Part 25
— Un altro gelato? — gli domandò sorridendo il cameriere. — No, — rispose il ragazzo, con voce concitata; — la _Guida di Torino_. — Il cameriere gli portò un grosso libro, che egli conosceva, perchè l'aveva nello studio suo padre. Lo aperse, cercò l'elenco degli avvocati, vide dove stava di casa l'avvocato Bussi, ringraziò e tirò via. Stava in via San Domenico. Egli vi arrivò in un batter d'ali, s'affacciò all'uscio di uno sgabuzzino del portone, dove stava rattoppando una scarpa un vecchio ciabattino con gli occhiali, e gli domandò se stesse lì di casa l'avvocato Bussi. Ci stava: al secondo piano. Domandò ancora: — A che scuola va il suo figliuolo? — La seconda domanda dovè parere indiscreta all'ombroso Crispino, il quale gli rispose con mal garbo: — A scuola non ce l'ho messo io: vada a chiedere le informazioni in casa. — Ma il ragazzo ridomandò: — A che scuola va il suo figliuolo? — con un accento così commosso di preghiera, d'impazienza e d'affanno, che quegli rispose quasi a suo malgrado, come a un comando, guardandolo con due grand'occhi stupiti: — Qua vicino, al Ginnasio Balbo, in via Porta Palatina. — Non aveva ancor detto la via che il ragazzo era già scappato. Svoltò in via Milano, infilò via della Basilica, riuscì in via Palatina e arrivò trafelato davanti alla porta del Ginnasio, dove stava ritto il custode — un ometto sbilenco dal muso volpino — il quale, vistogli i libri sotto il braccio, gli lanciò un'occhiata severa, dicendo tra sè: — Ecco un monello che ha marinato la scuola, e che viene ad aspettare un altro poco di buono, per andare insieme a batter le strade. Che grinta! Questo deve dar delle belle consolazioni, a suo padre!...
All'uscita degli scolari Arturo si piantò nel mezzo della soglia e cominciò a chiamare: — Bussi — Bussi — Bussi, cercando a destra e a sinistra il viso del suo piccolo amico d'un tempo, che non era certo di riconoscere. Non n'eran passati trenta che una voce gli rispose: — Son qui — e gli si parò davanti un ragazzo, il quale, guardatolo appena, gli domandò con accento di stupore, sorridendo: — Pironi?
Era un ragazzo assai più alto e più robusto di lui, benchè non avesse che un anno di più: bruno di pelo e di pelle, e d'aspetto piacente; benchè di una espressione precocemente ferma, quasi d'un uomo, e leggermente beffarda; la quale gli avrebbe fatto cattivo senso s'egli avesse avuto l'occhio meno velato dalla passione. Ma Arturo non ci badò, lo prese per mano, lo tirò dall'altra parte della strada e gli disse affannosamente: — Senti.... domani mattina.... mio padre e tuo padre.... si battono in duello....
La notizia non produsse l'effetto ch'egli s'aspettava. Quegli non fece che un leggiero segno di stupore, dicendo:
— Oh, diavolo!... E perchè mai?
Arturo gli disse in furia quello che sapeva, e come l'aveva saputo, e soggiunse con voce rotta: — Ora noi dobbiamo impedire, capisci, a qualunque costo. Mio padre può uccidere il tuo, o restar ucciso. Questo non dev'essere. È un orrore. Son venuto da te. Aiutami tu. Tentiamo insieme. Noi soli possiamo impedire una tremenda disgrazia.
Il ragazzo si grattò il mento con un dito; poi rispose tranquillamente: — Impedire.... va bene. Ma in che maniera?
Arturo gli espose il suo disegno. Il duello si sarebbe fatto senza dubbio la mattina prestissimo. Dovevano vegliar tutti e due, attenti a quando il babbo uscisse di casa, e uscir dopo di lui, senza farsi sentire. Certamente, secondo l'uso, l'uno e l'altro sarebbero stati aspettati dai padrini sulla strada, con una carrozza. Essi si dovevano attaccare dietro alla carrozza, e non lasciarla più. Così, senza gran fatica, potevano arrivare al luogo fissato per il duello. Là si sarebbero facilmente ritrovati, e nascosti insieme, in qualche modo, ad aspettare il momento. Giunto il momento, si sarebbe gettato ciascuno ai piedi del proprio padre, supplicandolo di non battersi. Non avrebbero osato, per certo, di battersi in presenza dei loro figliuoli, si sarebbero commossi tutti e due, lasciati persuadere dai padrini a desistere, forse riconciliati. — È questo l'unico mezzo, — concluse. — Io solo non impedirei nulla. Mi raccomando a te. Non lasciarmi solo. Aiutami, per quanto hai di più caro al mondo. Te ne scongiuro!
L'altro rimase un poco sopra pensiero; ma con un sorriso sulle labbra, come se fosse più allettato dalla novità bizzarra dell'impresa che commosso dall'idea del pericolo paterno e della gentilezza dell'azione. Poi rispose con molta placidità: — L'idea è buona; ma.... quanto alla riuscita, ho i miei dubbi. Per quello che riguarda mio padre, intanto, io sono certo d'una cosa, come se fosse già avvenuta, ed è che, quando mi vedrà comparire, invece di commoversi, mi ammollerà una piattonata sulla schiena. Mi vuol bene; ma.... me l'ammollerà. Me la sento. Ma questo non vorrebbe dire. Il male è che si farebbe un buco nell'acqua.... credo. Dimmi un po': e se non ne facessimo nulla? Non bisogna poi montarsi la testa. Non tireranno mica a finirsi. Tutti i giorni seguono dei duelli senz'altra conseguenza che una scalfittura al braccio o una sdrucitura al capo: il medico ci dà qualche punto, i duellanti si stringon la mano, e poi.... vanno insieme a far colazione.
— No! no! — esclamò Arturo, col pianto nella gola; — non dir così, te ne supplico. Tuo padre è stato offeso, il mio è impetuoso. Quando hanno le armi alla mano perdon la testa. E poi, chi lo sa? E se si battono con la pistola? Uno dei due può morire. Pensa che rimorso, che disperazione ne avremmo tutti e due! Pensa alla tua povera mamma! Pensa che domani mattina, fra poche ore, tu potresti non aver più padre, o potrei non averlo io! E questo per una parola! È una cosa orrenda! Tu scherzi; ma sei buono. Abbiamo giuocato insieme da bambini, ci volevamo bene. Aiutiamoci come due fratelli. Non lasciarmi solo. Io ci vado solo, se tu non vieni, anche a costo di cascar morto per la strada. E allora direbbero tutti: — Perchè non ci è andato anche l'altro? Penserebbero male di te.... Oh, vieni, vieni.... Come ti chiami?... Carlo? Sì, ora mi ricordo. Vieni, Carlo, te ne prego; m'inginocchio qui sulla strada, se non mi dici di sì; ho bisogno di te; tu puoi salvar la vita a mio padre; te ne scongiuro in nome di mia madre, e della tua; e se mi aiuti, ti vorrò bene sempre, anche quando sarò grande, sarò sempre per te quello che tu vorrai, pronto a darti anche la mia vita, se me la chiedessi! — E così dicendo, gli mise le mani tremanti sulle spalle e il viso contro il viso.
Carlo, che aveva sorriso alle prime, parole, cessò di sorridere alle ultime, lo fissò, e gli disse con un accento di pietà, da fratello maggiore: — Povero Arturo!
Questi gli strinse le spalle più forte, aspettando la risposta, con tutta l'anima negli occhi.
Carlo rispose: — Verrò.
Arturo gli avvinghiò un braccio intorno al collo e gli baciò le due guance; e domandò ancora: — Me lo prometti?
— Sarò là, — rispose l'altro, risolutamente. Poi, sorridendo da capo in aria di canzonatura: — Ma dimmi un po'.... E se andassero a battersi a Rivoli? Avremmo una dozzina di chilometri da fare dietro la carrozza. Sarebbero lunghetti.
Arturo fece un gesto risoluto come per dire che a qualunque distanza egli avrebbe avuto la forza d'arrivare. E gli disse, guardandolo negli occhi: — Mi hai promesso! Mi fido di te!
E l'altro, rifacendosi serio: — Hai la mia parola.
Arturo lo baciò un'altra volta, gli disse con tutta l'anima: — Grazie! — e s'allontanò correndo; senz'accorgersi che Carlo lo stava osservando, come fanno gli scommettitori coi cavalli da corsa, per vedere se avesse gambe pari all'impresa. Poi anche Carlo se n'andò, col suo passo solito, dicendo tra sè: — Le seste le ha buone; vedremo i polmoni. Mio padre si batte! Oh diavolo.... diavolo. Non so se la darà al signor Pironi; ma a me la darà, di sicuro. Si tratta d'aver prima buone gambe, e poi.... buona schiena. _Macte virtute, Carole._ Sarà una scarrozzata di nuovo genere. Purchè non vadano a Rivoli!
*
Rientrato in casa, Arturo pose ogni cura a dissimulare il suo stato d'animo alla mamma; la quale era ancora assai giovane, e d'indole così espansiva, e così familiare con lui, che gli pareva alle volte, più che una madre, una sorella. E quel giorno era più allegra del solito; il che gli fece più pena, e gli rese più difficile la dissimulazione. All'ora del desinare, quando sentì la scampanellata di suo padre, tremò, non ebbe cuore d'andargli incontro, sedette a tavola a aspettarlo, tutto trepidante.
Ma riprese animo quando lo vide comparire con l'aspetto consueto, e più quando egli cominciò a discorrere, come faceva sempre, dei casi occorsigli nella giornata, non solo senz'alcuna apparenza di turbamento, ma con una vivacità insolita, e in un tono anche più affabile dell'usato. Gli pareva solo qualche volta che, dopo aver fatto una domanda, non ponesse mente alla risposta, come se avesse interrogato così per parlare, e che di tratto in tratto, quando fissava lo sguardo sulla finestra dirimpetto, rimanesse assorto un momento come se vedesse in lontananza, per aria, qualche cosa di singolare. Ma a quel modo egli aveva fatto altre volte. Il ragazzo si tranquillò alquanto, a poco a poco; non solo, ma a un certo punto una risata improvvisa che diede suo padre a uno scherzo della mamma gli fece brillare una speranza, che gli aperse il cuore.
— E se non fosse vero che si deve batterei — pensò. — Egli aveva inteso dire più d'una volta di “quistioni d'onore„ — come le chiamavano, — composte dai padrini amichevolmente; aveva visto in qualche gazzetta qualcuno dei così detti “verbali„ sottoscritti da quattro persone, le quali dichiaravano, dopo aver esaminato il caso, non esservi ragione di battersi fra due signori, che pure s'erano ingiuriati e sfidati. Perchè non potevano essersi riconciliati, per intromissione degli amici, suo padre e l'avvocato Bussi? Come avrebbe potuto suo padre mostrarsi così tranquillo, se avesse dovuto il giorno dopo rischiar la vita? — E s'afferrò con tutte le forze a questa speranza, nella quale ogni sorriso di suo padre lo riconfortava, e si sentì crescere in cuore, a grado a grado, una gioia immensa.
Tutt'a un tratto suo padre si battè una mano sulla fronte e sclamò: — Che smemorato! — Poi, rivolto alla mamma: — Mi scordavo di dirti che domattina devo partire per Vercelli.
Al ragazzo corse un brivido per le vene.
— Per quella benedetta causa dei fratelli Bonomi, — soggiunse suo padre. — Ritornerò la sera. Parto col primo treno.
— Ma, — domandò la moglie, un po' stupita. — Non m'avevi detto che la causa era rimandata al mese venturo?
— Così era, infatti, — rispose l'avvocato. — Ma fu anticipato il dibattimento, perchè ne fu rinviato un altro, che lo doveva precedere. Ho ricevuto un telegramma in tribunale. È un contrattempo che mi secca. Ma non c'è che fare.
— Sei proprio certo di ritornar la sera? — domandò la signora, senza un'ombra di sospetto.
— Certissimo. È un affare di poche ore. Non mi porto neppure la valigietta. Non t'avrai nemmeno da svegliare.
Detto questo, cambiò discorso. Ma Arturo, ripreso dallo sgomento e dall'affanno, non udì più nulla. Si levò da tavola appena finito di desinare, andò nella sua camera, accese il lume e sedette a tavolino, fingendo di fare il suo lavoro di scuola. A una cert'ora suo padre si affacciò all'uscio e gli disse: — Vado nello studio a lavorare, Arturo; non mi disturbare; ti do fin d'ora la buona notte.
— Buona notte, babbo! — rispose il ragazzo con voce soffocata, e rimase là atterrito, agghiacciato dal pensiero che potesse esser quella l'ultima volta ch'egli si sentiva dir: — Buona notte, — da quella voce....
*
Poi si gettò sul letto, svestito a mezzo, spense il lume, e restò con gli occhi aperti nel buio e con l'orecchio teso, per sentire quando suo padre andasse a dormire. Scoccarono le undici, e non aveva ancora udito il suo passo. Che cosa poteva mai fare fino a quell'ora così tarda, poichè non era possibile che avesse l'animo tanto tranquillo da occuparsi dei suoi affari d'ufficio?
Arturo si ripetè più volte, con ansietà sempre più viva, quella domanda: — Che cosa sta facendo?
Un'idea terribile gli passò pel capo: — Scrive il suo testamento!
Ne ebbe subito una certezza assoluta. Sì, egli faceva quella cosa terribile. Suo padre aveva il presentimento della morte, e si preparava a morire. E a quel pensiero lo prese una pietà e una tenerezza infinita. Suo padre, ancora così giovane, e così buono, che aveva circondato la sua infanzia di tante cure, che aveva tanto lavorato per lui, che dedicava ogni suo momento libero a istruirlo e a ricrearlo, e che cercava e trovava ogni giorno qualche nuovo modo di rendergli più bella la vita! E di ricordo in ricordo, risalendo fino al principio della sua memoria, riandò tutte le prove d'affetto che gli aveva date, se lo raffigurò in tutti i momenti in cui gli era apparso più rispettabile e più amabile, rivide i suoi sorrisi, riudì le sue parole, risentì le sue carezze, e, giunto al termine di quella corsa del pensiero, ritrovandosi dinanzi l'immagine di lui disteso a terra insanguinato, fu oppresso da una stretta di dolore più violenta ancora di quella che aveva risentito la mattina al primo intender la notizia funesta, e scoppiò in dirottissimo pianto. Ma, infine, la stanchezza lasciata in lui dalle commozioni profonde della giornata fu più forte dell'affanno, e nonostante tutti i suoi sforzi per resistere al sonno, si assopì leggermente.
E sognò.
Sognò che pioveva a rifascio, tuonava e lampeggiava. Egli era solo in casa; ma in una stanza che non aveva mai vista. Tra un tuono e l'altro, e qualche volta confusa col tuono, sentiva la voce di suo padre, che lo chiamava, come invocando-soccorso: — Arturo! Arturo! Figliuol mio! — Ma egli non capiva donde venisse quella voce, poichè pareva ad un tempo vicina e lontana, che venisse dal piano di sopra e da quel di sotto, di dentro ai muri, di sotto ai mobili, e di fuori, dai terrazzini, o dall'aria. Si slanciò nella stanza accanto: la risentì: — Arturo! Arturo! Figliuol mio! — Gli parve che la voce fuggisse davanti a lui. Si diede a girare di stanza in stanza, correndo, per un labirinto di stanze sconosciute, ora oscure come sotterranei, ora illuminate dai lampi, per lunghi anditi, per sale vastissime, di cui il tuono incessante faceva tremar le vetrate, e dove, con suo grande stupore, inciampava in cespugli e in tronchi d'alberi e sentiva erba e sassi sotto i suoi piedi; e sempre si udiva chiamare: — Arturo! Arturo! Figliuol mio! — da una voce sempre più supplichevole, sempre più fioca, sempre più lontana. Lo prese la disperazione, si mise a correre con più furia, singhiozzando: — Babbo! Babbo! dove sei? dove sei?... — Infine il tuono cessò, seguì un silenzio profondo, e nell'oscurità muta, non più rotta dai lampi, egli sentì un passo leggiero che s'avvicinava....
Si svegliò di sobbalzo, vide che era giorno, e sentì ancora quel passo....
Fece appena in tempo a tirarsi addosso le coperte: suo padre era sulla soglia dell'uscio.
Veniva a dargli il bacio d'addio.
Egli finse di dormire; sentì che s'avvicinava in punta di piedi al suo capezzale.
Lo assalì una tentazione violenta di gettargli le braccia al collo. Ma capì che se l'avesse fatto sarebbe scoppiato in pianto e avrebbe tradito il suo secreto. Con uno sforzo vigoroso di tutto l'animo e di tutti i nervi, si contenne, e simulò il respiro fitto e regolare del sonno.
Sentì la bocca di suo padre sulla fronte.
Tremò tutto; ma si vinse.
Suo padre s'allontanò come un'ombra.
*
Non era ancora a mezzo delle scale, che Arturo, finito di vestirsi in un lampo, si trovava già sul pianerottolo. Al momento che suo padre usciva dal portone, egli scendeva l'ultimo scalino, e di là, sporgendo il capo, vide nella luce incerta dell'alba una carrozza ferma vicino al marciapiede, e tre signori ritti accanto allo sportello; i quali salutarono suo padre, e salirono dentro con lui. Il fiaccheraio frustò il cavallo, la carrozza partì, ed egli vi si cacciò dietro, afferrandosi all'asse delle ruote posteriori.
Il cavallo andava di trotto lento: lo poteva seguitare senza fatica. La carrozza svoltò in via Cernaia e pochi momenti dopo sul corso Vinzaglio. Il suo primo pensiero fu chi potesse essere il terzo di quei signori che erano saliti nel legno con suo padre. Che lo dovessero accompagnare due padrini, lo sapeva; ma chi era il terzo? Non gli venne in mente che fosse il medico. Ma non insistè in quel pensiero. Era una bella mattinata di primavera, limpida e piena di fragranze di campagna. Ma la città, ancora dormente, con le vie deserte e le botteghe chiuse, presentava l'aspetto triste d'una città disabitata, e le pedate del cavallo e il rumore delle ruote echeggiavano in quella solitudine silenziosa come sotto una gran vôlta invisibile. Al crocicchio di Corso Oporto attraversò la via un'altra carrozza, il cui fiaccheraio gridò rizzandosi sulla cassetta: — Ohè! camerata! ne porti uno gratis! — e quasi nello stesso punto Arturo fu colpito alla guancia dallo sverzino della frusta, che il “camerata„ aveva menata con un giro del braccio all'indietro. Ne sentì un bruciore acuto; ma lo bruciò di più la vergogna. Cominciava a passare qualche operaio, ad aprirsi qualche finestra: gli pareva che tutti dovessero guardarlo, e pigliarlo per uno straccione vagabondo, e gridare al cocchiere: — Frusta di dietro! — Correva per lunghi tratti col mento sul petto, non vedendo i passanti e gli alberi che come ombre fuggenti, inzaccherandosi nelle pozzanghere che aveva fatto la pioggia la notte, fissando gli occhi nel numero della carrozza come per raccogliere in quello tutta la sua mente, e non pensare ad altro. Svoltando dal Corso Vinzaglio sul Corso Duca di Genova il cavallo prese un trotto più rapido, ed egli cominciò a sentir la stanchezza, e a filar grosse goccie dalla fronte e dalle tempie. Lo affaticava sopra tutto lo star chino con le mani sull'asse, che era troppo basso; provò a tenersi alle molle, ma s'affaticò anche di più, perchè doveva star colle braccia troppo aperte, e quell'atteggiamento gli opprimeva il respiro; tornò ad appoggiarsi come prima. Quando la carrozza girò a destra sul Corso Umberto, egli principiò a temere che non gli bastassero le forze per proseguire lungamente. Ma raccolse tutto il suo vigore e il suo coraggio, e continuò a correre. Gli pareva che se si fosse arrestato sarebbe stato un presagio sinistro, che se suo padre fosse andato innanzi senza di lui, sarebbe andato certamente a morire. Ma oramai grondava di sudore, gli saltava il cuore nel petto, gli usciva il respiro come un soffio di mantice. Pensare che il suo povero babbo era lì, a tre palmi dal suo capo, che c'era solo fra di loro una sottile parete di legno, e che pure gli pareva tanto lontano, e come separato da lui da una muraglia enorme e da un abisso insuperabile! E domandava a sè stesso se egli pensasse a lui in quel momento, e immaginava i tristi pensieri e l'affanno doloroso che lo dovevano opprimere, e ansando, sobbalzando a ogni scossa della carrozza, movendo continuamente le mani dall'asse alle molle e da queste all'asse, piegando tratto tratto sulle ginocchia e rialzandosi con uno sforzo sempre più penoso, ripeteva tra sè: — No, no, non ti abbandonerò, padre mio.... non ti lascierò ferire.... cadrò prima sfinito in mezzo alla strada.... O ti salverò o morirò.... Coraggio, babbo mio! Il tuo Arturo è con te.... Senti il mio cuore che batte vicino al tuo.... Senti il respiro del tuo figliuolo che ti accompagna!
*