Part 10
Mi trovavo a questi termini quando mio fratello maggiore mi mise sotto gli occhi le Poesie del Giusti — un'edizione di Capolago, che aveva in capo una prefazione del Correnti e in coda un dizionarietto di modi toscani — e mi disse: — Leggi questo, se vuoi imparare la lingua. — Del Giusti non avevo ancora letto che due o tre poesie, sparse per le _Crestomazie_ scolastiche. Le lessi per la prima volta dalla prima all'ultima. Fu come una festa. Non saprei paragonare il piacere che n'ebbi se non a quello che si prova da fanciulli quando ci è messa in mano la prima scatola di colori o il primo strumento di musica; un piacere puramente artistico, e questo quasi tutto filologico, nel quale non entrava che in minima parte il pensiero satirico e politico del poeta, che in molti punti mi riusciva oscuro. Quella grande ricchezza di modi nuovi per me, familiari ed efficacissimi, quella varietà di scorci e di rilievi di lingua, di costrutti arditi e di legature eleganti e flessibili fra idea e idea, quella profusione di gemme e di perle fini, infilate l'una sull'altra, incastonate nel verso con quel garbo, fatte come saltar nelle mani con quella lestezza e con quella grazia; che esprimevano mirabilmente mille cose ch'io non avrei saputo neppure adombrare con la parola, e ch'erano come risposte inaspettate a mille domande curiose accumulate da un pezzo nella mia mente, mi misero il cervello in ebollizione. Quelle parole, quelle frasi mi risplendevano agli occhi come fuochi di mille colori, mi suonavano all'orecchio come le note d'un coro di voci argentine, mi si imprimevano nella memoria, e quasi nell'animo, come sguardi e lineamenti di creature umane; me le volgevo e rivolgevo nel pensiero a una a una, come per cercarne la virtù segreta; godevo a staccarle dalla strofa e ad assaporarle pure, come a spiccare dei fiori da una pianta e a odorarli l'un dopo l'altro a occhi chiusi. Il mio amore per la lingua nacque da quella lettura. E fu un amore non punto eccitato dalla coscienza d'aver delle facoltà di scrittore o dalla speranza d'acquistarle, chè a questo allora non pensavo punto: fu come la passione di chi raccoglie monete preziose o conchiglie rare per il solo piacere di osservarle e di palparle, senza neppur pensare di mostrarle agli amici. Mi comprai un grosso quaderno legato, e vi cominciai a far delle note; feci lo spoglio di tutte le poesie, trascrissi quasi tutto il dizionario; in pochi giorni il quaderno fu pieno. Mi passavano le ore come minuti in quel lavoro piacevolissimo, come a studiare una lingua nuova e maravigliosa, di cui non avessi avuto fino allora che una nozione confusa. Mi pareva d'imparare ad un tempo lingua, musica, e pittura, e di diventare da un giorno all'altro, per effetto di quello studio, più intimamente, più patriotticamente italiano. E tanta parte aveva in quella passione questo sentimento, benchè non ne avessi allora una ben chiara coscienza, che sentii la prima volta in quei giorni il bisogno di correggere la mia pronunzia, giovandomi della conversazione d'un bersagliere, nativo di Siena, poeta improvvisatore e caporale: altra piccola miseria, questa della pronunzia italiana, di cui non si davano alcun pensiero gl'insegnanti di lettere; ai quali si poteva leggere un verso del Petrarca nel seguente modo, per citare un esempio:
Giuvine dona soto un frasco louro,
senza che se ne dessero per intesi. E naturalmente, poichè la passione della lingua era mossa, il mio lavoro non s'arrestò all'ultima poesia del Giusti. Cercai altre miniere, e m'abbattei per mia ventura sul Guerrazzi, del quale avevo già letto bensì vari libri, ma soltanto con l'occhio del patriotta, non inteso ad altro che a pescarvi delle invettive contro i tiranni da innestare nei componimenti d'effetto. Ma dal Guerrazzi, preso all'amo del suo stile immaginoso e forte, non mi bastò più levar le parole e le frasi; tirando forte, portavo via il pezzo, e oltre al trascrivere, mandavo a memoria pagine intere, che recitavo poi a un mio compagno di scuola, allora guerrazziano nell'anima, ora sindaco della città da ventitrè anni; il quale in quell'esercizio gareggiava con me, e mi vinceva, perchè sapeva a menadito tutti i più bei passi dell'_Assedio di Firenze_, e li diceva con un garbo squisito. Poi feci nella passione della lingua delle volate come quelle che facevo nell'amore. Passai dal Guerrazzi al Guadagnoli....
Furori ginnastici.
Ma che mosca senza capo è mai un uomo di quindici anni. Figurarsi che quella gran passione filologica fu troncata di colpo, a metà delle vacanze, dall'apparizione dei fratelli Guillaume. Non era mai venuta nella città una grande Compagnia equestre: tutto quell'apparato spettacoloso di cavalli, di attrezzi, di maglie e di vestiti variopinti m'infiammò d'entusiasmo per l'acrobatica, e mi fece ricadere in piena fanciullezza. Il mio buon padre, che mi contentava in ogni cosa, mi fece fare un trampolino, e mi comperò corde, anelli, trapezi e cerchi, come s'io avessi dovuto rizzar baracca di saltimbanco. E questo feci, a un di presso. Chiamai a raccolta tutti i miei compagni che avevano tendenze d'acrobati, e mi diedi con loro allo _sport_ circense con una passione sfrenata. Furono esercizi e camiciate da pazzi, con conseguenti capitomboli, ammaccature, torsioni e rotture di testa e scalmane da cavalli. Ma era anche quello “furor di gloria,„ poichè, facendo le mie prodezze, m'immaginavo sempre di “agire„ davanti a una moltitudine spettatrice, che io vedevo e di cui sentivo gli applausi, come un allucinato. Sul serio, covai per qualche tempo l'ambizione di diventare un direttore di circo equestre. Mio padre mi rimproverava d'andare all'eccesso. Io gli rispondevo: — _Mens sana in corpore sano_; — al che egli ribatteva argutamente che, intanto, era un principio bell'e buono d'insania di mente il rompersi la testa per sanificare il resto del corpo. E il corpo, infatti, salvo le enfiagioni e le sbucciature, era sano: crescevo come un girasole, ero un lupo a tavola, un ghiro a letto, e gareggiavo coi facchini del Banco, per bravata, a portar dei sacchi di sale di dieci miriagrammi, che avrebbero stroncato il mio professore di filosofia. Ma quanto a nutrir la _mente sana_ di studi, era un altro discorso: non mi ricordo d'aver mai avuto in tanta avversione la carta stampata quanto in quel periodo: ero sulla via di diventare un fortissimo e agilissimo cretino. Ma è proprio vero che le malattie della vanità guariscono da sè stesse: poichè non era altro, per tre quarti, quella mia smania di ballar per aria. Ed ecco come guarii, con molta soddisfazione di mia madre, che stava sempre col batticuore di vedermi portare in casa a quattro braccia. Il mio esercizio prediletto era quello del salto col trampolino; la mia ambizione suprema, quella di riuscire a saltare una diligenza, come avevo visto fare a un pagliaccio del circolo Guillaume (un semidio). Ma per arrivare a tanto bisognava imparare a far il salto mortale, come il semidio lo faceva, ed io smaniavo di farlo: smaniavo, ma non mi ci provavo, perchè non c'era da scherzare: era troppo facile di rompersi il nodo del collo. Un giorno, nella compagnia solita dei miei fratelli d'arte, fra i quali m'arrogavo il primato, che m'era concesso, come a proprietario degli attrezzi, s'imbrancò un mio condiscepolo, assai più svelto e più ardito di me, che si provò a fare quel salto. Ci riuscì alla prima, fra l'ammirazione di tutti; io fui ricacciato fra gli artisti di second'ordine, e n'ebbi una gelosia mortale. Cento volte, da me solo, mi decisi a tentare la prova, e stetti ritto per dei quarti d'ora sull'alto del trampolino, coi pugni chiusi e con gli occhi fissi sulla sabbia sottostante, nell'atteggiamento d'una Saffo in calzoni sul punto di fare il gran tonfo, aspettando l'impulso del coraggio, e dandomi delle spronate vocali: — Andiamo! — Animo! — Su! — Ma l'impulso non venne mai. Tutto ben considerato, avevo una sola spina dorsale, e non conveniva arrischiarne l'integrità. E allora mi persi d'animo, e smisi. Smisi le gare con gli amici e le ambizioni di gloria ginnica; ma non perdetti l'amore degli esercizi fisici; i quali accompagnai sempre, non di meno, con l'immagine del circo e della folla plaudente, composta specialmente di signore e di signorine. E quell'amore mi durò per tutta la prima giovinezza, pigliando molte forme diverse, fra le quali quella del gioco del pallone, della palla e delle boccie; del che fui così soddisfatto da benedire anche quelle prime pazzie, perchè son fermamente persuaso di dover in gran parte alla ginnastica la salute vigorosa che ebbi fino all'età matura, e quindi la rara serenità di spirito, la maravigliosa facilità di godere d'ogni più piccola cosa e di pigliare la vita lietamente, e d'esser contento di vivere in qualunque stato: serenità che non mi lasciò mai, se non a rarissimi e brevissimi intervalli, finchè non fui colpito da quelle grandi sventure che sconvolgono anche i temperamenti più sani, come gli uragani atterrano anche gli alberi più forti.
Fisica e storia.
C'è quasi sempre nella nostra giovinezza un anno straordinario, che, quando ripensiamo a quel tempo nell'età matura, ci si presenta alla mente come all'occhio dell'oratore pubblico uno di quei volti singolari, i quali attirano la sua attenzione fra gli altri mille dell'uditorio e lo costringono a riguardarli cento volte, come se s'innalzassero al di sopra di tutti e fossero rischiarati d'una luce più viva. Tale è per me il secondo anno di liceo, che incominciò nel novembre del 1861.
Principiò bene in grazia di due nuovi professori, che m'è sempre grato ricordare, e che nomino per sentimento di gratitudine e per dovere di cittadino, perchè nel campo ristretto del loro ufficio fecero tanto bene a tanta gioventù da meritare che chiunque possa, anche dopo mezzo secolo, li onori pubblicamente. Erano molto giovani tutti e due; l'uno professore di fisica, l'altro di storia.
Il primo, Giovanni Cossavella, un bel biondo sanguigno, forte e sano come una pianta di montagna, d'un viso aperto e simpatico, che diceva a primo aspetto l'animo e l'ingegno, era un insegnante impareggiabile, nato fatto, come direbbe Tito Livio Cianchettini, per travasare idee dalla propria “nell'altrui recipiente testa.„ Il far lezione era per lui un vero godimento dell'intelletto e dell'animo, che gli faceva scintillar gli occhi, vibrar la voce e scattare il gesto come a un oratore di tribuna. Aveva nell'esposizione un ordine matematico e una chiarezza cristallina, sentiva la poesia della sua scienza e ne trasfondeva il sentimento nella scolaresca, ci rendeva amena la fisica, quanto la letteratura, con un'eloquenza viva, colorita, ondulata, direi, per esprimere la varietà piacevole delle sue intonazioni; eloquenza, per altro, che anche quando scoppiettava in motti arguti, non usciva mai un momento dal suo soggetto. Ed era modesto senz'affettazione, indulgente senza debolezza, familiare con noi, senza incoraggiarci alla licenza, buono e fermo, sempre sereno ad un modo, tutti i giorni dell'anno, come se, salendo sulla cattedra, gli fuggisse dalla mente ogni pensiero e dall'animo ogni sentimento che non fosse quello della sua scienza e del suo dovere.
L'altro, una figura smilza e pallida di abatino patrizio, era meno vivace nell'insegnamento; ma anch'egli, in forma diversa, efficacissimo. Faceva lezione come avrebbe celebrato la messa, con una dignità sacerdotale che c'imponeva rispetto e c'ingrandiva mirabilmente il concetto dell'importanza della storia. Quando ci esponeva le condizioni d'un grande trattato di pace o d'alleanza, lo faceva con una tale gravità di viso e d'accento, che stavamo tutti ad ascoltarlo raccolti e silenziosi, come compresi della solennità del momento storico, come se avessimo visto in mezzo alla scuola i principi e gli ambasciatori dei vari Stati, seduti intorno al tappeto verde, a discutere le sorti dell'Europa. Annunziava le dichiarazioni di guerra in maniera che ci faceva battere il cuore come alla lettura della scena dell'_Adelchi_, dove il messo di re Carlo lancia il guanto a Desiderio, e quasi esclamare in cuor nostro: — Che necessità tremenda! Quanto sangue umano si sta per versare! — In fine, trasportava così bene la nostra immaginazione nei luoghi e nei tempi remoti, che, dopo la scuola, discutevamo sui grandi avvenimenti di dieci secoli fa come su fatti di storia contemporanea, accalorandoci per Federico Barbarossa e per Giovanni delle Bande Nere come per Napoleone III e per Garibaldi. Non scherzava mai; teneva lo sguardo raccolto come un prete all'altare, parlava sotto voce come se ci confidasse dei gelosissimi segreti politici, e non lodava mai chi sapeva, restringendosi a fare col capo un atto lento d'approvazione, come per dire: — Non spetta a me di lodarla; ella ha aggiustato gli affari d'Europa; i popoli gliene saranno riconoscenti. — E non c'è da riderne, perchè era un'arte che ci teneva attenti e ci faceva studiare. Si chiamava Bartolomeo Fontana. Non ne ho più saputo nulla dopo quell'anno; ma non ho mai aperto un libro di storia senza che mi sorgesse davanti l'immagine di lui, col viso grave e con gli occhi bassi, nell'atto di “celebrar„ la lezione. Posso dire in tutta coscienza che se non son diventato uno storico illustre la colpa è d'un altro; non sua.
Avvocato!
A quel professore di storia debbo le mie prime soddisfazioni di vendiparole. Egli ci aveva esortati a far di quando in quando dei “lavori di diligenza„ che dovevano essere sunti narrativi di un periodo storico, chiusi da qualche considerazione generale. L'ambizione d'entrargli in grazia era così viva in tutti che i “lavori di diligenza„ piovevano ogni settimana a dozzine sul suo tavolino, e gareggiando fra di noi a chi scrivesse più roba, c'era chi gli rovesciava addosso delle mezze risme di carta, ch'egli mandava a prendere dal bidello; il quale usciva qualche volta carico come un somaro. L'aria del tempo voleva che ogni scritto scolaresco terminasse con una sonata patriottica. Io feci al primo di quei lavori una chiusa di questo genere, che ebbe qualche fortuna. Ciò bastò perchè vari compagni ricorressero a me abitualmente per farsi fare la tirata finale del loro “sunto„. Le richieste mi titillarono l'amor proprio, divenni un fabbricante di _chiuse_: chiuse rimbombanti d'amor di patria, tirate con le mani e coi piedi, code di frasoni cucite ai lavori non con filo bianco, ma con spago da imballatura, veri petardi di rettorica, furfanterie letterarie da non averne un'idea. Con l'esercizio continuo acquistai in questo mestiere indegno una destrezza spaventevole: avrei potuto aprir bottega e guadagnarmi il pane. Ne insuperbii. Ma è strano che da questo buon successo non nacquero punto in me la speranza e il proposito di diventare uno scrittore; ma sorse invece l'idea d'aver la vocazione dell'avvocatura.
Infatti, lo stile di quella prosaccia era più da improvvisatore che da letterato, apparteneva esclusivamente al genere oratorio, e al più basso. L'idea, a poco a poco, mise radici, e vegetò rigogliosa. Sì, ero nato per tuonare alla sbarra, per grandeggiare nel foro; nessun dubbio oramai; mi maravigliavo d'aver sentito così tardi la voce della natura. Era quella, dunque, la mia nona incarnazione: prima bandito, poi soldato, pittore, prete, tenore, matematico, commediante, direttore di circo equestre.... avvocato! E abbracciai la nuova illusione con lo stesso ardore con cui avevo abbracciato le altre otto. Ricordandomi il gran colpo che m'aveva fatto il discorso in difesa del generale Ramorino dell'avvocato Brofferio, mi diedi a leggere i _Miei tempi_ (che si pubblicavano allora a fascicoli), il cui stile oratorio mi pareva giustamente il meglio atto a formar l'eloquenza d'un aspirante alla toga, e studiai a memoria tutti i frammenti di discorsi parlamentari che l'autore riferisce in quell'opera, e li andai recitando nel giardino e nel cortile, con una gran mimica curialesca, fingendo che fossero arringhe in difesa di accusati, e vedendo, dico vedendo proprio la gabbia, i giudici, l'uditorio, i carabinieri, tutti rintontiti dalla mia parola. Mi diedi a frequentare la Corte d'Assise, e marinai una volta la scuola per andar a sentire il vecchio avvocato Sineo, venuto da Torino, che mi avvampò d'entusiasmo. Poi presi a fare delle arringhe per conto mio, in difesa di mascalzoni immaginari e di Ramorini ideali. M'infervorai a tal segno, in fine, che un giorno dichiarai il mio pensiero a mio padre: avevo scelto la mia carriera, non avevo più bisogno che del suo consenso. Egli sorrise, e dopo esser stato un po' sopra pensiero, acconsentì, dicendomi che agli studi universitari, in ogni modo, io ero destinato, che potevo studiar leggi, se tale era mio desiderio. — Va bene — concluse — sarai avvocato. — Mi parve di esser laureato in quel punto, e che dovesse cominciare il giorno dopo ad affluir la clientela. Diedi l'annunzio ai miei compagni, come d'una cosa fatta, e cominciai, nel discuter con loro, a fare i gesti avvocateschi di sciogliere il braccio dalla toga e di aggiustarmi sul petto le facciuole, e in casa, nei momenti d'ozio, a palpare con amorevole familiarità i codici di mio fratello. Oh, finalmente, avevo trovato la mia strada! E intanto, per esercitarmi sempre più all'improvvisazione, giù “chiuse„ a rifascio.
I profughi Polacchi.
“Chiudevo„ qualche volta con un'invocazione all'Europa in pro della Polonia, dov'era scoppiata nel gennaio quella disperata insurrezione, che si protrasse fino all'inverno del 1864, e fu poi soffocata, come le tre precedenti, in un mare di sangue eroico. Eccitava la mia eloquenza la vista quotidiana di molti giovani polacchi, allievi d'una Scuola militare di Varsavia, i quali, dopo una rivolta, s'eran rifugiati in Italia e venuti a stabilire nella nostra città, per aspettarvi l'occasione e il modo di ritornare a combattere per il loro popolo. Eran tutti di famiglia signorile, bei biondi robusti, di viso ardito e grave, su cui si leggeva il pensiero assiduo della patria lontana e della morte prossima: pochi mesi dopo, infatti, caddero la più parte sotto il piombo russo, in un combattimento memorabile. La cittadinanza, a cui ciascuno di essi richiamava al pensiero i molti Polacchi morti generosamente per l'Italia, e che sapeva come quasi tutti avessero nella loro famiglia o fra i loro amici una vittima di quella caccia feroce data ai colpiti dalla nuova leva, onde l'insurrezione era stata provocata, li circondava di rispetto e li colmava di cortesie. E alle cortesie essi rispondevano con viva gratitudine; della quale diedero una prova gentile, in occasione della morte del sindaco, portando con le proprie braccia il feretro al camposanto. Di molti di quei giovani votati alla morte ho ancora nella mente l'immagine, che mi si presenta sempre accompagnata dal suono armonioso della loro lingua, di cui raccoglievo curiosamente qualche parola passando accanto ai loro crocchi, mentre commentavano le notizie giornaliere della guerra santa che li aspettava. Di uno in special modo mi ricordo, che nessuna mia concittadina di quel tempo può aver dimenticato: la figura più bella e più poetica che abbia mai sognato una fanciulla amorosa: un viso che pareva uscito da un quadro di frate Angelico, coronato d'una maravigliosa capigliatura bionda, d'un'espressione triste e dolcissima, non mai rischiarata da un sorriso; al quale corrispondeva la grazia del corpo alto e snello, un po' curvo, come per effetto d'una cresciuta troppo rapida: perchè aveva appena diciassett'anni, dicevano: un fiore di bellezza e d'eleganza femminea, austero non di meno, che pareva anche più delicato appetto alle altre forti piante della Vistola, in mezzo alle quali finiva allora di crescere in terra d'esiglio. Lo vidi una sera al teatro, in sedia chiusa, solo, tutto intento alla commedia, di cui forse non capiva una parola: alcune giovani signore, che gli stavan sedute intorno, facevan di tutto per attirar la sua attenzione, e altre lo guardavano col cannocchiale dai palchi: egli non diede segno d'avvedersene, nè durante la recita, nè fra un atto e l'altro; stette sempre seduto con gli occhi fissi sugli attori o sul telone, come assorto in un pensiero doloroso. Qualche cosa di tragico, certo, doveva esser seguito nella sua famiglia lontana. Egli pensava forse a suo padre che si trascinava in catene per le vie della Siberia, o a un fratello, soldato forzato, che si struggeva dall'ira tra le rupi del Caucaso, o a sua madre impazzita dal dolore in quella notte tremenda, in cui le soldatesche del governatore Wielopolski, sguinzagliate come branchi di briganti, avevano strappato alla Polonia il fiore dei suoi figli. E forse egli vedeva nell'oscurità delle selve, che la guerra insanguinava, il suo bel corpo giovanile disteso immobile sull'erba, lacerato dalla mitraglia dell'Imperatore.
Giorni d'ebbrezza.
Ma e “chiuse„ e toga e Polonia, tutto andò per aria ad un tratto, e la fisica e la storia con loro. Furono giorni affannosi e beati, in cui il sole sfolgorava come se si fosse avvicinato alla terra, e la luna mi guardava e mi parlava, e le Alpi eran così bianche e la campagna così verde come non erano state mai nè mai più saranno; giorni in cui i fiori del mio giardino, mandandomi un'ondata di profumo, mi dicevano; — A te, bel ragazzo! — e ogni musica che suonava nell'aria pareva che suonasse in onor mio, per accompagnare il canto di trionfo del mio cuore; giorni in cui la gente affollata al passeggio, che io fendevo guizzando come un pesce nell'onda e cercando intorno con gli occhi, mi pareva una moltitudine d'infelici che non avessero ragione d'esistere, e tutte le cure della vita e gli aspetti umani e le cose vicine e lontane m'apparivano come a traverso i vapori rossi d'un incendio che avvampasse l'universo. E v'era nella città una povera strada dove tutte le case mi parevano templi e palazzi d'un'architettura di sogno, e in quella strada una casa, che aveva per me la vita e l'espressione d'un enorme viso umano, il quale mi faceva arrossire e impallidire fissandomi con l'occhio d'una finestra che mi pareva accesa, e in quella casa una scala dove vedevo oscurarsi l'aria e danzare i muri e sentivo tremare le pietre sotto i miei piedi come per una scossa di terremoto. E v'era un'immagine che m'accompagnava da per tutto, e mi pareva a un tempo gentile come un fiore e immensa come un mondo, dolce insieme e terribile, familiare all'occhio e al pensiero, e pure ravvolta d'un mistero enorme e impenetrabile, in cui si smarriva la fantasia, come lo sguardo in un abisso di tenebre. E in quei giorni sdegnavo ogni volgarità, rifuggivo dai giuochi fanciulleschi, cercavo le braccia di mia madre; mi risaliva la preghiera dal cuore alle labbra, mossa dal sentimento che non altro che un Dio infinitamente buono potesse aver fatto il cuore umano capace della dolcezza infinita che m'inebbriava; e mentre adoravo la vita, vedevo bella anche l'immagine della morte, perchè mi pareva che neppur essa avrebbe potuto spegnere la fiamma onnipotente che m'ardeva, e che la vita futura non potesse esser altro che l'appagamento assoluto e il trionfo immortale della passione che mi sollevava da terra. E questo basta, perchè, fra molte altre cose, non ho mai capito come un uomo possa raccontare al pubblico il suo primo amore.
Un grande dolore.
Mi svegliò da quel sogno un colpo di fulmine.
Una sera, mio padre, sedutosi appena a tavola con noi, si lasciò cascar dalle mani la forchetta; si sforzò due volte di riprenderla, non potè; disse: — Non mi sento bene, — e alzatosi a fatica, si mise a sedere sul sofà, dove rimase qualche tempo immobile, con gli occhi fissi, senza parlare. Poi volle andare a letto, e v'andò a stento, trascinandosi, sorretto da mia madre e da uno dei miei fratelli. Si mandò a chiamare il medico, che accorse subito.
Dalla camera vicina intesi la sentenza terribile.
Era perduto.
Un colpo d'apoplessia gli aveva preso tutta la parte destra del corpo, e offeso il cervello.