Part 24
Non è che questo? È una delizia. L'ascensione è lenta. Non par di salire. Io mi trovo fra il colosso e monsieur Charles, che mi volta le spalle, mostrandomi di profilo un viso sbiancato, che par la fotografia animata dello Sgomento. Questo mi dà animo. E tutto va bene fin ch'io guardo lontano, all'orizzonte, che si va a grado a grado allargando. Ma a un certo punto commetto l'imprudenza di chinare il viso sul largo foro centrale della navicella e di guardar giù, proprio a filo sotto i miei piedi, misurando con un'occhiata tutto lo spazio — l'altezza d'un par di torri di Giotto — che ci separa già dalla terra. Mi fo indietro subito; ma troppo tardi: la vertigine m'ha acciuffato. Fu un minuto solo; ma.... lungo. Una tentazione vergognosa mi prese d'accoccolarmi dolcemente fra i due parapetti della navicella, chinando il capo e chiudendo gli occhi. Ma uno sguardo mi salvò: vidi la mano con cui monsieur Charles stringeva una delle corde, e la violenza compassionevole della commozione che indicavano i muscoli gonfiati e tremanti in quella stretta di naufrago, distraendomi, mi rinfrancò. Mi rimase un malessere, non di meno, nuovo affatto, e difficile a esprimere: una maledetta voglia di sedere, un sentimento di solitudine fisica, un senso fastidioso del mio peso, quasi un ribrezzo della cedevolezza dei vimini di quel cestone odioso, a cui m'appoggiavo col fianco.... — _Parfaitement dêsagréable_ — intesi dire da una delle due signore, che non vedevo. — _C'est ça_, risposi tra me; era pure la mia opinione. È strano: non avevo quasi coscienza in quel momento della legge fisica in virtù della quale salivamo, nè dell'apparecchio macchinoso che ci portava: mi pareva che ci levasse in alto qualche smisurato uccello di rapina, a volo lento e silenzioso. La navicella non faceva il minimo moto, nè le corde il più leggiero fruscìo: avrei giurato che stavamo immobili nello spazio. — _C'est égal; ce ne sera jamais mon métier_, — disse una voce. — Nemmeno il mio, — pensai. Che si dice del mare! È un elemento infido; ma vi sentite sotto qualche cosa, su cui in qualche modo ci si può reggere; ma l'aria.... l'aria non è niente. No, non sarà mai questo il mio genere di sport, se ne dovrò scegliere uno. Cento volte meglio la bicicletta. — E tutti quei modi coi quali si suole esprimere un sentimento di gioia o d'entusiasmo: — “parersi sollevato al disopra della terra„ — “sorvolare a questo basso mondo„ — “sentirsi rapito in alto„ — mi parevano smargiassate rettoriche. In verità, non avevo creduto mai di essere così strettamente affezionato, come mi sentivo in quel quarto d'ora, al mio pianeta nativo.
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Di sotto, intanto, i fiumi diventavan rigagnoli, le case scatole, i parchi aiuole, gli uomini insetti come se una forza mostruosa stringesse, raccorciasse, rattrappisse ogni cosa. Che mirabile spettacolo! Ginevra dorata dal sole, l'Arve e il Rodano inargentati, una vasta corona di colline seminate di borghi e di ville, la grande mezzaluna color celeste del lago di Leman, i monti verdi del Giura e le rocce grigie della Savoja, la catena superba del Monte Bianco, un'immensità d'azzurro, di verzura e di neve, fatta per lo sguardo d'un'aquila. In quella immensità splendida le due signore si davan la briga di cercare l'isoletta del Rousseau e il castello del Voltaire. Altri due sentivo che discutevano sul confine della Francia. — _Voilà le capitaine qui lit son journal_ — disse il colosso. Infatti, il capitano leggeva tranquillamente la _Tribune de Genève_, come se fosse stato in una sala del _Cafè du nord_. Quest'osservazione parve che tranquillasse un poco monsieur Charles che tentò d'abbozzare un sorriso. Se il capitano leggeva il giornale, pericolo imminente d'un disastro non c'era. Ma una voce che disse: — _Nous dévions_ — lo turbò da capo. S'era levata veramente un po' d'aria; la grande bandiera svizzera attaccata al polo inferiore dell'areostato s'agitava; il pallone era deviato alquanto fuor della direzione del recinto da cui era partito. Ma nessun movimento era sensibile. Monsieur Charles osservava con uno sguardo obliquo il dinamometro appeso all'anello d'acciaio, come se gli indicasse il grado variante del pericolo, e non ne staccava gli occhi che per gettare qualche rapida occhiata dentro la cinta dell'Esposizione. Ah le Esposizioni, viste da quell'altezza! Paiono quello che sono in realtà: trastulli di popoli. Vedevo una piccola città carnevalesca, divisa in due da un ruscello, simmetrica da un lato, disordinata dall'altro, variata di cento architetture di mille colori, che innalzavan le cupole, le guglie, le torri, i frontoni dipinti, i tetti a cono e a piramide, luccicanti e imbandierati, sopra un labirinto di giardini e di boschetti, biancheggianti di zampilli e di cascate, e per tutto un brulichìo di esseri minuscoli che entravano e uscivano da mille buche e s'affollavano per le vie larghe un dito e per le piazze grandi come la mano, come un popolo di formiche affaccendate. Vidi passare sur uno dei due ponti dell'Arve il tranvai elettrico che faceva il giro della Mostra. Che miseria! Uno scarabeo giallo fuggente sopra un fuscello a traverso un fil d'acqua. Mi diede nell'occhio, a un'estremità della cinta, un qualche cosa della grandezza e della forma d'un mezzo guscio d'ovo tagliato pel lungo: era il grande circo per le giostre e per le feste ginnastiche, posto sulla riva del fiume, di là dal “villaggio svizzero„. E il grande villaggio, la maraviglia e il trionfo dell'Esposizione, pareva formato di _châlets_ tolti dalle vetrine d'una bottega di Brienz: una cosa da raccattarsi con due mani e da porgersi per balocco a un bambino. Sulla piazzetta della chiesa del villaggio si vedevan movere dei puntini rossi e bianchi. Dovevano essere le belle ragazze svizzere che si preparavano per le danze nazionali. Com'era mai credibile che per uno di quei puntini rossi uomini tanto fatti potessero perder la pace?
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— _Nous descendons, monsieur?_ — mi domandò monsieur Charles, senza guardarmi.
— _Non, nous montons toujours._
— _Diable!_
A lui pareva già d'averne per più di quanto aveva pagato. Ma se io dicessi che mi sentivo ancora in credito non direi la verità vera. Stavo molto meglio, peraltro; tanto che feci a me stesso quest'osservazione: — Che bisogno c'è di stringer così forte la corda con la mano destra? — E allentai la mano.... un poco. E m'arrischiai a guardare un'altra volta per l'apertura del mezzo — un'occhiata sola, rispettosamente sfuggevole — quanto mi bastò per veder giù — a una profondità d'abisso — la folla dei viaggiatori aspettanti — una macchia scura punteggiata di rosa dai visi che guardavano in alto, verso il piccolo mondo di seta e di gas, da cui io guardavo loro, con un desiderio amoroso di raggiungerli. Poi mi raccolsi nell'ammirazione del lago di Ginevra, una chiazza d'acqua chiara, in cui i grandi piroscafi apparivano come moscherini anneganti che si dibattessero senza far cammino, e la lunga fila dei villaggi e delle ville della riva settentrionale sembrava una fioritura di minutissimi bocciuoli multicolori, raggruppati in ghirlande e in mazzetti, con gli steli immersi nell'acqua. Che dolce silenzio! Nè il rumore della galleria delle macchine, nè lo scampanìo festoso, nè il muggito degli armenti del villaggio svizzero, nè la musica barbara dell'accampamento dei negri, nè gli strilli degli arabi venditori del “caffè delle fate„ non arrivavano più alla nostra “superba altezza„ dove un'aria purissima, dilatandoci i polmoni, pareva che ci serpeggiasse per tutte le vene, e ci ringiovanisse il sangue e lo spirito. Oh tutti gli altri modi di viaggio inventati dall'ingegno umano, coi quali si striscia sull'acqua e sulla terra, tra il fumo, lo strepito e la polvere, molestati dall'immagine d'uno sforzo continuo delle cose, come ci parevano rozzi, faticosi ed umili, appetto a quell'ascensione dolce e muta di nuvola carezzata dall'aria, di cui non si sentiva e non si vedeva il moto, come se non noi ci movessimo, ma si allontanasse la terra! Nessuno parlava più, nè badava ai suoi vicini. Ciascuno, da quella terrazza aerea, beveva da solo, come un ingordo, la grande bellezza, non dicendo una parola per non perdere un sorso, in un atteggiamento d'ammirazione immobile, che pareva uno stupore profondo.
*
Ma qui sento un lettore impaziente che mi domanda: — Ebbene, e poi? Che cosa provaste quando non vedeste più la faccia della terra? Quando cominciaste a sentir difficoltà di respiro? Quando l'uscita del sangue dagli orecchi? Quando i primi deliqui?
A questo punto, per chi non ha ancora capito, debbo fare una dichiarazione.... molto dolorosa alla mia vanità. Debbo dire che attaccata al pallone c'era una corda cilindro-conica, d'un diametro da trent'uno a ventinove millimetri, tessuta di canapa di Napoli, di qualità sopraffina, capace di sostenere uno sforzo di più di novemila chilogrammi, e che questa corda — debbo dire anche questo — scendeva fino a terra, dove s'avvolgeva intorno a un cilindro, mosso da una macchina a vapore della forza di venticinque cavalli, la quale.... Insomma, il pallone era frenato. — È detta.
Eh si, potete scrollar le spalle quanto vi piace; ma a venir giù dall'altezza di sei mila o di cinquecento metri mi pare che la patta sarebbe stata a un di presso la stessa. E questo è quanto. Ed era certo del medesimo parere monsieur Charles, il quale mi domandò ancora una volta, senza voltare il capo: — _Nous montons toujours? — Nous montons toujours._ — E allora perdette la santa pazienza: — _Eh qu'est-ce qu'il f.... donc ce capitaine avec son f....u journal?_ — Non credevo di poter fare una risata a quell'altezza; ma il fenomeno avvenne. — _On nous a trompé_ — esclamò il colosso, per ispassarsi del pover uomo; — _il n'y a plus de cable; c'est une ascension libre que nous faisons!_ — Un _nom de dieu_ inimitabile gli rispose, che il buon Dio deve aver perdonato, tanto somigliava più a una supplicazione che a una bestemmia. E lo scherzo crudele del mio vicino sarebbe continuato se non si fosse sentita una voce dall'altra parte della navicella, che disse forte: — _Wir gehen hinunter_ (noi discendiamo). — Dolce lingua tedesca! Ma era vero? Non ci accorgevamo di discendere più che non ci fossimo accorti di salire. Qualcuno anzi sosteneva che si saliva ancora; altri diceva che s'era immobili. Si discendeva così a rilento, in ogni modo, che non ce ne poteva accertare l'ingrandirsi delle cose sottostanti, non apparente ancora in quel primo tratto. Ma l'incertezza fu breve. Dato uno sguardo in basso, vidi Ginevra più vasta, l'Arve dilatato, le architetture dell'Esposizione ingrandite, tutto il formicolìo nero sparso per il labirinto delle vie e delle piazzette, che cominciava a riprender l'aspetto d'una moltitudine umana. Poi la discesa si fece ogni momento più sensibile. Sotto, sui frontoni del palazzo delle Belle Arti, sulle facciate, dentro alle aiuole, nei giardini, pareva che le statue crescessero, che le pitture pigliassero vita, che i fiori sbocciassero, che gli zampilli s'innalzassero a salti; un ronzìo confuso, soverchiato da mille suoni sparsi di voci, d'acque, di ruote, di musiche, ci giungeva crescendo agli orecchi; e guardando per il foro della navicella giù nel recinto le piccole facce voltate in su della folla che ci aspettava, simili a una gran canestrata di mele rosee, cominciai a distinguervi i cerchietti degli occhi e i buchi neri delle bocche aperte. Ancora un minuto, ed ecco i cento visi sorridenti, ecco gl'inservienti che accorrono, eccoci riattaccati da sei solidi ganci alla superficie terrestre.
O caro prossimo mio, mi è dolce assai sovente il viver lontano da te; ma non al di sopra! Non sono superbo. E non fui degli ultimi a passare il ponticello mobile che mi rimetteva tra l'umanità camminante. Il primo, s'intende, fu monsieur Charles, col viso ancora rannuvolato. Vari conoscenti, che l'aspettavano, l'affollarono di domande. Egli lanciò loro, passando, un'occhiata a colpo di falce, e rispose con voce rauca: — _Délicieux._
— Ti sei divertito? — mi domandarono i miei due giovani compagni. — Un'altra volta faremo un'ascensione libera....
— Figuratevi! — risposi — non ne vedo l'ora — Ma soggiunsi in cuor mio: — Sì, all'Esposizione internazionale di Carmagnola.
DUE DI SPADE E DUE DI CUORI
RACCONTO
DUE DI SPADE E DUE DI CUORI.
Molti uomini illustri ebbero qualche predilezione particolare della gola; per esempio, il Fontenelle per gli sparagi, il Rossini per i maccheroni, il Niccolini per le radici: era dunque scusabile il non illustre Arturo Pironi, appena dodicenne, d'avere egli pure la sua, che era per il gelato di crema. Se fosse stato re, avrebbe dato qualche volta il suo regno per un sorbetto giallo. E bisogna dire che il piacere di mandar giù quella dolcezza, com'egli faceva, sei volte la settimana, se lo guadagnava proprio col sudore della fronte. Suo padre gli dava ogni mattina otto soldi per far le quattro corse in tranvai fra piazza San Martino, dove stavan di casa, e il lontano Ginnasio Gioberti, dov'egli l'aveva messo perchè c'era professore di lettere un suo cugino: ma il piccolo ghiottone non rimetteva alla Società elettrica che venti centesimi. Andava e tornava la mattina con le sue sante gambe, correndo come uno struzzo; tornava a casa di galoppo anche la sera, sputando un'ala di polmone, perchè, sebbene vivacissimo, era di complessione delicata; e faceva in tranvai la sola prima corsa pomeridiana, che rompeva in due, per saltar giù a spendere i suoi risparmi in un gelato canarino, al caffè del Teatro Alfieri, a mezza strada. A quell'ora non c'era quasi mai nessuno: egli entrava per la porta piccola, sedeva nel primo stanzino, accanto all'uscio della sala del biliardo, ordinava con un accento che voleva dire: — _Propere propera;_ — vuotava il piattino in un minuto, ripuliva il cucchiaino con la lingua, e poi via, come chi scappa senza pagare. Ma durante la dolce operazione dava tali segni di beatitudine, che spesso i camerieri stavan lì a guardarlo, godendosela, come a veder mangiare un affamato, e qualche volta anche la padrona del caffè veniva a dare un'occhiata sorridente a quel bel ragazzo biondo, a cui pareva che ogni cucchiaiata di gelato facesse l'effetto d'un sorso di vino di Sciampagna, e gli andasse in tanto sangue. Lo chiamavano fra di loro: _il gelato di crema_.
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Un giorno, al principio d'aprile, nell'atto che si metteva a sedere nel posto solito, egli udì nella sala del biliardo le voci di vari giocatori; uno dei quali pronunciò un nome che attirò la sua attenzione. Era il nome dell'avvocato Bussi, un amico di suo padre, che non veniva più in casa da un pezzo, ma ch'egli sentiva rammentar sovente.
— Il Bussi, — diceva uno dei giocatori, — è un tiratore. Siamo andati sei mesi insieme alla sala Gandolfi; poi io smisi, egli seguitò. L'ho visto tirare due anni fa al Teatro Scribe, nell'accademia a beneficio dell'Ospedaletto: ha un polso di ferro, ed è un tempista. Dell'altro non so; ma non vorrei essere nel suo soprabito... Tiro al rinterzo.... otto a sei.
— Si accomoderanno, — disse un altro, — fra avvocati!
— Tu mi canzoni, — ribattè il primo. — Una presa di sciocco in pieno caffè San Filippo, in mezzo a una corona di colto pubblico.... Sei impallato: oggi non è il tuo giorno.... L'avvocato Bussi non è uomo da tirarla giù come un ovo fresco. E poi, quando c'entra la politica! Sta certo che si batteranno, se non si son già battuti questa mattina.
— Impossibile, — disse un terzo. — La scenata è seguìta ieri sera alle undici. Non possono aver regolato tutto nella notte. Son cose che vanno per le lunghe. Al più presto si batteranno oggi. Quanto alza la rossa?
— Oggi no, — rispose un quarto. — Alza due dita. Oggi il Bussi ci ha la causa del gobbo di Vanchiglia alle Assise. Questa mattina era all'udienza, deve fare oggi la sua arringa. Si batteranno domattina, a giorno.
— Ho paura, — tornò a dire il primo, — che il complimento sarà pagato caro.
— Chi sa mai! — esclamò un altro, che non aveva ancora parlato. — Non sempre chi maneggia meglio la sciabola è quello che dà la botta. L'avvocato Pironi....
Il ragazzo lasciò cadere il cucchiaino e restò senza fiato.
— L'avvocato Pironi, — continuò il parlatore invisibile, — è un uomo di sangue caldo, di quelli che sul “terreno„ perdono il lume degli occhi e si caccian sotto per persi. Costoro alle volte sconcertano anche un bravo tiratore, che si becca una sciabolata senza capir nè come nè perchè.... Steccaccia da capo! Non gioco più! Sono una sbercia.
— Eh, s'ammazzino pure, — disse quello di prima. — Ce ne son troppi. Sapete che n'abbiamo seicento dentro la cinta di Torino?... Questi son calci, o signori! Ventiquattro. Si fa la rivincita?... Morto un avvocato, ne nascon dodici....
Il povero ragazzo non udì più altro: pagò, senza finire il gelato, si cacciò i libri sotto il braccio, si slanciò fuori del caffè come da una casa incendiata, corse fino in mezzo a piazza Solferino, dove s'arrestò ad un tratto, coi piedi come inchiodati alla terra, e là ebbe una visione così lucida e terribile di suo padre disteso al suolo, immobile e sanguinante da un'orrenda ferita, che gli venne su dal cuore un singhiozzo, gli ondeggiarono agli occhi gli alberi e le case, e gli mancarono sotto le ginocchia....
Ma fu un momento. Egli era delicato di fibra, ma gagliardo d'animo. Subito si sentì come scattar dentro una molla d'acciaio che lo rizzò sul busto e gli fece alzare la fronte in atto di risoluzione virile. — No! — disse tra sè, — non perderò mio padre.... mio padre non si batterà.... non me lo uccideranno, ci dovessi lasciare la vita!
*
S'andò a buttare sur un sedile del giardino pubblico, vicino al monumento del generale De Sonnaz, appoggiò i gomiti sulle ginocchia e il capo fra le mani, e si mise a pensare.
Ma la commozione e lo stupore gl'impedirono per un po' di tempo di raccapezzarsi. Era possibile? Suo padre battersi in duello col Bussi! Un tempo erano stati amici. Pochi anni addietro il Bussi veniva qualche volta a casa sua, con la moglie e col figliuolo: un ragazzetto della sua età, che era lo spasso di tutti, e giocavano insieme. Poi, fra la signora Bussi e la mamma, senza ch'egli ne sapesse il perchè, s'era rotta ogni relazione; ma non fra suo padre e il marito di lei, che egli aveva visti ancora insieme molte volte per le strade di Torino. Come avevano potuto tutt'a un tratto, in un luogo pubblico, venire a un diverbio violento, insultarsi e sfidarsi come due nemici mortali? Capiva allora perchè suo padre avesse quella mattina desinato fuori, dicendo che era invitato da un collega, con cui doveva parlar d'affari. Aveva dovuto andar fuori per trattare coi padrini, che non voleva ricevere in casa sua, per non destare sospetti. Oh! povero babbo! Chi sa che ore tristi d'ansietà, chi sa che dolorosa giornata era quella per lui, costretto a fingere con la famiglia, a prepararsi al cimento terribile, senza una parola di conforto dei suoi, senza poter espandere l'animo suo, come se fosse solo al mondo, e la sua vita non premesse a nessuno! La prima idea che gli venne fu di correre a casa del nemico, di gettarsi ai suoi piedi e di supplicarlo, abbracciandogli le ginocchia e piangendo, d'aver pietà di lui, di risparmiar la vita a suo padre, di perdonare l'offesa.... Ma respinse sull'atto quell'idea. Quel Bussi, che gli voleva uccidere il babbo, gli si presentava nell'aspetto d'un uomo fremente d'ira e di vendetta, d'un assassino feroce e inesorabile, che nessuna preghiera avrebbe potuto rimovere dal suo proposito; gli metteva orrore e ribrezzo; gli pareva che al solo vederlo si sarebbe sentito gelare il sangue e morir la voce nella gola. Gli venne un altro pensiero: di dir tutto alla mamma. Ma rigettò anche questo, comprendendo che sarebbe stato un passo peggio che inutile. A che pro gettare il terrore e la disperazione in cuore alla sua povera madre, che avrebbe passato una giornata e una notte d'angoscie di morte? Sarebbe forse riuscita a impedire che suo padre s'andasse a battere? Egli aveva bene un'idea, benchè confusa, di che cosa fosse per un uomo della classe signorile il sentimento così detto dell'onore, e capiva che se per questo suo padre arrischiava la vita, non c'era da sperare che s'inducesse a soffocarlo per amore della famiglia. Poi pensò a un altro mezzo: ad avvertire la Polizia. Sapeva di molti casi in cui la Polizia, avvertita che due signori si dovevan battere, era arrivata in tempo sul luogo per impedire il duello.... Ma neppur questo mezzo gli parve da scegliersi. E se suo padre fosse stato arrestato? E se, risapendo dopo che la Polizia era stata avvertita da lui, l'avvocato Bussi avesse sospettato che egli fosse stato spinto a quell'atto da suo padre stesso, per paura di battersi? Gli balenò infine un'idea, che gli parve la meglio di tutte: d'impedire il duello egli medesimo. Svolse nella mente questa idea con un sentimento crescente di speranza e di conforto. — Per andarsi a battere, — pensò, — mio padre uscirà la mattina molto presto. Io veglio la notte, senza spogliarmi, per sentire quando s'alza ed esser pronto a uscir subito dopo di lui; gli tengo dietro per la strada, di lontano, fin dove si dovrà battere; si batteranno in campagna, come s'usa; mi nascondo dietro un albero o una siepe; quando li vedo l'uno di fronte all'altro salto su, mi getto in mezzo, m'avvinghio al babbo, supplico, grido.... Voglio vedere se l'altro avrà il coraggio di ferir mio padre che non si potrà difendere; mio padre non riuscirà a svincolarsi da me; tutti si commuoveranno, sentiranno pietà.... — Ma appunto questa parola _pietà_, che gli suonò quasi all'orecchio come se l'avesse pronunciata a voce alta, gli fece cader dall'animo anche quel proposito. No, non era possibile. Egli avrebbe potuto impietosire suo padre: ma l'altro! E che figura ci avrebbe fatta suo padre? E se anche in questo caso si fosse sospettato che egli stesso avesse suggerito al figliuolo quel passo, per vigliaccheria? Non trovando risposta a queste domande, non venendogli altre idee, e disperando che gliene venisse, egli fu invaso dallo sgomento, rivide l'immagine del babbo disteso a terra nel sangue, e si mise a piangere a calde lacrime nel cavo delle mani, scrollando il capo in atto sconsolato....
All'improvviso, come se una mano vigorosa lo sollevasse dal sedile, egli balzò in piedi col viso illuminato da un pensiero, s'asciugò in fretta le lacrime, riafferrò i suoi libri e ritornò al caffè quasi di corsa.
*