Ricordi d'infanzia e di scuola seguìti da Bambole e marionette, Gente minima, Piccoli studenti, Adolescenti, Due di spade e due di cuori

Part 21

Chapter 213,852 wordsPublic domain

Ed entrò a passi concitati nella stanza accanto, seguitato dalla figliuola, la quale, senza ombra di timore, andò difilata a una libreria, si chinò e tirò fuori dallo scaffale più basso, di sotto a un grande album di disegni di macchine, e porse al padre alcuni opuscoletti impolverati. Erano il _Catechismo dell'operaio_, _I diritti del lavoro_, _Riflessioni d'un disoccupato_, che il signor Mazzi, mesi addietro, aveva strappati di mano a certi giovani operai della sua fabbrica. Avendo veduto suo padre nasconderli là sotto come roba proibita, la ragazza, punta dalla curiosità, li aveva scovati e sfogliati.

Il signor Mazzi arrossì dallo sdegno. — Anche a te si doveva attaccare questa infezione! — gridò, — non ci mancava altro! — E fece a pezzi gli opuscoli e li buttò a pedate in un angolo della stanza. — Ed ora, — soggiunse, agitando l'indice della destra, — non più una parola al proposito, nè ora nè mai! Siamo intesi, o saran cose serie. A tavola, signorina.

*

Sedettero a tavola. La figliuola quasi non mangiò. Il padre, risoluto a tener duro, finse di non badarvi. Era tempo davvero che si mostrasse fermo una volta se non voleva diventare addirittura lo strofinacciolo di quella monella. E non disse parola. Ma via via che il desinare procedeva ed egli la vedeva ostinata a non mangiare, nonostante le placide esortazioni di sua madre, gli andava succedendo nell'animo allo sdegno il dolore. Vedete un po'! Una giornata ch'egli si era immaginata così allegra! Gli altri anni, in quel giorno, soleva riandare a tavola la breve storia della sua figliuola, rammentare le sue amabili bizzarrie di bimba, le sue prime parole, i suoi motti più arguti, i primi piccoli trionfi della sua bellezza bruna ed altera, che lo avevan fatto palpitare d'orgoglio. Quel desinare era sempre stato una festa per lui. Ed ora, doveva vederla digiunare, imbronciata e triste, e ingozzare egli stesso un pane avvelenato, col cuore gonfio di dispetto. E la guardava di sfuggita, quasi timidamente, perchè conosceva la sua caparbietà, e sapeva che era capace, per un punto, di stare a pane asciutto una settimana, facendogli soffrir le pene dell'inferno e rischiando di buscarsi una malattia. E tutto questo per la bella faccia di quel mascalzone di trinciapelli che gli aveva già dato tanti altri fastidi! Poter del mondo! Al pensare che pel fatto di costui essa gli faceva una tal scena, al ricordar le ragionacce che aveva pescate in quegli scellerati libricciattoli per gettargliele in viso con quella petulanza, egli non sentiva più alcuna pietà, e si raffermava con tutte le forze nella sua risoluzione, e fissava gli occhi su quel visetto pallido, contornato di capelli neri, quasi in atto di sfida, come per esercitarsi alla resistenza in cui avrebbe dovuto persistere per qualche giorno, per restaurare la sua autorità paterna in rovina.

*

Il desinare finì com'era cominciato, tristamente. Finito appena, il signor Mazzi uscì a passi risonanti, e la ragazza che, essendo giovedì, non aveva scuola dopo mezzogiorno, rimase a casa a far con mille stenti il suo esercizio di composizione sull'argomento della famiglia indigente e del ricco benefico. La sera, la cena non fu più gaia del desinare. La signorina mangiò appena una foglia di lattuga e un bocconcino di pane, che finse d'inghiottire a gran fatica, e rimase muta e cocciuta. A un certo punto, però, il padre perdè la pazienza, e l'attaccò con la signora: — Ma scotiti dunque! Come puoi tollerare...? Non hai nulla da dire a un'impertinente che digiuna apposta per torturare suo padre?

— Eh, Dio mio! — rispose con placidità la signora. — Sai pure che con questa benedetta creatura non si può nè vincerla nè impattarla. E poi.... insomma.... dà prova di buon cuore. Contentala una volta, e che sia finita. È la più spiccia, mi pare.

Il signor Mazzi saltò su. — Oh, questa è maravigliosa! Un bel sistema d'educazione! La madre che ha anche meno giudizio della figliuola! Ma non capisci che se ripigliassi quello dovrei ripigliare gli altri, e che sarebbe un disdoro in faccia a tutti, un atto di debolezza che mi toglierebbe ogni autorità nella fabbrica! Ma è possibile che tu non intenda mai nulla di queste cose?... Son io, dunque, che ho il torto!... Ah, che belle consolazioni mi dà la famiglia!

E sbattuto il tovagliolo sulla tavola, se n'andò nella sua stanza, dove sedette, al buio, e restò a masticar la sua rabbia; con l'orecchio teso, però, aspettando di sentire da un momento all'altro il passo della figliuola. Voleva un po' vedere se non sarebbe venuta, come tutte le sere, a dargli la buona notte. E, in fondo, egli sperava che in quel momento, che è quello della tenerezza, quando tutto s'accomoda fra padre e figliuoli, ella avrebbe domandato perdono. Trascorsa mezz'ora, infatti, udì il suo passo nell'oscurità, e si drizzò sul busto, come per mettersi sulle difese, e non perdonare alla prima. Ma perdette un poco della sua forza sentendo che il passo, invece che incerto e timido come sperava, era risoluto. Quando si vide davanti l'ombra graziosa della sua figliuola, spiccante nel chiarore crepuscolare della finestra, fu sul punto di afferrarla e di serrarsela al petto. Ma si rattenne.

Essa disse con voce fredda: — Buona notte, papà.

— Non hai altro da dirmi? — domandò il padre.

La ragazza titubò un momento; poi rispose:

— Riprendi il Cinzano.

— Ancora! — gridò il signor Mazzi balzando in piedi. — Ah, questo è troppo!... No! Hai inteso? No, mai! mai al mondo, se anche tu digiunassi per un mese!... Va a letto.

La ragazza se n'andò, senza rispondere, a passi di ribelle.

*

Di là a un'ora, dopo aver girato un pezzo per la casa, il signor Mazzi si soffermò, col lume in mano, davanti all'uscio della camera d'Alba, e pose l'orecchio al buco della serratura. Sentì il suo respiro regolare: dormiva. Nondimeno dopo un momento d'incertezza, egli aperse l'uscio pian piano e, mettendo una mano davanti alla fiammella della candela, entrò in punta di piedi. La ragazza stava supina sul letto, con tutto il busto coperto. Non gli era mai parsa così bella e così gentile. Ma sul suo viso assopito era ancora dipinta la tristezza; il suo labbro inferiore sporgeva un poco, nell'atteggiamento della bocca dei bambini, quando si lagnano d'un torto e son lì per piangere; il suo respiro gli parve affannoso. E a un tratto egli rabbrividì, osservando che aveva le braccia incrociate sul petto, come una morta. Alla sua immaginazione eccitata sembrò che quel nasino si fosse assottigliato, che quel viso fosse già dimagrito, da mezzogiorno in poi. Ansioso, le prese delicatamente le mani, per disgiungerle, che non le facessero pressione sul cuore; ma fremè, atterrito, e non compì l'atto, vedendo fra le sue dita una macchia rossa, che pareva di sangue. Guardò meglio e riconobbe il garofano di Maria Cinzano. Respirò. E rimase pensieroso. Povera Alba! Si teneva il fiore dell'amica sul cuore. Era pure affettuosa e buona! E gli si presentò l'immagine di quell'altra ragazza che, pure in quel momento, dormiva forse anche essa col respiro affannoso, agitata in sogno da una dolce speranza o da un presentimento sinistro. Ma si ribellò subito alla pietà che stava per vincerlo e gli prese un nuovo senso di sdegno al pensare che quei bricconi avevano scaltramente abusato della bontà della sua figliuola per giungere al loro fine, e turbata la pace della sua casa. Che canaglia! Povera bambina! Ma essa pure.... aver di quelle idee, alla sua età, nella sua condizione! Infetta di socialismo.... la sua creatura! E pensò di levarle quel fiore contagioso dalle mani per rimetterlo nel bicchier d'acqua ch'era sul tavolino da notte. Ma un senso di delicatezza lo rattenne. E dopo averla guardata affettuosamente un altro po', usci adagio adagio, e se n'andò a dormire...; ma vedendosi ancora dinanzi la bambina addormentata, con quella macchietta rossa sul petto, che pareva una ferita al cuore.

*

La mattina dopo egli non andò, come di solito, a darle il buon giorno a letto. Alba ne fu afflitta, perchè sperava che col bacio mattutino egli le avrebbe portato il consenso desiderato. E si levò col fermo proponimento di proseguire la lotta. Andò nella sala da desinare, dove l'aspettava il caffè e latte, mise sulla tavola, come un'insegna di guerra, il bicchiere d'acqua col garofano rosso, sedette davanti alla tazza fumante, fece in là il pane con la mano, e stette aspettando che s'affacciasse all'uscio suo padre per fargli vedere che persisteva nel digiuno provocatore. Suo padre s'affacciò, in fatti; e data un'occhiata obliqua al pane intatto, corrugò la fronte e richiuse l'uscio. Allora Alba sbattè il cucchiaino sulla tavola e si morse le labbra. Ma sperava ancora ch'egli cedesse. Aveva l'abitudine di cogliere ogni mattina un fiore dai vasi del terrazzino e d'infilarglielo in un occhiello del soprabito perchè uscisse con un suo ricordo. Sarebbe uscito, quella mattina, senza il fiore?... Pareva di sì, pur troppo, perchè l'ora della scuola s'avvicinava ed egli non ricompariva. Infine, si dovette risolvere ad andare a prendere i libri nella sua camera. Suo padre ne uscì mentr'essa v'entrava. Era forse andato, come altre volte, a legger di nascosto il suo componimento italiano. Le parve un buon segno. Tossì. Ma quegli non rispose. Oh! come si sarebbe piegata a supplicarlo con le più dolci parole per non dover andare alla scuola con la vergogna di quel _no_ sulla fronte! Ma conosceva addentro suo padre, la machiavellina, e sapeva che se c'era un mezzo certo di spuntarla con lui non era quello di deporre le armi e di chinare la testa. E non si mosse. Accastellò i libri e i quaderni, stando in ascolto, con un'ultima speranza.... Ahimè! Il passo paterno s'allontanò, l'uscio di casa s'aperse e si richiuse, e la sua ultima speranza si spense.

*

S'avviò alla scuola, accompagnata dalla cameriera, col cuore pieno di tristezza e di confusione, rallentando il passo e soffermandosi a ogni tratto per giunger tardi, quando tutte le sue compagne fossero già nei banchi e Maria Cinzano non avesse più tempo di parlarle. E diceva tra sè, amaramente: — O non sa ancor nulla, e mi verrà incontro piena di speranza, col viso buono e sorridente, e allora con che cuore le darò la triste notizia? O le han già dato la notizia, e la vedrò più pallida del solito, scoraggiata, con gli occhi pieni di lacrime, e come potrò reggere a quella vista? — Ma la ragazza non le si presentò nè con l'uno nè con l'altro di quei due aspetti. Entrando nella scuola, nel punto che v'entrava la maestra, essa la vide seduta al suo posto, nel primo banco, e incontrò subito i suoi occhi, che l'aspettavano. Come le trafisse l'anima lo sguardo acuto, freddo, sarcastico, quasi feroce, che quella le vibrò di sotto in su, mordendo l'asticciuola della penna! Era uno sguardo d'odio e di disprezzo, il sorriso bieco d'una nemica, la dichiarazione d'una guerra sorda e implacabile, che non le avrebbe lasciato più pace. Alba ebbe un tremito; ma, per sentimento d'alterezza, si fece forza, e dovendo passar davanti alla compagna per andare al suo banco, rallentò il passo, per dissimulare il timore. Fu peggio per lei. Maria Cinzano, quand'essa le passò accanto, ebbe il tempo di dirle all'orecchio, con voce soffocata e fischiante: — Tuo padre non ha cuore.

Alba sentì come un colpo di stile che le forasse la tempia, e andò ai posto a passi ineguali, smorta, con gli occhi offuscati come da una nebbia. La maestra incominciò la lezione; ma essa non sentì. Le risonavano di continuo all'orecchio, come un fischio mordente, ripetuto mille volte, quelle terribili parole. Provava un sentimento di pietà amara per suo padre, un misto di avvilimento e di rabbia, e una tristezza profonda. Lanciava ogni tanto uno sguardo alla sua nemica, che le voltava la schiena, curva sul banco, e sentiva a vicenda un violento bisogno di vendicarsi e una viva e triste pietà alla vista di quelle spalle ossute e di quel collo sottile, che la facevan pensare alle privazioni e agli stenti a cui il padre suo la condannava. E si stringeva il capo fra le mani e faceva un grande sforzo per non dare in uno scoppio di pianto.

La maestra, — una buona madre di famiglia, che, di nascosto, mentre faceva lezione, rimendava i panni dei suoi cinque figliuoli, — osservò, a traverso i suoi occhiali verdognoli, il viso mutato della ragazza, e per distrarla dalla tristezza, senza domandargliene la cagione, la chiamò a leggere il componimento sul quaderno, come solevan far tutte, accanto al proprio tavolino, mentre essa seguiva la lettura sulla bella copia.

Alba discese dal banco e salì sul piccolo palco, dove la maestra troneggiava. Le mancaron quasi le forze quando si trovò là, sola, in faccia alla scolaresca, col quaderno aperto fra le mani. Era un nuovo e peggior supplizio per lei il dover leggere ad alta voce, a un passo dal primo banco, quasi sul viso di Maria Cinzano, quel componimento malaugurato, in cui si decantava un signore benefico, che con un atto generoso e delicato salvava dalla disperazione una famiglia povera ad era colmato di grazie e di benedizioni. Che sanguinosa ironia! Cominciò a leggere con voce fioca e con gli occhi velati, come avrebbe letto un atto d'accusa contro di sè e contro suo padre. Non vedeva, ma sentiva lo sguardo iroso della sua compagna confitto nel suo viso, sentiva che a ciascuna delle sue frasi sulla carità e sulla gentilezza del signore immaginario, guizzava un sorriso di scherno su quella bocca a cui suo padre rifiutava il pane. A un certo punto, forzata da non so qual curiosità dolorosa, alzò gli occhi un momento dalla lettura, e vide quello sguardo, vide quel sorriso. La voce le si spense, le salì al viso un'onda di sangue, le tremò il quaderno fra le dita. Si vinse, nondimeno, e riprese a leggere col viso sempre più pallido, con la voce sempre più fioca. Ma, ad un tratto, quando voltò la pagina per leggere le ultime righe, i suoi occhi si fissarono, dilatati, sulla facciata di destra, dove non c'era più scritto, come attratti da qualche cosa di inaspettato, che risplendesse.

— Vada avanti, — disse la maestra.

Ma la ragazza non continuò: i suoi occhi brillarono, il suo viso s'accese, il suo petto si gonfiò. All'improvviso, con un atto impetuoso strappò il foglio dal quaderno e lo gettò a Maria Cinzano, che, stupita, lo afferrò per aria e lo fermò sul banco. La maestra, maravigliata, stette a vedere. Quella lesse, e rimase un momento come trasognata; poi pose un braccio a traverso il foglio, chinò la fronte sul braccio, e si mise a piangere. Allora Alba saltò giù dal palco e baciò la compagna sul capo. Questa le gettò un braccio intorno al collo e le disse piano all'orecchio, singhiozzando: — Perdonami.

Sul foglio c'era scritto col lapis, a grandi caratteri: — _Dirai a Maria Cinzano che suo padre può ritornare alla fabbrica e che sarà il benvenuto._

*

Palpitando di gioia e di gratitudine, appena finita la scuola, Alba divorò la strada di casa sua, facendo trafelare la cameriera che la seguiva. Per poco non strappò il cordone del campanello, entrò nella sala da desinare come un colpo di vento, si gettò d'un salto sul petto di suo padre, e gli coperse il viso di baci, senza parlare, con una foga che gli mozzò il fiato e gli fece brillar due lacrime negli occhi. Dopo l'abbraccio soltanto vide là il viso gioviale dell'avvocato Boleri, con cui il signor Mazzi, che aveva anticipato il pranzo, stava per uscire.

— Bene, bene, — brontolò il padre, bonariamente; — ma non credere che siano le tue scenate d'impertinente che mi hanno fatto piegare. — E la madre, con la sua dolcezza flemmatica, soggiunse sorridendo: — È stato il mazzetto che t'ha visto fra le mani, mentre dormivi.

— Ahi Ho avuto dunque una buona idea! — esclamò la ragazza, battendo le mani.

— Come, _una buona idea_? — domandò il padre meravigliato.

— Ma sì! — rispose Alba, con un sorriso fine; — l'idea del mazzetto. Io sentii che ronzavi attorno all'uscio; sapevo bene che avresti finito con entrare. Adora presi il mazzetto di Maria Cinzano e finsi di dormire. Pensai: Papà è tanto buono.... vedendomi quel mazzetto sul cuore s'intenerirà.... e farà quello che voglio.

L'avvocato Boleri diede in una risata.

Ma il padre fece un passo indietro, sdegnato. — Ah! questo è male! È stata una finzione! Questo mi amareggia tutto il piacere!

— Andiamo, — gli osservò l'avvocato. — Non hai tu detto che volevi combatter gli operai con qualunque arma? La tua figliuola ha messo in pratica il tuo principio, per il suo fine.

— Ah, papà! — gli gridò Alba, afferrandogli le braccia, — non mi far quel viso, poichè sei stato così buono. Ora tu sei in collera e io non voglio. — E slanciatasi in un canto della sala, prese dal bicchiere il garofano dell'amica, glielo infilò nell'occhiello e gli disse: — Va alla fabbrica di buon umore. Ci troverai il Cinzano. Trattalo bene come hai promesso sul quaderno; pensa che hai sul cuore il fiore della sua figliuola.

Il padre la guardò un momento, e poi le diede un bacio sulla fronte.

Ma quando fu nella strada ripetè al Boleri, a denti stretti, la sua frase solita:

— Questa, giuro al cielo, è l'ultima volta che la vince.

— Ma che! — gli rispose allegramente l'avvocato; — è la prima! Voglio dire che è la prima di una nuova serie di vittorie.... come la tua figliuola è forse la prima di una nuova generazione di signorine. Tutte le grandi lotte sociali, caro mio, cominciano in scaramucce tra padri e figliuoli. La famiglia è il primo laboratorio d'ogni idea nuova. Che ci vuoi fare? Tu credi che la tua figliuola sia soltanto più buona di te; è invece anche più giusta, e vede più lontano. Tu sei il secolo decimono; lei è il ventesimo; _l'un contro l'altro armato._ E poi, si chiama Alba. Le hai dato un nome profetico, caro mio. Preparati alla lotta, e confortati pensando che in mille altre famiglie come la tua seguirà lo stesso. E rassegnati fin d'ora perchè, in questa lotta, non saranno i vecchi quelli che vinceranno.

— Sciocchezze! — ribattè il Mazzi, aggrottando le sopracciglia, e, come per distrazione, fece l'atto di levarsi il garofano dall'occhiello.

— No, lascialo, — gli disse l'amico, trattenendogli la mano, — non sarebbe gentile.... E poi, ti sta bene. Ti dà l'aria d'un giovane socialista.

Il Mazzi fece un atto di dispetto; ma sorrise, e ritenne il fiore.

ADOLESCENTI

SUI BANCHI DEL GINNASIO

(Frammento).

. . . . . . .

Eran le otto e venti. Su nel grande corridoio, tutto tappezzato di carte geografiche e d'orari, non passeggiava più che il bidello, solo in mezzo a due lunghissime file di cappotti appesi alle pareti, che davano al ginnasio l'aspetto d'un'enorme rigatteria: solo e tronfio secondo il suo solito, come se portasse in corpo tutta la scienza che s'era insegnata da vent'anni nelle stanze affidate alla sua scopa.

A un tratto, udendo un passo risoluto dietro di sè, si voltò in tronco, e fece un saluto dignitoso al professore Carati che andava alla sua classe.

Arrivato all'uscio, il professore aperse con uno spintone i battenti, e in quattro passi impetuosi, come se pigliasse la rincorsa per un salto, salì sulla cattedra.

La scuola, — un'ampia stanza rischiarata da due finestroni, tutta bianca e nuda, fuorchè dalla parte della cattedra, dove pendevano alla parete un crocifisso e il ritratto del re, tra una grande lavagna e un planisferio, — era occupata da dieci banchi neri, divisi da una corsia, tutti pieni di alunni. In un banco a sinistra del professore c'erano quattro ragazze. Nei due penultimi spiccavano le uniformi orlate di rosso e luccicanti di bottoni metallici di dieci convittori del _Vittorio Emanuele_. Erano in tutto una cinquantina di scolari, cento occhi vivi, ridenti, petulanti, curiosi, paurosi, fissi negli occhi d'un solo.

Ma il professor Carati aveva dietro agli occhiali un par di pupille piccolissime e nerissime, che, quando le fissava in faccia a qualcuno, gli faceva sentir dentro lo sguardo acuminato e freddo come un succhiello. Quella mattina aveva l'occhio sinistro ammaccato da un librone cadutogli sul viso da uno scaffale alto della sua libreria. Era un ometto di media statura, con un naso ardito, con una bocca a taglio di rasoio, con certe mandibole rilevate come se ci avesse due noci tra pelle e pelle; piantato su due gambe d'acciaio sempre tese, che, quando era ritto, presentavan di profilo la forma di due archi rientranti inflessibili. Egli era venuto su fin da ragazzo per forza d'una volontà indomata, conquistando tutti i posti gratuiti dal Convitto _Vittorio Emanuele_ al Collegio delle Province, ed era allora, oltre che professore al Ginnasio, libero docente all'Università e ufficiale di complemento degli Alpini: un vero Alpino delle lettere, fatto per le lunghe marce in salita, e per la lotta con le bufere. Come non aveva mai avuto indulgenza per sè, non ne aveva per gli altri. Trattava gli scolari come soldati d'una compagnia di disciplina; giusto, risoluto, e dopo che aveva deciso, inesorabile. Le sue punizioni erano fulmini senza tuoni e senza lampi. E in tutto agiva così a scatto di molla. Moveva delle domande improvvise che facean l'effetto di stoccate in pieno petto; diceva dei _no_, dei _mai_, dei _via_, che facevan trasaltare la scolaresca come lo scoppio d'un petardo. Per far sentire la forza del latino pronunziava certe frasi, una di Livio specialmente: _exercitum fundit, fugatque; regem obtruncat et spoliat; duce ostium occiso urbem primo impetu capit_, in modo che pareva di sentir scalpitare dei branchi di cavalli e cozzar delle spade. Diceva _bocciare_ e _bocciato_ con tante ci che ai paurosi degli esami metteva un brivido per le ossa. Vedeva tutto, indovinava ogni cosa; aveva un occhio di lince e un udito di gatto; si spiegava con grande chiarezza, senza una parola superflua; e, terminata la lezione con un taglio netto, andava via di volo, cacciando da sè interrogatori, adulatori, parenti, e in special modo le mamme appiccichine, come uno sciame di mosche. Aveva — come dicevano — _il latino nero_, — e trentadue anni.

Girato uno sguardo rapido sulla classe, sedette, fece raccogliere i lavori dai caposquadra, e, aperto il registro dei punti, chiamò a voce alta: — Votini! —

Alberto Votini, un bel ragazzo dal viso aristocratico, figliuolo d'un banchiere, s'alzò stentatamente, coi muscoli ancora indolenziti da una lunga corsa sul velocipede, e rimase piegato a mezzo, con le mani appoggiate al banco, come per iscomodarsi il meno possibile.

— La lezione, — disse il professore.

Eran quattro regole sull'uso dei casi.

Il Votini cominciò, si corresse, s'ingarbugliò, rimase in asso.

— Segga, — disse il professore. — Zero. Recidivo. Mi scriverà quaranta volte queste regole per posdomani.

Il ragazzo sedette, sorridendo da un angolo della bocca al suo vicino, per mostrare che s'infischiava del latino e dei suoi ministri.

— Annina Rosetti, — disse il professore.

Tutti gli alunni si voltarono con curiosità verso il banco delle ragazze per vedere se il professore avrebbe usato delle preferenze. E d'in fondo al banco s'alzò una ragazzina di undici anni, vestita a lutto, piccolina, con un viso gentile e timido, che si coprì di rossore. Capiron tutti che non era sicura del fatto suo.

La ragazza, infatti, espose con voce tremante, poco bene, le due prime regole, — tartagliò la terza, — storpiò la quarta.

Il professore disse con voce squillante, notando: — Tre. — Tutti i ragazzi si guardarono, scambiando un sorriso di approvazione: riconoscevan la giustizia. La ragazza sedette, con le lacrime agli occhi.

Interrogò altri tre: tutti risposero male: s'eran tutti fondati sull'esame bimensile, che non avrebbe lasciato al professore il tempo d'interrogare.