Part 14
Tutta la famiglia Lupi lavora al teatro: i due fratelli, la moglie e i figliuoli del primo: quattro maschi e tre ragazze, di cui due fra i diciannove e i ventidue anni. E bisogna vederli tutti là, tranne i due più piccoli, appollaiati sul ponte, o appoggiatoio, come lo chiamano, sovrastante al palcoscenico, durante la rappresentazione. Ecco il soggetto d'un quadro originale per un pittore ardito. La prima volta che, stando sul palco, vidi di profilo quelle otto teste d'uomini e di donne, l'una dietro l'altra, sporgenti da quella specie d'inginocchiatoio aereo, illuminate di sotto in su, ora parlanti ad una ad una, ora tutte insieme, con ogni sorta di sforzi violenti delle labbra e di strane intonazioni di voce, da quella di basso cavernoso a quella di soprano in falsetto, mentre le sedici mani movevano con un centinaio di fili una folla di personcine di sotto, mi parve di vedere una famiglia di numi sorretti da una nuvola che dirigessero le faccende e si pigliassero spasso d'una piccola umanità agitantesi sopra il polo d'un asteroide. Ma riconobbi subito che il fare i numi a quel modo non doveva essere una delizia. Stare delle ore in quell'atteggiamento contratto, col calore di tutti quei lumi nel viso, forzare e variare continuamente la voce, lavorando a un tempo con le dieci dita e consultando con lo sguardo obliquo il copione posto nel mezzo che fa l'ufficio di suggeritore, e mentre si parla e s'opera in alto invigilare e dar ordini a chi lavora in basso e ruzzolare e arrampicarsi ogni momento per un rompicollo di scaletta da bastimento quasi verticale, è una fatica da ammazzare anche dei numi. Non mi maravigliai, quando calò la tela, di vederli scendere dall'Olimpo, in maniche di camicia e con le braccia nude, bagnati di sudore e anelanti, come scendono gli acrobati dai trapezi. E allora soltanto m'accorsi che le due signorine portavano un vestito maschile, camicino e calzoni di traliccio grigio, che le facevano parere due operai; ma due operai dai quali il più terribile capo fabbrica avrebbe tollerato qualunque infrazione al regolamento, sostituendo dei sorrisi alle multe. Ma il dietro scena d'un teatro di marionette, per chi ci sale la prima volta, è pieno di altre sorprese piacevoli. Stando accanto alle quinte mi veniva fatto di scansarmi con un leggiero inchino, come si fa con le attrici vive, ogni volta che usciva di scena una signora, e rimanevo poi stupito al vederla tutt'a un tratto sollevarsi in aria, invece d'andare al suo camerino, e restarmi appesa in faccia come un salcicciotto. E così avevo un'illusione amenissima al veder tra le quinte del lato opposto una delle signorine Lupi che dava gli ultimi ritocchi all'abbigliamento dei personaggi prima che si presentassero al pubblico, accomodando a uno una spilla, stirando a un altro il vestito, aggiustando a un terzo il cappello, come si fa ai bambini filodrammatici, con atti lesti e carezzevoli, a cui quelli rispondevano, appunto come i bambini, con gesti che parevano d'impazienza, mossi dalla mano irrequieta che li reggeva dall'alto. E mentre vari personaggi agivano alla ribalta, mi pareva che ragionassero davvero degli affari propri, come fanno gli attori fra due battute, quei due altri più piccoli che le altre due ragazze, voltate dalla parte interna dell'appoggiatoio, facevano passeggiare e gestire pacatamente in fondo al palco, per dar vita alla scena. E quella confusione che si vedeva lungo i muri, in una mezza oscurità, di personaggi della commedia che stava per finire e dello spettacolo coreografico che stava per cominciare, di ballerine, di mime, di dame scollate, di marionette in giubba e in uniforme, con la tuba e con l'elmo, e di comparse di ogni età e d'ogni statura, mi dava quasi l'illusione di trovarmi sul palcoscenico di un grande teatro quando finisce l'opera e sta per cominciare il ballo. Ci era solo questa differenza, che nella mia qualità di consigliere comunale, com'ero allora, non potevo trovare là nessun argomento che mi servisse a combattere in nome della moralità la dotazione del Teatro Regio.
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Ma per conoscere a pieno le fatiche dell'arte e la valentìa della famiglia Lupi bisogna vederla all'opera in una giornata campale. Lo spettacolo, in tal caso, è assai più grandioso e terribile osservato dalle scene che visto dalla platea. Già è bellissimo veder gli apprestamenti della battaglia: le masse d'armati raccolti nell'oscurità, rotta dai lampi delle baionette e delle lance; i cavalieri appostati dietro le quinte, come alla vedetta; i muli carichi di munizioni che s'allungano in fila ai due lati del palco; i comandanti con la spada sguainata che aspettano dalle due parti il gran momento, coi grandi occhi sporgenti e fissi davanti a sè, come spianti il doppio mistero dell'orizzonte e della morte. Quando l'istante solenne è vicino, i direttori danno gli ultimi consigli, lanciano gli ordini supremi. Le truppe son pronte? Pronte. I cannoni sono in batteria? Sono. Le miccie sono accese? Sì. E allora avanti e Dio ci guardi! Le avanguardie scambiano le prime fucilate, i primi cavalieri scaramucciano, i primi feriti battono il capo di cartapesta sul palco, e giacciono irrigiditi; ma alcuni per rialzarsi tra poco più indemoniati di prima. Dietro le scene uno batte la grancassa per imitare il tuono del cannone, un altro dà nella tromba, un terzo muove la macchina che fa correre in lontananza un reggimento, un quarto galoppa intorno al palco accendendo i razzi fissi alle quinte che rendon lo strepito del fuoco di fila.
I ferri si scaldano: sul palco è un succedersi tumultuoso di mischie feroci, un cozzar di teste e di petti, un grandinar di colpi, un mulinìo di lame,
un incalzar di cavalli accorrenti,
di muli, di cannoni e di mitragliatrici che precipitano dai ponti e dalle rocce, con un fracasso d'inferno; e mentre su, sull'appoggiatoio, i fratelli Lupi, coi figliuoli, agitano le braccia furiosamente cacciando urli, minaccie, gemiti, grida di soccorso, frammiste a comandi e ad avvertimenti concitati agli aiutanti di sotto; questi e le ragazze, con una rapidità fulminea in cui ogni atto è preciso, ogni passo misurato, ogni secondo contato, corrono e ricorrono fra le quinte e le pareti, staccano le marionette, le porgono, le riprendono, le riappendono, le riporgono, raccattando di volo armi, elmi, giberne, bandiere, turbinando come fantasmi in una nuvola densa di fumo e in un odore acre di zolfo. E quando credete che il pandemonio sia per finire, non è che un artificio per crescer l'effetto: la battaglia riattacca più ardente, raffittisce il foco, raddoppiano i lampi, s'addensa il fumo, s'accelera il turbinìo; ai fragori del palcoscenico s'uniscono i clamori della platea, con gli urli d'ira dei combattenti si confondono le grida di entusiasmo dei ragazzi; è una furia febbrile e crescente d'uomini che salgono e che scendono, di lumi che girano, di marionette che volano, di fili di ferro che s'incrocian per aria, è un moto vertiginoso di ombre, di bagliori, di teste, di braccia, di attrezzi, una tempesta di schianti, di tonfi e di strida, una nebbia fitta, un rovinìo, un casa del diavolo che, quando cala la tela e tutto si queta, vi lascia sbalorditi, intronati come all'uscir da un manicomio dove siano scoppiati insieme una ribellione e un incendio.
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Ma più d'ogni spettacolo è divertente l'esame del “personale„ artistico. La prima cosa che mi stupì, quando visitai per la prima volta il palco scenico, fu la statura dei personaggi, che visti dalla platea paiono poco più alti d'un palmo, e son più di mezzo metro, come bimbi. E mi meravigliò l'esattezza minuziosa, perfin superflua, dei vestimenti. Non crediate che sian fatti soltanto per ingannar l'occhio da lontano, chè possono affrontar l'analisi della lente. Ecco, per esempio, un povero diavolo di vagabondo: egli è vestito di panni logori, pieni di sbrani, di rimendature, di toppe, di macchie d'unto, spelati ai gomiti e coi bottoni che ciondolano, e ha la cravatta a corda, la camicia di tela rozza e rugosa, le scarpe acciabattate e crepate. Il signore elegante ha il solino di moda, i bottoncini d'oro ai polsini e allo sparato, e la catenella dell'orologio che gli pende dal taschino della sottoveste. C'è un vecchio medico intabaccato, con un cappello cilindrico che mostra dieci anni di servizio, gli occhiali sulle orecchie, e una palandrana d'un color di ragno arrabbiato, che farebbe venir l'acquolina in bocca a Ermete Novelli. Ma le più belle son le signore, vestite secondo l'ultimo figurino, con un gusto squisito, dai fiori del cappellino agli stivaletti, che son piccole meraviglie, con spille, orecchini, anelli, borsa, ventaglio, con capelli veri, pettinati all'usanza del giorno, che si ravviano col pettine al momento dell'andata in scena, con le sottanine ricamate e insaldate, perchè, se segue un accidente impudico, il pubblico veda che son vestite di tutto punto, da signore per bene. E la proporzione delle loro forme è ammirabile: hanno petto, spalle, fianchi, braccia di donnine vere, tanto che è un diletto il voltarle e rivoltarle fra le mani, e col pretesto di vedere come son vestite vi lasciate andare a prolungar l'analisi con un sentimento di curiosità colpevole. E la varietà dei tipi! La prima volta che fui sul palco, di giorno, il signor Lupi me ne presentò una dozzina, il fiore della sua aristocrazia, tutte giovani e eleganti, appendendole l'una accanto all'altra per il loro fil di ferro lungo due metri a una spranghetta che mi stava sopra il capo, e definendo in due parole ciascuna: — Ecco un tipo sentimentale — Quest'altra è più bella, ma meno simpatica. — Veda questa, che aria _distinta_! — E quando me le vidi schierate davanti, come un comitato di patronesse d'opera pia, aspettanti la visita d'un pezzo grosso, tutte impettite, con quegli occhi larghi e luccicanti, che volete? sentii una certa suggezione, mi parve di dover dir qualche cosa, poco mancò che non dimandassi loro se avevano sofferto il mal di mare nel viaggio in America.
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Perchè è da sapersi che a chi s'intrattiene fra gli attori d'un teatro simile segue un caso psichico curiosissimo, il quale non avviene a chi visita un magazzino di bambole, sian pure stupendamente formate; avendo queste tutte lo stesso viso, la stessa età e un vestimento convenzionale. Fra quelle marionette, invece, che rappresentano una grande varietà di tipi, ed età, ceti, professioni, caratteri diversi, con una riproduzione così perfetta, oltre che degli aspetti fisici, di tutti i particolari del vestire, la nostra immaginazione è presa a poco a poco in un inganno che, distraendola dalla considerazione della grandezza, finisce con fargliele vedere e considerare come persone vive. Riesce maggiore l'illusione quando s'è fatto l'occhio all'esagerazione dei lineamenti e dell'espressione dei visi, non sensibile a lungo perchè comune a tutti, e non mai spinta oltre quel segno che pure nel vero è possibile; la quale, poi, produce quest'altro strano effetto che, uscendo di là, ci paiono mancanti di rilievo, di vigore, d'espressione, quasi facce appena abbozzate, i primi visi umani che ci si paran dinanzi; come accade a chi vive tra i pazzi, che quando rientra fra i savi, gli riesce a tutta prima sbiadito e monotono il loro linguaggio sensato e pacato. Ed è appunto questa illusione che rende piacevolissimo il “soggiorno„ in mezzo al popolo dei fratelli Lupi. Io mi ci son divertito, non dico “come„ ma assai più d'un ragazzo. Ci avrei passato la giornata intera. Il popolo è innumerevole. Per lo spiraglio d'un guardaroba socchiuso, dietro a una tenda che il Lupi solleva, negli angoli del palcoscenico, nei vani oscuri delle pareti, da per tutto vedete crocchi di signore, pattuglie d'armati, conciliaboli di facce equivoche, personaggi di corte sfolgoranti d'oro, barboni misteriosi, occhioni che vi scrutano, bocche spalancate come per cacciare un grido, rattenuto al vostro apparire, frotte di popolani, brigate di signori in abito nero, gruppi di ballerine in maglie color di carne. Una di queste mi diede nell'occhio: il Lupi stese la mano per prenderla. Stavo per dire: — Non la disturbi, — ma era già sull'impiantito, che faceva le sue piroette, voltando il busto e il capo dalla parte opposta alla gamba alzata, gonfiando le sottanine trasparenti tempestate di pagliuole d'argento, e _pubblicando_, come dice l'Aleardi, _le arcane forme_ pienotte con tanta vivacità e tanta grazia, che non mi parve più una stravaganza quel romanzetto di Felice Govean, nel quale il protagonista s'innamora perdutamente della prima ballerina del _Gianduja_. Non fo celia: metteva voglia di prenderla per la vita e di portarsela via: un impertinente avrebbe domandato al signor Lupi il suo indirizzo. Ma la cosa più amena è che fra un così gran numero di visi verosimili vi occorre ogni tanto di trovarne uno che vi fa dare un guizzo per la sua somiglianza straordinaria con qualche persona che conoscete. Ho trovato là, _fra color che son sospesi_, due ministri, un'attrice celebre, un mio vicino di casa; e qualche altro di cui riconobbi il viso, senza ricordare chi fosse, ma che mi fece dire senz'ombra di dubbio: — Con costui ho desinato. — E, punto dalla curiosità, continuai a cercare, e feci anche delle scoperte sgradevoli. Ficcando gli occhi tra una folla di donne, mi scappò un'esclamazione: — La regina Taitù! — Era lei pretta sputata. Un po' più in là trovai Menelik, Maconnen, Mangascià, il generale Baratieri, con la sua uniforme d'Africa, somigliantissimo, ma ancora con l'aria scipionica, perchè era stato modellato dopo Senafè. Il Lupi alzò una mano, sollevò un personaggio e disse con accento di rispetto: — Il maggiore Toselli. — Ebbene, nessuno ne avrebbe sorriso, e non mi parve una profanazione. Era anch'essa una forma di gloria quel piccolo simulacro che aveva scosso il cuore e fatto batter le mani a tanti fanciulli e strappato qualche lagrima anche a dei grandi, e pensai che se il bravo soldato l'avesse potuto vedere ne avrebbe sorriso dolcemente, come un trionfatore che senta fra il plauso d'un popolo gridare il suo nome da un bambino.
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Le sorprese sono infinite. Trovate due personaggi perfettamente uguali: che rappresentino i _Menecmi_ di Plauto o i _Gemelli_ del Goldoni? No. Il protagonista è uno solo; ma vuole il dramma che a un dato punto egli si tolga la berretta sulla scena: operazione impossibile a cagione del filo che regge i suoi destini: e non c'è altro che sostituire a lui, con uno stratagemma di cui non s'avveda il pubblico, un _alter ego_ con la berretta in mano: una sberrettata che costa ai signori Lupi venticinque lire. Trovate qui un personaggio col viso fresco e coi capelli neri; poco discosto il medesimo col viso rugoso e col pelo grigio; un po' più oltre ancora lo stesso, con la faccia decrepita e il cranio pelato: è un personaggio che deve apparir nel dramma in tre età diverse; e se è vero che nel corpo umano si rinnovano di continuo le cellule, in modo ch'esso è tutto intero rinnovato ogni tanto tempo, la marionetta non rappresenta forse più il vero che l'attore? Così, per rappresentare l'epopea garibaldina, che ebbe un successo strepitoso, i Lupi fecero fare una famiglia di Garibaldi, da Garibaldi bambino a Garibaldi morente, e d'uno stesso Garibaldi vari esemplari, grandi e piccoli, per mostrarlo sul proscenio, a qualche distanza, e lontanissimo. Così crede il pubblico di vedere tre fratelli Girard, che fanno i giochi maravigliosi, e ne vede quindici. Di Gianduia poi ce n'è una coorte; Gianduia di ogni età e di ogni altezza, Gianduia ingrassati, allampanati, enfiati, feriti, afflitti, ridenti, contraffatti; come si richiede per un personaggio che è contemporaneo e cooperatore degli eroi di tutti i secoli e di tutte le genti. Le teste storiche o di viventi illustri, che potrebbero abbisognare altre volte, i Lupi le conservano: ne hanno piene delle scatole da petrolio, ammontate a parte in un magazzino. Luigi Lupi ne aperse una piena di teste di Gesù, modellate assai bene, e levandole e presentandomele rapidamente l'una dopo l'altra, mi produsse un'illusione singolare, somigliante a quella che dà il cinematografo: mi parve di veder lo stesso viso, da prima sorridente, rattristarsi, balenar d'ira, rasserenarsi di nuovo, poi rimbrunirsi da capo, impallidire, stillar sangue, alzar gli occhi al cielo e rimaner immobile nella morte. Le teste di Cristo, badate, sono le sole che non son mescolate con altre. Ma che bizzarre miscele ritrovate mettendo le mani nelle altre scatole! — To', Maino della Spinetta — To', Tommaso Villa — La regina Vittoria — Davide Lazzaretti. — Mi venne in mano una testa che mi destò una vaga reminiscenza, ma non accompagnata da un nome. Domandai: era Alessandro Manzoni. La rassomiglianza era imperfetta, mi spiegò il Lupi, perchè, volendosi fare alla testa il mento mobile, s'era dovuto alterare il contorno inferiore del viso; del che si mostrò dolente. Ma l'effetto di quella mostra di teste ha qualcosa di repugnante: vi fa pensare ai cestoni orrendi della ghigliottina del Terrore. Corrono un'altra sorte, però, le teste degli uomini notevoli di second'ordine, pei quali è improbabile che ritorni un'altra ora di celebrità dopo quella accidentale che li portò sul palco scenico: le teste di questi, opportunamente svisate, rimangono in servizio sotto altri nomi, passano sulle spalle di altri personaggi. A quali marionette saranno toccate le teste di tanti membri di Comitati d'Esposizioni, di consiglieri comunali e di regi prefetti, che vedemmo passare, salutate dagli applausi, sulle scene del teatrino di Gianduia? Forse gli stessi Lupi non le riconoscono più. Saranno diventate teste di portinai, di mercanti, di lacchè, di gendarmi. Oh la gloria, com'è traditrice!
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V'è accanto al palcoscenico uno stanzone che serve insieme da magazzino di vestiari e da laboratorio. Al primo entrare vi si presenta uno spettacolo tremendo. Pendono in un angolo centinaia di corpi ignudi d'impiccati, col capo nascosto in un cappuccio da fratelli della Misericordia, ma bianco e tirato fin sulle spalle, come l'orrido berretto da notte che si metteva un tempo ai condannati a morte. Vi par di vedere lo spaventevole _verger du roi Louis_ che descrive il Gringoire del Banville, non sapendo chi gli sta davanti, a Luigi undicesimo. È il dormitorio delle marionette provvisoriamente disoccupate. Là potete far degli studi anatomici, ammirare la bella proporzione delle membra, la perfezione delle giunture, la delicata fattura dei piedi e delle mani, le polpe delle regine e delle servette, i toraci atletici dei guerrieri e dei briganti. E vi trovate anche pance di Falstaff, schiene di Rigoletti, gambe di Quasimodi, corpiciattoli di nani, tutte le deformità miserande d'un ospizio di “incurabili„. Ma non si può immaginare come tormenti la curiosità la vista di tutti quei cappucci lugubri sotto i quali l'immaginazione si raffigura dei visi contratti dagli spasimi dell'agonia o composti nella quiete solenne dell'eternità. Domandai al Lupi se fosse lecito, per amor dell'arte, violare il segreto della morte. Egli fece un cenno d'assenso. Io scopersi una testa....
Oh via dagli occhi miei, Fuggi, s'apra la terra e ti ringoi,
come dice Macbetto allo spettro di Banco. Mai una più spaurevole faccia di vecchio pazzo e feroce non uscì dalla matita del Dorè nel furore delle sue ispirazioni infernali, nè da quella del Goya nel tracciare a ludibrio dell'uomo le caricature spietate della sua maschera. Mi balenò un ricordo. Era forse _lui_. Non poteva essere altri che _lui_. Ed era _lui_ infatti, me lo disse il Lupi. Era un vecchio alchimista matto e solitario della parodia di _Giulietta e Romeo_, il quale, pochi mesi addietro, aveva fatto una così profonda impressione al bambino d'un mio amico, che se l'era sognato di notte e il padre aveva dovuto scender dal letto per quetare il suo terrore. Con mano peritosa scopersi un altro impeso, vicino a quello, e prima che ne apparisse il viso, mi lambì la mano una ciocca morbida di bellissimi capelli biondi. O _nuovo miracolo gentile_! Era un angiolo, un viso bianco e puro di Margherita, con due grandi occhi innocenti e un sorriso da pargolo che sogna gli splendori del paradiso. Ma aveva bisogno d'una mano di vernice perchè gli aveva sciupato una guancia un colpo di trombone dei briganti in un assalto dato alla sua casa tre anni innanzi. E continuai a scoperchiare teste, e vidi facce così superlativamente buffe che mi fecero scoppiare in una risata, visi d'una gravità da Presidenti di Corte di Cassazione, musi incartapecoriti d'usurai senza viscere, grinte di megere furibonde, _rictus_ di Gymplaines e di Calibani, ceffi da Corti dei miracoli e da galera, frontespizi di bricconi così insolenti, così cinici e odiosi da spendere volentieri qualche franco, come dice il _sor Camola_, per pagare il piacere _de dagh una martelada_. E anche dei visi di uomini onesti e simpatici; ma quegli altri erano i più anche là, come nel mondo.
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Ma proseguiamo. Se tu, piccolo lettore, penetrassi dietro a quelle scene vedresti ben altre maraviglie. Ce n'è una a ogni passo: locomotive di strada ferrata che potrebbero far servizio negli imperi di Blefuscu e di Liliput, carrozze di gala da piccole fate, batterie di cannoni che sembrano uscite dalla vetrina dei modelli dell'Armeria reale, piccoli sofà e seggioloni di velluto, con le gambe e le spalliere scolpite, con rilievi di vero bronzo e candelabri che, salvo la grandezza, starebbero bene sopra una mensa di principi; poichè i fratelli Lupi vogliono la riproduzione del vero, anche nelle cose minime, più esatta assai di quanto sia richiesto dall'effetto teatrale e dai più difficili spettatori; e ciò non per altro che per amor dell'arte, per ambizione, direi quasi, della coscienza, come quei raffinati che mettono il lusso anche nelle cose che non si vedono. Nè tutto è qui: ecco una flotta di corazzate con le artiglierie, di piroscafi coi passeggieri, di bastimenti mercantili col carico, di barche d'ogni forma coi rematori: quanto occorre per rappresentare splendidamente la gran festa d'inaugurazione del canale di Suez. Ecco un castello che si sfascia a pezzo a pezzo sotto le percosse degli arieti o rovina tutto di un colpo, allo scoppiar d'una mina, come per un crollo di terremoto. Ecco cavalli che scalpitano e s'impennano, elefanti che mulinano la proboscide, leoni che squassano la giubba, scimmie che s'arrampicano su per gli alberi come scimmie vive, serpenti che strisciano e si rizzano sulla coda da metterti i brividi. Cerca con la fantasia quanto puoi desiderare di più prezioso per regalo di capo d'anno e lo troverai qui più grande e più seducente di come l'immagini. E qui puoi anche vedere con che ingegnosa industria di fili a una marionetta è fatto levare il portamonete dalla tasca interna del soprabito con un gesto spocchioso di figliuol prodigo, a un'altra cavar la spada dal fodero con la vivace eleganza d'un ufficialetto di cavalleria, a una terza spegnere una lampada con l'apparenza ch'essa sia spenta dal suo soffio: una delle prodezze marionettistiche più freneticamente applaudite. E ti puoi anche fare un'idea dell'attenzione e della destrezza che si richiedono per fare con garbo tutti quei movimenti delle gambe, delle braccia, del capo, degli occhi, della bocca; per evitare quei mille accidenti, così facili, di fili che s'imbrogliano, di vestiti che s'impigliano, d'ingombri, di contrattempi e di cozzi, dei quali basta uno solo a mandar a male una scena od un quadro; per guardarsi, in mezzo ad attori di natura così accensibile, a un tal cumulo di tela, di legno e di carta, a tanto fuoco di lumi, di razzi, di lampi, d'esplosioni e di fiammate, da una svista, da una distrazione momentanea che muterebbe a un tratto tutto quel palazzo magico in un falò spaventoso. Vedi quanta fatica, quante cure costa a chi ti diverte quello spettacolo che forse tu credi sia anche per loro uno spasso; vedi che ardua cosa è il governare anche il più facile dei popoli, un popolo che non mangia e non parla.
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