Ricordi d'infanzia e di scuola seguìti da Bambole e marionette, Gente minima, Piccoli studenti, Adolescenti, Due di spade e due di cuori

Part 23

Chapter 233,714 wordsPublic domain

.... Era una gran festa per molti dei miei compagni di scuola, e per me, quel cartellone che annunziava l'arrivo della compagnia drammatica. La città era piccola; non ci veniva che una compagnia all'anno, dai primi di novembre ai primi di dicembre; una compagnia povera e canina, si sottintende. Ma ci parevano tutti grandi attori. Un'ora dopo ch'erano arrivati, sapevamo a che albergo eran discesi. — La prima donna e il brillante sono alla _Sbarra di ferro_. — Il prim'uomo è alla _Corona_. — È stato visto il padre nobile al _Caffè dell'Unione_. — Prima che cominciassero a recitare, li conoscevamo di vista dal primo all'ultimo; li pedinavamo per la strada, di lontano; li esaminavamo profondamente, al _Caffè d'Italia_, guardando le loro immagini negli specchi, per non farci scorgere. Quanti ne ho visti passare, dei primi attori impomatati, col soprabito nero stretto alla vita e spelato ai gomiti; delle prime donne pallide e tristi, vestite di cenci zingareschi; dei tirannelli gialli, insaccati in certi casacconi verdi e imbacuccati in grandi scialli grigi; e dei poveri diavoli d'amorosi allampanati, tutti cilindro e mantello, che parevan lo spettro della fame. Nelle città piccole si va poco alla commedia: qualche volta il teatro si chiudeva dopo quindici recite, per disperazione; la compagnia non aveva più quattrini nè per rimanere nè per andarsene, e i cittadini dovevan fare una colletta.... Ma questo non scemava mica la nostra ammirazione per gli artisti. Tutt'altro. Essi grandeggiavano, ai nostri occhi, in quella miseria, vittime dell'ignoranza e della barbarie pubblica; e per lungo tempo dopo ch'erano partiti, li rimpiangevamo, ricordando i loro atteggiamenti e le loro tirate, e dicendo che i signori della nostra città erano un branco d'ignoranti e di pitocchi.

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Infatti, le commozioni che gli attori ci destavano erano così maravigliose, che dovevan parerci animali senza cervello e senza cuore coloro che non le provavano. Gli effetti della finzione drammatica, nei ragazzi, sono poco meno profondi che gli effetti della realtà; al che giova pure il non conoscere affatto, nemmeno per intuito, la classe degli attori; i quali paiono creature quasi sovrumane, e il mistero che li avvolge duplica la loro potenza. Anche i peggiori cani, allora, ci facevano tremare, strepitare dall'entusiasmo, assai più che non abbian fatto pochi anni dopo i più grandi artisti del mondo. Come stavamo immobili, inchiodati sulla panca, col respiro sospeso, col cuore che ci saltava fino alla fontanella della gola, con l'impressione come d'una mano che ci serrasse alla strozza, quando il dialogo concitato di due personaggi accennava a finire in una risoluzione disperata o in un colpo di spada! Non dimenticherò mai, vivessi cent'anni, l'effetto che mi fece una scena di _Margherita Pusterla_, una sera ch'ero in palco con la famiglia, tutto contento, dopo aver fatto il mio lavoro di quarta elementare. Quando Alpinolo afferrò per il collo quel _boia_ di Luchino Visconti, e gli appuntò il pugnale sul viso, caricandolo di contumelie, fremetti e risi di gioia, sprofondando le unghie nel velluto del parapetto. Poi Alpinolo fugge, Luchino (che era un pezzo d'omo, con un vocione spaventevole) si slancia alla finestra, urlando: — Inseguitelo! — accenna le vicende dell'inseguimento, grida: — Lo raggiungono.... si salva.... no.... gli son vicini.... sfugge.... è raggiunto! — Quella terribile parola _è raggiunto_ mi fece scoppiare in un singhiozzo convulso, che fui appena in tempo a soffocare col fazzoletto. Mio padre mi condusse fuori del palco, nel corridoio, cercando di quetarmi. Ma nel corridoio arrivava ancora la voce stentorea di Luchino; capii che Alpinolo gli era stato ricondotto davanti, legato; era una cosa orribile; ricominciai a singhiozzare; mio padre dovette accompagnarmi giù, nell'atrio del teatro; ma là ancora rimbombava quella formidabile voce; fui costretto a uscire nella strada; ero inconsolabile, avevo il petto rotto, e continuai a disperarmi per un bel pezzo, in mezzo al cerchio dei monelli che aspettavan le cicche, non piangendo più, ma singhiozzando ancora, con quel tiranno esecrato davanti agli occhi.

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Naturalmente, a noi pareva che quegli attori avessero anche fuori del teatro l'importanza, la potenza affascinatrice dei personaggi che rappresentavano sulle scene. Ci pareva che nessun banchiere milionario avrebbe osato rifiutar la mano della sua figliuola a quel bel primo attore, ardente e superbo, che aveva fatto così bene _Francesco primo_ la settimana passata; e non eravamo lontani dal credere che, assalito da una banda d'assassini, il tiranno non avrebbe avuto che a gridare con quella sua voce sibilante: — Indietro, miiiiseee....rabili! — come gridava nel dramma _Il delitto misterioso_, per vederli sparire come uno stormo d'uccelli. Tra l'amicizia del Presidente del Consiglio e l'amicizia del caratterista, avremmo scelto questa, senza un momento di esitazione. Mi ricordo del grandissimo rispetto che sentii per un mio zio burlone, dopo una sera che, rientrando in casa, disse d'aver giocato una partita al biliardo col brillante. Quanto alle prime donne bastava che non fossero mostri: ne eravamo tutti cotti; era un innamoramento all'anno, dai primi di novembre ai primi di dicembre, regolare e inevitabile, come la pioggia d'autunno. Ne ricordo ancora una mezza dozzina, come se le avessi viste ieri: un donnone con una voce di bombarda; una mingherlina, gobbina, che pareva sempre che piangesse; una bionda, un angelo, che fece tre stagioni, sempre incinta di molti mesi, poveretta; e dell'altre, tozzotte, belloccie, malaticcie, bruttine, con certe voci stridule e certe pronuncie dell'altro mondo; ma che ci rapivano in estasi, quando comparivano sul palco scenico, coi capelli sciolti per le spalle, facendo le pazze col solito spediente del piantoriso. Ah! Dio grande! Essere amati da una prima donna! Era la suprema delle felicità e delle glorie umane! Come dovevano essere superiori a tutte le miserie della vita, che sovrumano linguaggio dovevan parlare, come ci parevano scolorite e prosaiche tutte le altre donne, in confronto a loro! Ma nessuno di noi avrebbe osato sperare neppure uno sguardo da una di quelle creature arcane e sfolgoranti, che ci apparivano in sogno, nei panni di Maria Stuarda e di Diana di Poitiers. Incontrandole per la strada, arrossivamo; e una loro parola che cogliessimo a volo mentre passavano, una frase straordinaria e misteriosa, come: Ho aspettato la sarta fino alle sette.... oppure: — Ci hanno portato i bagagli al _Bue rosso_.... — ci sonava nel capo per tutta la giornata, come il suono d'un'arpa celeste.

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Gli uomini, per altro, ci facevano un'impressione più profonda, perchè, a quell'età, si ammira più il grandioso e il terribile di quello che non s'ami il tenero e il gentile. La nostra grande passione erano le scene in cui un personaggio coraggioso e generoso, invasato dall'ira, incalzava un altro personaggio a traverso al palco scenico, gridandogli sul viso. — Codardo, sciagurato, infame, miserabile, assassino del sangue tuo, oppure del sangue mio. — Quanto più ne sputava, tanto più applaudivamo. E in queste scene, bisogna dirlo, anche i più tangheri avevano dei momenti felici. Ma sopra tutte ci entusiasmavano le scene culminanti dei drammi patriottici, che in quegli anni avevano gran voga. Erano i bei tempi dei _Martiri del 21_, del _Fanciullo Mortara_, dei _Processi di Mantova_, se non sbaglio il titolo, e di altri drammi pieni di congiurati, di commissarii di polizia, di sgherri papali, di gendarmi austriaci: — drammi mediocri, per quanto mi ricordo, come lavori d'arte, — ma d'efficacia maravigliosa sui giovanetti, specialmente per le tirate degli oppressi contro gli oppressori, alcune delle quali non mancavano davvero di eloquenza. Noi pestavamo i piedi, battevamo i pugni, piangevamo lagrime ardenti a quelle espressioni clamorose d'amor di patria, nelle quali gli attori ci apparivano venerabili e gloriosi quanto gli eroi medesimi che rappresentavano. C'era un Maroncelli, mi ricordo, per il quale avremmo dato metà del nostro sangue. E sì che allora le tirate patriottiche erano fatte in maniera da toglier qualunque illusione artistica. Arrivato a quel punto, l'attore si voltava addirittura verso la platea, come per arringare il pubblico, e recitava la sua filastrocca, come un pezzo staccato dal dramma, cambiando voce e intonazione, con lo sguardo come perduto verso un orizzonte lontano. Ma che ci importava! Eran sublimi. E se qualche volta uno spettatore scettico e impertinente, accanto a noi, esclamava a mezza voce: — Che cani! — era bell'e giudicato, da noi altri: non poteva essere che un _asino_ e un _vile_. Che belle, indimenticabili serate! Ci fermavamo alla porta per veder uscire il Confalonieri, Silvio Pellico, il vecchio Schiller. — Son loro, — ci dicevamo nell'orecchio: — eccoli qui. — E ci pareva un nuovo e maggiore indizio di grandezza quell'aria stracca, e così tra sprezzante e burlona, con la quale uscivano dal tempio della loro gloria, accendendo un mezzo sigaro e tirandosi il bavero sugli orecchi, come il comune dei mortali.

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Potrei fare il ritratto di quasi tutti, se sapessi disegnare, tanto mi son rimasti stampati, cesellati nella memoria. Uno m'entusiasmò principalmente, un primo attore romagnolo, giovane, il quale, a quel che dicevano, imitava Ernesto Rossi, ch'io non avevo ancora inteso. Ripensandoci ora, mi sembra che dovess'essere un birbaccione: smaniava come un ossesso, e aveva una voce arrantolata da metter paura ai bambini. Ma quando faceva il _Bravo di Venezia_, nell'ultim'atto, gli avrei gettato sul palcoscenico una bracciata di cartelle del Debito pubblico. Cento altri visi ricordo, delle maschere terribili e grottesche, delle figure che mi parevano modelli insuperabili di bellezza e d'eleganza, dei colossi dal passo elefantino, una varietà infinita di gambe, soprattutto, gambe vestite di maglie di tutti i colori, gambe sottili e maligne di Luigi undecimi e di Filippi secondi, ristecchite dalle fatiche continue della caccia al desinare; gamboni idropici di Don Marzi, gambe torte e bitorzolute di Paoli e di Romei, belle gambe scultorie di Cesari di Bazan, alle quali paragonavo con invidia le mie seste ginocchiute di scolaretto cresciuto precocemente. Ma quello che mi restò più vivo di tutti nella mente, è un tiranno, — lombardo, mi pare; — quello stesso che faceva il Luchino Visconti in quella serata terribile. Ma faceva pure delle parti buone, — le parti di gran forza, — nei drammi patriottici. Era un curiosissimo originale: di media statura, tarchiato come un atleta, un po' panciuto, con un gran naso a gancio, senza collo, tozzo, tutto d'un pezzo; di trentacinque anni, o press'a poco. Capiva pochissimo quello che diceva: l'ho capito dopo; recitava con una monotonia micidiale; faceva il duca d'Alba e il padre amoroso tutt'a un modo; ma aveva un organo vocale di tal potenza, quel buon bestione, che, nelle tirate patriottiche, in special modo, quando la sprigionava tutta quanta _dalle spaziose atre caverne_, faceva tremare il teatro, e suscitava un uragano d'applausi. No, nessuna parola può dare un'idea di quella voce; non ne ho mai più udita una simile. Aveva un organo di cattedrale, un cannone, un leone, il corno d'Astolfo nel corpo; avrebbe coperto lo strepito d'un arsenale col suo mostruoso vocione. Non so più in quale dramma, nominando per caso gli Svizzeri, faceva una sfuriata contro gli Svizzeri mercenari. Me ne ricordo sempre. Diceva a voce bassa, naturalmente, terminando un periodo: — .... come usano gli Svizzeri; — e poi, tutt'a un tratto, esplodendo come un mortaio: — Oooooh gli Svizzeri! Caaarne ven-du-ta! Oooooh se l'ombra di Guglielmo Tell potesse levarsi dal suo sepolcro, ecc. — Pareva di sentire il fragore del tuono in una valle delle Alpi. E non se la pigliava mica a cuore il furbacchione. Che! Il suo accento non aveva neppure un leggerissimo tremito, la sua faccia rimaneva impassibile; egli metteva fuori tutta quell'ira di Dio senza scomporsi menomamente, come se avesse chiacchierato con un amico con la tromba a volano. Ma come resistere a quella voce? Io me la sentivo rombare poi nella camera per tutta la notte; e per tutto il giorno dopo non facevo che gonfiare il collo, declamando: — Oooooh Svizzeri! Caarne venduta! — con un entusiasmo.... del quale si risentiva poi miseramente la mia composizione latina.

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Poveri commedianti! Quanto eravamo lontani, allora, dall'immaginare le miserie e i dolori che nascondevano sotto i loro manti di re e sotto i loro giustacuori di gentiluomini! Ci pareva che dovessero essere tutti felici, fortunati in amore, cercati, festeggiati per tutto dove si presentavano. Non c'è alcuno di noi che non abbia sognato allora di far l'artista drammatico. — La famiglia ci farà un po' di opposizione sulle prime, — pensavamo — ma poi, quando riconoscerà la vocazione, e proverà l'ebbrezza degli applausi, acconsentirà, e come! — Intanto c'ingegnavamo d'imitare gli attori. Copiavamo la pettinatura del prim'uomo, ci annodavamo la cravatta come il brillante, imitavamo la pronunzia, il passo, il modo di ridere ora dell'uno ora dell'altro, avremmo voluto poterci vestire sul loro modello. Quel certo primo attore romagnolo aveva un cappotto di mezza stagione, color caffè e latte, che gli stava come dipinto, un po' troppo lungo, forse; ma una bellezza, che ci lasciavo gli occhi sopra. Mi pareva che passeggiar per la città con quel cappotto caffè e latte, dopo aver recitato la sera innanzi il _Bravo di Venezia_ com'egli lo recitava, dovesse essere il più dolce dei trionfi umani: lui, invece, modesto, si fermava delle mezze ore davanti alle vetrine dei salumai. Noi sapevamo i fatti loro, come spie, da tanto che n'eravamo curiosi, e con tanto ardore ne accattavamo notizie da ogni parte. Luigi undecimo faceva cucina in casa: chi lo avrebbe mai pensato! La prima donna sonava la chitarra. L'attore che faceva così bene Carlo Quinto aveva detto una sera, nel _Caffè della rotonda_, ad alta voce: — Val più un pelo dello Shakspeare che tutta la parrucca di Vittorio Alfieri! — L'amoroso fumava tabacco turco. E in quei quaranta giorni di convivenza spirituale con loro, mettevamo un certo affetto a tutti; quando qualcheduno era fischiato, ne provavamo un dolore sincero; e il giorno dopo della loro partenza, si era sempre un po' malinconici come se fossero partiti con loro mille idee, mille fantasie amabili, tutta la folla viva e rumorosa dei personaggi storici e delle creature immaginarie che essi avevano incarnato sulla scena, e la nostra piccola città fosse ricaduta in un silenzio stupido e uggioso.

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E ora, — mi domando sovente, — dove saranno andati a finire quei commedianti, che vivono ancora così tenacemente nella mia memoria, con le loro fisonomie, con la loro voce, coi loro vestiti? I padri nobili, poveretti, saran morti quasi tutti, poichè, volere o non volere, è sfumato un quarto di secolo dopo quegli anni; più d'un tiranno avrà chiusi gli occhi all'ospedale, pur troppo; altri avranno corso le più bizzarre avventure; celebre, tra i giovani, non è diventato nessuno, ch'io sappia. E quelle povere prime attrici? Io le vedo confusamente proseguire il loro pellegrinaggio faticoso di piccola città in piccola città, spolmonarsi nei teatri spopolati e semioscuri, piangere nelle camere nude degli alberghi di terz'ordine, incanutite, malate, spossate; e ne sento una grande pietà, come se a quel tempo le avessi amate davvero, non come un fanciullo, ma come un uomo. Infine, esse hanno rallegrato e commosso la nostra prima età, e sono come vecchie amiche perdute, per noi altri. Come possiamo ricordarle senza affetto e senza gratitudine? Qualche volta, assistendo a una rappresentazione drammatica nel teatro d'una piccola città dove sono andato a passar ventiquattr'ore con un amico, riconosco uno di quegli antichi attori, invecchiato, sfiatato, caduto nelle parti secondarie, con la storia di venticinque anni di stenti scritta sul viso. Non lo riconosco subito, naturalmente; bisogna che gli si presenti l'opportunità di fare quel certo gesto o di metter fuori quel dato grido, per il quale la sua immagine è viva nel mio capo; allora, alla terza o alla quarta scena, per lo più, ritrovo il mio Kean, il mio don Ramengo, il marito di Maria Giovanna dei tempi antichi, il Conte di Montecristo che mi fece tornare a casa per quattro sere col cuore gonfio dalla commozione. Che piacere, un poco triste, ma vivo, riprovo sempre in quel momento! Con che profonda attenzione lo ascolto allora, quante cose rivedo e risento al suono della sua voce! E come andrei ad aspettarlo all'uscita del teatro, per fargli festa, e parlare con lui del _nostro buon tempo_, se non temessi di esser preso per un burlone o per un matto! Non più di sei mesi fa, per esempio (è il ricordo che mi ispirò di scrivere l'articoletto), ne feci uno graditissimo di questi riconoscimenti. Passeggiando col professore D'Ovidio in piazza Solferino, mi vedo camminar davanti, a una decina di passi, un poco di sbieco, un signore grasso, largo di spalle, vestito alla diavola, ma pulito, con una grossa canna in mano; una figura che mi ridesta una lontanissima reminiscenza. — Possibile! dico tra me. Che sia proprio lui! Ancora lui, così saldo e vegeto, dopo tanti anni! — Affretto il passo, guardo curiosamente quel viso.... Era lui, — lui in corpo e in anima, — Luchino Visconti, la voce di cannone, quello della _carne venduta_, il formidabile tiranno che m'aveva fatto scappar dal teatro, soffocato dai singhiozzi. Il mio primo impulso sarebbe stato di fermarlo, di dirgli: — Ma come, lei qui? Ma come va? Ma dov'è stato? Ma venga.... — Sai chi è quello lì? dissi al D'Ovidio, e gli raccontai la storia. — Fermiamolo dunque, — rispose egli ridendo; e mi sospinse verso di lui. Ma il solito timore di parere un cervello balzano mi trattenne. Che sciocco! Avrei passato forse una bellissima serata, avrei desinato con lui, avrei inteso la storia di chi sa che strane vicende, gli avrei fatto piacere a raccontargli le mie commozioni di ragazzo, e dopo aver votato parecchie bottiglie, ci saremmo forse alzati da tavola vociando insieme: — Ooooooh Svizzeri! Caaaarne venduta! — E invece non feci che accompagnarlo con lo sguardo finchè svoltò a una cantonata....

Ma lo accompagnai con uno sguardo di sincera e profonda simpatia, mandandogli un saluto dal più vivo del cuore, e salutando affettuosamente con lui tutti i suoi compagni e tutti i suoi colleghi, vivi e morti, amorosi e tiranni, bravi attori e poveri cani.... idoli della mia infanzia, cari ricordi della mia gioventù, fantasmi dolcemente tristi della mia età matura....

UN'ASCENSIONE IN PALLONE.

Era una promessa fatta a due giovani studenti, miei compagni di viaggio carissimi; ma speravo di non esser costretto a mantenerla. Già m'ero pentito d'aver promesso quando da un piroscafo del lago avevo visto sospesa nel cielo di Ginevra quella palla color di patata, grossa quanto un'arancia, e al pensiero di doverci andar dentro il giorno dopo m'era preso un principio di capogiro. Il giorno dopo fui fortunato: trovammo scritto sulla porta del recinto: — _Vent trop fort, ascensions suspendues_; — e sperai nella continuazione del vento. Ma la mattina seguente il cielo era limpido, l'aria immobile, il fato ineluttabile. — Sia fatta la vostra volontà — dissi — così in cielo come in terra, — e m'avviai alla stazione di partenza per le regioni eteree con un buon umore di condannato ai ferri; temperato, peraltro, da una curiosità vivissima della sensazione nuova che avrei provata.

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Vicino al recinto incontrai un mio buon amico di Torino e lo invitai a fare l'ascensione con noi. Credette che parlassi di montagne. — No — gli dissi — sul pallone dei signori Baud, di Losanna. — Tu vuoi scherzare, — mi rispose, e pestando un piede in terra: — Io amo questa, — soggiunse. E mi disse la ragione della sua ripugnanza. Era un ricordo di ventisette anni fa. Un suo conoscente, a Firenze, s'era voluto levare il capriccio, spendendo un centinaio di lire, di fare un'ascensione areostatica con altri tre o quattro signori. Ma aveva fatto assegnamento sopra un “coraggio fisico„ che non aveva. Partito appena il pallone, con la rapidità d'una freccia, dal Politeama Vittorio Emanuele, egli era impallidito come un morto, s'era accucciato nella navicella come un cane, e stando così, stravolto e tremante, non aveva fatto che ripetere come un ebete: — Cala, cala, cala, — per tutta la durata del viaggio; terminato il quale, portato a casa in carrozza, s'era cacciato in letto e n'aveva avuto per un mese. Ringraziai l'amico dell'incoraggiamento amichevole, pagai a uno sportello (caruccio) il bel piacere che m'aspettava, e, passato tra i ferri d'un contatore, mi trovai di faccia all'enorme sfera di seta chinese, chiusa in una rete di quattrocento corde e gonfia di tremila cinquecento metri cubi d'idrogeno, che doveva portarmi dove non desideravo di andare.

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Siamo appena entrati che sopraggiunge una folla di gente d'ogni paese, fra cui molte signore e signorine impennacchiate, molto più impazienti di me di levarsi a volo; le quali discutono in dieci lingue della forza di resistenza della seta e delle corde, delle valvole automatiche e del palloncino compensatore, come se avessero fatto un corso compiuto d'areostatica. — Ma noi abbiamo la _fortuna_, — così dicono i miei due compagni, — d'essere della prima infornata. — I fortunati sono undici, non contando il capitano; poichè c'è un capitano, col berretto gallonato, un grosso svizzero biondo e flemmatico, a cui saranno affidate le nostre vite. E ci stringiamo tutti in un gruppo, col nostro biglietto numerato alla mano, che fa nascer subito fra di noi una familiarità di compagni d'avventure. Ci sono due rotonde signore quarantenni, due piccole immagini dell'areostato, e il marito d'una di esse, che sento chiamare da altri viaggiatori _monsieur Charles_, sferico come la sua compagna, un viso di buon diavolo angustiato, che mostra una passione per la navigazione aerea anche meno ardente della mia. Dagli sguardi inquieti che rivolge a tutti i suoi compagni di viaggio capisco il suo pensiero. Par che il caso abbia raccolto nella nostra infornata, — fatta eccezione dei miei figliuoli, — le più maestose moli umane di Ginevra. Uno è un vero colosso. Sarà sufficiente la forza di resistenza di duecento chilogrammi che ha ciascuna delle quattrocento corde? Questa domanda si legge nei suoi occhi, e negli occhi d'altri, che si squadrano a vicenda, come per pesarsi. Il colosso, un giovine svizzero burlone, dice forte: — Dove andremo a cascare? In qualche crepa di ghiacciaio, o in un lago? O ci andremo a infilare nei pini del Brünig? Il cuore non mi dice nulla di buono. — _Tu l'entends?_ — domanda monsieur Charles alla signora; ed io colgo a volo un _tais-toi, c'est ridicule_, che mi dice chiaro che è lei, con quel becco imperioso di pappagallo, che _vuole_ far l'ascensione, e ch'egli s'è deciso ad avventurarsi nel cielo per evitare una battaglia sulla terra. Un altro, — un grosso tedesco giallognolo, — non mi par più smanioso di lui di abbandonare il globo terracqueo. — _Souffrez-fous le fertige?_ — mi domanda nell'orecchio. — Più del necessario per divertirmi, — rispondo. Finalmente cade la catena che chiude il passaggio, e per un ponte mobile montiamo sulla navicella, dove il capitano distribuisce le nostre gravità in modo da mantener l'equilibrio. Una voce grida: — _Attention!_ — Tutti si voltano da una parte, dove scopro la principale ragione per cui molti si decidono a quel viaggio: una grande macchina fotografica rivolta verso di noi. Tutti prendono delle impostature d'areonauti temerari. — _C'est fait!_ — grida il fotografo. Discorsi! Il peggio resta da farsi. Il capitano dà un fischio, sei inservienti in uniforme staccano a un punto dagli anelli le sei corde che ci agganciavano al pianeta.... e il pallone si solleva.

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