Ricordi d'infanzia e di scuola seguìti da Bambole e marionette, Gente minima, Piccoli studenti, Adolescenti, Due di spade e due di cuori

Part 26

Chapter 263,710 wordsPublic domain

Dentro la carrozza, intanto, suo padre taceva e pensava. Gli stava seduto accanto il medico, un biondone corpulento, che sonnecchiava, e gli sedevano in faccia i due padrini, due avvocati sulla quarantina, barbuti e gravi; ma di quella falsa gravità con cui i padrini cercano per solito di dissimulare agli altri e a sè stessi la coscienza inquieta d'esser complici di un atto insensato e incivile. L'avvocato Pironi pensava alla moglie, che aveva ingannata, al ragazzo, al quale aveva dato quasi a tradimento forse l'ultimo bacio; pensava che era fuggito di casa come un ladro, e che forse egli era un ladro veramente; perchè poteva essere che, uscendo di nascosto da quella casa, ne avesse portato via la felicità, la pace, l'agiatezza, l'avvenire del figliuolo, e anche la salute, e anche la vita della madre. E per la prima volta domandò alla propria coscienza se egli avesse diritto di disporre a quel modo dell'esistenza e della fortuna della donna che aveva legata alla propria sorte e del fanciullo che aveva messo al mondo, giurando sull'onor suo di proteggerli e di consacrare a loro tutto sè stesso. E una voce solenne della coscienza gli rispose: — No, tu non hai questo diritto, perchè la tua vita non è tua! No, tu non dovevi fare quello che hai fatto, non dovresti fare quello che farai, perchè è un'azione sleale e crudele verso i tuoi, barbara verso la civiltà, stolta davanti alla ragione, iniqua davanti alla legge di Cristo. — E che dovevo fare? — si ridomandò, difendendosi dalla coscienza propria. — Non dovevi oltraggiare l'amico. — Ma l'ho oltraggiato, e gli dovevo una riparazione. — Sì, glie ne dovevi una; ma era quella di umiliare, di punire il tuo orgoglio, da cui era uscito l'oltraggio; non quella di mettere in gioco due vite che sono strette alla tua, ma non son cosa tua; no, non per altro che per salvare il tuo orgoglio, tu metti l'una e l'altra a cimento; perchè ti manca il nobile coraggio di chieder perdono, tu hai il coraggio scellerato di gettar la disperazione nella tua casa; per parere un uomo coraggioso non t'importa d'essere un marito e un padre spietato; copri con la maschera del gentiluomo un egoismo feroce; il tuo coraggio non è che debolezza violenta; ti è più facile esser sanguinario che generoso; prostituisci l'anima per salvare l'amor proprio. E va, dunque, battiti, fatti ammazzare, e che tua moglie e il tuo figliuolo scontino per tutta la vita con la miseria e col pianto una parola insolente che t'è sfuggita nell'ira, e che tu non volesti ritirare per superbia. Vigliacco! — A queste parole non trovò più obbiezioni, chiuse gli occhi, fingendo d'appisolarsi, e pensò con profonda tristezza al figliuolo, che era appunto in sull'età in cui un ragazzo ha maggior bisogno del consiglio e degli aiuti del padre; che era intelligente e studioso, ma di animo troppo sensitivo e di immaginazione troppo eccitabile; e sano e bello, e di carattere vigoroso e risoluto, ma di complessione non gagliarda, e che però egli avrebbe dovuto preservare con gran riguardo da ogni commozione troppo forte, che gli sarebbe potuta riuscir funesta. L'avrebbe dovuto riguardare da ogni forte commozione, e stava per dargli quella terribile di vedersi portare a casa suo padre con una mano recisa o con la fronte spaccata, e forse moribondo, e forse morto! Un atroce rimorso gli passò il cuore a quel pensiero, e aprendo gli occhi giusto in quel punto a uno scossone della carrozza, e vedendo la nuova piazza d'armi, lungo la quale correvano, egli si ricordò delle tante volte che aveva portato a scorrazzare su quel piano verde il suo Arturo bambino, e gli tornarono vivi alla mente il suo aspetto infantile, i suoi atti graziosi, le voci d'allegrezza e il caro miscuglio di piemontese e d'italiano che balbettava allora, e la grande gioia ch'egli provava a farsi rincorrere da lui e a pigliarlo in braccio dopo essersi lasciato raggiungere; e a quei ricordi gli venne su dal cuore come una ondata di tenerezza e di pietà così improvvisa e impetuosa, che si dovè addentare le labbra per ricacciar giù le lacrime, di cui si sarebbe vergognato. E giurò in cuor suo che, se fosse scampato da quel duello, mai più, mai più nella vita avrebbe rimesso i suoi cari a una così triste prova, nè l'animo proprio a una così crudele tortura. — Perdonami questa volta — disse tra sè; — una sola volta m'avrai da perdonare, figliuol mio! Mai più tuo padre non giocherà sulla punta della spada la tua salute e il tuo cuore! E questa volta Dio mi protegga per amor tuo, mio buono, mio adorato, mio povero Arturo! —

*

Mentre questo diceva il padre, la carrozza, correndo sempre più rapidamente, svoltava sul corso Peschiera, e il povero Arturo era all'estremo delle sue forze. Eran già quasi due miglia ch'egli aveva fatto di corsa, e per un ragazzo come lui, di petto debole, eran già troppe. Avrebbe resistito di più se si fosse messo alla prova fresco di lena; ma ci s'era messo già affaticato dagli affanni del giorno avanti, e dalla notte insonne e travagliata, e dal digiuno: solo uno sforzo enorme della volontà l'aveva sorretto fino a quel punto. Era tutto in acqua, aveva i muscoli sfiniti, il cuore gli saltava alla gola, gli martellavano le tempie, gli tremavano le braccia, gli si aggranchivano le mani, la vista gli s'intorbidiva, le idee gli si confondevano; la sua respirazione non era più che un anelito continuo e doloroso; andava avanti quasi senza conoscenza, come spinto da un impulso di dentro, che si veniva man mano affievolendo; gli pareva di correre perdendo sangue da una piaga; si sentiva mancare non solo il vigore, ma il pensiero e la vita. La carrozza infilò il corso Sommeiller, e poi svoltò a destra. Come a traverso una nebbia egli riconobbe gli olmi e le case del viale di Stupinigi, e disse quasi inconsciamente, come un'eco: — Stupinigi! — Poi balenò nella sua mente oscurata un ricordo. Si ricordò che molti duelli si facevano nei boschi di Stupinigi. Non c'era dubbio. Suo padre andava là. C'erano dieci chilometri! Si vide perduto. Sfuggendogli la speranza di poter resistere, lo abbandonò l'ultimo resto del vigore. Le gambe gli piegavano, si lasciò trascinare; non gli restò che un po' di forza nelle mani, con cui si teneva rabbiosamente stretto all'asse delle ruote. Ma gettando a destra uno sguardo di naufrago, vide la facciata dell'ospedale Mauriziano, ed ebbe nel punto stesso quasi l'apparizione viva di suo padre portato là da quattro uomini, col viso bianco e le braccia ciondoloni. A quella visione perdè la testa, allentò le mani, e cadde nel mezzo della strada, appena oltrepassato l'ospedale, mandando un gemito, e dicendo disperatamente: — Addio, babbo! addio! addio! — E impotente a rimettersi in piedi, riuscì ancora a trascinarsi carponi fino alla proda del viale, dove andò giù disteso, come un corpo morto.

*

Pochi momenti dopo, come in un sogno, udì il rumore d'una carrozza che passava, e quasi ad un tempo il suono del suo nome.

Aperse gli occhi: vide Carlo Bussi inginocchiato davanti a lui.

— Pironi! — esclamò quegli, pigliandogli una mano. — Pironi!... Che hai? Cos'è stato?

— .... Non posso più, — rispose Arturo.

— Alzati! — gli disse concitato il compagno — fatti forza! Siamo ancora in tempo. La carrozza di mio padre è passata ora. T'ho visto passando. T'ho creduto morto. Su, Arturo, su! Possiamo ancora raggiungerli. Non andranno lontano. La carrozza va adagio. Guarda.... Oh che fortuna! S'è fermata!

A un centinaio di passi più oltre, infatti, la carrozza s'era fermata per aspettare che passasse il treno della strada ferrata, la quale attraversava il viale di Stupinigi in quel punto. Doveva passare il treno di Milano, partito allora dalla stazione di Porta Nuova. Il cantoniere aveva chiuso le due barriere.

— Coraggio! — ripetè Carlo, aiutando l'amico a mettersi a sedere e facendogli appoggiar la schiena a un paracarri. — Ecco il tuo berretto. Abbiamo cinque minuti di vantaggio. Hai il tempo di riprender fiato. Su, Pironetto, su. Vuoi darla vinta a un ronzino da trenta soldi l'ora? Ci ho delle pasticche di menta: ingollane una, chè ti rimetterà in gamba. Hai fatto il più: fa ancora un ultimo sforzo. Fino a Stupinigi non ci vanno; ho inteso dire al cocchiere il nome d'una villa. Ci arriveremo e non li lascieremo battersi. Vedrai come mi buscherò la piattonata del genitore! Che credi che non abbia faticato anch'io? Nella furia di scappare ho infilato nell'anticamera le scarpe del servitore. Guarda che torpediniere! Ho dovuto far miracoli per portarle a salvamento. Credevo di lasciarne una davanti al Municipio. Lèvati presto. Non avrai più da correre. Io ti metto a sedere sull'asse delle ruote, tu ti appoggi con le mani alle mie spalle, e vai come un milionario. Su, su, senti il treno che arriva. Andiamo subito. Vedrai che tutto andrà bene. Ma non perdiamo più un momento!

A quelle parole Arturo si sentì nel petto come un nuovo soffio di vita, si levò in piedi, e ciondolando un poco, ma a passi spediti, tirato per la mano da Carlo, arrivò sin dietro alla carrozza, nel momento che passava il treno con un fracasso di tuono.

— Riaprono! — disse Carlo. — Su, Arturo, in sella!

E, preso l'amico fra le braccia, lo pose a sedere sull'asse, si fece metter le mani sulle spalle, e s'afferrò al ferro con le sue, l'una a destra e l'altra a sinistra, pronto alla corsa.

La frusta schioccò; la carrozza si mise in moto.

— Ci stai bene? — domandò Carlo.

Arturo accennò di sì.

— Fa conto di far gli esercizii alla sbarra fissa. Ma agguantami forte, e attento ai sobbalzi. Non aver paura, però. Non s'andrà molto lesti. Mi sono accorto che il fiaccheraio è sborniato. E non darti pensiero di me. Io ho i polmoni del Bargozzi. Vedrai che avremo fortuna....

*

Proprio in quel momento, nella carrozza, uno dei padrini, — un signore lungo e secco, con due occhi di gatto e un pizzo di barba grigia — dava gli ultimi consigli all'avvocato Bussi, seduto dirimpetto a lui, intorno al modo di regolarsi nel duello. — Dunque, siamo intesi. L'avversario è fuor d'esercizio, si stancherà dopo la prima furia. Tu aspetta che molli, e allora fa quello che t'ho detto: — così — così — e là! — E sarà servito. — E rifece con la mano ossuta l'accenno di due finte e d'un colpo di bandoliera, strizzando l'occhio felino.

L'avvocato Bussi non rispose. Aveva l'aria d'un uomo seccato. Volgeva in mente da un po' di tempo dei pensieri assai discordanti dalla conversazione; i quali s'esprimevano in un sorriso sarcastico sulle sue labbra taglienti, usate alla canzonatura. — Curioso — diceva tra sè — questo bravo signore, che si vanta di credere in Dio, e che m'insegna tranquillamente a sgozzare il prossimo, come mi darebbe una ricetta per una salsa! E quest'altro palloncino pien di vento, che non riesce a nascondere la felicità d'esser per la prima volta padrino in un duello, come se fosse una delle imprese d'Ercole, e schizza dagli occhi l'impazienza d'andarlo a strombettare ai quattro canti di Torino! E questi due armadi a ruote che portan via di nascosto me e quell'altro come due ragazze rapite, e quel signore che c'impresta cortesemente la villa perchè ci possiamo ammazzare a nostro comodo, e il medico che ci accompagna con l'ago e col filo per rimendarci la pelle.... tutto questo m'ha l'aria d'una lugubre buffonata. Vorrei sapere perchè mi vado a battere. Quando il Pironi mi regalò quell'epiteto, io ero ben certo che tale non mi credeva, e che quanti eran lì eran certi della stessa cosa, e che capivano ch'egli m'aveva lanciato quella parola perchè l'avevo messo al muro e non sapeva più che altro rispondermi. Avrei dovuto ridergli in faccia, senz'altro. Io mi batto dunque per dimostrare che non son uomo da lasciarmi dire delle impertinenze. Ma se egli mi ferisce, a che servirà l'aver dimostrato che non mi lascio dire delle impertinenze, se dimostrerò ad un tempo che mi lascio dare delle sciabolate? Che corbelleria! Ma è una corbelleria che può finire.... con la fine d'uno dei due. Si può essere più bestialmente matti?... Basta: purchè non ci sian là a vederci dei contadini. È il mio pensiero fisso da ieri: un pensiero che mi dà una noia.... da non credersi. Mi pare che mi vergognerei, e che buscherei una botta per effetto della distrazione. E perchè me ne vergognerei?... Perchè la gente del popolo ride del duello. È certo per questo. Ma perchè, se io vedo due popolani che rissano col coltello, non rido, ed essi ridono quando vedono due di noi che si battono con la sciabola? Vediamo un poco. Forse.... perchè essi non si battono che in un accesso di furore, il quale, se non giustifica la rissa, la spiega, e le dà almeno un aspetto tragico; quando il nostro combattimento condotto con tutte le regole, — dopo uno scambio di saluti, con le debite pause, in presenza di quattro signori, in un luogo prestabilito, senza neanche la giustificazione apparente dell'ira — è veramente una cosa buffa e antipatica. E io me ne vergognerei anche perchè quella gente, vedendo un duello, comprendono che è assurda la distinzione enorme che noi facciamo fra le nostre risse e le loro, e godono di coglierci in una contraddizione stupida e odiosa fra la nostra ferocia di duellanti e le nostre vanterie di gente civile e gentile; contraddizione tanto più odiosa in quanto ad ammazzare essi non imparano, e noi ci esercitiamo per molti anni. Ah, buffoni, buffoni, buffoni! Ma dunque non si arriverà mai a questa villa del malanno?

*

In quel momento, i due ragazzi sentirono uscir dalla carrozza un grido soldatesco: — Ferma!

— Giù! — disse Carlo. — Siamo arrivati. Rimpiattiamoci subito. — Arturo si buttò giù dall'asse, corse dietro all'amico e saltò con lui dentro al fosso che fiancheggiava la strada; dove tutt'e due s'accucciarono, levandosi il cappello e sporgendo il capo al disopra della proda appena quanto occorreva per veder ciò che avveniva.

La carrozza si fermò davanti alla cancellata d'una villa signorile, della quale appariva il tetto di là dagli alberi d'un vasto giardino, cinto d'un muro. La cancellata, ch'era socchiusa, fu spalancata da una mano invisibile, la carrozza entrò, i battenti si chiusero.

— Siamo perduti! — esclamò Arturo.

— Neppur per sogno, — rispose Carlo.

— Come faremo ad entrare?

— Come fanno i ladri. Non c'è bisogno d'entrar per la porta. Vieni con me, ma lesto.

Così dicendo, Carlo saltò sulla strada, l'attraversò, si gettò di corsa, seguito da Arturo, in un campo accanto alla villa, arrivò fino ai piedi del muro di cinta, lo misurò con uno sguardo, e disse al compagno: — Scavalchiamolo.

— Ma non faremo in tempo! — esclamò Arturo affannato. — Intanto si batteranno!

— Non temere, — rispose Carlo. — I preparativi son lunghi. Fa a modo mio.

Mise Arturo con le spalle al muro, gli fece piantar forte i piedi e incrociare le mani a seggiolino, e dettogli: — Tien saldo! — gli pose un piede sulle mani, afferrandosi alle sue braccia, prese una spinta con l'altro piede, gli salì ritto sulle spalle e tastò con le dita la sommità del muro.

— Accidenti al proprietario! — esclamò, e ricadde a terra.

— Che cosa c'è? — domandò Arturo, sgomento.

— C'è che la cresta del muro è incrostata di schegge di vetro, a servizio dei galantuomini. Bisogna sacrificar le giacchette. Dammi la tua.

Se le tolsero tutt'e due, Carlo le prese fra i denti, e, risalito sulle spalle del compagno, gettò l'una sopra l'altra sul sommo del muro, vi piantò le mani come due artigli, si tirò su, si rigirò verso il compagno appoggiandosi sul ventre, tese le braccia verso di lui, e gli disse: — Afferrati, punta i piedi contro le sporgenze e vien su senza paura: ho le pale solide.

In quella maniera, facendo uno sforzo di piccolo atleta, tirò a sè il compagno come un secchio.

— Bada a non bucarti! — gli disse quando Arturo s'attaccò alle giacchette.

Arturo mise un grido.

— Che c'è?

— Nulla; una puntura.

— Io salto dentro. Tu aspetta.

Carlo saltò giù nel giardino, e tese le braccia allargate verso Arturo, dicendogli: — A te, ora!

Questi si lascio andar giù e gli cadde fra le braccia.

— Bene arrivato! — esclamò Carlo, — siamo nella fortezza!

Si trovavano all'estremità d'un lungo sentiero che andava diritto in mezzo a due fughe di piccole aiuole, divise da altri sentieri, fino a una siepe altissima di mortelle; la quale attraversava il giardino come un muro divisorio, aperta qua e là in vani arcati dalla forma di porte.

— Si battono là dietro! — disse Arturo. — Corriamo!

E tutt'e due scamiciati, grondanti di sudore, trafelanti, si lanciaron di corsa verso il muro verde....

*

Appena entrato nella villa e sceso di carrozza vicino alla porta, dove stava già l'altro legno, l'avvocato Bussi s'era trovato davanti a un largo viale, fiancheggiato da due alte pareti di mortelle e chiuso in fondo dalla facciata della palazzina. Al capo opposto del viale, c'era l'avvocato Pironi col medico e co' suoi padrini. Questi e quelli del Bussi s'erano subito mossi gli uni verso gli altri, e, incontratisi a mezza via, avevano fissato lì il campo del duello, e tracciato delle linee sulla terra con la punta delle canne. Poi avevano levato dalle fodere e dato le sciabole al medico, che le aveva asperse d'acido fenico, dopo aver preparato bende, pinze e boccette sopra un sediletto di legno, vicino a una delle aperture di fianco.

Mentre i due ragazzi stavano scalando il muro, i due avversari, chiamati dai padrini, si avvicinavano, si levavano il cappello e il vestito, si rimboccavano la manica della camicia sul braccio, si facevano fasciar la mano con un fazzoletto, e, impugnate le sciabole, si mettevano l'uno di fronte all'altro, avendo ciascuno i proprii padrini a destra e a sinistra. Uno dei padrini del Bussi, quello dal pizzo grigio, che aveva pure una sciabola in mano, faceva da direttore del combattimento.

Tutt'e due avevano il viso pallido, ma risoluto. Tutti gli altri tacevano. Non si sentiva che un cinguettìo allegro d'uccelli e il latrato lontano d'un cane. Il sole batteva il primo raggio sulla facciata rosea della palazzina.

A un cenno dei padrini, i due avversari fecero il saluto con la sciabola.

Il signore del pizzo gridò: — A voi!

Era il segnale dell'assalto.

Si misero in guardia e incrociarono le lame....

In quel punto, di là dalla parete delle mortelle, suonò un grido acuto e doloroso: — Aiuto!

L'avvocato Bussi s'arrestò il primo, stupefatto, come se avesse riconosciuto quella voce, ma incredulo, come se gli paresse un'illusione.

La voce ripetè con un grido più lungo e più supplichevole: — Aiuto!

Era il suo Carlo. Il Bussi non sentì più altro, gittò un'occhiata intorno, vide il vano della siepe, vi si lanciò, tutti lo seguirono.

Fatti appena venti passi, s'arrestarono.

Arturo giaceva in terra, disceso a traverso a un sentiero, tutto insanguinato e fuor dei sensi; Carlo, inginocchiato accanto a lui, atterrito e tremante, gli sorreggeva il capo con una mano, e con l'altra, rossa di sangue, gli stringeva un braccio intorno al polso; lungo il sentiero serpeggiava una striscia sanguigna.

L'avvocato Pironi mise un grido disperato: — Mio figlio è morto! — e gli si gittò accanto in ginocchio; il medico si chinò e gli prese il braccio; tutti gli altri affollarono Carlo di domande.

Questi, quasi fuor di sè, rispose balbettando. Disse com'eran venuti là, per impedire ai loro padri di battersi, e come avevano scavalcato il muro, incrostato di scheggie di vetro. Nell'afferrarvisi, Arturo s'era ferito al polso. Non se n'era accorto subito. Poi, correndo a traverso al giardino, sentendosi mancar le forze, aveva scoperto la ferita; aveva perduto molto sangue; era caduto là, fra le sue braccia.

— Dottore! — gridava intanto il Pironi, — dottore, me lo salvi!

Il dottore, che aveva esaminato il braccio e lo stava fasciando, lo rassicurò, dicendo, che era stata ferita l'arteria radiale, ma leggermente, che il compagno, comprimendola, aveva arrestato in tempo l'effusione del sangue, e che non c'era pericolo.

Ma il Pironi, invaso dallo sgomento, non vedendo il figliuolo dar segno di vita, non gli credette, e gridò più affannosamente: — Mi muore! mi muore! ma non lo vede che mi muore?

— No, — rispose il medico, avvicinando alle nari del ferito una boccetta, — ecco che rivive.

Arturo aperse gli occhi, riconobbe suo padre, gli sorrise, e alzando il braccio illeso fece l'atto di mettergli la mano sulla spalla.

Il padre gettò un grido di gioia e gli coperse la fronte di baci, singhiozzando.

— Babbo —, mormorò Arturo appena potè raccogliere la voce —, è stato Carlo.... Io ero caduto per la strada..., mi rialzò, mi fece coraggio.... È lui che mi ha tirato su pel muro.... Senza di lui non sarei qui.... Egli m'ha fermato il sangue.... È lui che ha fatto tutto....

Il Pironi alzò il viso verso Carlo, che gli stava ritto al fianco, lo fissò negli occhi, e gli disse: — Tu sei un uomo! — e lo baciò sul cuore.

Poi balzò in piedi, raccolse la sciabola che aveva buttata via, e voltatosi verso il Bussi, che stava immobile a pochi passi, gli disse con un accento risoluto, che discordava dallo sguardo, sfavillante di gratitudine per il suo figliuolo:

— Son pronto!

— Io pure! — rispose fieramente il Bussi, e gettò la sciabola a terra.

Il Pironi gli s'avventò al collo, e mentre s'abbracciavano, gli disse nell'orecchio: — Dimentica! — Poi, svincolandosi, a voce alta, perchè tutti sentissero: — Perdonami!

Pochi minuti dopo, il ragazzo ferito, sorretto sulle braccia dai due padri, sulle cui spalle appoggiava le mani ancora insanguinate, facendo fra l'uno e l'altro come un vincolo vivo, e il suo bravo compagno, sollevato anch'egli da terra, in sogno di festa, da due padrini, furono portati alle carrozze, fra gli applausi e gli evviva, come in trionfo....

. . . . . . .

Ma l'avvocato Pironi non doveva arrivare a casa senz'aver provato un nuovo affanno. Nella carrozza, dove entrarono il Bussi e il medico con lui e con Arturo, questi, dopo esser rimasto un pezzo assopito, ridestatosi, volle rispondere a tutte le domande che gli eran rivolte, e s'affaticò per modo che, nel punto che stavano per sboccare da via Sacchi sul corso Vittorio Emanuele, ebbe un leggero deliquio. — Che cos'è questo? — domandò il Pironi spaventato. Era debolezza. Il medico consigliò un cordiale. Il Pironi gridò: — Ferma! — La carrozza si fermò all'angolo del caffè Mogna. Dissero tutti e tre insieme: — Un cognac? — Del vino chinato? — Un Marsala? — Arturo aperse gli occhi languidi e mormorò sorridendo: — No.... un gelato di crema.

Poi soggiunse, richiudendo gli occhi: — Doppio.

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