Ricordanze

Part 2

Chapter 23,688 wordsPublic domain

Così verso un'ignota iri di pace Tende l'umana vita, Chè sulla terra squallida e fugace Fiore non porta aprile Di salde foglie e di profumo eterno. Pari a larva sottile Di sogno mattutino Fugge il piacer di nostra istabil sorte, E perpetua ne incombe ala di verno; Ma da la cieca fronte Il mensognero vel scioglie la Morte, Ed al redento spirito Schiude del vero il libero orizzonte.

Ah! tu dillo, o secreta Visitatrice del mio cor dolente, Dolce fanciulla aerea, Tu lo ridici al povero poeta! Che ti valse il clemente Riso del nostro cielo E il lampo degli azzurri occhi sereni Ed il trapunto velo Ed il voto d'amore, ond'eri avvinta, Or tu lo sai, che cinta Di sempiterni raggi, Qual fior su lago tremulo, L'onda d'eternità vedi e vïaggi.

Pria che degli anni il gelo T'inaridisse il core, o pia fanciulla, a te fu caro il cielo. Così esotico fiore, Chiuso in vetro geloso, a l'aere immite Sporge la cima tenera, Cerca il suo cielo, e muore; Uccello doloroso Pellegrinante per stranio paese Cerca così il cortese Nido del suo riposo; Così striscia lucente Di fuggitiva stella Guizza e dilegua a la pupilla intenta; Oh! non dite ch'è spenta, Non dite ch'è per lei l'ultima sera, Dite che viva e bella Corre ad illuminar più lieta sfera.

Io doloroso e solo De la memoria tua ravvivo il canto, E di celesti immagini Il mio lungo aspettar queto e consolo. Oh! dimmi, o pia, quanti di questi ancora Sono serbati a me giorni di pianto? Quanto per questa tenebra Affaticando andrò gli occhi miei lassi Desiderosi de l'eterna aurora? Ah! tu mi guardi e passi, Mi guardi e passi, e la serena fronte Al pianto mio s'imbruna . . . . E fischia il vento intanto, e dietro al monte Cade la fredda luna.

AD A. SALVINI

nel regalargli un esemplare della Palingenesi.

A te che sai le amare. Gioie de l'Arte e i trepidi Sogni, a cui l'ardua fida ala il pensier, A te non fian discare Queste vegliate pagine, Che la sacra spirommi aura del Ver. Se da la mesta e bruna Vita, a più belle e vivide Sfere poggiare il vol seppi talor, È pregio e non fortuna, Che su 'l mio fronte pallido Segga una fronda di sudato allor. Su quelle sfere, dove Spiran del bello i liberi Entusiasmi ed è perpetuo april, Ivi di grazie nuove Talìa sorride, e d'attici Fiori diffonde il suo peplo gentil. Scherzano a lei d'intorno La gioia alata e il florido Riso d'alme serene unico re; A l'immortal soggiorno, Sacro a le Grazie ingenue, L'empio livor mai non appressa il piè. Ma la suave e mesta Malinconia, che l'anime Tempra ne l'onda d'un etereo duol, Cinta di bianca vesta Ivi s'aggira, e a l'aure Geme siccome vedovo usignuol. Ivi te vidi, o altero Spirto che il dotto interpreti Dei figli di Talìa riso immortal; E teco era il severo Genio, cui di Melpomene Sovra l'itale scene arma il pugnal. Di lieti plausi un suono, Dolce compenso al vigile Culto de l'Arte, intorno a te volò, E su l'etereo trono La sacra musa italica Nuova luce da' bruni occhi raggiò! Or m'odi. E s'io libai Unqua de l'alme Càriti Al negato a' profani inclito altar, Son degno, e lo mertai, Che tra il fragor dei plausi Oda tu pur ne l'alma il mio pregar. Lascia a le franche scene Le vôte larve e gli orridi Mostri che infame vita hanno quaggiù; A noi l'aure serene, Gli astri ed i fior consigliano Arte più mite e men facil virtù. Di fole e di chimere Regno non han le italiche Muse, d'almo pudor cinte e di vel; Nè soffron, che a le nere Trame del mondo l'improbe Scuse sian manto di pietà crudel. Osa! Ed allor che al santo Aere ritorni e a' limpidi Regni de l'Arte, unico mio sospir, Di' ch'io deserto in pianto Vivo; ma intatta e vergine Serbo la cetra, e m'è grato il morir.

SOLE D'INVERNO.

A C. REINA.

Cari mi siete, o colli, Quando nel verno vi saluta il sole, Quando con l'alba tremano L'argentee brine su l'erbette molli, E su le siepi imbrunano Il ridestato calice Le tenere vïole.

Sul tortüoso calle, Dove il cardo le foglie ispide muta, Va saltellando il passere, E fra il timo s'inseguon le farfalle; Dal povero tugurio Il legnajuolo affacciasi E il caro sol saluta.

A la cadente porta, Col suo grembial più bianco de le nevi, Siede co 'l mento tremulo La vecchiarella derelitta e smorta, E da la ròcca tenue Traendo il sottil canape, Fila i suoi giorni brevi.

O tu che solo allegri Il silenzio di mia casa infrequente, E d'amicizia il balsamo Spargi su' giorni miei dolenti ed egri, Godiam tra il verno gelido La dolce ora fuggevole Di questo ciel ridente.

Forse, o chi sa? ne l'ombra Che lungamente mi ravvolge il core, Forse tra l'ansia e il dubbio, Che i propositi tuoi tarda ed ingombra, Come a quest'erbe tremule, Un raggio di letizia Ne manderà il Signore.

E allor che queta è l'onda, E più belli i suoi fiori april dipinge, Noi lascerem quest'Etna E il biondo golfo e la petrosa sponda; E andrem sicuri e unanimi, Ove de l'arte il fervido Sogno gentil ne spinge.

Noi cercherem la riva Dove più specchia il ciel l'onda tirrena, Dove armonia son l'aure, E di voci d'amor l'aura è più viva; Dove vestita d'iridi S'asside l'incantevole Partenopèa sirena.

A l'inconteso corso Di nostra prora ardente Fuori de l'acqua emergono Gli amorosi delfin l'argenteo dorso; Fuggono l'onde; suonano L'aure, le piagge olezzano De l'appennin ridente.

A te daran colori Il cielo azzurro e la flegrea marina, Le nubi del Vesuvio, Di Capri i lidi e di Sorrento i fiori; A me la fredda cetera Avviveran le tiepide Aure di Mergellina;

E canterò. Ma dove Spingi il tuo volo, o instabile speranza? Il pianto mio dimentichi E i lunghi affanni e le durate prove? Ahi! ne la solitudine Di questo umano esilio Solo il dolore ha stanza.

Signor, che a queste brume Doni del sole il provvido sorriso, Toglimi al dubbio gelido, Che a l'ingenua mia fede ammorza il lume! Deh! ch'io non più ne l'orrida Nebbia, che il cor m'intenebra, Gema da te diviso!

Io rapirò l'incenso Di queste fragolette mattutine, La mite ala del zeffiro Che il mar cheto sorvola e il cielo immenso; Rapirò un raggio a l'iride E la sottile, argentea Falda di queste brine.

E come fior che a sera Con le fragranze al ciel s'apre la via, Eterno, istabil atomo, Cercherò la mia sede e la mia sfera; Chè in mezzo a questa tenebra, Il veggio, il sento, o spirito, Non è la sede mia!

ULTIMO AUTUNNO.

Passa il ramingo augello Su l'umil vigna allor che muore il giorno, E posa il volo a un tremulo arbuscello; Ma poi che mira intorno La campagna deserta E più incerta la luce a l'occidente, Mestamente guardando, il vol dispiega, E con pietoso grido Miglior campo procaccia e miglior nido.

Così, già presso al fine Del mio fatal pellegrinaggio in terra, In voi fermo un istante il fianco lasso, Dolci colli materni, Di cui l'imbalsamata aura più volte Nel cor la fuggitiva alma contenne. Ma vano or tornerà vostro sorriso A questa vita stanca, E allor che al soffio de l'estremo autunno Cadran le foglie dal materno stelo, E col manto di gelo Si calerà da l'Etna il verno rio, Cadrò, cadrò pur'io, E calerà su me gelo di morte; O verdi colli, addio!

Pur grato al cor mi scende Vostro tacito aspetto e la notturna Aura e il sorriso de le stelle incerto. Spesso muto e deserto, allor che trema Su per le argentee ulive Il verecondo albore De la luna imminente, erro il viale Del contiguo giardino, O là m'assido a canto D'un piccioletto fonte, arido come Questi occhi miei cui pur negato è il pianto. Quindi a la lunga io sento Dal vecchio campanile Russar querulo il gufo Ed ondeggiare al vento Del mesto legnajuol la cantilena. Brillano a la serena Le sparse lucciolette, Ed aggrappato al suo materno tufo, Il monotono trillo Siegue con ressa il solitario grillo.

Allor questa noiosa Creta e mia vita dolorosa oblio; E già mi par che sciolta D'ogni colpa mortal la disïosa Ala spinga pe 'l ciel l'anima mia, Chiara qual sole e libera qual vento. Ma qual voce e lamento Da questa nova, luminosa via Chiamarmi a nome e richiamarmi io sento? Maria, dolce Maria, Non turbarmi quest'ora! Ah! ch'io non vegga Quei pensosi occhi tuoi, che fur già tanto Universo per me, ch'io non li vegga Per mia cagione in pianto! Ahi! de la vita lieta, Breve pur troppo e pur suave e cara, L'ora passò, passò qual fuggitivo Sonno di cacciatore; Lunga stagion di pianto e di dolore Per me seguì, per te gioia e festivo Fulgor di tede e amore.

Vedi, sul labbro mio più non s'accende Giovin raggio di gioia, entro a la stanca Alma più non esulta La bella giovinezza, Ed anzi tempo la mia chioma imbianca. Da l'affannato petto Fuggì l'alma salute, e la vitale Aere sin la vitale aere sì cara Nel travagliato cor tarda discende. Funesta ala di notte D'intorno a la mia dolce arpa si stende, E l'auree corde son disperse e rotte. Sol'una ancor sol'una Corda rimane a la dolce arpa mia; E allor che ne la bruna Fossa cadrà quest'egra argilla oppressa; Si spezzerà pur essa, E flebilmente suonerà Maria.

Or mi lascia, in pietà. Come a ritrovo Di libertà e di pace a morte, io corro; Nè già son'io sdegnoso Di mia sorte immatura, Nè a te, cieca Natura, Qual suole ignobil volgo, Le mie vane querele E il pianto mio rivolgo! Ben tu su noi crudele Sempre fosti, o Natura; e un fiore un solo Fior sul tramite mio mai non scordâro Le primavere tue vane e fugaci, E con sorriso amaro Ai lunghi affanni e a mia virtù schernisti. Ma se a quest'occhi miei la luce or neghi, Pianger debbo i tuoi soli e la tua possa? Forse, se omai quest'ossa Con muta e disperata ira calpesti, Speri, che intero io resti Nel guancial freddo de l'oscura fossa?

A inesorate, uguali Leggi tu servi, e in tuoi chiusi destini Quel che rovini e te stessa non sai. Con perenne, monotona vicenda, Macchina cieca, per l'ombre cammini, E qual fosti, sarai. Ma l'immortale Spirto, che è raggio de l'eterna Idea, Libero sorge e l'infinito abbraccia, E in luminosa traccia Tutto muta e feconda e strugge e crea; Senza principio e fine Egli è tutto nel tutto e al tutto impera, E' prima, ei luce vera Che la tarda materia informa e accende Di senso e di pensiero, E da l'esilio de la terra intende L'occhio irrequeto al sempiterno vero.

Ma tu, Natura, un giorno Tu, superba, cadrai, pari a codesta Scorza di fango che mi pesa intorno. Più non verran gli aprili Ad infiorarti la superba vesta, Nè la chiomata cresta Ergeran da l'immense acque i tuoi monti. Ecco, al ciel si confondono Gli sconfinati mari; orbo di rai Precipita dal ciel vedovo il sole; Schiudon le mille gole I terrestri vulcani; si dissolve A l'urto dei cadenti astri la terra; Fra la scomposta polve Distruzïon la negra ala disserra, E ne l'eterna notte Tutto ravvolve e inghiotte. Allor congiunto A l'universo spirito, Sul nulla vagherà lo spirto mio, Ch'è di Dio parte anch'esso, anch'esso è Dio!

INTERMEZZO.

_Omnia vincit amor._

FRANCESCA DA RIMINI

FANTASIA DRAMMATICA.

INTERLOCUTORI

FRANCESCA PAOLO LANCIOTTO UN ANGELO

Coro d'angeli, di demoni, di beati ec.

_La scena è nell'Inferno._

ATTO PRIMO.

SCENA I.

CORO DI DEMONI.

I.

In quest'oscuro bàratro, Che il vento orrido introna. L'eterna ira imprigiona L'alme, che rupper fede a l'amor primo. L'urta da l'alto a l'imo Il turbine veloce, e avvolve e caccia Contro a le punte, ond'è funesto il loco; Ma non avvien che il foco Spenga giammai che la lussuria accese. Sorge acerbo e più fiero entro al lor petto L'insazïato istinto, E, dal dolor non vinto, Ei cresce più quanto più il corpo è inetto.

_(Si ode il mugghio della bufera e i gemiti dei dannati)_

Urlate, urlate, urlate, Voi che d'adultero Foco d'amor bruciate! Noi per quest'aria nera Tessiam la ridda agli orridi Fischi de la bufera!

_(Parte del coro incomincia una tregenda)_

II.

Stolti! di tempra eterna Credon lor menti! Al Nume, Che a noi, siccome a loro, usurpa il cielo, Pari tengonsi in volto e in forza uguali! Con superbo costume Spronan l'anime inferme oltre i mortali Segni a strappar d'ogni scïenza il velo; Di nuove stelle in traccia Erran fra l'ombre ardimentosi, e quando Sol del momento han regno, L'eternità sognando, Per l'ignoto avvenir spingon la faccia!

III.

Ciechi! D'amore al laccio Dopo tanto volar porgon la vita, E nel par d'occhi d'una figlia d'Eva Chiudon tanta di ciel brama infinita! Come farfalle improvvide Ardon girando intorno A la face d'amor sempre funesta, E cui picciol soggiorno Parve la terra e l'universo un gioco, A un mal vegliato talamo Legan lor fato; e la condanna è questa.

_(Parte del coro come sopra)_

Urlate, urlate, urlate. Voi che d'adultero Foco d'amor bruciate! Noi per quest'aria nera Tessiam la ridda agli orridi Fischi de la bufera.

_(S'allontanano fragorosamente mentre il turbine va poco a poco cessando.)_

SCENA II.

FRANCESCA, PAOLO.

FRANCESCA

O supplizio, o tormento, o interminato Amor! _(Silenzio)_ Tu sei muto così! Non hai Più parole per me! Quanto aspettammo Questo istante di tregua! Ecco, già tace Il turbine infernal. Traggo dal petto A fatica il respir! Dio dei soffrenti Abbi di noi pietà!

PAOLO

Dio? non intende La nostra voce: il dolor nostro è eterno, Siccome eterno è il nostro amore!

FRANCESCA

Oh! taci, Non parlarmi così! Morta al cor mio La speranza non è. Dio non potrebbe Eternamente condannare al pianto Chi tanto amò sopra la terra. Oh! lascia Che il suo perdon, che la sua grazia implori!

PAOLO

Se giusto ei fosse, ai prieghi tuoi, già tempo, Piegata avria la sua pietà! Chiamata A le sedi del cielo, a le lucenti Glorie del paradiso avria te sola, Amatissima donna; e il soffrir mio Fatto avria ben dei nostri falli ammenda. Dei nostri falli! e che diss'io? Qual lieve Nube di colpa a l'alma tua fè velo Nei bei giorni terreni? Io solo, io solo Rovesciai la fraterna ira sul tuo Capo infelice, io ne la mia sciagura, Nel mio morir, nel mio supplizio eterno Crudelmente t'avvolsi, e questa è pena, Che la mia disperata anima addenta Così, che nulla in paragon può darmi Pena maggior l'inferno tutto e il cielo.

FRANCESCA

Crudel mi sei! Pari a la tua non m'arse Lunga, ostinata, immensa fiamma il petto? Del mio pensier, dei sogni miei, dei miei Fati, del viver mio tutto il governo Amor non ebbe, amor secreto e grande Come Iddio, che ai mortali occhi si cela E tutto regge e ad ogni cosa impera? A l'amor tuo tutto io non diedi? Ah! indarno T'illude il core, o invan me illuder tenti! Se colpa è amore, ambi siam rei. Ma il petto Chiuder non posso a la speranza, sai; Fiamma d'amor, quantunque iniqua, eterna Pena non porta da quel Dio, che tanto Per nostro amor sofferse in terra!

PAOLO

Iniqua La nostra fiamma? Ahi no! Del fratel mio Prima io ti vidi, e pria di lui t'amai. Primo, possente, unico amor gran tempo Mi regnavi ne l'alma; arbitra sola Dei giorni miei, del mio destin compagna Mi venia nei cimenti e nei trionfi La bellissima tua virginea forma, E di valore, di pietà, di tutte Virtudi adorno, invidïato esemplo Agl'italici prenci e al popol caro Mi rese ella, ella sola!

FRANCESCA

O rimembranze De la terra, o dolore!

PAOLO

Era il tramonto, Ti sovvien di quel giorno, era il tramonto; Terso era il ciel, chete eran l'aure. Un'onda D'armonie, di fragranze era d'intorno Ai lucidi giardini. Ai consueti Raccoglimenti....

FRANCESCA

Ai miei sogni d'amore....

PAOLO

Chiusa nel tuo modesto abito bruno Bellissima venivi. Io muto, ansante, Fra' rami occulto dei furtivi aranci, Seguia col guardo i tuoi passi....

FRANCESCA

I miei passi.

PAOLO

Là, presso al tiglio t'assidesti, e....

FRANCESCA

Un libro....

PAOLO

Traendo, tutta nei pietosi scritti Gli occhi e l'alma intendevi. Io m'appressai, Furtivamente m'appressai: non visto Mi t'assisi da presso, e l'aria bevvi Del tuo respiro, e i tuoi palpiti intesi La prima volta.....

FRANCESCA

Oh! dolce istante!

PAOLO

Amore Mi diè coraggio; mi svelai; sul ciglio Ti spuntava una lagrima. Co 'l guardo, Con l'anima cercai quella pietosa Storia d'amor.... Su la parola istessa S'incontrâr gli occhi nostri, in un sospiro Si confuser le nostre anime; il libro...

FRANCESCA

Di man mi cadde....

PAOLO

Io lo raccolsi; e chiusa Qui fra le braccia mie....

FRANCESCA

Fra le tue braccia....

PAOLO

«La bocca ti baciai tutto tremante!»

FRANCESCA

O disperato amor!

PAOLO

Chi, chi ti tolse Ai baci miei, chi ti rapì? La gioia, La speme, il mondo, l'avvenir, la vita Tutto, colui che ti fu sposo, in terra Ne tolse.

FRANCESCA

E tutto co 'l morir ne diede!

_(Voci di demoni, e gemiti di dannati)._

SCENA III.

CORO DI DEMONI, LANCIOTTO, _precedenti._

CORO

Spingi, caccia, urta, arrovella L'alma rubella, Che, testè fra noi caduta, Andrà per queste eterne ombre perduta. Bieca, iraconda in vista Ecco ella vien. D'intorno Gli balla, e più l'attrista De l'oscuro soggiorno, La ricordanza de la vita orrenda. Muta, vigil, tremenda, Con la tagliente force Siegue Giustizia; al corso La sprona, e con mortifere Spire l'avvinghia e attorce, Siccome angue, il Rimorso. Spingi, caccia, urta, arrovella L'alma rubella, Che dal vizio sedotta, Viene al giudicio di Minòs tradotta.

FRANCESCA

Un'altra sciagurata anima piomba In quest'oscuro baratro di morte Fieramente ululando.

LANCIOTTO

Ella?.... Fia vero?....

_(Resta immobile)._

CORO

Come avare formiche Lungo il tramite, quando Più al sole ardon le lor chete fatiche, S'annusano passando Scevre di preda, e invidiano Le piccolette miche, Ch'altri a lor tolse, e adduce Per opposto sentier con lieta pena, Così, cadute appena Da la superna luce Si scontran l'ombre e piangono La rapita a' lor guardi aria terrena. De la soave e cara Speme, dei dolci inganni Cresce vieppiù la rimembranza amara Quest'immortali affanni. Cinta di liete immagini Ride la terra avara, E il ricordo infedele Muta in dolci venture i casi acerbi. Quindi restiam: si serbi A lo strazio crudele Costui che a quella coppia Mira i silenzïosi occhi superbi.

_(L'ombra di Lanciotto per avvicinarsi a Francesca)._

FRANCESCA

Lanciotto!... o ciel! no, non m'inganno...

PAOLO

O fiera Vista! _(Coprendosi la faccia)._

FRANCESCA

Fuggiam!

LANCIOTTO _(Fra sè)._

Quanto mutata!

FRANCESCA

Il guardo Pietosamente in me figge, e parole Mormora di pietà.

PAOLO

Lascialo!

LANCIOTTO _(Accorgendosi del fratello)._

Insieme Ancor!

FRANCESCA _(Muovendogli incontro)._

No, non partir; parlami, ascolta La prece mia, non mi fuggir! men rea Son che tu credi; dei miei falli ammenda, Più che il tuo ferro, il cielo ha fatto! ah! dimmi: Placato sei? n'hai perdonato?...

CORO

Ei muto Resta qual sasso, e gli balenan gli occhi Cupi lampi di sdegno e di vendetta. Spingi, caccia, urta, arrovella L'alma rubella, Che dal vizio sedotta, Viene al giudizio di Minòs tradotta.

FRANCESCA

Deh! fermativi ancor; pietà! Ch'io senta La voce sua! N'hai perdonato?

LANCIOTTO

A Dio Il perdono domanda: il mio perdono Con l'amor mio morì!

FRANCESCA

Miseri! eterne Dunque ne l'alma tua fiamme ha lo sdegno? Eterna ruggirà sui nostri capi L'ira che bevve il sangue nostro?

LANCIOTTO

Eterna? E pena ha tal l'eternità che possa Al delitto adeguarsi? Ove, ove sei Tu che al mio cor tutto rapisti? Il fronte Leva, sostieni il guardo mio; di Cristo Il giudicio io precorro: io sono il vero Giudice vostro!

PAOLO

Il tuo brando già fece Di noi giudicio! E inulto ancor ti chiami? La tua vendetta è nel mio cor! Costei Che prima, eterna, unica amai, che fatta Felice avrei, che nata era ad amarmi, Nata a intrecciar coi miei giorni i suoi giorni Felicissimi in terra, ecco tu vedi Per tua cagion, più che per mia, travolta Nel fato mio: consorte al dolor solo A la colpa non già, costei tu vedi... E altra pena a me cerchi? Oh! ma a te noto Amor non è; non ti fu mai!

LANCIOTTO

Gli audaci Sensi e gli accenti e il millantar superbo Ascoltar deggio ancor? Perfidi! io sento Così de la mortale ira avvamparsi Le furie in me; così mi avventa al petto Fiamme gelose il furor mio, che mille Ben mille volte io ti vorrei ridesto A la vita mortal, perch'io potessi Mille volte sfamar dentro il tuo sangue Quest'acre, ardente, insazïata, immensa Vendetta mia, che a la mia vita insieme Spenta non s'è, ma al par s'è fatta eterna!

FRANCESCA

Deh! vi placate, alme infelici! Abbiamo Tanto sofferto, e soffrirem pur tanto! Abbiamo noi, più che non abbia il cielo, Di noi pietà! del suo perdon la via Forse il nostro perdon fia che ne schiuda.

LANCIOTTO

Perdon dal Cielo io non imploro, e questi Vili dèmoni io spregio....

CORO

O abbominoso Sopra a tutti i mortali!

LANCIOTTO

Il ciel l'ho perso In te, perfida donna, e d'ogni pena, D'ogni supplizio è l'odio mio maggiore!

_(Via tra i demoni)._

CORO

Tanto dunque profonde, immortali Mette l'odio radici nel petto Di voi tristi, protervi mortali? Maledetto, maledetto, Maledetto l'amor, che è la fonte D'ogni turpe, malefico affetto! Con le rose, con gli astri a la fronte Passa il ciel, varca il mare, e sorride Ora al cielo, ora al mare, ora al monte; Or tra' sogni, or tra gli odî s'asside, Fiero e saldo, volubile e fiacco, Belve ed uomini e numi conquide; Ed incerto fra l'angelo e il ciacco, Or nel bacio di sozze megère L'orgie canta di Cipri e di Bacco, Or sul dorso di vote chimere. Tramutato in un tisico iddio, Scorda il mondo, ed ambisce alle sfere. Noi felici, cui morbo sì rio Non invade, non agita il petto; Chè alla possa in noi pari è il desio. Maledetto, maledetto, Maledetto l'amor, ch'è la brama D'ogni turpe e malefico obietto; Qui non s'ama, non s'ama, non s'ama!

_(Un raggio di luce illumina a poco a poco la scena)._

FRANCESCA

Veggio, parmi, un chiaror novo.

PAOLO

L'offesa Pupilla abbarbagliata il soffre appena.

FRANCESCA