Part 17
Poi mi fecero veder le maraviglie dell'Asilo: una bimba con la capigliatura nera strisciata d'oro; conciata a quel modo dalla mamma che, incaponita di tingerla alla Tina di Lorenzo, lasciava qualche volta a mezzo l'operazione e la mandava fuori così, chiomata del bicolore austriaco; un'altra che quasi nascondeva il visetto sotto un turbante di riccioli lucidissimi, una matassa stupenda di anelli di velluto corvino, in cui tutte le compagne cacciavan le mani per diletto, e che tremolavan tutti a ogni scossa del capo come animati da mille spiritelli irrequieti; e infine il bimbo dai cinque panciotti, imbottito in quella forma dalla mamma per un suo terrore morboso dei' raffreddori di petto, e che, oppresso da quella rigatteria, camminava annaspando con le braccia larghe come se invocasse soccorso. Ah, c'era da divertirsi, e anche da commoversi, non altro che ad osservare in quei bimbi la varietà dei prodotti dell'industria domestica, e in un solo capo di vestiario. Una collezione di calzoncini, per esempio, da far rimpiangere di non esser andati là con una _istantanea_: tutti i più strani saggi di taglio a cui possano riuscire le forbici inesperte e affrettate d'una povera donna del popolo che ha le faccende a gola e che utilizza senza scrupoli artistici quanti avanzi di stoffa le cascano nelle mani, con la certezza che la vittima inconsapevole accetterà qualunque ludibrio. Calzoni di due colori e di più di due, raccorciati con filze, allungati con giunte, scaccati di toppe, fatti di tende da letto, di federe di guanciali e di scialli logori, con borsoni posteriori capaci quattro volte del contenuto, con spaccature somiglianti a finestre a sesto acuto: mezze brachine della forma d'imbuti accoppiati, di trombe gemelle e di sacchetti da ricotta, che mettevano su quei corpicini delle apparenze buffe di fianchi, di pancie e di deretani enormi e spostati, o li serravano, per scarsità di panno, come maglie chirurgiche, facendo schizzar per di dietro, a ogni più piccolo movimento, degli spicchi di carne rosata, impazienti della prigionia, impudicamente ribelli all'avarizia tiranna della sarta: una raccolta di figurini di fantasia da farne una sezione umoristica a parte nella prossima Esposizione nazionale.
Ma da queste osservazioni ero continuamente ricondotto a quella della varietà dei caratteri che si manifestava nei modi molto diversi di ricevere le dimostrazioni amorevoli. Molti indifferenti affatto, parecchi quasi repugnanti, qualcuno stupito, che si toccava la parte del capo dov'era stato baciato, come se non capisse che cosa io gli avessi fatto. Ma i più si mostravano contenti e grati, e fra questi alcuni che si riscotevano e brillavano sotto la carezza come per la soddisfazione d'un bisogno vivo dell'animo, e che ritornavan poco dopo a prendermi la mano e a mettersela da sè sulla spalla o sotto il mento e a strisciarmisi attorno come gattini, guardandomi di sotto in su con una espressione di grande dolcezza; quello dalla testa deforme, fra gli altri, e la bimba dei diavoletti, e un morino piccolissimo, nato con un orecchio solo, con due begli occhi pensierosi, nuotante nel più spropositato par di brachesse della collezione. Ed anche quand'eran lontani, incontravo di tanto in tanto, qua e là, i loro occhi soavi, che mi sorridevano con quella espressione di familiarità fraterna, propria della infanzia, che dà del tu a tutte le età e a tutte le stature ed ha per tutti quelli che l'amano lo stesso sorriso.
E qua e là, ma sempre da lontano, incontravo pure lo sguardo del bimbo burlone, che parea che osservasse ogni mio atto e volesse farmi capire, con quel suo sogghigno obliquo e rugoso e col suo occhietto strizzato, che gli parevo ridicolo. E che volete! Avevo un bel dirmi che in un moccicoso di quell'età non poteva corrispondere il pensiero all'espressione della maschera: quel sogghigno di piccolo Mefistofele mi riusciva molesto e, quasi senza volerlo, badavo a scansarlo, come si fa qualche volta in casa d'altri davanti a certi ritratti di persone sconosciute, che par che ci frughino con lo sguardo nell'anima e pensino di noi roba da chiodi.
VII.
Suonata l'ora della colazione, rientrarono tutti nel camerone e presero posto, in piedi, a due tavole lunghissime, su cui era scodellata la minestra di riso e fagioli. Fu un divertimento a vedere come gingillavano tutte quelle manine per annodarsi sotto la nuca le fettucce del tovagliolo: i più non riuscivano a incrociarle; molte bimbe, per sbaglio, se le legavano alla treccia; altre non facevano che annaspar nel vuoto con mille movimenti strani e graziosi da zampine di gatto. Ma il “banchetto„ procedette con ordine ammirabile. Non vi fu che un “incidente„ da lamentare: un bimbo, dicendo che non aveva appetito, rovesciò la sua scodella in quella del vicino; poi si pentì e rivolle la sua minestra; ma l'altro, che era un minestraio emerito, si rifiutò: dopo molto contrasto, nondimeno, scese a patti, e gli offri, generosamente, un fagiolo — uno solo — che il primo respinse con sdegno, invocando a grida la maestra. A capo della stessa tavola vidi un banchettante che si ribeveva le lacrime, ma nel senso materiale della parola, poichè mangiava avidamente e piangeva insieme a goccioloni fitti, che gli piovevano nella minestra, e quel gran dolore manducante riusciva più comico perchè gli stava dietro la cuoca col cucchiaione brandito, pronta à riempirgli da capo la scodella per consolargli l'anima. Un solo bimbo mangiava in disparte, con gli occhi ancora rossi di pianto, imboccato da una maestra. Aveva appena tre anni; era entrato nell'asilo quella mattina facendo una scena tale di disperazione che, per veder di quetarlo, gli avevano attaccata al petto una medaglia; e s'era quetato come per miracolo. Nel momento che gli passavo accanto egli spalancava la bocca per ricevere il fatto suo: eppure, in quello stesso momento, senza neanche torcere il capo, guardandomi con la coda dell'occhio e ingoiando la cucchiaiata, prese la medaglia con due dita e me la mostrò. Ahimè! Quando mai si potranno sopprimere le onorificenze ufficiali?
VIII.
Finito il banchetto, senza discorsi, le maestre distribuirono i panierini e tutti si sparsero per quella e per l'altre stanze per riunirsi da capo, qua e là, a coppie e a gruppi, sedendosi in parte sulle panchettine lungo le pareti e in parte sull'ammattonato, a mangiare in libertà quello che s'eran portati da casa. La direttrice mi condusse in un angolo dov'eran due fratelli che leticavano e — Veda che caso — mi disse: — questi due fratelli hanno il panierino in comune. Ebbene: ogni mattina dell'anno, regolarmente, s'accapigliano per la divisione del mangiare; ogni mattina il più grande vuol prender tutto per sè, e non c'è che l'autorità che lo faccia cedere. La lite è così certa e preveduta che gli altri bimbi vengono a vedere prima che incominci. Che cos'è mai l'istinto della proprietà! — Veramente, a me pareva l'istinto del furto; ma mi guardai dal dirlo perchè, in bocca mia, l'osservazione sarebbe potuta parer “sovversiva„.
M'avvicinai a un bimbo paffuto che mi guardava fisso, e gli domandai che cosa gli avesse dato la mamma per colazione. Mi rispose con una grossa voce: — Un pesce!
Al modo come lo disse pareva che dovesse essere un salmone. Lo pregai di farmelo vedere. E mi mostrò il pugno da cui spuntavano le estremità d'una mezza acciuga, ridotta non più che un filo dalle vigorose fregagioni che — come mi fu detto da un'assistente — egli aveva liberalmente concesso alle pagnotte circonvicine.
Venne in quel punto una maestra a dirmi che andassi a vedere all'opera lo “scroccone„. Passammo nell'altra stanza e lo vedemmo solo, col suo muso di topo sul petto, tutto intento a levar la crosta a un panino. Finita la scrostatura, si mise a leccar la mollica da tutte le parti, con grande cura, come se la volesse inumidir tutta quanta prima d'addentarla. — Ne prepara qualcuna delle sue, senza dubbio, — disse la maestra. — Infatti, dopo che ebbe condito bene il suo pane, si voltò verso un gruppo di bimbi che assediavano il possessore dello zucchero biondo e, cavallerescamente, liberò l'assediato, facendo in là gl'importuni che volevano intingere il dito nella sua proprietà. Poi gli si sedette accanto in atto ossequioso e gli disse nell'orecchio non so che cosa, a cui quegli acconsentì, porgendo il pacchetto aperto. Povero ingenuo! Egli credeva d'aver che fare con un pane asciutto, che avrebbe fatto poco danno. Era invece un pane traditore che, maneggiato da una mano abile, girando rapidamente come un buratto.... produsse un vuoto spaventoso;
_onde_ sospiri e pianti ed alti guai.
IX.
Entrammo poi in una “classe„ dove non c'erano, sparsi per i banchi, che sei o sette bambini; due dei quali dormivano così saporitamente, con le testine rase appoggiate sui gomiti, che nemmeno scossi a più riprese non si destarono, e si dovette lasciarli stare. Agli altri la maestra rivolse alcune delle solite domande scolastiche, a cui diedero le risposte solite; comicissime alcune per il contrasto che faceva la solennità della loro forma letteraria col viso di putto di chi le pronunciava.
A un bimbo che sonnecchiava col capo ciondoloni domandò tutt'a un tratto: — Che cos'è l'Italia?
Quegli balzò in piedi e, dopo aver guardato me e la maestra con due occhi spauriti, mandò giù la saliva e rispose solennemente: — _È la mia terra._
Un altro, che stava rodendo una ciambella, dopo che la maestra gli ebbe detto nell'orecchio il titolo d'una poesia, si rizzò e, sollevando in aria le due piccole braccia e spalancando la bocca impastata, mise fuori un _O_ sonoro, come alla vista d'un fuoco d'artifizio maraviglioso, un _O_ così prolungato ch'io ebbi tutto il tempo di domandare a me stesso e di cercare con la fantasia quale cosa al mondo potess'essere degno oggetto di quella stupefacente invocazione. E venne fuori finalmente....
Oooooo tricolor bandiera, Sventola sopra i monti, Sui petti e sulle fronti, Sull'armi e sugli altar....
Ma l'intonazione, il gesto non si può descrivere: gli s'enfiava il collo, gli uscivan gli occhi dal capo, una parola sì e una no gli restava in gola per mancanza di fiato: pareva la caricatura d'un tribuno che arringasse un popolo. Tutto quell'entusiasmo, però, si spense d'un colpo. Espettorata appena l'ultima sillaba, ricadde sul banco e riaddentò la ciambella.
Ma il più ameno fu l'ultimo. La maestra gli suggerì il titolo d'una poesia: egli si alzò e cominciò:
Una goccia, o nuvoletta....
e poi da capo: — Una goccia.... una goccia,... — e seguitò a gocciolare senza andare avanti. Tutt'a un tratto cavò il fazzoletto e se lo mise al naso come se gli uscisse il sangue. — Oh! — gli disse la maestra, — il sangue dal naso ti uscì ieri mattina: ma ora non t'esce: fa un po' vedere. — Ma quegli fece un gesto con la manina libera, come per dire: — Aspetta, aspetta, che deve venire, — un gesto così comicamente affannato e affettato, che la maestra diede in uno scoppio di risa, e si contentò della goccia. — Ma vede che malizia, — disse poi allontanandosi, mentre quello continuava la commedia. — Ah, le dico che ci abbiamo certi artisti!
X.
Di là rientrai nella sala grande, dove quasi tutti si trovavan raccolti, ed era un gran moto, un ronzìo, un pio pio, quasi un ribollimento di suoni rotti, acuti e sommessi, quale si può dare soltanto in una folla di creature non ferme mai un minuto in un solo pensiero e che parlano un linguaggio ancora monco e spezzato come i loro pensieri. E guardando quello spettacolo feci anche quella volta il proposito, che si fa sempre all'uscire da un di quei luoghi, di tornarvi al più presto, e che non si mantiene quasi mai; ma che in quel momento è sincero e vivissimo, ispirato quasi da un istinto di protezione, come se quelle deboli creature, a cui bastò un'ora a legarci, avessero bisogno di noi e fosse durezza il separarsene per non rivederle mai più. Intanto, m'erano rivenuti intorno il _papà_, la bimba dai diavoletti e tutti gli altri più espansivi a domandar la carezza d'addio, tendendo le loro manine che stringevano ancora dei pezzetti di pane e dei torsi di mela, e dicendomi cento _Ciao_, su tutti i toni, come a una persona della loro famiglia che partisse per un viaggio. Poveri bambini! Ed io pensavo, accarezzandoli, ch'eran loro, invece, che partivano per un lungo viaggio, per il viaggio misterioso della vita, nel quale, appunto perchè eran di natura più dolce e più affettuosa degli altri, chi sa quanto avrebbero avuto più degli altri da soffrire e da piangere ed anche più spesso desiderato la fine....
Quando arrivai sull'uscio, e mi lasciarono, sentii ancora nella mia una piccola mano che ci doveva essere da un po' senza che me n'avvedessi, e sollevando il mento a quell'ultimo accompagnatore, riconobbi il piccolo disgraziato che somigliava alla figura del libro del Lombroso, quello a cui la natura aveva così crudelmente smentito sul viso la bontà angelica dell'anima. E lo fissai per qualche momento in quei piccoli occhi ineguali e sporgenti che dicevano così umilmente: — Son brutto; ma son buono; non mi guardate; ma amatemi, — e mi domandai nel cuore, con tristezza, quante umiliazioni, quanti dolori non gli sarebbe costata nella vita quella menzogna spietata della natura; e stretto fra le mani il suo capo deforme, fui costretto a prolungare il bacio che gli stampai sulla fronte, — mentre egli mi s'attaccava al bavero con le manine, — per avere il tempo di scomporre sulla mia faccia l'espressione di profonda pietà che temevo egli potesse comprendere....
Ma, rialzando il capo per uscire, dovevo aver l'ultima stoccata da quella strana faccia canzonatoria di mefistofeluccio, che era lì a due passi, e che mi guardava socchiudendo un occhio e torcendo la bocca, con l'aria di dirmi: — Ti conosco, e non me ne vendi. — Non poteva essere, lo capisco bene; ma tant'è, l'orgoglio è irragionevole: se non c'era lì la direttrice, gli allungavo una pacca.
I BAMBINI DI VAL D'ANDORNO.
Una delle più care bellezze dell'alta valle di Andorno sono i bambini; per i quali io credo che il Correggio redivivo, se li vedesse una volta, andrebbe a villeggiare ogni anno a Campiglia. Salendo dalla Balma a Piedicavallo, se ne vedono da ogni parte; in mezzo ai prati, fra i pietroni del Cervo, su per i sentieri che salgono e si perdono fra i faggi e i castagni, e a mucchi e a processioni in ogni villaggio: tanto numerosi da far pensare che non ci sia altra valle in Italia così prolifica. E poichè d'estate, emigrando quasi tutta la popolazione maschile (composta in gran parte di muratori e di scalpellini), è rarissimo incontrare dalla Balma in su un uomo giovane o maturo, ne segue che al nuovo arrivato vien fatto di domandarsi donde provenga tutta quella razza minuta: se sia una produzione spontanea della terra, o merce importata, per la stagione estiva, da altri paesi. Sono tutti floridi e biondi, di tutte le sfumature dell'oro monetato e delle barbe di pannocchia di meliga: teste d'inglesi e di scandinavi d'una carnagione maravigliosa di colorito e di freschezza, con occhi di tutte le gradazioni dell'azzurro, da quello forte delle loro Alpi a quello chiarissimo del loro torrente, leggermente verdeggiante come i cieli del Veronese: alcuni con biancori di latte sulla fronte, dietro le orecchie e nel collo; e tutti segnati di due rose rosse sulle guance, eguali di forma e di tono in quasi tutti, come quelle delle bambole che l'artefice imporpora una dopo l'altra con lo stesso tocco meccanico del pennello. E non solo per i capelli e per i colori, sono belli anche per i lineamenti fini, per la forma gentile della bocca, per la grazia scultoria di tutte le forme: e più belli appariscono per il risalto che dà alle loro capigliature aurine scompigliate dall'aria viva e ai loro visi bianchi e rosati il verde vivissimo della vegetazione su cui si disegnano per solito le loro personcine rotondeggianti, quando, dall'alto dei muri a secco o di mezzo alle macchie, in gruppi o in schiere immobili, coi piedi nudi nell'erba, stanno a vedere il forestiere che vien su lentamente in carrozza per lo stradone della valle.
V'è per lo più molta rassomiglianza tra fratelli e sorelle; ci son famiglie numerose in cui tutti i figliuoli e le figliuole rappresentano una serie di edizioni in formato vario dello stesso libro, non riveduto nè corretto: tanto rassomiglianti che, incontrandoli per via, a una certa distanza, l'un dopo l'altro, vi pare di vedere sempre lo stesso bimbo, ora ingrandito ora rimpicciolito, ora maschio ora femmina, come se cambiasse di statura e di sesso a modo d'un personaggio dei racconti fantastici dell'Hoffman. Ci diranno i fisiologi se questo possa derivare dall'essere stati tutti concepiti nelle condizioni medesime, nei ritorni periodici e a data fissa dei padri emigrati, i quali riportano a casa quella quantità solita di risparmi di danaro e di castità, a cui corrisponde sempre fra i due coniugi, con gli stessi pensieri e gli stessi discorsi, la stessa misura d'allegrezza domestica e d'impulso generativo.
A loro l'ardua sentenza.
Questi ragazzi così somiglianti, peraltro, questi bei fiori montanini nati di rudi lavoratori pratici e positivi in sommo grado, dei quali è ultima qualità lo spirito poetico, si distinguono per nomi classici e romantici, che paiono stati scelti da padri letterati e da madri poetesse; benchè, in realtà, non sia invalsa la consuetudine di quei nomi insoliti che per ovviare alla confusione dei cognomi, diventati comuni a un gran numero di famiglie per effetto della rete fitta di parentele che allaccia i valligiani, devoti al proverbio del “moglie e buoi„. La sera, all'udir le mamme chiamar di sull'uscio la prole dispersa per i vicoli e per la campagna, vi par di udir invocare gli eroi e le eroine della storia e della poesia di ogni paese e d'ogni secolo. Dante vi passa accanto piegato in due sotto una fascina che lo nasconde tutto; Clorinda, settenne, raccatta per la strada le reliquie fecondatrici dell'orto; qui stimola i porci Temistocle; là sferza le vacche Tarquinio; Rinaldo strascica il sedere sui ciottoli con una fetta di polenta fra le mani, e
Erminia intanto fra le ombrose piante
si soffia il nasino con la camicia.
Coi nomi terribili e romanzeschi non concorda l'indole, che è generalmente placida e prudente. Il forestiere, che passa per la prima volta, essi guardano con occhio intento e scrutatore, come se prevedessero d'aver da trattare con lui un appalto o una vendita: con occhio scrutatore, ma rispettoso. E rispettosi sono coi villeggianti abituali, che sogliono salutare in modo originale, pronunciando il loro nome, quando li incontrano, e fissandoli, come fanno i soldati coi superiori, senza inchinare la testa. Sono anche poco rissosi, come se volessero serbare le forze battagliere per la lotta disperata che combatteranno un giorno coi lavoratori concorrenti di tutto il mondo, e attendere a leticar fra di loro quando saranno proprietari di quella terra divisa in mille scacchi e in mille striscie, sulla quale e per la quale s'accapigliano intanto i loro parenti. E sono dignitosi: nessuna di quelle piccole mani, neanche dei più poveri, si stende a chiedere il soldo al passante; e quando uno ne stringono, non c'è caso che lo sciupino o lo perdano; somigliantissimi pure in questo ai loro genitori. E anche nei loro spassi mostrano mirabilmente l'eredità delle facoltà acquisite. In nessun altro luogo vidi mai i ragazzi costrurre muricciuoli e casette di sassi, mulini e condotti d'acqua con arte così esperta e con diligenza così paziente, per ore ed ore, in silenzio, concordi fra molti all'opera come squadre d'operai disciplinati, prolungando il lavoro anche per vari giorni e smettendolo e ripigliandolo ogni giorno all'ora stessa, come al suono della campana d'un opificio.
Bambine di sette o otto anni aiutano la mamma ai lavori muratori, portando nella loro gerla minuscola quattro manate di sabbia o un par di mattoni per volta, con la serietà muta e col passo lungo e grave d'operaie adulte. Bambini, alti un palmo, stanno seduti tutta una mattinata, per trastullo, sulla proda d'una strada, a picchiare con un chiodo e un martello un pezzo di sienite, come se avessero preso il lavoro a cottimo, senza alzare una volta in un quarto d'ora la testina bionda, dardeggiata dal sole.
Questa forza tranquilla di volontà, congiunta a un amor proprio precocemente guardingo, dimostrano in ogni cosa. Intoppate per la strada dei quinti d'uomo, usciti appena dalla prima elementare, che non possiedono un vocabolario di più di venti sostantivi (i verbi sono sempre incerti); ma che, se gli interrogate in italiano, incapati di rispondervi nella lingua nazionale, s'ingegnano d'accozzare alla meglio quelle venti parole, facendo lunghe pause riflessive fra l'una e l'altra, come fanno in Italia i viaggiatori inglesi e tedeschi, con una flemma di filologi scrupolosi, senza darsi un pensiero della vostra impazienza, non intesi ad altro, con tutte le forze del cervello, che a scansare gli spropositi.
Ricordo uno di questi che, domandato da me di un suo zio impresario a Torino, volendomi dar la notizia che era stato decorato della Corona d'Italia, dopo due buoni minuti di cogitazione, mise fuori questa curiosa frase di suo conio: — _L'hanno fatto passar cavaliere_ — ma con un accento di trionfo, che traduceva il pensiero: — l'ho cercata un pezzo, ma l'ho trovata bene. — E hanno delle trovate singolari, da montanari sottili, diverse in questo da quelle degli altri bimbi, che vengon fuori in una forma di gravità comicamente impropria all'età loro. Un piccino, a cui diedi una pera candita perchè la dividesse in parti uguali fra sè e le due sorelle più piccole che gli stavano al fianco, volendo, ma non osando di farsi sotto i miei occhi la parte del leone, stette pensieroso un pezzo con gli occhi fissi sul frutto, e poi disse solennemente alle sorelle: — _Qui non si fa niente senza il coltello_, — e con questo pretesto si diresse verso casa per fare il comodo suo; ma con l'incesso e il viso d'un uomo assorto in tutt'altri pensieri, per distornare, s'intende, il mio sospetto; il quale mutavano invece in certezza gli sguardi obliqui e indagatori di cui ogni tanto mi saettava.
E come un bell'esempio di posatezza e di precisione rammento un bimbo di men di tre anni, bellissimo, che, avendogli io porto una scatoletta della Regia su cui fissava lo sguardo con grande curiosità, la rivoltò con le manine per tutti i versi, l'aperse con cautela, vi guardò in fondo attentamente, ne tirò fuori l'una dopo l'altra tre sigarette, le esaminò ad una ad una, le rimise dentro adagio adagio dalla stessa parte dove le aveva prese, gingillò un pezzo con le dita finchè riuscì a far rientrare la linguetta nel taglio e, dopo essersi assicurato col pollice che era chiusa bene, me la ripose sulla palma della mano e ve la premè colla sua zampetta come per farmi prender atto che era fatta in tutte le regole la restituzione della mercanzia.