Ricordi d'infanzia e di scuola seguìti da Bambole e marionette, Gente minima, Piccoli studenti, Adolescenti, Due di spade e due di cuori

Part 2

Chapter 23,919 wordsPublic domain

Nella scuola, lunga e nuda come un camerone di caserma, v'erano due file di rozzi tavoloni congiunti: una fila per gli alunni esterni, l'altra per quelli dell'ospizio, i quali eran tutti vestiti di panno grigio. La distinzione non era soltanto nel posto e nel vestire; ma anche nel trattamento che usava il maestro, il quale faceva ancora una seconda distinzione fra gli esterni di famiglia cospicua e quelli della piccola borghesia. Egli aveva la voce dolce per i signori, agrodolce per i borghesucci, agra per i poveri: questi castigava a ceffoni, scrollava gli altri per le braccia, non toccava i primi. Io appartenevo all'ordine degli scrollati. C'era tra i primi (come lo rivedo!) il figliuolo d'un banchiere, guardato con rispetto profondo da tutti; intorno al quale correva la leggenda favolosa che giocasse alla guerra in casa sua, facendo delle fortezze con gli scudi, e rappresentando assediati e assedianti con lire d'argento, fra cui gli ufficiali eran marenghi e i generali doppie di Genova, e i proiettili fiammiferi accesi, dei più fini. C'era il figliuolo d'una bella signora, che compariva alla scuola a quando a quando, vestita con gran lusso; sulla quale i ragazzi più grandi dell'ospizio facevano a bassa voce dei commenti, ch'io non capii che anni dopo, quando seppi che essa non era in regola con lo stato civile; il che mi spiegò pure perchè quel povero ragazzo piangesse qualche volta di certi scherzi, di cui mi pareva allora che avrebbe dovuto ridere. C'era anche il figliuolo d'un giudice di tribunale, che ci minacciava spesso di farci agguantare dai carabinieri, e mi ricordo d'un fatterello che lo riguarda: che un giorno, avendolo ingiurato un ragazzo dell'ospizio, il maestro, infuriato, afferrò il colpevole per un orecchio, e scotendogli il capo violentemente, gli urlò sul viso: — Ma non sai, ma non sai, di-sgra-zia-to, che quello è il figliuolo d'un giudice? — Che cose! Che tempi! Il vecchietto zoppo, adesso, farebbe ancora la tirata d'orecchi, forse anche più forte; ma non direbbe più la frase.

*

Non ricordo in quanto tempo io abbia imparato a leggere. Credo non meno presto di quello che si faccia ora dopo cinquant'anni di progressi didattici. Ma ho ben presente alla memoria che una mattina di domenica, in casa, avendomi un mio fratello messo sotto gli occhi un libro di lettura per vedere a che punto fossi, rimase maravigliato che io leggessi già quasi corrente, e ne diede la notizia a mio padre e a mia madre, i quali se ne rallegrarono come di cosa inaspettata. Mi rallegrai anch'io di quel riconoscimento ufficiale della mia uscita dalla classe illetterata; ma per una mia ragione particolare, da cui mi derivò un disinganno spiacevole. Io m'ero immaginato che bastasse saper leggere le parole per divertirsi alla lettura di qualunque libro, come vedevo che facevano i grandi. Con questa illusione, quel giorno medesimo, tirai giù un volume a caso dalla libreria di mio padre, e mi misi a leggere. Era il libro _Della tirannide_ di Vittorio Alfieri. Lessi una mezza pagina, la rilessi, e restai lì stupito e scontento: non ci capivo un'acca, come se fosse stato ebraico. E non me ne potevo capacitare. — O come va questo? — mi domandai. — È scritto in italiano, so leggere, e non intendo nulla! — Pensai d'esser cascato sopra un libro difficile: ne presi un altro. Era il _Primato_ del Gioberti. Rifeci la prova. Peggio che peggio. Cominciai a capire allora che mi rimaneva molt'altra strada da fare prima di entrar nel regno della letteratura, e, scoraggiato, lasciai i libri e corsi a giocare, non confessando ad alcuno la mia delusione, di cui sentivo vagamente il ridicolo. Ma pochi giorni dopo ebbi un conforto. Il facchino portinaio, salito in casa per pigliare un mobile, vedendo un libro sopra un tavolino, ne compitò il titolo, a voce alta, per farmi sentire che sapeva leggere; ma lesse: — _Opere schelte._ — Io lo corressi, si persuase, e mi ringraziò. Fu per me una viva soddisfazione d'amor proprio che mi fece rialzare la fronte e ritornare fiducioso agli “studi„.

*

Furono interrotti i miei studi da un grande viaggio, del quale serbo il ricordo come d'un sogno stupendo: un viaggio che feci con mia madre a Valenza, dove una sorella m'aveva innalzato alla dignità prematura di zio: una visione confusa di paesi ignoti, inquadrati in finestrini di vagoni e di diligenze; nella quale sono grandi lacune nere di spazio e di tempo, che mi paiono corrispondere a lunghi sopori misteriosi; e fra l'una e l'altra, in una luce vivissima, particolari di nessun conto, come un gatto visto sopra un tetto o un cencio rosso appeso a una finestra, e dei via vai d'ombre umane senza viso, e suoni vaghi di campane sconosciute, il cui ricordo mi ridesta il sentimento provato allora, d'una lontananza immensa della mia casa e della mia scuola. Uno dei ricordi più netti è la curiosità ardente con cui mi guardai attorno quando scesi alla stazione d'Alessandria, con l'idea di vedere all'orizzonte una specie di gran muraglia della China, un ammasso enorme e intricato di bastioni e di torri merlate, che si disegnassero nel cielo come una cresta alpina, mostrando le bocche di mille cannoni e le baionette di un esercito di sentinelle. Credo che la mia passione di girare il mondo sia nata dalle commozioni straordinarie che ebbi in quel viaggio; durante il quale mi rammento che mia madre doveva frenare di continuo le mie impazienze, ritenermi per un braccio quando mi lanciavo allo sportello, e farmi cenno di parlare più basso quando esprimevo i miei sentimenti con esclamazioni a voce alta, che facevano ridere tutti i viaggiatori. E non solo per il diletto che provai ho sempre creduto che i denari meglio impiegati dai parenti per l'educazione dei fanciulli siano quelli spesi a farli viaggiare; ma anche, e più, perchè ricordo bene (e me l'affermarono i miei) che quel breve viaggio fece fare quasi un salto alla mia intelligenza; tanto che, tornato a scuola, feci più profitto in un mese che non ne avessi fatto prima in parecchi. E così sempre, in appresso, risentii dopo ogni viaggio un rinvigorimento di tutte le facoltà dello spirito, mi ritrovai in uno stato di coscienza intellettuale somigliante a quello che ci è frequente nell'adolescenza, quando, voltandoci indietro a considerare ciò che eravamo poco tempo avanti, ne sentiamo quasi pietà, come dello stato d'un essere inferiore, che ci sia rimasto di sotto, a una grande distanza.

*

Il giorno che tornai a scuola mi lasciò nell'animo un ricordo incancellabile. Prima che entrasse il maestro, i ragazzi dell'ospizio mi diedero la notizia che era morto il giorno avanti un loro e mio condiscepolo, del quale ricordo il nome: Giacinto, e mi domandarono se lo volevo vedere. Risposi di sì, spensieratamente, e condotto da uno di essi, m'andai a affacciare all'uscio d'una cameretta a terreno, dov'era disteso in letto il cadavere, col capo scoperto. Quel viso immobile e bianco, con gli occhi vitrei spalancati in un'espressione di stupore sovrumano, mi fece un senso così profondo di terrore e di ribrezzo, che per quanto durò la scuola non intesi nulla, e arrivato a casa, mandai giù a stento due bocconi per non farmi scorgere, e non dissi una parola; assorto sempre nell'immagine di quel viso, che mi stava davanti, solenne, misterioso, terribile, come il viso d'uno spettro che sorgesse da terra dovunque io volgessi lo sguardo. Non sfuggì il mio stato d'animo agli occhi di mia madre, che m'interrogò, e mi indusse, insistendo, a dirle il vero. Mi fece rimprovero della curiosità che m'aveva spinto a vedere; ma subito sviò da questo il discorso, impietosendosi per quel povero ragazzo morto in un ospizio di poveri, senza padre nè madre, che forse non aveva mai conosciuti, senz'alcuna assistenza amorosa, non pianto da alcuno, e che sarebbe stato sepolto senza un fiore sul feretro, e non ricordato da anima viva. Quelle parole mi destarono in cuore un senso di compassione e di tenerezza, che non ne scacciò al tutto, ma vi scemò assai, e quasi coperse d'un velo il terrore, volgendo a un altro corso i miei pensieri; a traverso ai quali quel viso bianco mi apparve sotto un nuovo aspetto, più doloroso che spaurevole, come ingentilito dall'aureola ideale della sventura. Ma per tutto quel giorno scansai sempre di trovarmi solo dove si fosse, e la sera volli che mia madre mi stesse al capezzale fin che fossi addormentato, a ripetermi le parole d'amore e di pietà, che velavano di bianco ai miei occhi il fantasma della morte.

*

Stetti quasi due anni a quella scuola, che non mi riuscì punto faticosa, grazie al buon senso del maestro, e anche all'uso didattico di quel tempo, nel quale si misurava forse meglio d'adesso la capacità cerebrale dei fanciulli. E fu sul finire del second'anno che incominciai a leggere qualche libro, e a comprendere. La prima commozione profonda che ebbi dalla lettura me la diede un capitolo del _Giannetto_ dov'è raccontata una scappata di casa del piccolo protagonista, il quale, dopo varie corse e avventure, ritrovandosi solo in campagna al calar della notte, preso dalla paura e dal pentimento, mentre sta per darsi alla disperazione, è ritrovato e ricondotto fra i suoi. Tremai e piansi a quella lettura, mi ricordo, e, chiuso il libro, m'andai a avviticchiare al collo di mia madre, giurando in cuor mio che mai, mai al mondo mi sarei arrischiato a una così tremenda avventura. Ma che è mai l'animo dei ragazzi, che può ricevere l'una sull'altra, egualmente profonde, due impressioni di natura opposta, e che potenza maravigliosa ha sulla fantasia fanciullesca ogni finzione! La mia seconda lettura fu la _Vita d'un bandito_: un vecchio libro ch'io scovai per caso nei fondi della biblioteca di casa, e che poi andò perduto; con mio grande rammarico, poichè ebbi più tardi cento volte il desiderio di rileggerlo, appunto per la forte scossa che n'avevo avuto da bambino. Non ricordo di qual paese nè di che tempo fosse quel soggetto da galera che correva i monti e le foreste rubando e accoppando, e uscendo sempre vittorioso, con stratagemmi sbalorditoi, dalle sue lotte temerarie con “l'arma benemerita.„ Ricordo solo che mi appassionai per lui come per un eroe, che la sua vita errante e tempestosa mi parve così bella e desiderabile da farmi vagheggiare in segreto il disegno di darmi alla macchia non appena l'età me lo consentisse, e che m'infervorai a tal punto in questo sogno che già dalle finestre di casa mia cercavo con lo sguardo per la campagna quale via avrei preso per la fuga, e su quale delle alture lontane avrei fatto il mio primo bivacco brigantesco, e forse affrontato per la prima volta la forza pubblica. Ah, come sarebbe rimasto male, se m'avesse potuto veder nell'animo, il povero autore del _Giannetto_!

*

Ma proprio nel più caldo dei miei entusiasmi criminali mi seguì un'avventura che mi fece rinunziare di punto in bianco alla nobile carriera che vagheggiavo. Avevamo in casa un vecchio gatto rosso, al quale volevo un gran bene, e che soleva dormire ogni sera sulle mie ginocchia. Mi prese un giorno il ghiribizzo di condurlo a spasso come un cagnolino, e gli legai al collo una corda, con un nodo largo e fermo, che non gli desse noia, e non si potesse stringere. Ma, fatto appena il nodo, egli mi scappò, e non mi riuscì di raggiungerlo; nè lo rividi più per quel giorno. La mattina dopo, giocando nel giardino, lo vidi per di dietro fra i rami d'un albero, come appostato, nell'atto d'avventarsi sopra un uccello. Lo chiamai: non si mosse. Mi feci sotto l'albero, per guardarlo nel muso. Rabbrividii. Era morto. Impigliandosi fra i rami, la corda gli s'era avvolta e serrata intorno al collo come un serpente, e l'aveva soffocato. Pien di spavento e di dolore, corsi a confessare il mio delitto a mia madre, piangendo e supplicandola di non dir nulla a mio padre, al quale il gatto era carissimo. Mia madre mi perdonò e promise il silenzio, il gatto fu sepolto di nascosto, nessuno tradì il segreto. Ma fu un momento terribile quando mio padre, a tavola, uscì a dire tutt'a un tratto: — O dov'è andato il gatto rosso, che non si vede più? — Non debbono esser sonate più terribili al primo fratricida le parole divine: — Caino, che cos'hai fatto di tuo fratello? — Mi sentii la coscienza d'un assassino. Non potei reggere allo sguardo di mio padre, che pareva mi leggesse nel cuore. Finsi di sentirmi poco bene per scappar da tavola, e m'andai a chiudere nella mia camera, dove mi buttai sul letto, col cuore oppresso dalla paura e dal rimorso. C'era sul tavolino da notte la _Vita d'un bandito_. Al veder quel libro mi balenò un pensiero salutare; il dubbio di aver mai l'animo così forte da potermi dare con fortuna alla poetica professione che avevo scelta. Meditai alquanto su quel problema. E venni a questa conclusione: — No. Tu che sei ridotto in questo stato per la morte d'un gatto, che pure non morì di tua mano, no, tu non avrai mai l'animo di ammazzare dei carabinieri. — Il pensiero era espresso in parole più riguardose per il mio amor proprio; ma, insomma, era quello. E rinunziai da quel momento alla vita del brigante, e ridivenni _Giannetto_.

*

Fu una sera di quell'anno stesso che il mio buon padre, sempre inconsapevole della corda, mi condusse la prima volta al teatro, dove una povera compagnia drammatica rappresentava il _Tartufo_ del Molière. Prevengo la disapprovazione degli scrupolosi: la commedia non appannò nemmeno la mia purità infantile, perchè non ne capii il bellissimo nulla. Una sola frase richiamò la mia attenzione. Quando Tartufo, torcendo il collo e giungendo le mani, disse alla signora: — _Voi avete certe armi!_ — tutto il teatro diede in una risata, della quale non compresi il perchè, non vedendo indosso all'attrice nè pugnali nè pistole. E domandai a mio padre: — Quali sono queste armi? — Egli sorrise, passandosi una mano sui baffi, e dopo una breve esitazione rispose: — Per armi, in questo caso, s'intende la bellezza, la grazia.... i modi gentili.... — Ne capii poco più di prima. Ma per me furono uno spettacolo incantevole la sala, il triplice ordine dei palchi, il lampadario, i lumi della ribalta, e soprattutto il telone dipinto, che rappresentava una rivolta di popolo contro un feudatario del medioevo: la commedia non mi parve che un accessorio di quelle maraviglie. E all'uscita feci rider mio padre esclamando con entusiasmo: — Ah, quanto mi son divertito! — Buon padre mio! Anche privando sè di molte cose, egli ci procurava ogni specie di divertimenti, e quando mia madre gli faceva qualche osservazione sulla spesa, le soleva rispondere: — Eh, poveri figliuoli; abbelliamo loro la vita quanto ci è possibile; chi sa mai quale sarà il loro avvenire? Avranno almeno un caro ricordo dei loro primi anni.

Ma per tutto quell'anno ogni piacere che dovetti a mio padre mi fu sempre turbato dall'immagine di quel povero gatto, il quale mi aveva distolto, morendo, dalla via della violenza e del sangue.

Qui, quae, quod.

Non avevo ancora otto anni quando fui messo al latino, nelle scuole pubbliche, in _Prima Grammatica_, come si chiamava allora il primo corso di Ginnasio. Troppo presto. Vengano a discorrere con me i padri che hanno la smania di far correre le scuole ai figliuoli come si corre il palio, come se la loro buona riuscita nel mondo non dipendesse da una infinità di casi intimi ed esteriori, tutti imprevedibili; appetto ai quali il dubbio vantaggio di finire i primi studi un anno o due avanti gli altri non conta il minimo che. Questa smania non aveva già mio padre, che volle far soltanto un esperimento; ma l'esperimento, benchè non subito, fallì; e non senza mio danno, perchè quel “troppo presto„ mi fece un martirio inutile di quei tre primi anni di latinità, che pure erano allora meno difficili d'adesso.

Mi fece l'effetto d'una caserma, quando c'entrai la prima volta, quella grande scuola affollata di ragazzi, molti dei quali avevano tre o quattro anni più di me, e mi parevano uomini, e mi destò un senso di reverenza paurosa quella cattedra enorme, della forma d'un pulpito, che torreggiava sopra i banchi come un castello feudale sopra le casipole d'un villaggio. Il professore, un uomo sulla quarantina, di viso aristocratico e grave, sempre insaccato in una gran palandrana oscura, che pareva un prete spretato, ci faceva dire le preghiere in coro al principio e alla fine d'ogni lezione, e benchè vigesse da sei anni lo Statuto, fra una declinazione e l'altra, picchiava spesso e sodo; ma egli pure, come il mio primo maestro, più volentieri sui panni rozzi che sui panni fini. Salvo questa parzialità delle mani, era un buon diavolo, e insegnava con buon metodo; ma non era in suo potere di far digerire il latino a uno stomaco di sette anni e mezzo. Di tutto quell'anno m'è rimasta una memoria confusa di fatiche ingrate, di sogni affannosi e di pianti. Il solo ricordo lieto è quello del giorno onomastico del professore, che si soleva festeggiare allora, in tutte le scuole inferiori, con un regalo collettivo, per il quale la scolaresca si dava moto quindici giorni avanti. Il regalo fu fatto quell'anno in un modo comicissimo, che mette conto d'accennare, per dare un'idea degli usi scolareschi del tempo. Si mise trenta soldi ciascuno, e si comprò un pan di Spagna, non so quante bottiglie di vin di Barolo, e un gran mazzo di fiori. Nell'ultima adunanza che si tenne per la strada, il collettore generale, figliuolo d'un oste, ci annunziò che avanzavano della somma otto soldi. Che cosa farne? I pareri furon diversi, si discusse: fu infine accolta a unanimità l'idea luminosa d'un piccolo droghiere, sempre carico di pensi, il quale, rammentandosi che il professore aveva da quindici giorni la tosse, propose di coronare il regalo con otto soldi di gomma arabica. E come fu portata la roba! _Coram populo_, di pieno giorno, come il Santo Sacramento, da tutta la compagnia: il pan di Spagna, scoperto, alla testa, portato dal più alto della classe; poi uno col mazzo, tenuto su come un flabello papale; poi altri otto o dieci, ciascuno con una bottiglia in mano; infine, il latore della gomma, e dietro di lui una processione rumorosa, che percorse le vie principali, in mezzo alla gente che si soffermava a guardare e diceva a voce alta: — Sono gli scolari di Prima Grammatica che portano la festa al professore tal dei tali. — Un ludibrio! Ora si fanno le cose con più discrezione, individualmente, e da certuni soltanto, e dai padri invece che dai figliuoli, e invece di gomma arabica si dà dell'unto nazionale. Ma il meglio l'ho ancor da dire: la scena della presentazione fu assai più amena. Era presente la signora. Tutto era già stato offerto, il professore aveva già fatto il suo discorsetto, esortandoci a dimostrargli il nostro amore con lo studio invece che col vin di Barolo, e stavamo per andarcene, quando il “gommifero„ che s'era dimenticato di fare il suo presente, si fece innanzi, e porgendo il pacco come avrebbe porto le chiavi d'una città, disse solennemente: — Signor professore, c'è ancora questo! — e poichè quegli non capiva, soggiunse con tutta serietà: — Per la sua tosse, signor professore! — Giornata felice! Dopo la quale ricordo che per alcuni giorni suonò più mite il latino e fu sospesa la distribuzione delle pacche. Ma ci vuol altro che pan di Spagna. La settimana dopo il _qui quae quod_ riprese tutta l'asprezza dell'antico impero, ricominciarono a grandinare i pensi e le briscole, e anche il piccolo droghiere dovette riconoscere che non serve la gomma arabica a mutar l'andamento delle cose umane.

I bersaglieri.

Dalla grammatica latina mi distrasse violentemente una passione, che ebbe un effetto notevole nella mia vita, poichè si effuse quattordici anni dopo in un libro, il quale fu la prima mossa del viaggio che finisce forse con queste pagine: la passione per i soldati. O a dir meglio: per i bersaglieri, che erano il solo presidio della città; chè se ci fosse stata invece fanteria di linea, son certo che quella passione sarebbe stata assai men forte, avendo principalmente giovato a farla nascere, insieme con lo spirito guerresco del tempo e con la mia natura disposta all'affetto, la bellezza della divisa, la sveltezza degli esercizi e la prestanza personale dei “figliuoli di Alessandro La Marmora„. Fu una passione quale credo non sia stata mai più ardente in alcun ragazzo di quegli anni, neanche in quelli che erano per indole assai più fortemente inclinati di me alla vita militare: una vera frenesia, che non valsero a frenare nè esortazioni, nè rimproveri, nè danni. In tutti i giorni di vacanza, e anche negli altri, avanti e dopo le lezioni, io scappavo di casa a tutte le ore per correr dietro ai pennacchi in piazza d'armi, al bersaglio, alla ginnastica, e fin nelle marcie in campagna, allontanandomi di parecchie miglia, anche sotto la pioggia, dalla città, dove ritornavo in uno stato da impietosire i sassi. Quando sentivo suonare quelle maledette trombe sotto casa mia, non c'era più forza che mi tenesse; mi sarei calato con una fune dalle finestre, se m'avessero chiuso la porta; e tiravo via come mi trovavo, lasciando lì merenda e latino, senza cappello e senza cravatta, qualche volta in maniche di camicia, come un ladruncolo inseguito. Imparai presto a quel modo, e perfettamente, il maneggio teorico delle armi, i segnali delle trombe, l'orario, tutti i particolari della vita di quartiere, e conobbi la maggior parte dei sergenti e dei caporali della guarnigione, molti dei quali mi conoscevano e mi salutavano, chiamandomi per nome, come un cagnolino familiare. E non ero un semplice dilettante, che si contentasse di guardare: negli intervalli di riposo, in piazza d'armi e al tiro a segno, mi ficcavo tra i crocchi per sentire i discorsi e rendere dei piccoli servizi: andavo ad attinger acqua nelle gamelle o a comprar per l'uno o per l'altro un soldo d'uva o di castagne, porgevo i cappelli e gli zaini e aiutavo a spolverar le mantelline, e m'era un gran compenso il permesso che mi davano di lisciar con le mani i pennacchi o di piantar le carabine in terra per lo sperone che avevano allora infisso nel calcio. Ripensando a quel tempo, non ho che a chiuder gli occhi e a raccogliermi, e sento veramente, come se lo aspirassi, l'odor di cuoio dei centurini e delle uose, e quello delle cartucce rotte e del fumo delle schioppettate, e fino i vapori caldi della zuppa che venivano su dalle cucine della caserma. A vedermi vestito com'ero spesso, tutto impolverato e col capo nudo, molti bersaglieri mi pigliavano per un cialtroncello scappato dall'officina o dalla bottega, e quando dicevo chi era mio padre, ridevano della celia, dicendosi fra loro che per la mia età avevo già una bella disinvoltura a piantar carote. Ma io ero tanto infatuato dell'“arma„ che non m'avevo per male neppur delle beffe; e poi dalla più parte, dai soldati in special modo, non avevo che dimostrazioni di simpatia, che m'intenerivano. Di quanti ricordo ancora il viso, la voce, le diverse pronuncie dialettali, e gl'intercalari del discorso, e persino l'andatura! E ricordo pure che in quelle mie corse al suon delle trombe e davanti allo spettacolo degli esercizi di battaglione la mia immaginazione era in continuo lavorio febbrile, tutto visioni di accampamenti e di battaglie e d'avventure guerresche d'ogni specie, nelle quali mettevo in azione, sempre vincitori ed eroici, i miei soldati prediletti. Fu così viva quella passione che oggi ancora la campagna circostante alla città e le rive dei due corsi d'acqua che la fiancheggiano e tutte le strade che vi fanno capo mi si presentano sempre alla mente picchiettate di nero dalle divise e d'argento dalle baionette dei bersaglieri.