Part 16
Una bimba venne a mostrare alla direttrice un ditino graffiato. Questa chiamò la gatta avversaria e le ordinò di baciare la compagna. Non scorderò mai il sorrisetto finissimamente femmineo con cui la colpevole, ancora indispettita, accolse il comando, nè il bacio rapido e secco, un vero bacio di ribelle, che diede alla compagna, voltandole quasi ad un punto le spalle, come un automa girante sopra sè stesso. — Una panca segnava il confine fra i due sessi. Una bambina di tre anni lo passò, ed entrò fra i maschi. Uno di questi, della stessa età, le si piantò davanti con un'impostatura di padre guardiano, e fissandola negli occhi, le disse con voce burbera: — Che fai tu qui? Non è il tuo posto.... _fila!_ — Domandai alla direttrice se tutte le bimbe sconfinanti fossero ricevute con quella forma di galanteria. — No, — rispose sorridendo; — _va a simpatie_. — Del resto, c'è anche fra di loro spirito di gentilezza. I nuovi entrati, per esempio, e in specie i più piccoli, sono ben ricevuti da tutti; ai convalescenti che rientrano tutti fanno festa; non c'è uno sciancato o un malaticcio che non trovi qualche piccolo protettore. Provai a rivolgere qualche domanda a qualcuno; ma a me non osavano rispondere: rispondevano alla direttrice, e bisognava ch'io mettessi l'orecchio alla loro bocca per raccogliere il filo tenuissimo di voce che ne usciva a stento. Ma un momento dopo, da quella stessa bocca lasciata libera uscivano degli squilli di trombetta da passare i timpani. Domandai a una bambina piccolissima dove stesse di casa. La bambina, che stava rivolta verso il cortile, appuntò davanti a sè un ditino microscopico, che invece di indicare una qualunque parte di Torino pareva che accennasse a un bottone del mio vestito, e rispose con voce appena intelligibile: — _Giù di lì._ — L'informazione è precisa, — mi disse ridendo una monaca; — lei può trovar la casa a occhi chiusi.
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Tra il diletto che mi davano i bambini e l'ammirazione che mi destava la direttrice non saprei dire quale fosse il sentimento più vivo. Essa parlava con me; ma aveva l'occhio a tutti e a tutto; non le sfuggiva, in mezzo a quella folla agitata e rumorosa, nè una voce di lamento nè una mossa scomposta; di tutti sapeva il nome e la condizione di famiglia; non diceva una parola ad alcuno che non avesse uno scopo d'insegnamento; era dolce e grave, affabile e ferma ad un tempo; parlava continuamente e pensava sempre. — Da ogni bambino — mi diceva — imparo ogni giorno qualche cosa. — Io credevo d'aver fatto molte osservazioni sulla fanciullezza; ma non una gliene potei dire, ch'ella non avesse già fatta, e me ne disse cento, che mi riuscirono nuove e che mi parvero acutissime. Benchè monaca, come conosceva, o meglio come capiva il mondo! E la sua bontà era più ammirabile perchè non si fondava sopra le liete illusioni che addolciscono l'animo; ma era fortificata appunto da quella cognizione della tristizia umana, che in tanti altri cuori la scema. Aveva spesso occasione di andar nelle case dei suoi bimbi poveri, e mi diceva, mettendosi una mano sulla fronte: — Che cosa ci si vede, alle volte! Come si capisce che tante povere creature non hanno alcuna colpa di esser malvagie! Come si diventa indulgenti! — Ma la serenità che le veniva dalla coscienza della sua vita operosa e benefica non la lasciava insistere in alcun triste pensiero. Essa interruppe il discorso triste per accennarmi con un sorriso una bambina di quattro anni, di mente molto sveglia e di carattere un po' difficile, la quale, pochi giorni prima, aveva fatto una amenissima ammonizione alla mamma. Questa, una mattina che la sua figliuola aveva fatto le bizze in casa, s'era raccomandata alla direttrice perchè, senza accennare a lei, raccontasse il caso in iscuola e desse un avvertimento generale che giovasse alla colpevole. E la bimba, ritornata a casa la sera, aveva detto alla madre, fissandola con due occhi scrutatori e tentennando il capo: — Stamani la direttrice ha raccontato un caso che pareva proprio quello avvenuto fra me e te.... Non vorrei che _qualcuno_ avesse parlato.... Ma se vengo a scoprire!
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Dopo la ricreazione, rientrarono tutti nella scuola, in quei banchi disposti a scala, che presentavano la piccola scolaresca come affollata sulla gradinata d'un tempio. La direttrice, con una voce armoniosa e modulata mirabilmente, intonò un canto che diceva con molta proprietà ed efficacia di termini tutti gli usi e le virtù della mano. I bambini fecero coro, prima con un po' di titubanza, poi con un accordo straordinario per l'età loro. Al canto era accompagnata la mimica e la ginnastica. Ora alzavan le braccia agitando le mani, e pareva di veder per aria trecento “rondinelle della vergine„, che battessero le ali, rattenute ai banchi da altrettanti fili; ora s'inchinavan tutti da una parte come i fiori di un'aiuola sotto un soffio di vento; ora si pigliavan per mano, intrecciando le braccia, in modo da formare una sola ghirlanda da un capo all'altro dei banchi; ora posavan sui banchi la fronte, tutti a un punto, in atto di dormire, e mettevano il desiderio di far correre la bocca su quelle file di testine come la mano sopra una tastiera. E si sentivano in quel canto note di usignuoli, suoni di violino e di flauto, tintinnii di campanelli, mormorii di rigagnoli e sospiri di vento fra gli alberi, e certe smorzature prolungate (corrispondenti a un'incertezza o all'aspettazione d'un suggerimento della direttrice) d'una soavità e d'una grazia da non parer suoni di voci umane. Una giornata intera sarei stato là a vederli e a sentirli. Via via che procedevano nel canto, non perdendo mai d'occhio il viso e il gesto della direttrice, s'eccitavano e si accaloravano, e la buona monaca pure s'eccitava: le sue guancie smagrite si facevano color rosa, i suoi occhi chiari splendevano, la sua bella voce vibrava, le sue mani sottili tagliavan l'aria con gesti larghi e vigorosi, tutto il suo corpo esile fremeva come quello d'una giovane poetessa ispirata. E quanta poesia spirava in lei, e intorno a lei, da tutti quei visi fiorenti, da tutta quella innocenza, dal misterioso avvenire che aleggiava intorno a quelle trecento fronti serene, dalla beata gioia di vivere che si espandeva in quelle trecento voci argentine, fra le pareti bianche di quella scuola inondata di luce e di armonia! O benedetti bambini, seminatori eterni di speranza! Noi possiamo ben credere, quando non vi vediamo, che un giorno sarete tormentati voi pure dalle tristi passioni che ci tormentano, e macchiati degli stessi vizi e delle stesse colpe; ma quando ci state dinanzi in una scuola, quando guardiamo le vostre fronti non velate d'un'ombra, i vostri occhi in cui non brilla un pensiero che dobbiate nascondere e le vostre bocche da cui non è uscita ancora una parola d'odio, allora l'illusione che sarete migliori di noi ci rinasce irresistibilmente nell'animo; ed è questa cara illusione, è questa santa speranza, rinascente in ogni padre con ogni nuovo figliuolo e nella umanità ad ogni nuova generazione, quella che più fortemente ci aiuta a vivere e ci impedisce d'intristire.
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Osservando la direttrice mentre cantava coi bambini, mi ricordai d'aver inteso dire da qualche visitatore di quell'asilo ch'ella s'affaticava senza alcun riguardo alla propria salute, e anche nell'eccitazione di quel momento il suo aspetto confermava quel giudizio. Io glielo dissi, uscendo, dopo averle espresso con parole riverenti la mia più viva ammirazione. Essa sorrise con una leggiera espressione di tristezza, e rispose con un gesto vago della mano, che voleva dire: — Che importa! Spendo la vita per i bambini e morirò contenta. — Quando rimasi solo sull'uscio, sentii che ritornava alla scuola correndo, per riguadagnare qualche secondo del tempo che le avevo fatto perdere. Un minuto dopo, infatti, mi raggiunse per la via il canto affiochito e dolce dei suoi trecento figliuoli.
PERSONAGGI INFANTILI.
I.
Cantavano, seduti tutti e duecento sopra sei lunghe file di panchetti bassi, in modo che parevano accocolati sul pavimento e presentavan l'aspetto, così fitti com'erano, d'una nidiata enorme di uccelli; i quali, al mio entrar nel camerone, voltarono il becco tutti insieme, rallentando il canto e mostrandomi duecento bocche aperte, come se aspettassero l'imbeccata. Quando fui davanti a loro, accanto alla direttrice, ebbi per un momento tutti quegli occhi addosso spalancati e fissi; ma, con mio rammarico, riconobbi subito di non aver quello sguardo affascinatore dei fanciulli, del quale certi ispettori si vantano, perchè vidi che tutti quegli occhi non erano attirati dalla virtù della mia pupilla, ma dal pomo d'argento della mia canna. Che imprudenza! Se non avessi portato la canna non avrei perduto l'illusione....
Stetti ascoltando un po' quel canto di bambini che mi fa ogni volta lo stesso effetto quasi di stupore, come d'un canto che venga di lontano, di fra le nuvole, da creature in cui rimanga la memoria, ma non più il senso delle passioni umane, e che sempre mi si traduce agli occhi nell'immagine d'un'alba limpida che imbianca una terra sconosciuta....
Poi andai intorno per osservare ad una ad una quella messe di teste che, al primo sguardo, m'eran parse tutte compagne. Ah quando si dice: il tipo regionale! In ogni folla di bambini è rappresentata l'umanità intera. C'erano là teste di siciliani, di sardi, di tedeschi, di russi, d'inglesi, di giapponesi, d'indiani; e più di piemontesi, certo; ma chi le avrebbe riconosciute a Milano? E là pure, come in tutti gli asili infantili, non c'era viso che non portasse qualche segno della lotta quotidiana con gli uomini, con gli animali e con le cose: tracce di graffiature umane o feline, lividi, ammaccature, scottature, gonfietti, come se li avessero marcati a uno a uno per riconoscerli. E così quelle voci, che parevan tutte eguali nel canto, come suonarono diverse quando la direttrice fece alzare l'uno dopo l'altro a dire i numeri! Fu come far correre la mano sopra una tastiera: una rapida manifestazione d'animi e di temperamenti fisici distinti, che alla mia fantasia trasformava istantaneamente quei bimbi negli uomini e nelle donne avvenire, sospinti da mille disparate passioni per mille vie dolorose a diversi destini, da cui rifuggiva il pensiero spaurito.
II.
Era l'ora della ricreazione: tutti s'alzarono e si sparsero per il camerone aspettando che smettesse di piovere per andar nel giardino.
Allora cominciai a fare qualche “conoscenza„.
Il primo fu un bimbo di poco più di cinque anni, figliolo d'un gasista, un faccione pacato e serio di bimbo precoce che pensi agli affari di casa. — Questo — mi disse una maestra — lo chiamammo _il papà_. — Era un originale amabile, che aveva l'istinto della protezione dei piccoli e del mantenimento dell'ordine pubblico. Quando un bambino piangeva egli andava a consolarlo e ad asciugargli le lacrime strofinandogli il viso con la sua pezzuola, che non sempre glielo puliva; denunciava alle maestre i torti fatti a questo o a quello; quando nasceva una lite, si cercava sempre lui come paciere. Ma il curioso, mi dissero, era la gravità con cui compiva il suo ufficio, senz'alcuna dimostrazione di tenerezza, consolando con buone ragioni, esortando con un certo frasario pedagogico. Quando qualcuno l'andava avvertire che c'era in qualche parte una vittima, egli diceva gravemente: — _Vado mi_ — e s'avviava col passo e con l'aria d'una guardia civica chiamata a far rispettare la legge.
Mentre facevo i miei complimenti a questo brav'uomo me ne indicarono un altro che passava, un musetto di topo, con due piccoli occhi scintillanti e una bocca aguzza di ghiottone. — Questa è la gola più lunga della compagnia — mi dissero — e uno scroccone di prima forza, che si sfrega sempre intorno a quelli che hanno qualche cosa di buono nel panierino. Quando lo vediamo seduto accanto a un altro bimbo, non c'è da sbagliare: è certo che questo ha un boccone scelto. I ben provvisti egli li conosce tutti, li trova al fiuto, e non bazzica che con loro. Non può immaginare con che costanza li seguita, con che arte li loda, li liscia e li serve, con che fine garbo di cortigiano riesce a farsi dare la ghiottoneria su cui ha messo gli occhi, e con che trovate astute, qualche volta, a pigliarsela. È capace di “lavorare„ il suo uomo per una intera mattinata. Guardi: ora par cucito a quel bambino col vestito verde: è sicuro che quello gli confidò d'aver nel panierino qualche cosa di prelibato. — Infatti, una maestra ci andò a guardare e ritornò dicendo: — Un pacchetto di zucchero biondo. Aspetti, e lo vedrà all'opera all'ora della colazione.
Quello che mi mostrarono dopo era uno dei bambini più strani ch'io abbia mai conosciuto. Mi parve di vedere un uomo di quarant'anni rimpicciolito: tutto faccia e pancia; un viso di buffone accorto, che nel ridere strizzava un'occhio, e torceva la bocca da una parte, corrugandosi tutto in un modo così lepido, con uno sguardo così astutamente e comicamente canzonatorio, che quando mi fissò restai lì stupito, sospettando che si burlasse di me. In verità se m'avesse detto a chiare note: — Tal dei tali, ti conosco e non ti piglio sul serio, — non mi avrebbe fatto una più strana impressione; tanto che arrestai la mano già stesa a fargli una carezza e non mi riuscì di dirgli una parola, parendomi che m'avrebbe risposto con una ghignata. Mi fece l'effetto d'un nano burlone confuso per sbaglio con dei bambini. E seguitava a guardarmi sorridendo a quel modo come se gli paressi il frontespizio più buffo del mondo. Un caso singolarissimo, — più apparente che reale, voglio credere, — di precocità di senso critico e di malizia beffarda.
III.
Con troppa presunzione mi volli provare ad argomentar dall'aspetto d'alcuni le facoltà intellettuali e il carattere. Vedendo una bambina con gli occhi neri e pieni di vita e di fisonomia mobilissima, espressi a una maestra la mia ammirazione per la sua bellezza, e stavo per soggiungere: — dev'essere intelligentissima — quando essa m'interruppe: — sì, è una bella bimba; ma non capisce nulla. — Pensai che sbagliasse; ma confermò. Proprio, la più dura di mente, forse, di tutto l'asilo; anche nel parlare era addietro d'un anno da tutte le sue coetanee; una lanternina graziosa, ma senza moccolo. Ed io registrai il mio primo granchio.
E subito dopo ne presi un altro. C'era un viso di madonnina, bianco e dolcissimo, di quei visi che fanno dire alle donnicciole: — È una bimba troppo buona, non farà vita lunga. — Questa dev'essere un angioletto, — dissi alla maestra. — Un angioletto, costei? — mi rispose maravigliata. — È un serpentino a sonagli che se ce ne fossero dieci compagne ci sarebbe da perder la testa.
Possibile! E voltandomi ad altre bambine che facevano cerchio: — Non è vero, — domandai, — che questa ragazzina è buona?
Tutte insieme scossero fortemente la testa in atto negativo.
— E che cosa fa per non esser buona?
Stettero un po' zitte, guardandosi a vicenda. Poi una disse risolutamente: — Picchia. — E allora tutte le altre, preso animo, la servirono di barba e di parrucca:
— Graffia.
— Strappa i capelli.
— Tira calci.
— Dà dei _titoli_.
E come in una scarica di plotone c'è sempre il colpo che parte in ritardo, dopo un breve silenzio ci fu una che soggiunse: — E morde anche.
E davanti a quel “plebiscito d'amore„ l'accusata restò sorridente, girando sulle accusatrici il suo dolce sguardo di santerella, come se le avessero fatto un panegirico. — O povero illuso, — dissi in cuor mio, — che pretendi di legger nelle anime a traverso ai visi! Che povera scienza è la tua!
In quel punto attirò i miei occhi la testa grossissima e sformata d'un ragazzo che mi mostrava le spalle, ed essendosi egli voltato nel punto stesso, fui colpito, quasi con un senso di ribrezzo, dalla strana rassomiglianza che presentava il suo viso con la faccia orribile messa dal Lombroso sulla copertina del suo _Uomo delinquente_. Ma questa volta non mi potevo ingannare. In quel viso mostruoso, che si stringeva dal basso all'alto come un trapezio, sotto quella fronte bassissima, irta di setole, dalla quale sporgevano due grandi orecchi che parevano i manichi d'una pentola deforme, brillavano due occhi di grandezza ineguale e sporgenti dall'orbita, ma così angelicamente buoni e amorosi, che non ebbi l'ombra d'un dubbio quando la maestra, chiamatolo e messagli una mano sul capo, mi disse: — Questo, vede, è un angelo; la più dolce, la più cara creatura che sia stata qui da molti anni. — Allungai la mano per prendergli il mento, e mi commosse, mi diede quasi una stretta al cuore l'atto pronto con cui egli l'afferrò, come un affamato afferra un pane, e la grazia affettuosa con cui se la mise sul capo, chiudendo gli occhi, come per raccogliersi tutto nel sentimento di quella carezza....
IV.
Cessata la pioggia, uscirono tutti nel giardino, dove vidi molte scenette curiosissime.
I maschi, riuniti in file di dieci o dodici, ciascuno con una mano appoggiata sulla spalla di quello che lo precedeva, andavano e venivano per i sentieri, pestando i piedi e cantando una strofetta. In un angolo, lungo il muro, c'erano poche fragole che sarebbero state tutte sulla palma della mano. Ogni volta che' una delle file cantanti passava di là, tutti, come se obbedissero a un comando, voltavano il viso verso quelle tentazioni porporine, rallentando il passo e smorzando la voce, e seguitavano così col collo torto e con gli occhi rivolti verso il frutto vietato, fin che lo perdevan di vista, come fa una pattuglia di soldati quando passa davanti a una bella ragazza; e in quel passaggio sfavillavano tutti i visi d'un desiderio così vivo, che, a vederli, si ridestavano in me pure, come un vago ricordo, gli stimoli antichi del palato infantile, e mi pareva di ringiovanire in quel senso. Oh, gli asili infantili, che case di cura sarebbero per i malati di disappetenza! Mentre quei cori giravano, si formavano qua e là gruppi in ginocchio attorno a un bimbo o a una bimba che aveva trovato una lumaca o un'ape o una pietruzza luccicante, corone di teste rapate o capellute, chinate e strette, che non si vedeva più un viso, veri mucchi di zucchine d'oro, come si vedono nei mercati d'erbaggi, appiccicate le une alle altre in maniera che le maestre le dovevan separare a forza perchè pigliassero un po' di respiro. E intanto io ammiravo l'arte perfetta d'imitazione con cui certe bambine, benchè di famiglia povera, facevano alle signore che si rendon visita: — Venga avanti — Non la disturbo? — Ma si figuri! Faccia il favore d'accomodarsi. — Era tanto tempo che desideravo di rivederla!... — E mille riverenze da contraddanza e sorrisi di damine in solluchero. E mentre da una parte seguiva questo scambio di cerimonie, vedevo di sbieco dall'altra una piccola baruffa, non so se finta o vera, in cui le “damine„ si ricambiavano con voci angeliche la parola del Cambronne e si voltavan la schiena battendosi la manina sulle mele minuscole, con un atto di disprezzo che, senza dubbio, avevano preso dal vero.
Le mie osservazioni furono interrotte in quel momento dalle grida di cinque o sei piccini che accorrevano ad annunciare alla direttrice, col viso spaventato: — C'è un bambino che ha perduto un braccio!
La direttrice corse a vedere. Era un bimbo, al quale la mamma, perchè non movesse un braccio che s'era un po' forzato cadendo, gliel'aveva stretto al busto con una fascia, di sotto alla giacchettina, di cui ciondolava vuota la manica; e per questo gli s'era fatta intorno una folla, che lo guardava e lo tastava, facendo mille commenti terribili.
V.
La direttrice mi presentò varii altri personaggi notevoli dei due sessi: prima una bambina bionda, piccolissima, che aveva tutto il capo bianco di diavoletti, messile dalla mamma, per mandarla arricciolata a una processione di non so che Santo che si doveva far la sera nel sobborgo. Era una bambina celebre per un motto pronunciato un mese innanzi in casa sua; dove, essendo morto un suo zio verso l'ora del desinare e piangendo tutta la famiglia senza mettersi a tavola, lei, che non capiva la morte e sentiva la fame, s'era lagnata del ritardo, e all'osservazione del babbo — che era ora di piangere e non di mangiare — aveva risposto: — _ma prima mangiamo e poi piangeremo_ — ma con tale accento di franchezza, con così manifesta coscienza di dire una cosa ragionevole, che tutti n'avevan dovuto sorridere, anche nel dolore. Io le rivolsi qualche domanda, a cui non rispose. — Scòtiti, — le disse la direttrice, — di' qualche cosa. — E allora, dopo uno sforzo mentale visibilissimo, essa mi disse con un filo di voce: — Mio padre s'è tagliato i capelli.
Stavo per rallegrarmi di quell'avvenimento quando me ne fu presentata un'altra, un triennio ambulante, bruna come una gitanella, che aveva le lacrime agli occhi, e pareva molto afflitta. — È orfana di padre e di madre, — mi dissero; — è entrata ieri, è ancora malinconica; non c'è modo di farla sorridere. — Nemmeno il _papà_, che le stava accanto in quel momento, era riuscito a rasserenarla. Teneva la testina chinata sopra una spalla in un atteggiamento d'abbandono stanco, come una malata, e pareva che non vedesse e non udisse nessuno; pareva un viso su cui, per natura, non potesse spuntare il sorriso. Mi dissero che aveva un fratello gemello, entrato nell'asilo con lei, ma che era allegro, e giocava con gli altri. La direttrice mandò una maestra a cercarlo, e questa ritornò poco dopo col bimbo per mano. Non si può dire la dolcezza del sorriso sfuggevole che brillò negli occhi alla sorella al primo vederlo, nè la grazia amorosa e triste con cui gli s'avvicinò e gli appoggiò il capo sul petto mettendogli un braccio al collo, come se lo ritrovasse dopo una lunga separazione in mezzo a una moltitudine di gente sconosciuta, e volesse dirgli: — Non te n'andar più, non lasciarmi più sola, non ho che te a questo mondo.
La maestra mi presentò una bimba con due occhi celesti splendidi, una figurina di poetessa ispirata, dicendomi a bassa voce: — Ha molto ingegno.... e un'ambizione! — ed io dissi, con voce anche più bassa: — Ha degli occhi bellissimi. — Quella se n'andò; ma tornò poco dopo, e, tirata la maestra in disparte, le parlò nell'orecchio; poi scomparve da capo. Punto dalla curiosità, domandai che cosa avesse detto. — Guardi che astuzia! — rispose la maestra ridendo; — mi domandò: che cosa ha detto quel signore dei miei occhi? E me lo domandò perchè l'aveva inteso. — Per prudenza, essa le aveva risposto: — M'ha detto che si vede dai tuoi occhi che devi esser buona. — Ma era stata prudenza inutile, perchè la furbacchiola non aveva chiesto che una ripetizione, approvata dall'autorità, del complimento.
E non fu quella la sola osservazione che potei fare sulla precocità della vanità femminile, poichè tutte le bambine belle che mi presentarono, — assuefatte come son tutte a sentirsi dir belle da parenti e da conoscenti, — dopo che m'avevan risposto alle domande solite del nome e dell'età, si capiva che stavan lì ad aspettare il complimento solito; si vedeva dalla sospensione d'animo che sollevava un poco il loro piccolo petto e dal tenue flusso di sangue che il palpito affrettato del coricino mandava alle loro guance contratte da un leggerissimo sorriso forzato. E perchè appunto per questo io non dicevo nulla, mostravano sul viso, quando se n'andavano, una vaga ombra di delusione. E me ne dispiaceva; ma la prudenza.... Anche Gabriele d'Annunzio, forse, avrebbe taciuto.
VI.