Trovo a questo punto il ricordo di quel primo sentimento confuso e soavissimo, che si può chiamare il crepuscolo dell'amore, e che la parola non può render che malamente, come il pennello il primo barlume dell'alba. Una sera, tornando da una passeggiata col portinaio, ci fermammo in una piazzetta dove dava spettacolo una famiglia di poveri saltimbanchi, e danzava in quel punto sopra una corda, con le sottanine corte e il bilanciere in mano, una ragazzina della mia età, di forme graziose e di viso dolce e triste, accompagnata da un organetto che suonava un'aria lamentevole. Le batteva in viso la luce d'un lampione; vidi che aveva gli occhi pieni di lacrime: era forse stata battuta, o era digiuna o malata, e la facevano ballare per forza. Non so ben dire, ma ricordo bene quello che provai: un sentimento nuovo per me, una simpatia viva, dolcissima, piena di tenerezza e di pietà, diversa affatto da quanto avessi mai sentito fino allora in presenza dell'altro sesso; una commozione gentile e grave ad un tempo, della quale sentivo non so quale alterezza, e che mi lasciò pensieroso per tutta la sera, come d'un mistero, e compreso di quella malinconia che ci viene dalla solitudine della campagna all'ora del tramonto; ma non turbato neppure dall'ombra d'un pensiero sensuale, benchè fra i compagni di scuola e di gioco mi fosse già passata per gli orecchi molta parte dello scibile; anzi rifuggente con ribrezzo da ogni immagine impura che mi balenasse appena alla mente. Ciò che prova per me che non è quella peste incurabile che si crede la cognizione precoce (d'altra parte inevitabile, che che si faccia) di certe cose, poichè l'amore è più forte di lei, e quando si leva spazza via dall'anima, come un colpo di vento, ogni pensiero immondo. Disparve presto quella immagine; ma non rimase più vuoto il posto che ella aveva occupato: nel quale sottentrarono via via le piccole signorine più belle e più note della città, che usavano ballar tra di loro ogni domenica in una piazzetta del passeggio pubblico, mentre suonava la banda municipale; e tutti quegli amori furon della natura del primo, affettuosi e puri, tutti del cuore e della fantasia, accompagnati da ambizioni vaghe di gloria, da immaginazioni poetiche di nozze premature, di fughe avventurose, d'incontri romanzeschi in foreste e in deserti, di colloqui appassionati e sommessi nel silenzio delle notti stellate. Che sciocco errore è di far colpa ai ragazzi, come d'un delitto, o di deriderli di quei primi moti della passione, che sono invece la sola forza intima che possa preservarli dalla corruzione! Io ricordo che tutte quelle ragazzine m'apparivano come ravvolte in una infinità di veli, di cui il mio pensiero non raggiungeva mai l'ultimo; che le tenevo come creature sovrumane, le quali non avessero di fanciullesco che l'aspetto, così che restavo stupito, quasi deluso, quando nel passare accanto a loro, mentre discorrevano con le governanti o coi fratelli piccoli, le udivo dire qualche sciocchezza, come ne dicevano tutti i ragazzi della mia età. E avrei sentito una vergogna mortale se esse avessero potuto udire certi discorsi che facevamo fra di noi, e ogni allusione volgare che si fosse fatta a quella che per il momento stava sull'altare, m'avrebbe offeso nell'anima. Ma da quei discorsi, per quanto stava in me, esse rimanevano sempre fuori, come esseri inaccessibili alle volgarità di questa terra. Le nostre immaginazioni e i nostri discorsi licenziosi avevan per oggetto persone d'altra età e d'altra condizione, nelle quali non si guardava nè a bellezza nè a bruttezza, e neppur ci aveva che vedere la simpatia; e anche correva un lungo tratto tra l'audacia impudente delle parole e la vera capacità morale di peccare. Benchè il mio sentimento religioso fosse molto vago, e andasse soggetto a molte intermittenze, quello di cui si parlava così allegramente m'appariva pur sempre un peccato enorme, di conseguenze grandi e terribili nell'altra vita ed in questa; la prima delle quali pensavo che fosse un'immediata e profonda trasformazione morale, un'entrata violenta e pericolosa di tutto l'essere nella virilità, lo scoprimento istantaneo di molti misteri solenni della vita, una sazietà improvvisa di tutti i giochi e di tutti i piaceri della fanciullezza, e la morte d'ogni amore allo studio. Tanto è vero che, essendosi vantato con me quel tal Clemente, d'aver conosciuto l'albero del bene e del male, e avendomi raccontato che la sera della sua prima colpa era stato accompagnato fino a casa da una voce cupa e continua che veniva di sottoterra, io la bevetti come me la diede, e ne serbai per molto tempo un senso segreto di terrore.

Il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea.

Ero passato intanto al secondo anno di Grammatica; del quale non conservo altro ricordo netto che quello d'uno sproposito enorme ch'io feci in una traduzione dal latino a un esame mensile, il più sformato farfallone, il più buffo e scandaloso quiproquo che sia mai stato preso, credo, nelle scuole d'Italia, da che vi s'insegna la lingua di Cicerone, e che rimase meritamente celebre tra la scolaresca per tutta la durata del corso. Era.... Ma no, non lo dico, perchè non sarebbe creduto, perchè si penserebbe certamente ch'io l'avessi inventato per rallegrar la materia e per vantarmi d'aver superato in qualche cosa i confini dell'immaginazione umana: la memoria d'una tale scelleratezza deve scender con me nel sepolcro. Fuor della scuola, il mio ricordo più vivo di quell'anno fu il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea. Già, quand'era venuta la notizia del primo sbarco delle truppe a Genova, avevo pensato subito al mio caporale Martinotti. Era egli scampato alle battaglie e al colera, o era una delle tante vittime che aveva lasciato il nostro piccolo esercito sulla via dolorosa dal porto di Balaclava alle trincee di Sebastopoli? E se era vivo, sarebbe ritornato nella piccola città dove l'avevo conosciuto? Il giorno che si sparse la voce: — Arrivano due battaglioni domattina — fui fuor di me dal piacere e dall'impazienza. Ma mia madre, prudente, credette di dovermi preparare a una delusione. — Bada — mi disse — ne son morti tanti! E poi, chi ti dice che non sia rimasto a Genova, o che non debba rimanere a Torino? — Quest'avvertimento mi rese pensieroso. Mi svegliai non di meno la mattina dopo con l'allegra certezza di rivederlo. Accorse ad aspettare i soldati una gran folla, per modo che dovetti restare assai lontano dalla stazione, sul margine d'un largo viale che saliva dalla strada ferrata ai bastioni; ma lì, a forza di gomiti, conquistai un posto fra i primi spettatori.

Che cavallone mi fece il sangue quando sentii i primi squilli di tromba, e vidi schierarsi in colonna giù sul piazzale i primi plotoni! Ma che soldati eran quelli? Non riconoscevo più i miei bersaglieri. Eran tutti neri come beduini, vestiti di lunghi cappotti grigi, con certe miserie di pennacchi scemi e stinti, cascanti come cenci dai cappelli logori: più fieri all'aspetto, senza dubbio, più belli cento volte di com'eran partiti; ma mi parevan soldati d'un esercito straniero, che dovessero parlare un'altra lingua, e di cui nessuno m'avesse più a riconoscere. La colonna si mosse, fra gli applausi della moltitudine. La precedeva un grosso stuolo di trombettieri, che mi dovevano passare proprio sui piedi. Ci doveva essere tra quelli il mio caporale; a ogni passo che facevano avanti, mi batteva il cuore più forte. Ah! eccolo, ecco Martinotti.... Ahimè, fu l'illusione d'un momento. Il caporale era un altro. Martinotti non c'era. I trombettieri passarono. Rimasi col cuore oppresso. Guardai tutti i gallonati della colonna: non lo vidi. Ah! è morto — pensai — il mio buon caporale è morto! O è forse rimasto a Torino o a Genova, come mi disse mia madre, e non lo rivedrò mai più, come se fosse morto. — Non restava più da passare che una compagnia, e io stavo osservando un vecchio capitano che aveva una grande cicatrice a una guancia, quando udii a due passi da me una voce allegra: — O Mondino! — Mi voltai, come a una scossa elettrica: era lui! lui, coi galloni di sergente, in serrafile, col cappotto grigio e tre penne sul cappello, col viso abbronzato, dimagrito, un po' invecchiato, mi parve, ma diritto e svelto come avanti la guerra, lui che mi salutava con la mano nera e con quel buon sorriso d'una volta, che non avevo mai dimenticato. Gli risposi con un: — Ah! — che fu come uno squillo di trombetta, e per poco non mi cacciai tra le file ad abbracciarlo. — Come sei cresciuto! — mi gridò, e non ebbe tempo di dir altro; gli ultimi due plotoni passarono fra gli applausi e gli evviva, e io fui travolto dalla folla che irruppe dietro alla colonna per accompagnarla al quartiere. Lo rividi il giorno dopo, con che festa si può pensare, e la nostra amicizia si riannodò più salda di prima. Ma, cosa strana, non ricordo assolutamente nulla delle molte cose della guerra ch'egli mi deve aver raccontate quel giorno e i seguenti, nè m'è rimasto in mente alcun particolare delle nostre relazioni dopo il suo ritorno. La sola cosa che ricordo, dopo quell'avvenimento, è un gran banchetto che fu dato a tutti i soldati nella piazza d'armi, dove eran disposte a raggiera molte lunghissime tavole, sotto un vasto padiglione imbandierato. Ma anche di questo non conservo che un'immagine confusa, come d'uno spettacolo visto di sfuggita, e a traverso un velo di vapori.

Il furore della pittura.

La guerra d'Oriente ebbe una conseguenza triste in casa mia, poichè, indirettamente, fu la causa che mi s'attaccasse la passione d'imbrattar carta coi colori; la quale diventò e fu per un certo tempo un vero furore di maniaco. Non mi pare inutile di farne un cenno poiché si tratta d'una piccola malattia per cui passano quasi tutti i ragazzi. Me l'attaccò un grande quadro, non ancor finito, rappresentante la battaglia della Cernaia, che mio padre mi condusse a vedere nello studio d'un bravo pittore lombardo (il Borgocarati, un eroe delle Cinque giornate) che era stabilito da anni nella nostra città. Fra gli altri particolari, mi colpì così vivamente lo sfolgorìo purpureo d'uno squadrone di cavalleria inglese galoppante sul davanti della tela, che non gridai: — Son pittore anch'io! — come quel tale artista famoso, ma sentii il fremito delle facoltà occulte che esprimeva quel grido. Era questa un'illusione che covavo fin dai sei anni, per aver fatto uno scarabocchio di battaglia, il quale era parso una maraviglia al mio buon padre, che l'aveva messo in un quadro, come una manifestazione non dubbia di genio. Ah, gli occhi dell'amor paterno! Faceva tanto più onore al suo cuor di padre quell'errore perchè, senza aver fatto studi regolari, egli era intendentissimo d'arte, e disegnava, miniava e modellava con gusto squisito. Vadano pur cauti i padri amorosi a profetar Raffaelli in casa propria, chè non avranno mai cautela soverchia. In realtà, avevo un sentimento vivissimo dei colori, che mi davano piaceri acuti, somiglianti a quelli che dà la musica, tanto da tenermi in contemplazione per delle mezz'ore davanti a una stoffa, a un'aiuola, a una nuvola, fantasticando come davanti a un quadro che rappresentasse una scena umana. Ma era un sentimento che non si doveva estrinsecare per mezzo dei pennelli. Avvenne a me quello che avviene a molti nati alla pittura, i quali cominciano invece col menar la penna: sbagli di porta, che fa chi ha furia d'entrar nell'arte. Ma questo dubbio non poteva neppur lampeggiare alla mia mente. Sciupai dozzine di scatole di colori a tingere risme di carta, tentando tutti i generi, dal paesaggio da confettiera al quadro storico da cartellon dei burattini, ma più che altro la pittura militare; alla quale mi incitava, senza volerlo, mio padre, col parlar sovente di Orazio Vernet, di cui era caldo ammiratore. Non si son combattute tante battaglie nel secolo sopra la faccia della terra quante io ne scombiccherai in sei mesi col mio granatino della malora. Ne buttavo giù fin quattro in un giorno. Era un vera fabbrica di carnificine dipinte. Non si possono immaginare gli orrori che ho messi in acquarello. E siccome regalavo i miei lavori, come Massimo d'Azeglio, a tutti i miei amici e conoscenti, venne un tempo in cui ne fu invasa la città, e se ne vedevano appiccicati ai muri per la strada, nelle botteghe del vicinato, e perfino agli usci delle stalle. Il caso aggravante era che avevo la faccia di firmarli, perchè non mi potessero rubare la gloria degli artisti senza coscienza. Quante volte il mio povero padre, vedendoli, deve aver detto tra sè: — Ah! _di quanto mal fu matre_ quella benedetta inquadratura! — Perchè l'opera si moltiplicava senza migliorarsi; il decimillesimo soldato uscito dal mio pennello non aveva men diritto d'esser “riformato„ dai medici che il primo; non figliavo che mostricini tutti improntati dello stesso conio di famiglia; tutti quanti i battaglioni, tutti gli squadroni, che lanciavo all'assalto sulla carta di protocollo, gridavano in coro contro il piccolo assassino dell'arte. E intesi quel grido, finalmente, e mi sdiedi a poco a poco dalla strage. Ma non son mica malcontento, ripensandoci, d'esser passato per quel periodo di criminalità pittorica, poichè fu forse quella sfuriata, dalla quale uscii sazio e deluso, che mi distolse dal mettermi più tardi ad altre prove inutili, fu quella rosolìa artistica, patita nella fanciullezza, che mi salvò da qualche altro malanno nell'adolescenza, il quale avrebbe potuto avere effetti più gravi che lo sciupio dei colori e l'imbratto delle mura cittadine.

Il regno del terrore.

Entrai nella Terza Grammatica, sotto un professore terribile, che mi rese quell'anno memorando. Era un uomo tarchiato, con una gran faccia sbarbata e pallida da Padre Inquisitore, nella quale luccicavano due occhi chiari e freddi, che parevano due pallottole di cristallo. Non picchiava; ma era peggio che se picchiasse, perchè si serviva del latino come d'una frusta metallica, con cui ci faceva frullare come i mezzani di Malebolge sotto le scuriade dei diavoli. Ci caricava di lavoro, ci oberava di pensi, non ci lasciava girar gli occhi, nè allungar le gambe, faceva somigliar la scuola a una funzione funebre. Aveva il furore dei quaderni di bella copia: ne dovevamo tener dodici: per le frasi italiane e per le latine, per le regole delle due grammatiche, per le sentenze morali, per le similitudini, per la mitologia, e via discorrendo: una vera amministrazione letteraria, che non ci dava respiro. Non montava mai in collera, era pacatamente spietato. E il linguaggio feroce che usava così a sangue freddo! A ogni errore di grammatica: — Ah, vile malfattore — Ma lei disonora la sua famiglia — Lei tradisce la patria — Lei andrà a finire in galera — Questo è uno sproposito ignominioso — Questa è una sintassi da farla cacciare in prigione.... — Dopo due mesi di questo regime eravamo tutti ridotti un branco di schiavi tremanti. C'eran dei veri martiri del _nuovo metodo_, imbecilliti dai verbi difettivi, che impallidivano al suono del comando: — Mi coniughi — e non dormivano più dallo spavento delle dieci lezioni quotidiane che dovevamo mandare a memoria. Oh quel gran crocifisso appeso al muro, sopra la cattedra, come simboleggiava lo stato di tutti! Quell'Ezzelino della Grammatica s'ammalò una volta nel cuor dell'inverno: tirammo tutti un respiro di mantice; ma un respiro solo, perchè egli ci spirava terrore anche da letto. Venne a sostituirlo un suo collega, professore in aspettativa, che comparve il primo giorno in divisa di guardia nazionale, e appoggiò il fucile alla parete, accanto alla cattedra. Credendolo della stoffa dell'altro, di cui era amico intimo, pensammo che fosse venuto armato per far fuoco sugli sgrammaticanti. Era invece un buon diavolo, che ci restituì alla vita umana. Ma quel paradiso non durò che otto giorni; dopo i quali il tiranno ritornò, più truce di prima, e noi ricurvammo la fronte, con raddoppiato terrore, sotto il giogo nefando.

Tre personaggi straordinari di quella mandra atterrita mi sono ancora stampati nella memoria. Uno era un certo Gatti, il solo che non temesse Ezzelino, e che noi ammiravamo per questo come un'anima eroica, che rappresentava in faccia alla tirannia il nostro spirito secreto di ribellione. Egli faceva audacemente le nostre vendette, non con risposte o atti insolenti, ma con l'ostentazione costante d'un freddo disprezzo, con una pertinacia invitta nella volontà di non studiare; e non c'era rimprovero nè minaccia che gli facesse mutare aspetto nè _piegar sua costa_. Egli affrontava i fulmini fissando negli occhi al professore uno sguardo da Capaneo, che ci faceva fremere d'entusiasmo. Il professore castigava i rei facendoli stare in ginocchio sull'impiantito accanto alla cattedra, e quel “magnanimo„ stava inginocchiato per mattinate intere, col busto eretto e con la fronte alta, in un atteggiamento superbo di angelo ribelle alla Grammatica, nel quale grandeggiava ai nostri occhi come una statua di Michelangelo. Il tiranno si rodeva; ma egli non chiedeva mai grazia. Credo che alla scuola egli abbia passato più tempo in ginocchio che seduto, e che, se è tuttora in vita, debba avere ancora i calli alle giunture, come quei maomettani fanatici che hanno fatto il viaggio alla Mecca carponi. O anima altera e disdegnosa! Dovunque tu sia, possa raggiungerti questo tardo saluto d'ammirazione dell'antico compagno di schiavitù e d'inginocchiatura.

L'altro era il più attempato della classe, un ragazzotto robusto, di viso precocemente grave, poco familiare coi compagni: venuto da Saluzzo, mi pare, e tenuto a dozzina da una zia di manica larga, che gli allentava la briglia e non gli contava gli spiccioli. Lo guardavamo tutti con certa ammirazione perchè si diceva che abusasse virilmente della sua libertà; ci appariva quasi circonfuso d'una gloria satanica, come un eroe del Byron, e poichè, diffidando di noi, non accennava che velatamente, e di rado, alle sue scappate, noi davamo alle sue poche parole oscure cento interpretazioni fantastiche, assai più ardite e profonde del suo pensiero. Risento ancora la commozione della scena solenne che seguì una mattina, quando il professore, informato non so da chi delle sue sregolatezze, lo chiamò in presenza della scolaresca davanti alla cattedra, e con viso e voce d'un presidente di Tribunale statario, gli disse: — Nefande cose ho saputo sul conto suo, signor.... tal dei tali!

E dopo una pausa funerea: — Ella va attorno di notte!

E dopo un'altra pausa più lunga: — Ella bazzica con la feccia del consorzio civile!

E dopo un silenzio lunghissimo, con voce soffocata: — Ella beve!

E finalmente, con un colpo di cannone: — Sciagurato!

Corse un brivido per tutti i banchi; pareva che nessuno respirasse; durò per un minuto un silenzio di morte. Fu una scena tragica, veramente. Il piccolo accusato, immobile e muto, ci apparve come l'immagine incarnata di tutte le corruttele e di tutti i delitti della decadenza di Roma.

Non saprei ridire il discorso che sfoderò poi il professore: ricordo solo che c'entrarono la giustizia divina e la umana, e l'infamia eterna, e l'ergastolo, e altre dolcezze consimili, messe fuori con voce cavernosa e roteando gli occhi in modo da dar la terzana, e che, finita la lezione, non per ribrezzo di lui, ma per terrore del tiranno, sfuggimmo tutti lo sventurato peccatore come un maledetto da Dio.