Part 20
Più delle armi sono desiderati gli animali, naturalmente, poichè dopo l'uomo — primo oggetto d'osservazione pei fanciulli, — son quello che più gli rassomiglia; e fra gli animali, per la bellezza delle forme, e per la vivacità delle mosse e la varietà degli usi a cui serve, il più desiderato è il cavallo. Sedici alunni vorrebbero averne uno, ma due soli specificano: _un cavallino sardo_. Poi viene il cane, desiderato da cinque: uno dei quali vorrebbe _uno di quei cani inglesi_, e un altro, _un bel can barbone_; ma per licenziare la serva, parrebbe: _perchè_ — dice — _il can barbone è docile e serve a far la spesa ai padroni_. Sono desiderati da altri una _pecora_, una _pecorella viva_, un _asinetto_, ed altri animali domestici; di uccelli non è nominato che il canarino. Anche il gatto ha un voto solo; forse perchè quasi tutti ne hanno uno da tormentare in casa propria. Ma a proposito di bestie il più saporito periodo lo scrisse quello che vorrebbe “_un bel cane e un cagnolino da guardia_: sentite se si può essere più assennati e più previdenti; par che ripeta un discorsetto di suo nonno: — _Ma con questi due cani_ — dice — _uno piccolo, e l'altro grosso, non vorrei che fossero invidiosi, che non si mordessero malamente, come fanno certi cani, e non mi piacerebbe niente se venissero arrabbiati, allora poi li farei uccidere perchè senò si uccidono tra loro_....„
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Tra le cose inanimate quelle che destano più desideri sono la lavagnetta col gesso e il teatro coi burattini; ma perchè l'una e l'altro servono all'imitazione della vita. Anche la lavagnetta, in fatti, benchè dicano quasi tutti — le mascherine — di desiderarla per esercitarsi alle operazioni aritmetiche (che suol essere il pretesto con cui se la fanno comperare), in realtà la vogliono per rabescarvi su dei fantocci. Quattro desiderano _una biblioteca_, senza dir altro; uno eccettuato, il quale ha pretensioni bibliografiche molto discrete, poichè la vorrebbe composta di _tutti e cinque i libri di lettura_ delle cinque classi elementari e di _una bella storia sacra per leggere la venuta dei magi_. Di altri libri che si desiderino non trovo accennati che due l_ibri di preghiere_ e _un bel libro di preghiere a Gesù Bambino_. Opere d'arte ne desidera uno solo, che vorrebbe _una statua_, e non aggiunge parola: la prima statua venuta. Non metto fra gli oggetti d'arte _i due quadri, uno del re e uno della regina_, a cui accenna un altro, perchè possono essere desiderati per sentimento di devozione alla monarchia; come forse per sentimento religioso desiderano altri tre un _bel crocifisso, un bel quadro della Madonna, una Madonna dipinta_. Un solo filarmonico si palesa, uno che vorrebbe _un pianoforte per imparare a sonarlo molto bene_. Fra gli oggetti di desiderio più singolari noto _una bell'arnia e un servizio da caffè_. Ma come badano tutti, quando può nascere equivoco, a far ben capire che vogliono oggetti da grandi, e non dei trastulli. — _Vorrei un bell'orologio_ — dice uno — _ma non di quelli da cinque centesimi, e che vada._ Un altro vorrebbe una barca — _ma proprio di quelle da metterci noi dentro e partire;_ — l'espressione potrebbe essere forse più elegante, ma non più chiara. E uno di quelli che desiderano un cavallo spiega bene: — _un cavallo, ma da andare in groppa._ Un quarto mette in un mazzo, come tre cose affini, questi tre desideri: _un teatro, una gallina, una spada._ È strano come non uno di questi trentacinque ragazzi, di cui la più parte sono di famiglia povera, esprima il desiderio d'un bel vestito, d'un oggetto d'ornamento, d'una qualunque cosa che dimostri la vanità di volersi distinguere esteriormente. Qualcuno si stupirà che non sia stata ancor nominata la bicicletta, e ci sarebbe davvero da stupire se non l'avesse rammentata nessuno. I desiderosi del nuovo “locomobile„ come lo chiama prosaicamente il regolamento municipale, o del _ferreo corsiero_, come lo chiama poeticamente Lorenzo Stecchetti, son cinque; uno dei quali espone il suo desiderio con questa piccola spampanata: — _Mi piacerebbe andare a Napoli a traversare il mare che è veramente bello; ma se io avevo una bicicletta sarei già andato._
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Nell'ordine della “proprietà dei beni immobili„ i desideri son pochi, e non irragionevoli. La proprietà più ambita è il giardino — _un giardino con molti fiori — un giardino tutto fiorito di rose_ — ed altri, definiti brevemente, con immagini graziose, che esprimono un desiderio vivo. V'è un solo ragazzo, più pratico, chè vorrebbe “_un campo pieno di frumento_„. Tre desiderano una casa, che uno chiama _una costruzione_, e la vorrebbe mobiliare a modo suo, col proponimento, pare, di rimaner celibe, perchè scrive: _una piccola casetta per mettervi un lettuccio, un sofà, un guardaroba, con alcune seggiole e un seggiolone_. Più numerosi son quelli che desiderano indeterminatamente la ricchezza; ma quasi tutti (e in questo è evidente che esprimono un'idea inculcata loro alla scuola più che un sentimento spontaneo) dicono di desiderar d'essere ricchi per poter soccorrere i poveri. Uno solo determina l'ammontare del patrimonio che vorrebbe avere, aggiungendo quali sventurati soccorrerebbe di preferenza: — _Vorrei avere una lira per fare elemosina agli infelici, cioè come lo storpio, il cieco e il monchino_. Desideri riguardo all'avvenire, e in specie alla carriera, tre soltanto ne espongono: uno che vorrebbe esser _marinaio_, e due che vogliono far l'_avvocato_. E pare che uno di questi faccia conto di pescar nel Foro fior di quattrini perchè dice: — _I miei desideri sono pure, quando sarò già avvocato, due bellissimi cavalli e una magnifica carrozza, e quando avremo voglia d'andare a cavallo, io e il mio papà, andremo, e quando avremo voglia di andare in carrozza, andremo._ — E perchè no? Non si direbbe che c'è sotto una sfida ai socialisti? Un altro, meno ambizioso, dice di desiderare _un caffè_; ma non si capisce se sia per “esercitare il negozio„ o solamente per vuotare a suo libito le bocce e le zuccheriere; che è forse la versione più ragionevole. Osservo, a questo proposito, che non ci sono in tutti e trentacinque i componimenti se non pochissimi indizi di ghiottoneria. Quattro soli desiderano dei dolci, pochi altri delle frutta; e dice uno di questi che vorrebbe andare in America _perchè c'è lo zucchero_ e in Africa _perchè c'è i datteri_. Cito ancora ad onore un ragazzo sobrio che vorrebbe _fare una bella cena in un giardino, e bevere un pochino, ma non bevere molto_, e un altro capetto scarico, il quale desidera che i suoi genitori diano un pranzo in casa, e numera le persone che vorrebbe invitate, una caterva di parenti, congiunti, padrini, madrine ed amici, da dar fondo alle dispense dell'_Albergo d'Europa_.
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Alcuni di questi componimenti si distinguono per un'abbondanza d'idee, per un'effusione di sentimento e un colore di sincerità, che li fanno parer lettere scritte spontaneamente, a sfogo dell'animo, più che lavori di scuola; e danno perciò a conoscere in parte, l'indole dello scrittore; la quale rimane affatto nascosta in tutti gli altri, segnati d'una comune impronta scolastica. Quattro di questi scrittori originali mi colpirono in particolar modo.
Il primo è un “appassionato„, un cuore “ardente e tenero„. Egli dà al componimento la forma d'una lettera, disordinata e oscura, in cui frammette, come un ritornello poetico, all'espressione dei propri desideri parole di caldo affetto, note quasi d'amore, per la sua maestra; alla quale dà del _lei_ e del _tu_, espandendo l'anima lirica con una concitazione di stile singolarissima: — _Io vorrei andare a Roma_ — scrive, salvo i peccati mortali d'ortografia — _stare due mesi in campagna, ma che lei venisse a vedermi, vorrei giocare alla palla e pregherò per te che non ti arrivi nessuna disgrazia, io le voglio molto bene e vorrei andar nel mare, e guardi di venire a vedermi, che saremo felici, e guardi di non esser mai malata, a me piace d'andare a giocare e guardi di venire al più presto che puoi._ Ma l'adoratore rientra in sè tutt'a un tratto alla chiusa, e dice rispettosamente: — _Con tutta stima la riverisco._
Il secondo è un'immaginazione effervescente e sfrenata, che esprime rapidamente una quantità di desideri diversi, come se cercasse degli effetti d'antitesi imitando l'arte vittorhughesca di affollare con disordine pensato immagini disparatissime. Egli vorrebbe andare in villeggiatura, a Roma, a Massaua, sul Monte Bianco, a Parigi, sul _vapore_, in vettura, in _tram_, in pallone, e dopo aver aggiunto che vorrebbe _stare in un gran palazzo_ e che gli _piacerebbe d'essere il re_, e accennato altre sue vaste aspirazioni e splendidi sogni, finisce il componimento esprimendo il desiderio modestissimo di _pigliare un bagno_.
Quest'altro è un filosofo semiserio, che mescola la lepidezza con l'affetto e con l'ironia, rivolgendo tratto tratto la parola a sè medesimo per darsi delle ammonizioni e dei consigli, coloriti di canzonatura. Dopo aver significato il desiderio d'andare in campagna per mangiar frutta, dice: — _Ma per te, mio Cesarino, non ci andrai che quando le scuole saranno al fin dell'anno;_ — e poi enumera le uve che mangierà — _l'uva bianca, l'uva nera, l'uva mericana_, ecc., e soggiunge paternamente a sè stesso: — _Ma io ti dirò, caro Cesarino, che a mangiare tanta uva fa del male, e rovina anche la salute, e fa perfino venire mal di gola;_ e infine si dà questo memento gentile: — _Tu mangierai le frutta, ma le viole le governi per portarle alla maestra, che è tanto buona e gentile coi bambini della sua classe._
L'ultimo è un bel tipo comico di Michelaccio, amante del quieto e grasso vivere. Sentite che beati ozî vagheggia. A lui piacerebbe d'andar l'estate prossima al suo paese nativo (e lo nomina); — _a spassarmela in campagna_ — dice — _perchè là si sta molto bene, si mangia, si beve, si dorme e si va a spasso, e poi c'è molta uva, c'è di tutto e questi sono i miei più cari desideri_. E dopo aver detto che andrebbe volentieri ad Alassio, dove ha un amico, già suo compagno di scuola (_antico_ compagno, lo chiama), _che se ne sta coricato nella sabbia calda dal sole_, esce in questa impagabile frase esclamativa, di cui rispetto l'ortografia: _E!! — ne son ben malcontento di non poterci far parte!_ — Ma il più curioso è che questo allegro ragazzo, che parla del paese di Cuccagna come d'un proprio feudo, è figliuolo d'un povero operaio, il quale non ha ombra di casa nè di poderi. E la chiusa del componimento è una gemma. Per dire che vorrebbe scriver dell'altro, ma che, essendo arrivato in fondo al foglio, deve far punto per mancanza di spazio, butta là questa espressione equivoca che può esser presa in un senso.... terribile: _non posso più trattenermi._
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V'è ancora espresso, in queste pagine, un ordine particolare di desideri, meritevoli d'un cenno a parte: desideri, che sarebbe più proprio chiamar propositi, di studiare, di esser buoni, di migliorarsi. Quasi tutti li esprimono: molti, certo, più per sentimento di convenienza che per impulso dell'animo, o anche per forza di consuetudine, o per dare buon concetto di sè; ma della sincerità d'alcuni è impossibile dubitare, tanto è amabilmente semplice il loro linguaggio. Dice uno: — _mi piacerebbe che la madonna mi facesse essere buono a scuola e a casa._ — Un altro: — _Io voglio ancora studiare con tanta voglia e con tanta bontà_ (non è bellissimo?) _e poi darò ancora 1000 e poi ancora 1000 consolazioni alla mia signora maestra. Ed hai miei superiori._ C'è uno che fa un vero atto di contrizione: — _Il mio più bel desiderio è di studiar bene, che la Sig. Maestra è tanto buona, di non dargli tanti dispiaceri non star cattivo, come ho fatto. E adesso guarderò di fare tutto quello che posso per star buono._ E carino è l'esordio che fa un altro al componimento: — _Io farò tutto quello che so per farlo bene e per scriverlo bene_ (senza dir che cosa); poi, di sbalzo, dice i suoi desideri, il primo dei quali è di possedere _una penna d'avorio_, e il secondo è espresso candidamente, così: — _Io vorrei che mio padre e mia madre non mi sgridassero mai._ — E ci sono anche quelli che si propongono un ideale di buona condotta addirittura disperato, come uno che vorrebbe avere un cortile per giocare “_ma non di fare del chiasso, perchè nel giocare un pochino si fa sempre di chiasso_„. — Che delicatezza! E in casa sarà forse il terremoto. Il più commovente, in fine, è l'atto di mesta rassegnazione d'un povero ragazzo, il quale, dopo aver esposto molti desideri, mostrando di capire che per lui sono cose dell'altro mondo, che non potrà aver mai, dice che si contenterebbe d'andare alle _Colonie alpine_ dei ragazzi poveri, e soggiunge: — _Ma i miei genitori non vogliono perchè dovrò andare a lavorare, ebbene, sia così._
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E queste ultime parole, che paiono un lamento compresso, mi turbano nell'animo la giocondità che m'avevan messo tante altre cose amene trovate in queste pagine, perchè mi rappresentano al pensiero non soltanto il ragazzo che le scrisse, ma quegli altri innumerevoli a cui nessuno dei mille desideri della fanciullezza, nemmeno i più umili, sono appagati, e che, non comprendendo ancora che cosa veramente sia l'esser poveri, non comprendono che i genitori _non possono_, e pensano che _non vogliano_, e dicono come quello: — _E sia così!_ — rassegnatamente, ma col cuore di chi si rassegna ad un torto. Ah, i desideri dei ragazzi! Essi sono ad un tempo una delle più care e delle più tristi cose del mondo. Poterli appagare è una delle più dolci soddisfazioni della ricchezza; non potere è una delle amarezze peggiori della povertà. Questo dovrebbero aver sempre in mente quei fortunati ai quali è concessa la grande gioia di essere benefici. Accanto alla carità che domanda al ragazzo povero di che cosa abbia bisogno, ci dovrebbe esser sempre la carità che gli domanda che cosa desidera; dietro la mano che gli dà un pane, una mano che gli porga un trastullo; perchè non basta ch'egli non pianga, bisogna ch'egli sorrida; perchè nella fanciullezza che passa senza sorriso si prepara l'uomo che tratterà i fanciulli senza pietà e che odierà i suoi simili per vendetta
IL GAROFANO ROSSO.
Alle undici e mezzo, mentre la cameriera ansava ancora su per le scale con la cartella del disegno sotto il braccio, Alba sonò il campanello e, appena le fu aperto, si slanciò nella sala da desinare, dove l'aspettavano il padre e la madre, coi regali pel suo giorno natalizio.
In un batter d'occhio vide e toccò tutto: il mazzo di fiori, l'anello, il libro illustrato e il canestrino da lavoro, disposti sulla tavola apparecchiata, su cui brillava un raggio di sole; poi, ringraziando e ridendo, abbracciò e baciò con impeto il babbo e la mamma, e poi.... si lasciò guardare.
Era più bella che mai quella mattina: i suoi capelli ondulati e i suoi grandi occhi parevan più neri del solito, e il bel garofano rosso, contornato di violette, che le usciva dall'abbottonatura del giubbetto bianco, non reggeva al confronto della sua piccola bocca capricciosa e imperiosa.
Suo padre stette un minuto in adorazione davanti a lei; e i suoi occhi pieni di tenerezza facevano un contrasto singolare coi minacciosi baffi grigi che gli andavan dalla bocca alle orecchie. Sarebbe bastato uno sguardo a chi che sia per accorgersi che quel pezzo d'uomo del signor Mazzi, dalla faccia di vecchio soldato e dalle mani d'antico operaio, più temuto che amato dai duecento cinquanta lavoratori della sua grande fabbrica d'ombrelli e di bardature, una delle più fiorenti di Torino, non era che il servitore umilissimo di quella ragazzina di dodici anni, in cui pareva che si fosse affinato ancora il sangue signorile della mamma. Bella, figliuola unica, delicata di salute: aveva tutto quello che ci voleva per far la tiranna. Una lunga malattia sofferta da lei due anni innanzi, a cagion della quale, perduto un anno, ripeteva l'ultimo corso elementare nelle scuole del Municipio, aveva ancor rinsaldato il suo impero. A ogni sua nuova prepotenza giurava bensì il signor Mazzi che sarebbe stata l'ultima; ma quando un'altra volta la vedeva addolorarsi d'una ripulsa o ricorrere all'arma terribile del digiuno per far trionfare la sua volontà, quando, sopra tutto, le vedeva gonfiar per la collera quel bel collo esile e bianco, come se fosse sul punto di schiattare, ogni forza alla lotta gli mancava. Faceva ancora un'ultima mostra di resistenza invocando il soccorso della signora Mazzi, che con la sua mollezza di bionda grassa e linfatica gli consigliava di cedere per la pace, e poi.... cedeva per la pace. Era così cresciuta liberamente nell'animo d'Alba una fitta e intricata vegetazione di piccoli e grandi difetti; la quale, peraltro, non aveva soffocato il fiore della bontà e della pietà, nato in lei e mantenuto vivo da una precoce e quasi maravigliosa intuizione delle miserie e dei dolori del mondo che non conosceva.
Quando si credette ammirata abbastanza, disse:
— Papà, ti ho da domandare un favore.
Ma in quel punto istesso s'affacciò all'uscio la cameriera ad annunziare che il signor Boleri, avvocato criminale e radicale, brillante ed entrante, buon amico di casa Mazzi, desiderava dir due parole al padrone.
Questi entrò nella stanza accanto, e la signorina che, fra gli altri difetti, aveva anche quello d'una curiosità indiscreta, s'avvicinò all'uscio socchiuso per ascoltare. Ma il dialogo non le arrivò all'orecchio che a frammenti.
Alle prime parole dell'avvocato, dette col suo solito accento gioviale, il Mazzi rispose con tutt'altro accento: — Mi rincresce, non posso.
— Andiamo, — replicò l'amico, — non vorrai far scomparire il presidente onorario della _Fratellanza artigiana_, a cui quel povero diavolo s'è raccomandato. È un buon operaio, alla fin dei conti; ha lavorato per due anni nella tua fabbrica e non hai mai avuto motivo di lagnartene.
Ma il Mazzi ripetè il suo no, borbottando delle ragioni che la ragazza non intese.
L'altro allora tornò all'assalto, e questa volta sul serio: — Sta bene, — disse; — ma pensa che da sei mesi cerca lavoro, e non ne trova; che chiedendoti d'esser riammesso, fa ammenda del suo torto, se pure ti fece un torto, e che ha famiglia.... e fame.
Ma il Mazzi persistette nel rifiuto, ragionando. Doveva dare un esempio. Avrebbe voluto dir di sì; ma non poteva e non doveva. — Hanno voluto lottare, — concluse, — lui e gli altri della combriccola, e hanno perso: tanto peggio per loro. È una guerra a oltranza che si combatte fra loro e noi. Io non do tregua. Faccio come essi fanno: mi servo di tutte le armi che sono in mia mano.
— Ma tu combatti contro un disarmato, — ribattè il Boleri, — contro un vinto, che ti chiede grazia.
— Me la chiede oggi, tornerebbe a combattermi domani. È inutile che tu insista. Ho deciso.
— È la tua ultima parola?
— Me ne dispiace per te, che hai preso la cosa a cuore. È l'ultima.
— Ebbene, — rispose l'avvocato, avviandosi per uscire, — ti credevo non soltanto più pietoso, ma più prudente.... e meno orgoglioso. Beccati questa, e buon pro ti faccia. Darai alla bambina questo mazzetto. Tanti saluti.
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Il signor Mazzi rientrò nella sala da desinare col viso rannuvolato e porse ad Alba il mazzo di fiori.
— Papà, — gli disse questa, con voce franca; — riprendi quell'operaio.
— No, — rispose il padre, secco. Ma si pentì subito di quella durezza, e soggiunse benevolmente: — Parliamo d'altro, Albina mia. Avevi un favore da domandarmi, m'hai detto?
— Era quello.
— Come, quello? — domandò il padre, stupito, fermandosi in mezzo alla sala.
— Sì, — rispose la ragazza, e s'accalorò a poco a poco, continuando: — era quello, appunto; Maria Cinzano, una mia compagna di scuola, figliuola di quel tuo operaio; è lei che me n'ha parlato questa mattina; m'ha detto: — verrà un avvocato da tuo padre, per raccomandar mio padre. Io mi raccomando a te. Faglielo riprendere. È senza lavoro. Siamo nella miseria. — E m'ha dato questo mazzettino per la mia festa, un garofano rosso. Io le ho detto di sì. Mi puoi dir di no, tu, il giorno della mia festa?
E gli saltò al collo.
Ma, con sua maraviglia, egli non sorrise.
— Tu hai detto di sì, — le disse egli col viso serio, — perchè hai buon cuore; non te ne faccio rimprovero. Ma non posso contentarti.
— Ma perchè?
— Il perchè non lo puoi capire.
— Ah! lo capisco bene. È il perchè che dicesti al signor Boleri. Ma non è un buon perchè. E poi.... come ho da fare a andar a dire alla mia compagna che m'hai detto di no? E oggi appunto ho da fare un componimento sopra un signore caritatevole che salva dalla miseria una povera famiglia! In che maniera ho da trovar le idee? Perchè sono nella miseria, hai da sapere. Ah! ora capisco. È un mese che la vedo cambiata, è dimagrita, chi sa come mangia; vive forse di pan nero; non studia più; viene a scuola con gli occhi rossi. Ho da andarle a dire che tu vuoi che muoia di fame?
— Non voglio questo, — rispose burbero il padre. — Basta così, e mettiamoci a tavola.
— Ebbene, — disse la ragazza, — se non mangia lei, non mangio io.
— Alba!... Ti castigo.
— Castigami!
Il signor Mazzi incrociò le braccia sul petto, voltandosi verso sua moglie che stava seduta sul sofà, e ascoltava sorridendo. — Ma sai che questa ragazza passa tutti i segni! Ma non s'è mai vista un'audacia simile! — E tornò a voltarsi verso la figliuola: — Ma che obblighi ho io verso un briccone che mi piantò da un'ora all'altra, quando avevo bisogno di lui, e che adesso, ridotto alla miseria per colpa sua, mi offre un lavoro.... di cui non so che fare? — Poi si voltò da capo alla moglie: — Figurati! Un presuntuoso, un traditore, che, l'anno passato, mi mette su una decina di compagni.... fanno tutto il loro armeggio sott'acqua.... imbastiscono una specie di Cooperativa.... Poi, un bel giorno, si licenziano, e con che arie! Vanno a offrire i loro servizi ai miei clienti, brigano al Municipio, fanno parlare i giornali.... In capo a un anno, si capisce, sono andati a gambe all'aria e ci han rimesso quel po' di fondi raggruzzolati non so come.... E io dovrei riprendere il caporione! Per far piacere a quel gran protettore di tutti i cialtroni disoccupati che è l'avvocato Boleri! — E si voltò un'altra volta verso la ragazza: — Tu non conosci gli operai, povera ingenua. Tu non sai che razza di cani son tutti quanti.
— Sei stato operaio anche tu, — rispose la ragazza.
— Sì, e me ne vanto, perchè ero diverso dagli altri; ma per questo li conosco, e li tratto come si meritano.
— Ebbene, fai male a far così.... Non saresti mica diventato ricco tu, se non avessero lavorato per te.
Il padre la fissò. Poi disse: — Sta a vedere che m'hanno fatto una grazia. Essi danno a me il loro lavoro; io do loro il mio danaro.
La ragazza stette un po' pensando; poi rispose: — Ma essi te ne fanno guadagnare molto più di quanto ne dai.
A queste parole, il signor Mazzi scattò: — Cosa dici? Chi t'ha insegnato a metter fuori di queste ragioni? — E, dopo un momento di riflessione, riprese con maggior collera: — Questa non è farina del tuo sacco.... È forse la maestra che t'imbecca di codesta roba?... A questi lumi di luna, non ci sarebbe da stupire.... Dimmi un po': ho indovinato?... Ah, bene! Andrò io a dirle due parole all'orecchio, alla tua maestra.
— Non è lei! — s'affrettò a risponder la ragazza.
— E chi è dunque?... Lo voglio sapere, m'intendi?... O mi dici chi è, o vo dalla maestra domani mattina.
— L'ho letto.
— Dove l'hai letto?
— Ebbene, sì! — rispose Alba, ripigliando animo; — l'ho letto nei libretti che hai tu, che hai portato tu a casa.
— Che libretti? Dove sono? Vieni a mostrarmeli! — gridò il signor Mazzi, fremente.