Ricordi d'infanzia e di scuola seguìti da Bambole e marionette, Gente minima, Piccoli studenti, Adolescenti, Due di spade e due di cuori

Part 15

Chapter 153,725 wordsPublic domain

Ma visitando l'interno del piccolo teatro, o piccolo lettore, avresti anche molte delusioni; le quali, per altro, ti sarebbero compensate da una più viva ammirazione dell'ingegno e dell'arte con cui le illusioni ti sono prodotte. Vedi, per esempio: quei cavalieri e quelle dame in gran gala che nel _Napoleone a Mosca_ ballano con ebbrezza spensierata in fondo a un salone del Kremlino già morso ai fianchi dall'incendio, e che ti fecero un effetto così fantastico, non ballano: sono fantocci tutti d'un pezzo confitti in un disco invisibile che gira come la ruota d'un arcolaio. Quelle contraddanze così intricate e precise di zingarelle e di moretti, che ti paiono richieder l'opera di cento mani, non sono che il movimento d'una delle così dette scalette, un apparecchio contrattile di regoli di legno, su cui è piantato il corpo di ballo, maneggiato da due mani sole. Quelle ballerine innumerevoli che ne _La coda del gatto_ scendono sul palco come un'onda umana inesauribile, e che ti strapparono un grido d'ammirazione, non son che una cinquantina di bambole infitte in un tamburo rotante, il quale te le ripresenta continuamente, come uno scrittore povero le medesime frasi e le medesime immagini da un capo all'altro del libro. E anche quella calata dei mille lumi dell'esercito abissino sopra Amba-Alagi, che ti scosse quasi come la vista della realtà, non è che l'effetto di un moccolo acceso fatto passare dietro a uno scenario bucherellato come un crivello. E non son più vere le belle cascate d'acqua, che ti fanno batter le mani dall'allegrezza: sono cascate di sabbia bianca mista con pezzetti di cristallo, che un apparecchio raccoglie e rimanda in secchielli alla sorgente, senza disperderne un grano. E quel tuono così bene imitato che par che venga dal cielo e t'incute quasi sgomento, ahimè! non è che un rumore di ciottoli cascanti dentro a un cassone, mossi dalla stessa mano che produce il sibilo del vento nella foresta per mezzo d'una confricazione di grossi fili di ferro. E quel mare azzurro, in fine, quel bel mare ondeggiante, che ti pare debba soverchiare da un momento all'altro le sponde e irrompere nella platea, non è che un saliscendi di pezzi di legno congiunti a cerniera che scote dietro le quinte un ragazzo della tua età, il piccolo Edmondo Lupi; il quale comincia la sua carriera _facendo le onde_ e rappresentando il _Colosso di Rodi_ nelle _Sette meraviglie del mondo_, come la cominciarono suo padre e suo nonno, e come la comincieranno, è da sperare, i suoi figliuoli. Ma tu, buon ragazzo, non isvelar questi segreti ai tuoi compagni, perchè a questo mondo, vedi, non bisogna togliere alla gente che le illusioni pericolose: strapparle quelle che, senza danno, ci fanno più belle le cose e più vive le commozioni piacevoli, è una brutalità, come sciupare i fiori.

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I grandi, però, anche conoscendo quegli inganni, non si diverton meno dei piccoli che gl'ignorano; e i grandi sono la maggior parte del pubblico. È improprio, in fatti, chiamar teatro dei bambini il teatro Lupi, nel quale, fuor che i giorni di festa, otto su dieci spettatori sono adulti. E un buon numero di questi, uomini maturi e vecchi, e anche gente colta, sono frequentatori assidui. Per effetto di quali vicende, di quali rivolgimenti psichici si saranno ridotti al teatro delle marionette? In molti, senza dubbio, non è altra causa che la semplicità dell'animo; ma in altri dev'essere una castrazione volontaria della fantasia, desiderosa di diletto, ma amante della quiete; una repugnanza, nata da un'esperienza amara della vita, alla rappresentazione troppo verosimile delle miserie e dei dolori umani, quale si fa nel teatro vero; un ritornare indietro di proposito, un rifugiarsi nel mondo della fanciullezza per sazietà o per aborrimento di quello degli uomini; e c'è forse in loro una stretta corrispondenza fra la passione per le marionette e l'indole delle letture preferite e di tutti gli altri passatempi: son forse di quei signori che passano ore ed ore, sui sedili dei giardini pubblici, a veder giocare i bambini. Ma è singolare come questi bambini con la barba non cerchino soltanto in quel teatro una ricreazione amena, come prediligano anzi i drammoni di grande effetto, e brontolino alle commediole e alle farse, giudicandole quasi una degradazione dell'arte, e paragonino e discutano quelle produzioni come drammi del Dumas e del Sardou, e propongano perfino dei soggetti ai fratelli Lupi con lunghe lettere esortatorie. E bisogna vedere con che serietà assistono allo spettacolo, come s'impazientano agli applausi e alle risa intempestive dei ragazzi che turbano la rappresentazione, e con che sdegno zittiscono gli sbadati che lascian cascare la canna, come se rompessero una frase dello Shakespeare in bocca a Tommaso Salvini. A vederli, ci vien sulle labbra un sorriso di pietà; ma a pensarci bene, non è questo il senso che ci dovrebbero ispirare. Che uomini i quali hanno vissuto più d'un mezzo secolo, lottato, sofferto, visto mille casi strani e terribili; e che hanno ancora passioni, dolori, cure gravi, possano prestar per tre ore alla conversazione di dieci pupi di legno un'attenzione che non presterebbero alla disputa d'un Consiglio di ministri intorno agli interessi più vitali dello Stato, non ci dovrebbe destar piuttosto, confortandoci, un sentimento d'ammirazione per la miracolosa facoltà che ha la natura umana d'illudersi, di dimenticare, di consolarsi con dei fantasmi e dei sogni delle sue miserie infinite?

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Le sere dei giorni feriali la sala non ha un aspetto diverso da quello degli altri teatri. Per vederla nella singolarità della sua bellezza bisogna andare alla rappresentazione diurna della domenica, quando centinaia di ragazzi e di bambini riempiono le sedie e le panche e formano in platea e nei palchetti come tanti mazzi, ghirlande, aiuole di teste bionde, e la varietà dei colori chiari e vivi dei vestiti le dà l'apparenza d'una sala infiorata e imbandierata per una festa. Anche prima che s'alzi il sipario v'è in quella piccola folla oricrinita l'agitazione, il rimescolìo d'una gabbiata d'uccelli digiuni al momento che si mette il panico nelle cassette. Gli uni son seduti, altri inginocchiati, altri ritti sulle panche o sulle ginocchia delle mamme o delle cameriere, o appoggiati coi gomiti alle sedie davanti, pigiati nei palchetti in doppia, triplice fila di teste, che fanno scala, le più alte col mento posato sulle teste più basse, e queste col mento sul parapetto, come disposte da un fotografo per il ritratto. All'alzarsi del sipario, si può dire che cominciano due spettacoli. È delizioso, durante una scena spettacolosa, vedere tutti quegli occhi spalancati come a un'apparizione dell'altro mondo, quelle espressioni di stupore altissimo, in cui pare sospesa la vita, quelle piccole bocche aperte in forma di O, di anelli e di semicircoli, quelle piccole fronti nivee corrugate come per uno sforzo profondo di cogitazione filosofica, che si riscotono poi bruscamente come al destarsi da un sogno. Poi, tutt'a un tratto, a una scena comica, a una risposta o a un atto buffo d'un personaggio, file intere di corpicini si torcono dal ridere, schiere di teste si arrovesciano indietro, scrollando matasse di riccioli, scoprendo i piccoli colli bianchi, schiudendo le bocchine come scrignetti rossi pieni di perle minute, e nell'impeto della gioia alcuni abbracciano il fratello o la sorella, altri si abbandonano fra le braccia della mamma, e molti dei più piccoli si buttano sulla sedia con le gambe all'aria, mostrando innocentemente la biancheria più segreta. E vedere come nel rapimento dell'ammirazione respingono furiosamente il fazzoletto importuno che cerca il loro nasino o ammollano una ceffata senza prefazione a chi para loro la vista del palcoscenico. Sono trecento paia di mani che applaudono con tutte le forze e non fanno fra tutte lo strepito di quattro mani virili: par di vedere e di sentire il frullo di centinaia di alette rosate, rattenute da altrettanti fili alle panche. E vi sono anche gli spettatori indifferenti, i ghiottoni piccolissimi che non voltano il viso verso il palco se non quando sentono delle fucilate; ma per riattaccarlo subito alla poppa con un giro risoluto del capo, come dicendo: — Corbellerie! Io ci ho di meglio! — Ma al rumor delle fucilate altri si spaventano e strillano, a certe scene tragiche qualcuno scoppia in pianto e tende le braccia verso l'uscita, ed altri, più forti, non piangono, ma, celando il viso in seno alla mamma, guardano il restante della scena con un occhio solo. E le esclamazioni ammirative e entusiastiche, è una gioia a sentirle. Allo scoprirsi improvviso di certi quadri, all'apparire di certi agnelli o asinelli o porcellini che paion vivi, sono scoppi di _oh!_, lunghi mormorii di maraviglia, a cui tien dietro quasi sempre qualche esclamazione solitaria d'una vocina sottile, che risuona nel silenzio come un vagito in una chiesa, un: — _Ah com'è bello!_ — che prorompe d'infondo all'anima, che esprime una pienezza di contento, una beatitudine celeste. Ma è sempre Gianduia quello che produce gli effetti più grandi. Son qualche volta accessi di riso convulso, cori di singhiozzi e di trilli, risate acute, cantanti, prolungate, inestinguibili, che fanno voltar tutti gli adulti, col viso sorridente, verso le panche, come se gli attori fossero saltati dal palco nella platea, e che quando si smorzano in modo da lasciar riprender la parola alla famiglia Lupi, lasciano ancora qua e là qualche strascico sonoro, qualche piccino piegato in due, che non può smettere nè frenarsi, che col capo chino e col viso nelle mani seguita a ridere e a ridere, perdendo le lacrime e la saliva, sfinito; ma non acquietato nè da rimproveri nè da carezze, inebbriato e soffocato dal proprio riso, non ridotto al silenzio che quando la mamma gli mette un braccio intorno al collo e gli preme la pezzuola sulla bocca.

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Sentii una volta uno di questi scoppi di allegrezza, anzi un seguito di scoppi, quasi senza interruzione, dal palcoscenico, dove, giungendo a traverso la tela, affiochiti e confusi come se venissero di lontano, fanno un effetto insolito, vanno anche più diritti al cuore che a sentirli dalla sala. Pareva di udire un suono di cascatelle d'acqua, il canto di mille uccelli in un bosco, e ogni scroscio di risa finiva in un lungo sospiro di voluttà, simile al mormorio d'una onda larga e lenta che viene a morir sulla riva. Si rappresentava _L'ultima notte dell'anno_. Era un successo così straordinario che gli stessi fratelli Lupi e i figliuoli, curvati sull'appoggiatoio, costretti ogni momento a interrompere la recitazione, mostravano nei visi accesi e sudanti una viva compiacenza dell'opera loro. Ed io pensavo, guardandoli, quanti ragazzi e bambini essi avevano divertiti e commossi, quanti piccoli dolori avevano consolati; pensavo quanto migliaia di piccole creature, grazie a loro, s'erano svegliate la mattina d'un giorno di festa gettando un'esclamazione di contentezza: — È quest'oggi! — e immaginavo i tanti scolaretti poveri che avevano studiato per un pezzo fino a notte avanzata per guadagnar la medaglia che dà l'entrata gratuita, e vedevo i tanti visetti smagriti d'infermi che s'erano illuminati d'un sorriso alla promessa d'esser condotti a quel teatro. E, pensando a questo, l'opera loro m'appariva in un aspetto così gentile, la loro famiglia in una luce così amabile! Non pensavo più che anche per essi il primo scopo del lavoro era la vita, non vedevo più in loro che dei benefattori della fanciullezza. Mi pareva che i due fratelli Luigi avessero qualche cosa di paterno per quella grande famiglia rumorosa che sentivo e non vedevo, e guardando quelle due belle ragazze, inginocchiate in alto, mentre agitavano i fili con atti graziosi, rosse nel viso come se le riscaldasse l'alito dei loro piccoli spettatori, mi compiacevo a far passare col pensiero sui loro capelli tutte quelle manine bianche che applaudivano e sulla loro fronte tutte quelle bocche vermiglie che ridevano. Oh quelle risa argentine, quel riso fresco e beato, la più dolce delle musiche della terra, quel riso che ci fa rivivere nell'infanzia e rivedere il volto di nostra madre giovane, quel riso che dice innocenza e speranza, ignoranza della vita e gioia di vivere, che si diffonde intorno nelle anime come una virtù feconda e consolatrice, sia benedetto chi lo ride e ringraziato chi lo desta.

GENTE MINIMA

GREMBIULINI BIANCHI.

Erano dieci anni che non vedevo più un asilo infantile. Mi ricevette la direttrice, una monaca sui quarant'anni, di persona esile, col viso scolorito e gli occhi chiari, d'una espressione giovanile e dolcissima. Mi fece entrare in una vasta scuola, dov'eran raccolti trecento fra bambine e bambini in lunghi ordini di banchi, messi a gradinata, in modo che s'abbracciavano tutti con uno sguardo. Avevan tutti un grembiule bianco, pulitissimo; erano quasi tutti biondi. Entrava una luce viva per tre grandi porte vetrate. Era una bellezza da innamorare l'aspetto di quelle trecento piccole creature, strette le une alle altre come gli uccelletti sulle bacchette delle gabbie, e disposte come i fiori nei tepidari, a file sopra file, ciascuna delle quali presentava come tre striscie di colori, il bianco dei grembiulini, il rosa dei visi e l'oro dei capelli. Si capiva, davanti a quel quadro, come la mente umana non abbia potuto raffigurarsi il paradiso senza bimbi. A un certo momento, la direttrice disse uno scherzo, e io vidi aprirsi trecento bocciuoli di fiori rossi e brillarvi dentro migliaia di perle bianche.

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Ero arrivato poco prima dell'ora della colazione. Uscirono tutti a due a due, guidati da tre maestre monache e da una laica, ed entrarono in tre stanze nude; una delle quali, la più ampia, fu occupata dalle “signorine„ l'altre dai “giovanotti„. Tutt'intorno erano appesi alle pareti i canestrini rotondi, che avevan portati da casa col loro becchime per la mattina, e fui maravigliato della rapidità con cui le monache li distribuirono, senza leggere i nomi sulle piastrine, e senza fare uno sbaglio, come se fosse dipinto sopra ogni canestro il ritratto del proprietario. In pochi secondi furono tutti serviti. E allora cominciò lo spettacolo sempre nuovo e sempre bello dei mangia panini a tradimento.

Si misero a sedere, parte su panchettine, lungo le pareti, parte sull'impiantito, a file e a cerchi, che davan l'immagine di corone e di spalliere fiorite d'un'aiuola. Ma non tutti: c'eran dei piccoli “Taddei„ che, volendo fare il loro manducamento in santa pace, si cercavano un posto solitario; ed era ameno il vedere gli apparecchi minuziosi e lenti che facevano alcuni, con la serietà di vecchi gastronomi, come per un pasto che dovesse durare tre ore. Altri, spiriti contemplativi, stavano col canestrino chiuso fra le ginocchia, guardando per aria, col pensiero chi sa dove, e bisognava che le maestre li eccitassero a mangiare, agitando il bocconcino davanti alla bocca ritrosa, come si fa coi passerotti di nido. Le femmine, mangiando, cinguettavano; i maschi, più placidi, sgranocchiavano in silenzio: in una delle stanze occupate da questi sgranocchiatori non si sentiva una voce, tanto che, stando all'uscio, credevo che non ci fosse nessuno, e mi stupii, voltandomi, di veder là dentro quaranta ganascine al lavoro. Tutti quelli che avevan nel canestro qualche cosa di dolce, mangiavano prima tutto il dolce, rimanendo poi a pane asciutto; come fanno spesso, in altre cose della vita, anche i grandi. Le maestre vigilavano perchè questi privilegiati non facessero dei contratti birboni coi loro compagni, poichè accadeva sovente, mi dissero, che per un pezzettino minuscolo di cioccolata o di confetto alcuni dessero allegramente tutte le loro provvigioni, con la giunta d'un bacio di gratitudine. Parecchi, invece di mangiare, si facevano del cibo un balocco. Una bimba, che aveva un bocconcino di carne in salsa dentro una ciotola, pestò nella salsa il formaggio, il biscottino e le ciliege, e ne fece con molta cura una pasta d'un solo colore, che poi si mise a leccare col raccoglimento di chi assapora una ghiottoneria sopraffina, dando ogni tanto in una esclamazione di piacere. Vedendo un bambino che faceva correre sull'impiantito una pallottola, domandai a una maestra se fossero permessi i giocattoli: quella guardò ed accorse subito, esclamando: — Ah! che porcellino! — La pallottola era un rosso d'ovo sodo, annerito dalla polvere: il bimbo si scusò, dicendo che l'avrebbe mangiato dopo. Ammirai la prodigalità con cui le bambine che avevano una colazione abbondante ne facevan parte alle compagne mal provvedute: ad alcune le monache dovevano far riprendere quello che avevan dato perchè non rimanessero affatto digiune. Di tratto in tratto se n'alzava una e correva ad offrire un pinocchio o un acino d'uva secca o una ciliegia alla direttrice; la quale accettava ogni cosa ringraziando, ma per render tutto un minuto dopo; e le donatrici accettavano la roba resa con una compiacenza così manifesta da far capire che avevan fatto il regalo _pro forma_, con la certezza di rientrar nel proprio. Una bambina stava mangiando un pezzetto di carne in umido: una monaca le domandò: — Con che cosa è fatta codesta carne? — Quella intese che domandasse di che cosa fosse fatta, e dopo un momento di riflessione rispose: — _La carne è fatta di sangue._ — A un'altra che aveva un pezzetto di frittata, la direttrice domandò: — Chi t'ha fatto quella frittata? — E la bimba, come avrebbe nominato una persona celebre, che tutti dovessero conoscere, rispose: — _Pinota_ (Giuseppina). — Chi sarà stata questa Pinota? Non ci fu modo di farglielo dire: parve che fosse offesa dalla nostra ignoranza nel suo sentimento d'alterezza di famiglia. C'era una sola bimba, alla quale si permetteva di portare all'asilo una piccola boccetta di vino annacquato, perchè era convalescente. Io la colsi sul fatto mentre ne dava da bere un sorso, di nascosto, a una compagna più piccina di lei, dicendole con gravità materna: — _Tira giù, che ti rinforza._

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Via via che finivan di mangiare venivano intorno alla direttrice, che rivolgeva a tutte delle interrogazioni, con molto acume e molto garbo, per esercitarle a discorrere. Ma era oppressa dalle loro carezze. Si vedeva che l'adoravano. Sei o sette bimbe le stavano appiccicate ai panni, con le guancie strette alla sua vita, facendole così una cintura di testine bionde, che confondevano le capigliature, e la costringevano a tener le braccia levate, e le impedivano di muoversi; e tutte le altre tendevano verso di lei le manine aperte somiglianti a grandi margherite agitate dal vento. Un quadro incantevole quella monaca dal viso pallido e dal vestito nero, baciata da tutta quella fanciullezza rosata e bianca, che le faceva salire al viso la fiamma dell'amor materno, più vermiglia e più bella che non possa apparire in viso a una mamma vera. Una delle più graziose bambine che l'abbracciavano mi parve, dal rossore della palpebra, che avesse un occhio malato: seppi poi che quell'occhio era di vetro; ma che in un anno da che essa veniva all'asilo nessuna delle sue compagne se n'era accorta, e che le maestre badavano attentamente a prevenire tra lei e l'altre ogni gioco che potesse far scoprire il segreto. Vidi un bambino bellissimo, di famiglia povera, che aveva una grande capigliatura dorata e arricciolata, e domandai perchè facesse eccezione quello solo alla regola dei capelli corti per i maschi. Mi rispose la direttrice che quando aveva detto alla mamma di farlo rapare, questa s'era battuta la mano sulla fronte e aveva esclamato: — Oh povera me! — con un accento di così profondo dolore, che a lei era mancato il coraggio d'insistere. Poi mi furono presentate tre sorelline brune e pallide, dall'aria triste: una di cinque anni, le altre due gemelle, di tre anni e mezzo. Avevan perduto la madre da pochi mesi. A tutte tre s'era fatto credere ch'essa era partita per un lungo viaggio; ma che sarebbe ritornata. Un mese dopo, vedendo la bambina maggiore sempre addolorata, la direttrice le aveva detto: — Fatti animo: vedi le tue sorelline, che giuocano con le compagne. — Ed essa aveva risposto: — Ma è perchè le mie sorelle, che son piccole, non capiscono ancora che cosa vuol dire aver la mamma lontana. — Lei, poveretta, credeva di capire, e l'aspettava!

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Uscirono tutti a due a due, prima i più grandi e poi i più piccoli, e fecero parecchi giri per il cortile, in processione. Mi fermai in uno dei punti dove svoltavano, per vederli sfilare. Quante forme diverse di testine e di pettinature, quante espressioni variate di sguardo e di sorriso! Alcuni mi sorridevano con un'aria di famigliarità scherzosa, come se fossimo stretti amici da un anno. I bimbi salutavano mettendo la mano tesa contro la fronte, le bimbe facendo un piccolo inchino brusco del capo, come se ricevessero l'una dopo l'altra da una mano invisibile una pacchina sulla nuca. Quando carezzavo il capo o prendevo la mano ad uno, cinque o sei mi porgevano la manina o la zucchetta, e tutti gli accarezzati, quando mi ripassavano davanti dopo fatto il giro, domandavano la carezza un'altra volta. Qualcuno usciva dalle file per venirmi ad afferrare la mano o il braccio, e vi posava su il viso, e non si voleva più staccare. A momenti ne passava come un'ondata, tutti belli e biondi della stessa sfumatura, come se fossero stati scelti e messi insieme per far bellezza. Molti portavano il nome trapunto in grandi caratteri sulla cintura o inciso sui fermagli metallici, come colli viventi da spedirsi per la strada ferrata; e mi fu detto che alcuni di questi, dimandati del loro nome, per non darsi la noia di rispondere, indicavano col dito la propria pancia. Le bimbe, per la maggior parte, eran più pulite: alcune s'arrestavano qua e là per spolverarsi il grembiule o il vestito: cosa che i maschietti non facevano mai. Fra le une e gli altri notai molti visi seri, ma d'una serietà singolare, come di persone grandi occupate da pensieri gravi. Alle volte ne passavano parecchi in un gruppo, che mi guardavan tutti con la coda dell'occhio, senza alzar la testa, sorridendo furtivamente, come per farmi un segno d'intelligenza di nascosto alla direttrice. Uno dei bimbi più piccoli usci correndo dalla schiera, mi si venne a piantar dinanzi, si tirò su a due mani il grembiale e il vestito, come davanti a un medico, e stette guardandomi: io non capivo: la direttrice m'illuminò: voleva che guardassi le sue calze nuove. Eran due giorni che, per quella vanità, ogni momento, senza badare al sesso degli spettatori, alzava il sipario.

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La processione si sciolse sotto un porticato, dove cominciò la “ricreazione„. Chiudendo gli occhi, avrei creduto di trovarmi in un bosco dove cantassero mille uccelli e mille fontane. Dalla parte delle bimbe c'era meno rimescolìo e meno strepito; dall'altra si vedevano girare e saltare le teste come le palline di midollo di sambuco nella danza elettrica. Nacque qualche litigio, subito sedato. Domandai a una monaca se si picchiassero spesso. Dopo una breve esitazione, mi rispose di sì, sorridendo, e soggiunse: — I bimbi, per solito, danno dei pugni; le bimbe usano già le unghie. — Che fine sale satirico in quel _già_, detto da una monaca!