Ricordi d'infanzia e di scuola seguìti da Bambole e marionette, Gente minima, Piccoli studenti, Adolescenti, Due di spade e due di cuori

Part 19

Chapter 193,806 wordsPublic domain

Non mi trattengo sulla grammatica e sull'ortografia. Noto di volo, soltanto, che gli errori grammaticali sono quasi tutti i medesimi, derivando la maggior parte o da anomalie della lingua, come quello frequentissimo di scrivere al nominativo _miei fratelli_ perchè si dice al singolare _mio fratello_, o dalla suggestione del dialetto, come quello del dativo _gli_ in vece di _le_; nel che non si può supporre che i miei piccoli scrittori intendessero di seguire la teoria manzoniana. Quanto all'ortografia, sono pecche comuni (e la ragione si capisce) l'orrore della virgola, il disprezzo dell'apostrofe, l'appiccicatura degli articoli ai sostantivi, e la cattiva amministrazione delle consonanti, risparmiate o spese a sproposito, per non aver la norma della pronunzia esatta. Lo scoglio in cui tutti battono è l'acca del verbo avere. Io credo che molti ragazzi la sognino. E non son forse i più quelli che dimenticano di scriverla; ma quegli altri che, ricordandosi che ci vuole, senza sapere ben dove, la scrivono di dietro invece che davanti, convertendo così il verbo in un'interiezione, — _ah_, — la quale in certi punti fa un effetto comico, come se volesse dire: son stufo. E degli errori di senso è il più ovvio quello che proviene dall'intromettersi d'un pensiero in un altro pensiero, il quale rimane così troncato nella mente del fanciullo ed espresso a metà sulla carta, come uno di quegli avvisi pubblici a cui si sovrappone in parte un altro avviso. Nella correttezza grammaticale, del resto, come nella regolarità calligrafica, vi sono tra i lavori grandi differenze; non tutte riferibili al vario grado di capacità degli alunni, poichè molte derivano dal loro umore della giornata; che è come dire dalla rottura d'un balocco o dalla perdita d'un soldo o dalla soppressione del caffè e latte mattutino. Ma dei dispiaceri di questa natura si risente molte volte anche lo stile degli scrittori di quarant'anni.

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Restringo le mie osservazioni al campo morale, che è più fecondo e più vario. Ricavo per prima cosa da questi componimenti che la maggior parte delle famiglie si occupano dei loro piccoli scolari assai più di quanto non si soglia credere, poichè non c'è quasi ragazzo, di questi trentacinque, anche di quelli di più umile condizione (e non c'è ragione di sospettare che non sian veritieri), il quale non dica che il padre o la madre o un fratello o una sorella gli fa recitare ogni giorno la lezione o gli rivede il lavoro, e tutti quanti accennano il particolare, che, ogni volta che escon di casa per andar a scuola, la mamma guarda loro nel zaino per veder se ci hanno ogni cosa. Mi par questo un segno certo di progredita istruzione popolare, poichè non credo che nelle famiglie povere di trent'anni addietro si facesse altrettanto. Quasi tutti dicono minutamente e con ordine l'orario di tutti i loro parenti. E da questo e da altri accenni a consuetudini domestiche si capisce la vita ordinata e operosa di molte famiglie, in cui tutti si levano all'alba e lavorano tutta la giornata, e si aiutano e si ricreano insieme nel breve tempo che passano uniti; e appariscono vagamente figure di madri ammirabili, e sventure nobilmente sopportate, e case di piccoli “borghesi„ nelle quali il decoro visibile è mantenuto a prezzo d'una rigida vita interiore, confortata dalla buona armonia e dalla buona coscienza. E per questo rispetto la lettura dei componimenti m'ha rallegrato.

Un'altra cosa consolante ho notata, che contraddirebbe a una mia opinione, ma che, potendo essere un semplice caso, non basta a distruggerla; ed è questa, che dalla classificazione dei componimenti non resulta che i ragazzi di famiglie popolane siano inferiori, per il minor aiuto intellettuale che hanno in casa, a quelli di famiglie agiate, poichè degli undici, sui trentacinque, che ebbero i punti migliori, sei sono figliuoli di povera gente.

Notevole è pure che sono figliuoli del popolo quelli che scrissero espressioni più vive di affetto e di gratitudine per i loro parenti; il che può derivare dal fatto ch'essi li vedono faticare per la famiglia in una forma più sensibile che non sia quella del lavoro della mente, e sono indotti più degli altri alla riflessione dall'austerità della vita, e comprendono e valutano meglio le privazioni che s'impongono per loro il padre e la madre, per effetto dell'esperienza dolorosa che ne fanno sovente essi pure.

Curioso è che i tre alunni più affettuosi della classe sono tutti e tre figliuoli di cuochi.

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Uno di questi chiude il componimento colle parole seguenti, che trascrivo alla lettera: — _Oh se potessi essere al posto di mio babbo, e non farlo più lavorare! Io penso che ha cinquant'anni! Io penso alla mia povera mamma che è mezza ammalata! Dio benedica tutta la famiglia!_ — Il figliuolo d'una lavandaia, orfano del padre, scrive: — _Io non ho il babbo, ma dico che cosa fa la mamma._ — E dice la sua lunga giornata di lavoro. — _Viene a casa tanto stanca che nemmeno mangia la cena. È molto buona e fa tutto quello che può per me, mi guarda perchè i vestiti siano puliti, mi fa la colazione, mi pettina e ha cura di me._ — Originale e bella è questa chiusa del figliuolo d'un fabbro ferraio: — _Oh bambini, obbedite sempre i vostri genitori. Essi sono gli angioli. Ti anno allevato, ti mantennero ti mandano a scuola ordinato e pulito essi ti diedero la vita e ti fecero camminare._ — Questo _ti fecero camminare_ non è bellissimo? Non è men bella quest'altra chiusa, del figliuolo d'un carbonaio: — _Povero babbo a durar fatica dalle 5 alle 9 e mezza. Povera sorella che dura fatica a lavorare. Povero fratello, è ammalato e molto._ — Ma la più singolare mi par quella del figliuolo d'un conciatore, che dice: — _Quanto sono carini i miei genitori! Quando noi gli chiediamo qualche cosa non osano dir di no, dicono di sì. Anno proprio compassione di noi. Il padre si chiama Antonio Lotta, la madre si chiama Maria Lotta, io mi chiamo Giulio Lotta._ — E come è semplice e graziosa questa frase del figliuolo d'un lavorante orefice: — _Il babbo è molto buono, la mamma è buona come il babbo_ —;e quest'altra: — _La mamma pensa a tutti e a tutto. La sorella, quando la madre è fuori, essa fa da madre._ — È una perla quell'_essa_.

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Due caratteri principali si riscontrano in questi piccoli scrittori: i riserbati e laconici, che dicono il meno possibile, restringendosi a indicar secco secco le ore in cui le persone della famiglia si levano, mangiano, e vanno a dormire, e gli espansivi, che profondono le notizie e le confidenze. Questi parlano in special modo dei fratelli e delle sorelle, e si possono dividere alla volta loro in “affettuosi„ e in “critici„. La maggior parte dei primi ricordano con molta tenerezza le sorelle e i fratelli più piccoli; ciò che conferma la massima pericolosa d'un mio amico, padre molto prolifico, secondo il quale bisogna che nelle famiglie ci sia sempre un bambino, perchè ingentilisce il cuore dei figliuoli grandi. Dice uno: — _Quando la mamma mi lascia da guardare il fratellino più piccolo sono molto contento perchè gli do anche da mangiare._ — Un altro fa l'elogio del fratellino, che _studia molto_, e dice di sua sorella minore: — _Mi diverto in tutte le maniere con lei._ — Un terzo scrive: — _Maria è la mia gioia la faccio saltare e qualche volta fa le bizze. E allora_ — soggiunge come la cosa più naturale del mondo — _la mamma mi batte._ — Dice il medesimo un quarto: — _Io o anche la sorellina che a appena cinque anni e quella sorellina è il mio divertimento, e quando ho fatto il lavoro mi diverto e lei fa un pochi capriccetti, e mi fa castigar dalla mamma._ — È un destino!... Un altro butta là nel mezzo del componimento, senz'alcuna attaccatura col resto, questa frase curiosa: — _Mio fratello qualche volta mi fa dei piaceri._

I “critici„ sono anche più ameni; ma indiscreti, qualche volta. Ve n'è uno che giudica in questo modo le sue tre sorelle: — _Ada è buona, ma un po' capricciosa; quella che si chiama Teresa va solamente a scuola all'asilo_ (come si sente in quel solamente l'orgoglio dello scienziato!), _Adelaide è un po' cattiva._ — Altri fanno a carico dei loro fratelli rivelazioni più gravi, come quelle che seguono:

— _Poi ho un fratellino che ha appena due anni, e è un biricchino di prima riga._

— _Ho un fratellino di 7 anni che va a scuola, non vuole saperne di studiare._

— _Ho un fratello grande che è bocciato._

Uno dà intorno a suo fratello dei ragguagli più minuti, in una forma amenissima: — _Il mio fratello più grande non studia abbastanza, ma fa dannare il babbo e la mamma. Torna a casa con un castigo da fare per la maestra. Il babbo e la mamma gli chiamano: te ne ha dato dei castighi da fare e lui dice di no e ha vergogna di dir di sì._

E che dire di un cervello sodo di sette anni e mezzo, il quale scrive: — _Ho due fratelli, il maggiore è in 3ª e pare che quest'anno metta giudizio_?

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Molte cose strane e oscure dicono riguardo alla professione e alle occupazioni del padre. La professione alcuni non l'accennano; altri pare che non n'abbiano un'idea molto chiara. Dice uno: — _mio padre è impiegato fuori di porta_ — senz'altro: provatevi a indovinare. Un altro definisce la professione paterna in questo modo singolare, un po' indeterminato, mi sembra: — _Il babbo va via alle 7 per guadagnarsi il pane col sudore della sua fronte._ — Altrettanto singolare e non molto più lucida è quest'altra definizione: — _L'occupazione del padre è di pensare molto ai colori per fare i quadri con dei fiori e altre cose._ — Il figliuolo di un “impiegato al gas„ dice: — _Mio padre a mezzanotte va a spegnere i ceri._ — Definisce un altro in questa ardita forma grammaticale l'occupazione di sua madre: — _L'occupazione di mia madre è che pensa alla roba di non perderla._ — Il più originale, per altro, e il più misterioso è quello che, dopo aver detto: — _L'occupazione del mio babbo è di fare il benestante_, — soggiunge: — _cioè 5 o 6 giorni sarà a Torino, 8 o 9 giorni sarà in campagna a lavorare, e quei 5 o 6 giorni che è a Torino un'ora sarà al mercato un'ora sarà all'ufficio, insomma ha tanto da lavorare che un'ora è in casa e un'altra è fuori._ — Un benestante, come si vede, che non poltrisce sulle sue rendite. Ne cito ancor uno che fra le occupazioni del padre registra questa: — _poi il babbo viene a casa e sta due ore a leggere il popolo_ (la Gazzetta del popolo) — e un altro che fa questa straordinaria rivelazione: — _Il babbo va a letto la sera alle 11 e non si alza più che alla mattina._

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Ma le uscite bizzarre, lepide, gentili che si trovano in questi pochi componimenti, se volessi citarle tutte, riempirebbero troppe pagine. Non si direbbe che è un epigramma pensato questa doppia proposizione: — _Mio fratello va al ginnasio, ma studia?_ — E come è ben resa la varia operosità d'una brava ragazza di casa con questi due tocchi: — _Mia sorella mi corregge il lavoro e scopa il negozio._ — E che fior di logica semplicità v'è in questa frase: — _Allora i genitori mi fanno ripetere la lezione, se la so mi dànno la merenda e se non la so non me la dànno_ — e nella seguente: — _la mamma mi lava i vestiti se sono sporchi, me li cucisce se sono stracciati_. — Dopo aver accennato le occupazioni dei parenti, uno passa a dire le proprie con questo ingenuo avvertimento: — _Vengo a parlare di me._ — Un altro: — _Adesso parlo di me._ — E un terzo, più solenne: — _Ed ora parlo di me stesso._ — Questi me ne rammenta un quarto che notifica in una forma nuova affatto la composizione della propria famiglia: — _A casa mia ho il babbo, la mamma, la sorella e me._

Fra le chiuse più degne di nota trascrivo le seguenti, che paiono state cercate per ottenere un “effetto finale„:

— _Io sono un bambino di 7 anni e 7 mesi._

— _Io ho otto anni e mi levo alle 7 e mezza._

— _Io sono della scuola Angelo Brofferio e mi levo alle 7._

Ve n'è uno che, fra l'altre, dà questa importante notizia; la quale, per quanto concerne lui, è certamente una piccola spacconata: — _Dopo cena qualche volta andiamo al caffè a bere dei liquori._

Da un periodo arruffato d'un altro si capisce che in casa sua sono incaricati i ragazzi di apparecchiar la tavola; ma sentite con quali restrizioni, e come giudiziosamente e ordinatamente specificate: — _Ma mettono solamente il tovagliolo e le tovaglie perchè se mettono i tondi li rompono e le posate si tagliano o cadono per terra e possono fargli del male sugli occhi dentro alla bocca sulla fronte._

Il figliuolo d'un calderaio ha sulla fine questa maravigliosa uscita, che a qualcuno farà dare un balzo sulla seggiola: — _Il babbo viene a casa ed è l'ora della cena. Noi amiamo e dopo amato usciamo._ — Si capisce che voleva dir ceniamo; ma che il verbo “amare„ ch'egli aveva forse in mente per l'espressione d'un pensiero d'affetto alla chiusa, essendosi cacciato avanti tutt'a un tratto, gli cascò sulla carta invece dell'altro.

Fra le cose commoventi noto quella del figliuolo d'un muratore, per intender la quale conviene sapere che una società di filantropi torinesi fondò delle “colonie alpine„ dove son mandati ogni anno a passar l'estate un certo numero di fanciulli poveri delle scuole municipali, scelti fra i più deboli di salute. Il povero ragazzo scrive che a casa sta coi piedi nudi per non sciupare le scarpe, _perchè ho da andare alle colonie alpine, e così ci vuole un paio di scarpe buone_, — ed enumera dopo questo gli altri oggetti di corredo richiesti, soggiungendo con una esclamazione di gioia: — _E io ho già tutto!_

Ma la più saporita l'ho serbata per la fine. Dice un ragazzo: — _L'occupazione di mio fratello maggiore è di levarsi la mattina alle 3 e di andare a Chieri al passo di corsa._ — Dêi del cielo, ci son venti chilometri! — E che dannata professione sarà mai questa? — mi domandai leggendo; ma, per quanto ci pensassi, non mi riuscì di scoprirla. Seppi poi dalla maestra che quel fratello è “volontario d'un anno„ nei bersaglieri, e che l'alunno aveva inteso d'accennare a una “marcia di resistenza„ fatta dal reggimento; ma s'era espresso in modo, come si vede, da far scambiare la fatica straordinaria con una occupazione quotidiana — spaventevole.

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Se tanto c'è da spigolare in trentacinque componimenti, che non si troverebbe in una grande raccolta? Certo, io non dico agli insegnanti elementari, che l'insegnarono a me, quanto ci sia da imparare spingendo l'analisi di questi lavori oltre l'ortografia e la grammatica. Ma mi arrischio a dirlo agli scrittori giovanissimi, e a tutti coloro che studiano il cuore e la mente umana; poichè credo fermamente che i fanciulli, a studiarli profondamente e con amore, siano, dopo gli scrittori di genio, i migliori maestri dell'uomo.

I DESIDERI DEI RAGAZZI.

Non sono immaginazione mia: li manifestarono per scritto trentacinque alunni d'una seconda classe elementare delle scuole municipali di Torino, ai quali la maestra diede per tema: _I miei desideri_, e fece fare il componimento nella scuola, senza brutta copia, concedendo un'ora di tempo. La maggior parte sono ragazzi dai sette agli otto anni, che venti mesi fa non leggevano ancora l'alfabeto, e diciotto sui trentacinque, figliuoli d'operai. Da ieri ho fra le mani i loro componimenti, — un mucchio di foglietti di carta rigata, coperti d'ogni forma di scrittura, dalla calligrafia quasi perfetta alla pura e pretta raspatura di gallina, e sparsi d'una flora maravigliosa di grossi e piccoli spropositi che fanno ridere e pensare.... — e non so risolvermi a buttarli in un canto, prima d'averne raccolto in un mazzo i fiori più belli per offrirli agli studiosi e ai dilettanti di letteratura fanciullesca.

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Prima di principiare a leggere pensai che questi componimenti non potessero essere che elenchi di balocchi e di giochi, tutti eguali a un dipresso, come le vetrine dei venditori di giocattoli; non pensai, fra l'altre cose, che potesse essere così generale, come lo riscontrai, in ragazzi di quell'età il desiderio dei viaggi; il quale poteva dare, come dà infatti, ai loro lavori una varietà inaspettata e dilettevole; e sono appunto le espressioni diverse di questo desiderio ciò che mi divertì sopra tutto e che mi parve più meritevole d'osservazione nei periodi bizzarramente scarmigliati e claudicanti dei miei piccoli prosatori.

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Quasi tutti manifestano, prima d'ogni altro, il desiderio di viaggiare, e nominano le città che preferirebbero di vedere. Le città più “desiderate„ sono, per ordine di voti, Milano, Napoli e Roma. Penso che abbia il primato Milano per la ragione che, essendo la più vicina a Torino, è quella di cui i ragazzi sentono parlare più spesso. Quelli che vorrebbero andare a Roma son quattro, e due di questi paiono mossi da sentimenti politici opposti, perchè l'uno vorrebbe andarvi soltanto “_per vedere dove abita il papa_„, l'altro, _per vedere quel bel palazzo dove ci sta Umberto I_. Il terzo, indifferente al monarca e al pontefice, dice che desidera di andar a Roma non per altro che perchè “_c'è stato il suo padrino_„, ed è dubbio il quarto perchè scrive che vorrebbe andare “_sul bastimento a rona_„ e può darsi che abbia inteso di scrivere a Arona sul Lago Maggiore. C'è un altro, del resto, che parla d'andare “_col bastimento_„ a Milano. Per Firenze non ci sono che due aspiranti, per Genova uno e uno per la Sicilia. Ce n'è sette, invece, per l'America; ma è da notarsi che i più di questi dicono l'America perchè ci ebbero o ci hanno qualche parente; ed è lo stesso dei tre che desiderano d'andare in Francia. Due soli hanno desideri senza confini; uno che vorrebbe _visitare tutto il mondo_, e un altro che desidera di _viaggiare tutti i paesi_; e altri due sognano viaggi avventurosi di scoperte e di lotte. _Il mio desiderio, sarebbe di attraversare il mare e di cercar le oasi_ (voleva dir le isole forse), e il secondo: _Mi piacerebbe visitare i deserti dove c'è le bestie feroci._ C'è anche un originale che vorrebbe non solo andare, ma _stare in Asia_; in quale parte non lo dice; si può intendere fra Gerusalemme e Pechino; e la ragione della sua scelta è un po' vaga: — _perchè è molto bello e mi piace molto e c'è un sole molto caldo._ — Invitato dalla maestra a spiegarsi meglio, si chiuse in un silenzio pien di mistero. Più comprensibile è uno dei sette già rammentati, che vorrebbe visitare _quella grande città d'America_ (non dice quale) _perchè ci sono quelle grosse piante, quei tronchi che sono di una grandezza straordinaria_; ed esprime in questa forma ingenua la sua ammirazione per la fecondità della natura: — _E poi da quelle piante piccole a venire e quelle piante straordinariamente grosse!_ — E gli accozzamenti delle grandi città e dei piccoli comuni sono curiosi. Uno vorrebbe veder _Milano, Firenze, Castellamonte_; un altro vorrebbe _andare in America, e poi a Crescentino_, un comune della provincia di Novara, dove dice che è “_puro il cielo_„. Ma la cosa più amena sono le ragioni che adducono, gli scopi particolari che si prefiggono alcuni al loro viaggio. Quello che dice: — _vorrei andare a Genova a pigliare i bagni di mare, ma ho un po' paura della burrasca_ — si capisce; ma quello che vorrebbe andare a Firenze! Non pensate che sia per veder Santa Croce, i musei, i monumenti: si può dare in mille a indovinare. — _Per bere il latte che è squisito!_ — Donde gli sarà mai venuto un così straordinario concetto del latte fiorentino? Può fare il paio con quell'altro che desidera d'andare a Napoli, oltre che per vedere il _vulcano o vesuvio_, sapete perchè? _Perchè si mangiano dei maccheroni napoletani;_ e questo passi; ma soggiunge il sudicioncello: — _e sono molto buoni e non si prendono col cucchiaio ma si mangiano con le mani._ — Chiedo scusa per costui, come cittadino torinese, ai miei compaesani di Napoli, e li assicuro che si tratta d'un'opinione affatto personale dello scrittore.

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Al mare accennano più d'una metà, ed è notevole che quasi tutti quelli che v'accennano desiderino di fare i bagni marini. Sarà un segno di progredita cultura igienica? Perchè non uno su trenta scolaretti di Torino, quando io ero ragazzo, avrebbe forse espresso un tal desiderio; certo, non ci avrebbe pensato nessun ragazzo di famiglia povera. L'immagine più poetica, riguardo al mare, è quella del figliuolo d'un operaio, il quale dice: — _Mi piacerebbe andare sugli alti mari dove si vede per tutto acqua e celo;_ — ma vorrebbe avere con sè la mamma, la zia e un cugino “_per dividere i pericoli_„. Sono anche di più quelli che desiderano di andare in montagna; ed è naturale anche questo poichè vivono tutti davanti allo spettacolo incantevole delle Alpi. Uno dice che vorrebbe andare in montagna _per vedere i buoi_; un altro _per stare molti giorni ad una certa altezza numerosa_; un bel traslato ardito, se lo volle riferire, come pare, al numero dei metri d'altitudine. Un ragazzo povero esprime lo stesso desiderio con una frase semplice e triste che tocca il cuore: — _Vorrei andare sulle più alte montagne, a pigliare un po' d'aria buona, che non sono mai andato in nessun paese._ — Andare a passar l'estate in campagna, senza determinazione di luoghi, è il desiderio più comune; più vivo in quelli che non lo possono soddisfare, ed espresso da tutti con un'insistenza e un calore di parola, in cui si sente un bisogno vero del corpo e dello spirito, un fremito d'uccelletti ingabbiati, assetati d'aria e di verde. Conviene anche dire, peraltro, che quanto a viaggi e a escursioni i desideri di una buona parte sono assai moderati, arrestandosi in alcuni ai Santuari d'Oropa e di Graglia, e in altri a villaggi dei dintorni di Torino e alla basilica di Superga; nella quale uno degli scrittori vorrebbe andare a vedere “_quei sotterranei dove è morto il re_„. Parecchi sono anche più modesti: non desiderano che “_una passeggiata nel Corso Palestro_„ che vedono ogni giorno, poichè è a un passo dalla loro scuola, o _una di quelle passeggiate in via Po_ (chi sa quali?), o fino alla _succursale_ (niente di meno), che è una stazione minuscola della strada ferrata di Milano, dentro la cinta. Ce n'è uno, poi, che non vuol andare in nessun luogo, e manifesta per i viaggi un'avversione assoluta; dicendo che vorrebbe star _tutta la vita a Torino_, per una ragione che siete mille miglia lontani dall'immaginare: p_erchè c'è aria fina_. E neppure potete immaginare la ragione, tanto è semplice, che adduce un altro del non poter fare i grandi viaggi che vorrebbe. — _Ma fare tutti questi viaggi non posso-_-dice — _perchè o da frequentar la scuola tutte le mattine._

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Sento una domanda del mio buon amico Moneta: — La propaganda per la pace ha recato qualche frutto? Si può riconoscere in codesti componimenti uno scemato spirito guerresco nel desiderio scemato di quei giocattoli che rappresentano strumenti e idee di guerra e di morte? — Mi manca, per dare una risposta, il termine di paragone; ma temo che, se anche l'avessi, non potrei dare una risposta molto consolante. Su trentacinque sono undici che desiderano trombe, soldati di piombo, fucili, sciabole, pistole, un intero arsenale. Credo soltanto minore di quello che sarebbe stata trent'anni fa la richiesta dei tamburi (due soli ne chiedono) perchè, non usandosi più il tamburo nell'esercito, manca l'impulso dell'imitazione. È vero, peraltro, che uno solo di quegli undici esprime chiaramente delle idee belligere, e anche in senso puramente difensivo, dicendo: — _Vorrei essere vestito da soldato per andare in guerra a combattere contro il nemico e salvar la mia patria._ — Quasi tutti gli altri non chiedono armi che per giocare. Ce n'è uno, anzi, che confessa la propria avversione alla guerra in un modo assai comico, ed è di quelli che vorrebbero viaggiare in Africa. — _Ma andare in Africa_ — soggiunge — _non mi piace perchè c'è la battaglia, ma io vado quando non fanno la battaglia._ — E dice anche, contraddicendosi, che non gli piace d'andare in Africa, _perchè vi sono neri gli Abissini_.

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