Ricordi d'infanzia e di scuola seguìti da Bambole e marionette, Gente minima, Piccoli studenti, Adolescenti, Due di spade e due di cuori

Part 12

Chapter 123,736 wordsPublic domain

Quella città, non più riveduta che due volte in trentaquattro anni, e non ricordata che raramente, e di sfuggita, e senz'affetto, nel tempo della gioventù, ha preso poi nel mio spirito, nell'età matura, una vita intensa e quasi risplendente, mi è diventata oggetto fino a questi giorni di sempre più frequenti e più vive riflessioni. E in questo non è nulla di singolare, perchè, meditando l'uomo sul mistero di sè medesimo, via via che invecchia, sempre più assiduamente, è naturale che risalga sempre più spesso col pensiero ai propri principi, e quindi ai luoghi dove passò l'infanzia. Ma singolare è che a quella città io ritorni sempre più sovente nei sogni, e strano, inesplicabile per me che questi sogni siano tutti lo svolgimento d'uno stesso fatto doloroso, e impossibile ad un tempo. Mi ritrovo nella strada maestra, fiancheggiata da un capo all'altro da un doppio ordine di portici bassi, in un'ora che non è nè di giorno nè di notte, poichè i portici è la strada sono qui oscuri, là rischiarati da una luce di crepuscolo, altrove come ingombri d'una nebbia fitta, che ora si squarcia, ora si riaddensa; ma è l'ora della passeggiata domenicale, poichè va e viene gente da tutte le parti, e le botteghe son chiuse. In ogni sogno sono arrivato allora allora, con un vivo desiderio di ritrovare gli antichi amici molti dei quali vivono ancora; mi caccio tra la folla, e vo innanzi cercandoli con lo sguardo, curioso e impaziente. Ma cammino e cammino, e non ne incontro nessuno, e non rivedo neppure, fra tutta quella gente, uno solo dei tanti visi noti, che mi si presenterebbero nella realtà, e che dovrei incontrare per questo anche in sogno. Invano ricorro da un capo all'altro i portici di destra e di sinistra, osservando i crocchi davanti ai caffè, le brigate che passano e i gruppi che stan fermi alle cantonate, dove sempre ne vedevo qualcuno, quando vi passavo da ragazzo: non riconosco anima viva. È tutta una popolazione sconosciuta, come mi sarebbe quella d'una città dove non fossi mai stato. Vedo spesso venir verso di me, in quella luce incerta di foresta, una persona che mi par di quelle ch'io cerco, e dico tra me, rallegrandomi: — È il tal dei tali! — ma, andandogli incontro, m'accorgo d'aver sbagliato: è un altro, un ignoto. A poco a poco la folla si dirada, percorro lunghi tratti deserti, fiancheggiati da edifizi non mai veduti, da alti muri di fortezza o di carcere, da case e da muri di cinta in rovina; mi trovo in mezzo alla campagna, solo; rientro un'altra volta sotto i portici, dove non suona più il passo che di pochi solitari: corro dietro all'uno, corro incontro all'altro: nessun amico, nessun conoscente; nessuno mi riconosce, nessuno mi guarda; chi svolta a destra, chi svolta a sinistra, tutti scompaiono. Corro a casa degli amici più stretti, agli uffici dove sono impiegati, a quella tal farmacia, in quel dato caffè che so che frequentano: non c'è nessuno, non c'è che sconosciuti; suono, picchio, chiamo, domando ad alta voce: — Il tale? Il tal altro? — Nessuno sa nulla. Affannato, addolorato, mi rimetto a correre per la via maestra, infilo i vicoli laterali, giro e rigiro in mezzo a case che riconosco, non so come, benchè non sian più quelle d'una volta, per crocicchi e per piazzette che si allargano e si restringono come se gli edifizi dintorno danzassero, per vicoli che s'allungano e si perdon nelle tenebre, intorno a vecchie chiese che si trasformano al mio avvicinarsi in cattedrali enormi, e da per tutto incontro, fiancheggio, raggiungo delle ombre umane; ma da nessuna parte rivedo un amico, un conoscente, un viso del passato. E questa corsa angosciosa dura fin che mi risveglio, col cuore pieno di tristezza. Da anni e anni faccio sempre, con poche variazioni, questo medesimo sogno. È impossibile che non ci sia una ragione. L'ho cercata molte volte, meditando a lungo; ho anche letto dei libri di onirologia scientifica, con la speranza di cavarne qualche lume a scoprire il mistero: non ci ho trovato nulla che mi giovasse. Eppure, dico, una ragione ci ha da essere, nella mia vita, nella mia coscienza, che so io? una ragione che dispero di ritrovare, ma che son persuaso non possa essere che triste, e legata strettamente con altri misteri dell'anima, tristi del pari, che non mi saranno svelati mai. Per questo non la cerco più da qualche tempo. Ora se una voce soprannaturale mi dicesse: — La so, — e mi domandasse: — La vuoi sapere? — risponderei: — Voglio ignorarla. — Sarà una superstizione indegna d'un uomo; ma è così. _Ho paura non so di che_, come l'Osvaldo dell'Ibsen. E non di meno desidero sempre di rifare quel sogno, tanto è cara al mio cuore, tanto mi par bella anche non popolata che di spettri, tanto mi attira e mi affascina quella piccola città alpina, dove l'età più felice della mia vita si chiuse con la morte del più saggio e dolce amico ch'io abbia avuto sopra la terra. Cuneo è la città, e pronuncio con sentimento di riverenza e di gratitudine questo nome, il quale mi desta la visione d'una città immensamente lontana, posta quasi ai confini del mondo, che si disegna in contorni azzurri sulla bianchezza d'un'alba luminosa.

BAMBOLE E MARIONETTE

IL “RE DELLE BAMBOLE„.

Così lo chiamano molte delle sue piccole clienti, ed è Gerardo Bonini, inventore, fabbricante e negoziante di bambine inanimate, che ha la bottega in via Roma. Non è difficile trovarla perchè vi si vede davanti a tutte le ore del giorno una schiera di ragazzine del popolo che, ammirando le vetrine, si scordano dell'involto, del cavolo o delle pagnotte che debbono portare a casa, per abbandonarsi a un'orgia di desideri. E tutte le signorine piccole che passan di là, condotte per mano dalla mamma o dalla governante, per una ventina di passi tirano l'accompagnatrice, sporgendo il viso innanzi, e per un'altra ventina di passi si fanno tirare, torcendo il capo indietro.

Passando di là una mattina, mi ricordai d'un giorno che, avendo detto in casa mia, in presenza della figlioletta d'una nostra vicina: — _A momenti verrà il Bonini_ (un mio amico ufficiale), — quella, illusa dall'omonimia, diede uno scatto sulla seggiola, come se avessi detto: — A momenti verrà l'Imperatore di tutte le Russie; — e quel ricordo mi destò curiosità di conoscer l'uomo e le sue opere.

Pensai di presentarmi senz'altro. — Ho lavorato anch'io per i bambini, — dissi tra me; — non sdegnerà di ricevermi come un collega. — Ed entrai in quella bottega stretta, lunghissima, male rischiarata; ma che alla fantasia di bambine innumerevoli appare più vasta e più sfolgorante del palazzo imperiale degl'Incas.

Il Bonini stava in fondo alla sua reggia piena di tesori visibili e invisibili, leggendo la _Gazzetta del popolo_, come uno oscuro cittadino qualsiasi. È un ometto sui cinquanta, di viso intelligente e benevolo, dotato di quella dolcezza particolare di modi che è propria di tutti coloro che hanno una clientela fanciullesca signorile, siano essi bottegai, sarti, medici o ripetitori. Temetti non di meno, per un momento, che il suo aspetto mi avesse ingannato perchè, appena inteso lo scopo della mia visita, afferrò per i piedi una delle sue bambole, e a modo dell'Eviradnus di Victor Hugo col cadavere del piccolo Ladislao, si mise a picchiar botte da orbo sul banco, come se fosse irritato dalla mia presenza. Mi ricredetti subito, peraltro. Era quella una delle sue _bambole infrangibili_, benedette dai padri di famiglia, ed egli ne faceva quel mal governo per provarmi l'invulnerabilità delle sue creature.

Poi, alzando le sottanine alla bambola, mi fece osservare come fossero ben riprodotte le forme anche delle gambe; ciò che una volta non si faceva. Erano due belle gambe, infatti, ma di donna, non di bimba; anzi così bene imitate che l'atto del Bonini sarebbe potuto parer disonesto.

E prese a discorrere familiarmente. Riconobbi subito l'artista al modo con cui mi raccontò, colorandosi in viso, come egli e sua moglie avessero fatto un viaggio a Parigi per visitare i grandi magazzini di bambole, e _rubare_ — è la sua espressione — _con gli occhi_. Scopersi poi sotto l'artista il filosofo quando, dicendomi che le mamme preferiscono le bambole “vestite da bimba„ a quelle “vestite da signora„ perchè queste “svegliano nelle ragazze delle idee ambiziose„ fece un fine sorriso, che voleva dire evidentemente: — Ha capito? Lei credeva forse che fosse il lusso delle mamme quello che sveglia l'ambizione nelle figliuole.... Si disinganni; è il lusso delle bambole. —

Conosciuto l'uomo, decisi di fare un interrogatorio minuto, tanto più che, piovendo, non si era disturbati dagli avventori. La grande affluenza, del resto, è dopo mezzogiorno, e sopra tutto in dicembre, sotto Natale. Allora la bottega è affollata dalla mattina alla sera, il numero raddoppiato dei commessi basta appena al servizio, son tutti costretti qualche giorno a far di meno della colazione, e dopo chiusa la bottega, il lavoro dura ancora nel laboratorio, dove molte ragazze passano le notti intere ad allestir corredi straordinari; e si succedono così le giornate fra un tal rimescolìo e una tal confusione di bambole e di bimbe, di vocine naturali e di vocine meccaniche, di braccini di carne e di braccini di legno, gesticolanti ad un tempo, e d'occhietti viventi e d'occhietti di vetro luccicanti da tutte le parti, che in qualche momento, dice il Bonini, stanco di corpo e di mente e come preso da un'allucinazione, egli è sul punto di confondere la merce con la clientela, di rivolger la parola a una puppattola e di dar la corda a una signorina.

*

— In tanti anni — gli dissi — avrà potuto fare sulla sua clientela molte osservazioni preziose.

Sì, ne fece molte e curiose. La prima è che, rispetto alle bambole, le clienti si possono dividere in tre famiglie: quelle che le desiderano e le amano moderatamente, le appassionate ardenti, e quelle indifferenti o quasi, o per precocità d'altri gusti o per apatìa di natura. Quest'ultime, però, sono assai rare.

E corrugando le ciglia, dopo un breve silenzio, come per interporre uno spazio, che impedisse il sospetto d'un accordo interessato tra il fabbricante e il filosofo, soggiunse: — Difficilmente queste riescono buone madri.

— Anch'io lo credo, — risposi, e stavo per citare sbadatamente il proverbio “chi non ama le bestie non ama i cristiani„, ma tacqui perchè mi parve un'offesa all'arte.

— Lei dovrebbe vedere, — rispose il Bonini, — è un divertimento. — E parlò delle “appassionate„. Ce n'è di quelle che entrano nella bottega con la febbre, che prorompono in grida di ammirazione, in esclamazioni di gioia, in risa, in trilli di piacere, da parer che ammattiscano. Alcune, non di meno, si mostran poi ragionevoli, si contentano o, meglio, si rassegnano a _quella_ che conviene alla borsa del padre o della madre. Ma altre no, e fanno scene di tragedia, singhiozzando e pestando i piedi, fino a buttarsi sul pavimento e a rivoltolarvisi, menando in aria le _piote_, come frenetiche. — Ma anche quelle che si rassegnano, se vedesse che sguardi lanciano alle bambole a cui debbono rinunziare; sguardi d'amore, sospiri, se sentisse, addii, col capo rivolto indietro, con certe espressioni di tenerezza e di struggimento, che nessuna attrice drammatica sarebbe capace di rifarle. Mi fa pena a vederle, qualche volta, glie l'assicuro.

Fra le “appassionate„ poi, v'è una “categoria„ particolare, interessantissima. Son le dignitose che entrano col manifesto proposito di dissimulare la propria passione. E a parole si mostran tranquille, non spiccicando che monosillabi, non esprimendo con la voce nè curiosità nè meraviglia: a chi non le osservi bene posson parere quasi indifferenti. Ma tremano e fremono, si fanno pallide e rosse, schizzano scintille dagli occhi, e al momento di metter la mano sulla bambola desiderata e ottenuta, ma non sperata, quasi tutte si tradiscono. Bisogna veder le mosse, lo slancio con cui alcune se ne impossessano e se le serrano al petto: tigrette affamate che abbrancano la preda. — E non vogliono a nessun patto che io mandi loro la bambola a casa: se la vogliono portare da sè, anche se è pesante, a braccia incrociate, viso contro viso, girando gli occhi diffidenti, scansando ogni bimba che incontrano per la strada, “per paura di un colpo di mano„.

E le astute! Anche queste fanno delle scenette impagabili. Ce n'è delle piccolissime che hanno già la finezza di fingere di non capire che una certa bambola sia più cara d'un'altra, e cercan di dare alla loro scelta una ragione diversa dalla vera, che paia anche una prova della loro gentilezza di cuore: non vogliono quella tale perchè è più grande e meglio abbigliata; ma perchè _ha l'aria più buona_. Altre credono di pigliare all'amo i parenti con certi sotterfugi di un'evidenza comicissima: vogliono una bambola da trenta lire, per esempio, invece di una da cinque; ma quella si contentano di prenderla in camicia, mentre questa è vestita; perchè c'è compenso, secondo loro. E bisogna sentire qualche altra, quando la mamma, mentre contratta una bambola già quasi accettata, cerca, movendosi, di non lasciargliene vedere una più cara, che potrebbe far rifiutare la prima, bisogna sentire con che tuono le dicono: — Eh, mamma, non serve che tu ti metta in mezzo: l'ho già vista. Tu cerchi di pararla perchè costa di più. Ah, vedi che diventi rossa! Ebbene, è quella lì appunto che io voglio. —

Fra le astute ci sono le ostinate impassibili, che sono un “genere„ tremendo; ed hanno tutte un procedimento uguale, come se l'avessero imparato tutte da una sola. Si vede alle volte una intera famiglia, disposta in cerchio intorno a una bimba alta un palmo, scalmanarsi un'ora inutilmente, con le buone e con le brusche, per indurla a cedere; e quella rimane là in mezzo immobile, incocciata a volere la bambola preferita, dura e muta come un paracarro. Conosce i suoi polli, ha fatto i suoi conti; sa per prova che, a tener duro, la spunterà, senza darsi l'incomodo di piangere e di strepitare: le basta tacere e non muoversi, respingendo a colpi di gomito ben assestati le mani carezzevoli che tentano di posarsele sulle spalle per rabbonirla. Non c'è che pigliarla in braccio e portarla via come un pacco. Ma le bimbe che fanno così hanno dei parenti incapaci di quegli atti eroici. Falliti i negoziati e sciupate le minacce, il padre o la madre finisce con rassegnarsi e munger la borsa, con la magra consolazione — qualche volta espressa a voce alta — di pensar che la sua figliuola _è un carattere_.

Domandai al Bonini che parte egli rappresentasse in questi piccoli drammi. — Una parte odiosa, — rispose sorridendo, — quasi sempre. — E mi raccontò un fatterello divertente. Anni fa, gli venne in bottega, con la mamma e una zia, una bella bimba, una ricciolina bruna, di quelle “tragiche„; la quale fece tali furie perchè non le volevan comprare una bambola delle più care, si mise a strillare e a dimenarsi con tale frenesia, che la madre, sgomenta, affannata dal timore che le pigliassero le convulsioni, si diede a gridare quasi piangendo: — Dio mio! Che cosa fare! M'aiuti lei! Trovi qualche modo! — E il Bonini trovò: agguantò la bambola desiderata, corse in fondo alla bottega, fece mostra di ravvolgerla in un panno, dove mise invece quella scelta dalla signora, ingrossando il volume con una dozzina di giornali, legò l'involto traditore in fretta e in furia, e portatolo alla bimba, le disse: — Prenda, se la porti a casa, aggiusteremo i conti un'altra volta. — Ah, buon Dio! — esclamò; — seppi poi quello che era accaduto a casa, all'apertura dell'involto: una tempesta, un inferno tale, caro signore, che ebbi rimorso dell'opera mia.

— E poi? — domandai.

— E poi.... La bimba è tornata qui altre volte.... Da anni non ci vien più, è una signorina da marito, la vedo qualche volta passar per via Roma: ebbene, lo vuol credere? Lo capisco dalle occhiate che mi tira.... Non mi ha ancor perdonato!

Gli domandai fino a che età venissero le ragazze a comperar bambole. Sorrise, e rispose sottovoce: — Alcune vengono fino a un'età.... incredibile. — E si mostrò osservatore fine ed artista parlando del come certe ragazze grandi si presentano, nelle ore che non c'è nessuno, un po' impacciate, con due rose vive sulle guance, sorridendo e vergognandosi a un tempo: graziosissime, veramente. E qualche volta egli s'avvede benissimo della commediola concertata che recitano insieme, per salvare la dignità, la figliuola e la mamma; le quali esaminano la merce discorrendo fra loro come se la compera fosse destinata ad una sorella più piccola, di cui non esiste l'effigie. Quante ne ha viste passare in ventidue anni! Quante ne riconosce ancora, che hanno preso marito e son madri! Per alcune, tra l'ultima bambola che comprarono per sè e la prima che vengono a comperare per la loro bambina, non passano che cinque o sei anni. Vedendole comparire, dopo qualche tempo, con una governante che ha un batuffolo in braccio, gli par che vengano a restituire l'ultimo acquisto che hanno fatto nella sua bottega. Qualcuna gli dice scherzando: — Quando le comperavo per me, non tirava i prezzi a questo modo. — E spesso egli vede la bambina far le medesime scenate che fece la madre, e quando questa le dice: — Ma che modi son questi? Ma non hai vergogna a farti sentire? Ma non vedi che tutti ti guardano, ecc. — si ricorda che eran proprio quelle stesse parole che la nonna diceva a lei, pochi anni addietro, e proprio sulle stesse pianelle del pavimento, e con lo stessissimo frutto; e ha buona speranza di veder ancor ripetere la scena dalla bambina presente con una bambina futura.

*

Di un gran numero delle sue clienti serba i nomi in un registro “a figlia e matrice„ dove sono segnate le riparazioni da fare alle bambole: poichè egli non è meno rinomato raccomodatore che fabbricatore, e fa l'agevolezza del pagamento cumulativo in fin d'anno, come i medici. Diedi un'occhiata all'ultimo libro: in poco più d'un anno quasi tremila riparazioni: è un bel rompere. Si trovano in quei fogli i nomi d'un gran numero di famiglie note dell'aristocrazia, dell'alta industria, dell'alta finanza e della politica, e le registrazioni sono fatte in modo che, a legger quel libro altrove, senza sapere a chi appartiene, si fremerebbe d'orrore e di pietà, e si riderebbe anche cordialmente. Figuratevi! — Signorina A. B. _le gambe rotte_ — Contessa S. D. R. _perduti gli occhi_ — Marchesa D. O. T. — _una parrucca_ — Signora E. Z. — _cambiarle le calze_; e avanti così. A una baronessa va _rinnovato il meccanismo_, un'altra signora ha _perduto la voce_, un'altra _ha perduto la testa_. Ma in realtà non c'è da ridere, perchè molte delle clienti vengono a portar la bambola con gli occhi ancora lagrimosi, addolorate come d'una disgrazia vera, e, lasciandola, fanno raccomandazioni su raccomandazioni, con voce commossa, come la madre al chirurgo che deve operare il figliuolo. E la sala delle operazioni è là presso, tutta ingombra di ferri, di pinze, di fili, di piccoli congegni per tener unite le membra avulse, di boccette di colori per ritingere i visi slavati, di vasetti di pasta per curare le scoriazioni e le piaghe; e vi si vedono sui tavoli, sulle seggiole, sul davanzale delle finestre, buttate in tutti gli atteggiamenti, grandi bambole nude, con le capigliature tragicamente arrovesciate, con “gli occhi mobili„ stralunati, con le “bocche parlanti„ spalancate, le une cieche, le altre zoppe, le altre mutilate, teste separate dal busto, tronchi con le braccia tese, braccia e gambe disperse; uno spettacolo orrendo, che mi ricordò un cert'antro fantastico di _Jack lo squartatore_, visto in un baraccone di Piazza Vittorio Emanuele, nel carnevale passato. Ma v'è in un angolo un cassone che dà anche meglio l'idea di tutti gli strazi che possono fare di un simulacro fragile di corpo umano quegli artiglietti così industriosi e pazienti nel lavoro di distruzione che son le manine fanciullesche eccitate dalla curiosità istintiva dell'anatomia del giocattolo: un cassone che vi richiamerebbe alla mente il carnaio della casa di Sédan, descritto dallo Zola, dov'era ammucchiato tutto quello che cadeva dalle tavole d'operazione del dottore Bouroche. È una miscela miseranda di pezzi di cranio, di mezze facce, di occhi divelti, di frammenti d'arti superiori e inferiori, di manine e di piedini recisi, e di nasetti staccati e di chiome bruciate, che fanno pensare a mille accidenti domestici e pianti e dolori e scenate e diverbi coniugali conseguenti.... — Sei tu che l'hai avvezzata male. — Ma se ha il tuo carattere per l'appunto! — Non è il mio carattere, è la tua educazione. — Ma come?... — Ma certo!... — Ah, che esistenza, Dio mio!...

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Merce ve n'è da contentare il bel sesso di tutte le scuole elementari della penisola: cassetti sopra cassetti, casse dietro casse, strati sopra strati, collegi, folle, generazioni di bambole; e poichè le straniere, per scemar le spese della dogana, che prende due lire il chilogramma per le bambole intere, si fanno venire divise in due, e anche le indigene, per occupar meno spazio, si dividono, così ci sono casse piene di corpi senza testa, e casse piene di teste scompagnate, in modo che le clienti possono metter la testa che vogliono sul corpo che loro piace: operazione che scongiurerebbe tanti guai se si potesse fare nei matrimoni! E poichè pagano di meno le teste senz'occhi, ci sono casse piene di teste con le occhiaie vuote e casse piene d'occhi di tutti i colori, che, al levar del coperchio, vi fissano in viso cento sguardi interrogatori, come stupiti della luce improvvisa. E poi ancora scatole sopra scatole piene di piccole capigliature bionde, brune, castagne, arricciolate, increspate, ondulate, incipriate, che danno l'immagine di tanti cofanetti di don Giovanni, contenenti le ciocche delle cento belle sedotte. Ma quelle cassette di teste, con quei cartellini scritti a grossi caratteri, quanto fanno pensare di più! Ce n'è tanta varietà quanta ne può offrire una Camera di deputati: _Teste di legno — Teste di ferro — Teste di cera — Teste infrangibili — Teste piccole — Teste grandi — Teste fini_.... — E v'è accanto a questo un altro grande compartimento, quello delle marionette, che sono pure una “specialità„ del Bonini; altri scatoloni innumerevoli, con certi strani accoppiamenti di nomi sulle etichette, come _vecchie e streghe — monache e diavoli — fantasmi e garibaldini_, — e fra le più appariscenti, tre scatole che si toccano, su cui è scritto: — _dottori — assassini — sindaci._ — E poi bambole da capo, il compartimento dei corredi, dove sono maraviglie di piccolissime calze di tutte le tinte, con legaccioli che paiono anelli da dito, di camicine trinate, di ombrellini, di manicotti in cui non entra il mignolo, di piccoli corredi compiuti, che costano lo stipendio d'un anno di molti maestri elementari del regno d'Italia; e poi il magazzino delle stoviglie da tavola e da lavamani, che un tempo venivan tutte di fuori e ora si fabbricano con molto gusto e a mite prezzo a Laveno; e in fine la sezione dei mobili, dove ai prodotti di fabbrica sono frammiste tavole e seggiole minuscole, fatte pazientemente a mano da lavoratori solitari, da giovani artisti senza impiego, e anche da vecchi servitori dello Stato pensionati e cavalieri, che, serbando l'incognito, si guadagnano con quei gingilli il tabacco da naso.

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