Riconciliazione

Part 3

Chapter 3 3,745 words Public domain Markdown

Paolina, lieta come una bimba che sia riuscita a recitar bene il suo compito, momentaneamente pacificata con sè, con l'ospite, col marito il cui contegno si conservava naturalissimo, disimpegnò le funzioni di padrona di casa con un garbo ammirabile, e finito il pranzo, reso gajo dalla conversazione di Tonino Grim***, prese sotto il braccio la mano di Cecilia Rigotti e l'invitò a far seco una passeggiata ai piedi della collina, che nella quiete solenne s'incoronava degli ultimi splendori del sole.--

* * *

--Sei veramente risoluta di farti suora? chiese Paolina in aria di curiosità, guardando il serio profilo di Cecilia Rigotti.

--Sì. Ho esaminata la mia situazione e mi son persuasa nulla esservi di meglio per me.

--Ma non pensi al dolore di lasciare tua madre?

--Vi ho pensato, ma poichè ho avuto la forza di sopportare la disgrazia di mio padre, sento di poter reggere a qualunque altro distacco. Vivevo in una completa ignoranza di affari, nell'abitudine di star bene e nell'inganno di credermi qualche cosa nel mondo!... in piena spensieratezza, abbagliata dall'illusione, mi son trovata ad un tratto nella dura necessità di lavorare. Lavorare io?... vi ricordate, Paolina, la vita che conducevo? Non so lavorare, non posso, non voglio accettare quest'ultimo scampo che mi vorrebbe offrire il destino e preferisco il chiostro alla bottega dell'operaia.

--Se il chiostro non avesse altro che rose da darti! fece Paolina dolcemente. Ma riflettete che l'austerità del convento, la grave responsabilità dei voti deve essere ben più opprimente all'anima, di quanto la fatica del lavoro possa essere molesta alle mani. Ti pare? Il lavoro nobilita.

--Non mi pare, rispose freddamente Cecilia. Suora, mi nascondo; operaia, mi situo in faccia alla gente, che, ricordandosi di quello che _fui_, mi avvilirà per quella che _sono_.

--Come puoi credere così cattivo il mondo?

La Rigotti, sollevò le spalle con profondo disprezzo.

--Gli amici di mio padre sono venuti a condolersi con noi e nel tempo stesso hanno passato in rivista i nostri bei mobili, gli armadi colmi di biancheria, per dar loro un bel prezzo e dividerseli dietro uno sborso insignificante, valevole appena a far fronte alle spese d'urgenza. E domandi come io possa credere cattiva la gente?... i creditori di mio padre facendo il panegirico del martire, come lo hanno chiamato, hanno spogliato me e mia madre per salvare loro stessi: ho veduto portar via il mio pianoforte dal padre d'una mia amica, la quale, lieta della combinazione, si è data subito a studiare la musica, nè mi ha più guardata in viso! e vi meravigliate, Paolina, che in tanto rovescio di fortuna, in tanta crudeltà di disinganno, io mi risolva a staccarmi dal mondo?

--Ma, potresti riconciliarti con la vita, mediante un collocamento decoroso...

Un sorriso più triste d'una lagrima, passò sul bel volto della Rigotti.

--Nessuno pensa a me, oggi che son caduta nella disgrazia! ma non importa. Ora mia madre è salva dalla miseria, continuò addolcendo la voce, ed io posso allontanarmi da lei più quieta nel cuore.

--Ti farai suora di carità? chiese Paolina, dopo breve silenzio.

--Mi farò cappuccina.

--Ma le suore di carità sono utili al mondo perchè lavorano!... esclamò vivamente la signora Zaeli.

--Le cappuccine pregano: rispose breve, Cecilia Rigotti.

Una fuggevole espressione d'ironia, spuntò sul labbro di Paolina, che fu tentata di dire:--ma, voi signora, abborrite anche il lavoro dei santi! voi per amore di ozio preferite all'opera meritoria esercitata nel mondo, l'asceticismo sonnolento che non ha valore, poichè, cappuccina per avversione alla fatica, è virtù che non so intenderla!

E fissò gli occhi in viso all'ospite.

--Assolutamente non divido le tue massime, e vorrei per il bene tuo, Cecilia, che rinunziassi alla follia di un sacrifizio che non riuscirai a sostenere.

--Iddio avrà misericordia di me.

--Comincia ad avere pietà di te stessa. Il passo è terribile, nè io vorrei su la mia coscienza il rimorso d'averti spinta con un solo consiglio.

Cecilia, sorrise un po' bieca.

--Voi dunque, Paolina, non vorrete neppure contribuire alla sollecita effettuazione del mio unico desiderio, con un'offerta generosa?

--Quale offerta?

--Raccolgo a titolo di elemosina la dote per entrare in convento.

--Francamente! disse Paolina, con un gesto vivace; non posso cooperare all'infelicità d'una creatura.

A questo punto la conversazione cadde, come cadeva appunto la sera. Un velo di rugiada inumidiva l'orlo del sentiero sul quale camminavano le signore che tenevano leggermente sollevata la veste.

Paolina Zaeli, ripensando in silenzio alle disgrazie della sua ospite, sentiva in sè l'abilità di confortarla con ragioni rassicuranti, qualora Cecilia le avesse ispirata una tenerezza d'amica; ma, accadeva che quanto più intima si faceva la loro conversazione, tanto meno ne rimaneva tocco il cuore della signora Zaeli.

Nel corso di parecchi giorni, la Rigotti si lasciò scorgere più tetra che mesta, più sdegnosa che appassionata; era palese in lei la donna crucciata dall'impazienza, intollerante ai colpi dell'avversa fortuna, risoluta di affrontare volontariamente la più difficile delle condizioni piuttosto che in una nobile rassegnazione, dar saggio di intelligente dignità, di coraggio lodevole.

Rendeva noto a chiunque di farsi monaca per iscampare dalla necessità del lavoro che le faceva spavento; per isfuggire la vista di quelle mondane lautezze di cui aveva goduto o di cui s'era creata un bisogno.

La pietà, l'amore della solitudine, la religione in Dio, non entravano affatto nella sua risoluzione; non cercava di nasconderlo, offriva noncurante e sprezzante all'altrui meraviglia, la viltà del suo spirito, la fiacchezza materiale che la persuadeva a rinserrarsi in convento.

E Paolina pensava:--quante triste monache si raccoglierebbero sotto lo stendardo dei Santi, se tutte le infelici fanciulle sbalzate da una ricca fortuna rifuggissero dalle privazioni e dalle fatiche rimaste ad unica loro eredità nel mondo! ma la donna che ha senno deve domandare all'ingegno suo o alle sue mani le risorse contrastatele dalla fortuna; deve scegliere fra le due vie quella che per mezzo dell'operosità le garantisce un onesto mantenimento, non quella che in nome d'una falsa vocazione la inchioda ai piedi dell'altare senza fede nell'anima, senza affetto divino nel cuore. Dall'ozio del chiostro quanti rimpianti saliranno al cielo; e quante terribili colpe di noia e di collera turberanno la legione degli angeli messa a custodia di quelle sacre mura!

Paolina si lasciava attrarre dalla compiacenza di fantasticare intanto che la sua ospite, testimone della decorosa agiatezza di casa Zaeli e della felicità che dentro vi aleggiava, sentiva raddoppiare lo spasimo della sua vita.

Apparentemente disposte l'una verso l'altra a rapporti sempre più amichevoli, si nascondevano reciprocamente la verità delle impressioni, e mentre col labbro si ricambiavano una dolce parola, si ritraevano con l'animo sdegnoso e si sfuggivano.

L'avvocato Zaeli vedeva, senza far mostra delle sue osservazioni, lo strazio, la superbia, l'invidia che si disputavano miserevolmente il cuore di Cecilia Rigotti, povera pianta male allevata, povera anima oppressa da sventure troppo dure per lei! e vedeva in sua moglie l'alternativa perpetua d'una tranquillità instabile, d'una apprensione soffocante. Il suo brio non era più schietto, le sue angustie erano vere, ma riusciva a tenerle sequestrate nell'intimo, perchè l'amor proprio glielo imponeva.

Decisamente Paolina era ammalata di gelosia e bisognava guarirla. Guarirla in qual modo? vi voleva una occasione non scongiurata per forza di volontà, ma figlia del caso perchè quell'anima di bambina si liberasse per sempre da una tendenza, da un vizio che invecchiando non acconsente più rimedio a guisa d'una stortura del corpo che, non a tempo risanata, lascia di sè una sconcia ed indelebile impronta.

La Rigotti accennava dopo due settimane di voler ritornare in città e Paolina timorosa di far conoscere al marito la gioia di quell'annunzio si affrettava di trattenere l'amica con insistenti preghiere: a così vive istanze la Rigotti differiva di giorno in giorno la sua partenza, ma l'affanno, il malcontento aumentavano in entrambe.

Zaeli, tranquillissimo, neutro in quel conflitto di due cuori appassionati e ammalati, faceva annotazioni nelle pagine di un libriccino che si teneva in saccoccia.

Il dottor Grim*** non mancava d'andare a pranzo dalla figliuola una o due volte per settimana, e quelli erano giorni difficili per Paolina e Cecilia. Il degn'uomo espansivo, ciarliero, affettuosissimo, inacerbiva senza saperlo l'animo delle due giovani donne inquieto e sospettoso d'avanzo. Alla figliuola faceva continuamente calde esortazioni intorno a Cecilia, la cui salute, tuttavia vacillante, richiedeva, fino all'inverno, l'aria salubre della campagna e il regime delicato e lauto di cui solo in casa Zaeli poteva fruire. Alla Rigotti faceva spietatamente risaltare con vivi colori la buona ventura di poter godere anche un po' di consolazione nel mondo, prima d'andare in perpetuo a serrarsi nella cella di monaca. Le riportava a nome di sua madre come pur troppo le offerte per la dote monastica cadessero assai lente e leggiere dalla mano dei fedeli! quanto stento occorresse per raggiungere il compimento di quella benedettissima somma che da principio pareva un fatto di così tenue importanza e che in effetto era una speranza troppo avventata.

Poi da capo l'egregio dottor Grim*** si rivolgeva alla figliuola e con uno sguardo, con una carezza, con un sospiro significantissimo le susurrava all'orecchio:--Via, Paolina, via... offri i tuoi risparmi a Cecilia! possibile che tu non abbia qualche risparmio in fondo al cassetto?

Gli stava a cuore che Cecilia andasse con l'aiuto di Dio e del prossimo, fra le cappuccine, Ora che nella ridente prospettiva dell'avvenire stava a magnifica immagine l'ottima vedova Rigotti rivestita del triplice manto di sposa, di madre, di governante.

Paolina s'impazientiva, si crucciava col padre, esternava la sua disapprovazione per la vita monastica, e Cecilia Rigotti nell'amarezza dell'avvilimento mordeva tacita l'ingrato stame di cui le si intesseva l'esistenza.

* * *

Una sera l'avvocato Zaeli prima di coricarsi stava seduto alla scrivania facendo conti, rimescolando carte, ripartendo il denaro riscosso il giorno medesimo.

Sua moglie girava qua e là riponendo oggetti di toeletta senza darsi pensiero di quello che faceva Zaeli.

--Questo per il mercante che ho pagato solamente a metà...; questo per l'ebanista che mi fece i mobili del gabinetto e al quale diedi un acconto meschino...; questo pel tappezziere...; questo pel sarto... Vi è altro?

--Che cosa dici? domandò Paolina ferma a due passi.

--Dico che non mi par vero di togliermi subito domattina il pensiero dei debiti. Erano debiti di nozze! guarda, eccoli estinti.

E accennò alla moglie i mucchietti di conti disposti in fila.

--Sai? ora mi sento perfettamente contento. Vuoi un regaluccio da me?

--Perchè no? disse Paolina ridendo.

--Se ti regalassi cinquanta lire?... cento lire? centocinquanta?...

--Oh, oh, sali ancora!...

--Che cosa te ne faresti? dimmelo subito.

--Un vestito.

--Hai necessità d'un vestito? esclamò l'avvocato con meraviglia.

--Necessità no, desiderio sì.

--Vana!... vana!... non ti piacerebbe disporre del mio piccolo dono a profitto d'un altro?

Paolina rimase un momento interdetta.

--A profitto di chi? domandò con voce alterata.

--Di chi può averne bisogno mentre tu sei provvista di tutto.

--In tal caso tienti il denaro e fanne tu stesso l'uso che vuoi.

L'avvocato non si mostrò punto dalla risposta, ma, presi due biglietti da cento lire li porse alla moglie.

--Questi sono per te, disse con calmo sembiante; nè io domanderò ove vadano a finire. Questi--ne prese quattro dal portafoglio e li distese flemmaticamente su lo scrittoio,--questi sono per me, li tengo separati dall'altro denaro; li colloco in un posticino remoto, qua, in fondo al cassetto, dentro la scatoletta che tu mi regalasti piena di sigari! nè tu, rammentalo bene, Paolina... domanderai a quale oggetto io li destini.

Intanto che parlava piegava infatti i quattro biglietti da cento lire ciascuno e con una esattezza più femminile che magistrale, li poneva nella scatola, introduceva il braccio entro il cassetto e la spingeva agli estremi confini. Paolina non fece motto, ma al cattivo pensiero che le corse nella mente sentì piegarsi le ginocchia.

--Buona notte, Paolina; io mi corico tardi perchè ho da ripassare un fascio di carte.

Riprese la penna e si mise a scrivere. Ma Paolina, ferma al posto, pallida di commozione svolgeva in quel momento nel segreto del cuore una questione terribilmente importante per lei.

--Ah! le duecento lire che mi regala dovrebbero secondo i suoi desideri cadere nelle mani della Rigotti che ha necessità di completare la dote! quale interesse nutre per la signorina? deve importare a lui ch'io la benefichi o no?... e poi che ha compreso come io sia lontana dal dividere i suoi sentimenti caritatevoli mi usa una rappresaglia! ripone il doppio di quanto mi ha offerto, m'interdice di domandargliene conto e si dispone cheto a favorir la Rigotti della cui riconoscenza si terrà fortunato.--No! fece a voce alta, afferrando il braccio di suo marito,--no, non lo permetto!

L'avvocato Zaeli volse la testa maravigliato.

--No, non devi irritarmi occupandoti tutto a un tratto di Cecilia Rigotti.

--Cecilia Rigotti? come c'entra essa?... ma Paolina!

Paolina aveva rotta la diga, e la sua collera precipitava con l'impeto d'una fiumana. Piegata verso suo marito che sempre seduto teneva la penna sospesa sopra un foglio, proseguì accesa in viso, scintillante negli occhi:

--Credi ch'io non t'abbia compreso? tu pensi di favorire Cecilia Rigotti, che ieri, oggi stesso, parlava delle sue miserie volgendo verso di te quello sguardo che io pavento, sguardo cattivo... maligno, sguardo che mi riconduce al pensiero...

--Che cosa? interruppe Zaeli, attento e pacato.

--I giorni antichi. Ah, tu non sai il martirio del mio povero cuore.

--In verità, Paolina, io non riesco a capire.

--Egli è un segreto!--proruppe di nuovo la giovane che si premeva le mani sul cuore.--Ma il triste momento è venuto per me. Se tu sapessi il mio dolore, Zaeli, se tu sapessi quanto ho combattuto!

Zaeli lasciò cadere la penna, prese una mano di sua moglie e l'attirò dolcemente.

--Ho creduto, Paolina, che la tua vita fosse serena, e mi parli di segreti, di dolori, di combattimenti!!!

--È lei, è stata lei che mi ha rovinata la pace da lungo tempo, Zaeli!

Si coprì il viso con le mani, singhiozzando sommessamente.

--Ti ricordi, Zaeli, il micino bianco di Cecilia Rigotti?

L'avvocato appoggiò i gomiti su lo scrittoio e tutto pensoso lasciò vagare i suoi occhi nel vuoto.

--Un gatto? esclamò grave.

--Già. Cecilia Rigotti si valeva di lui per conversar teco per la scala... Non sorridere!--gridò chiudendo gli occhi; e con un trasporto di tenerezza buttando le braccia al collo di suo marito.--Io sono gelosa di Cecilia Rigotti.

--Bambina, bambina.

--L'odio!

--Oh mia piccola amica a quali follie ti abbandoni.

Paolina rialzò la testa.

--Piccola amica! che significa questo? Piccola, è parola umiliante.

--La cancelleremo dal nostro vocabolario quando tu sorgerai dalle insensate dubbiezze, indegne d'un animo forte.

--Ma io ti amo!

--No, mia cara, non è questo l'amore, è... l'hai detto tu stessa, è la gelosia: ma nemmeno la gelosia; aggiunse l'avvocato leggermente freddo ed ironico, è la sciocchezza della gelosia, nient'altro. Ora coricati, nè se ne parli mai più.

--Mi dirai a quale uso destini...

E col dito Paolina segnò il cassetto dello scrittoio.

Zaeli scosse negativamente la testa.

--No? perchè dici no? hai in animo di rendermi infelice? vuoi avvalorare i miei dubbi! Vuoi di questa povera, piccola amica quale mi chiami, farli una specie di schiava a cui sia interdetto di sapere le disposizioni del suo signore!... Che tu sii il padrone non me ne dolgo, ma questa volta io voglio essere la regina.

--E poi? domandò Zaeli sbadigliando, intingendo la penna nel calamaio intanto che la moglie si faceva vieppiù coraggiosa nella difesa de' suoi diritti.

--E poi mi oppongo assolutamente che la Rigotti sia beneficata da te.

--Vivi tranquilla e coricati... ho bisogno di lavorare.

--In grazia de' tuoi benefizi la Rigotti conserverebbe memoria di te, ed io non lo permetto.

--Basta! fece l'avvocato volgendo lo sguardo a sua moglie.--Era uno sguardo tutto nuovo per lei. Nella pupilla limpida e larga pareva esservi caduta una goccia d'inchiostro. Non tenne l'occhio fermo in viso a Paolina che per la durata di un lampo; ma Paolina sentì uno spasimo di soggezione che le sembrò d'una lunghezza spaventevole.

--Abbi in mente, mia cara, che gli uomini serii non si prestano alle insulsaggini del sentimento. Io, che in tuttociò che a te si riferisce ho conceduto sempre la massima attenzione, sono questa volta costretto ad interromperti... è la terza volta, se non erro, che ti saluto... basta, dunque... buona notte, Paolina.

Non v'era da ostinarsi con un uomo che alla cortesia dell'amico, alla tenerezza dell'amante, sostituiva finalmente l'autorità del marito.

Molte sono le donne che da quelle prime asprezze del matrimonio traggono ardire per ribellarsi; ma Paolina, che in mezzo alle violenze della sua gelosia, possedeva la dolce timidità della fanciulla, si ammansò tosto, e piegata docilmente la fronte accettò silenziosa il bacio che suo marito le posò su i capelli.

* * *

Tonino Grim*** in manica di camicia a cavalcioni su di una seggiola posa sua favorita, andava scompigliandosi i folti capelli, masticando fra i denti qualche parola che voleva essere in rima. Aveva saputo da sua sorella che la vecchia signora Rigotti avrebbe fra pochi mesi presa stanza in casa Grim*** in qualità di padrona, e siccome la notizia ne esilarava l'animo, si provava a comporre uno stornello (il genere di poesia che maggiormente lo solleticava) in onore della promessa sposa che rispettosamente avrebbe chiamata mammina.

La finestra a cui stava vicino dava sul giardinetto di funesta memoria dopo il dramma ivi compiutosi dal disgraziato Rigotti; nè v'era caso che Tonino Grim*** se ne dimenticasse, nè v'era sera buia e silenziosa in cui Tonino passando rasente alla finestra osasse guardare in giù per timore di veder sorgere la mesta ombra del suicida attraverso il fogliame della vite e dei fichi.

In pieno meriggio la cosa cambiava d'assai e Tonino a volta a volta si sentiva perfino il coraggio d'andare nell'orto, di staccare i grappoli d'uva e mangiarseli facendo le capriole.

Quel giorno, a cavalcioni sopra la seggiola, i gomiti appoggiati al davanzale, allegro per il bel sole che cacciava gli spettri, gridava da dieci minuti con ispirazione poetica:

«Oh viole rosse... «La sanerà il mio babbo dalla tosse! «Oh viole gialle... «La sposa ha sessant'anni sulle spalle! «Oh fior di mela...

E rideva, schiacciando coi denti bianchi come la neve i semi di zucca che la serva aveva messi ad asciugare sul parapetto della finestra.

--Di grazia, le signore Rigotti abitano ancora qui sopra?

A tale domanda che veniva fatta da una persona entrata allora dal cancello del giardino, Tonino Grim*** si sporse fuori fino alla cintura.

--Sì, signore, abitano sempre al secondo piano.

--Ho suonato ma nessuno mi ha aperto.

--La signora Rigotti è uscita mezz'ora fa.

--E la figliuola?

--La figliuola è in campagna da mia sorella.

L'interlocutore che stava abbasso parve riflettere, e Tonino, compiacentissimo, stava in attesa di qualche altra domanda.

--Se vi fosse mezzo di lasciare un'ambasciata!

--Lasci pure, mi incarico io di riferirla.

--Posso salire?

--Anzi!... si accomodi...

E Tonino in due salti fu all'uscio e lo aprì.

Colui che si presentava era un uomo di civile apparenza, non giovane, non vecchio, non bruttissimo, ma goffarello, impacciatello, non troppo bene in arnese per parere un di città, non bastevolmente a suo agio nei panni da campagnuolo per assomigliare ad un vero campagnuolo.

Restò titubante mezzo minuto in faccia a Tonino, che da giovinetto educato aveva in un lampo infilate le braccia nella sua giacca, e s'inchinava cortesemente sull'uscio. Ma siccome doveva interessar molto al signore ciò che stava per dire, cominciò per mescolare alle parole un sorriso dolce, sollecitante, pieno di calda sincerità.

--Vorrei che il signorino si ricordasse di dire alla signora Rigotti che è venuto a cercarla il maestro Polli...

--Polli?... fece Tonino guardandolo bene in viso e osservando curiosamente la pelle del signor Polli, granellosa e screziata dal sole come il collo di una tacchina.

--Sì, signore; il maestro Polli è venuto a cercare la signora Rigotti per un affare di premura; e tornerà.

--Ho capito.

--Tornerà appena abbia libere un altro paio di ore; dica che il maestro Polli ha in queste vacanze da lavorare per dieci.

--Ho capito.

--Nè ha potuto fino adesso trovare il tempo di dare una scappatina.

--Ho capito.

--La signora Rigotti sa dove abito. Abito in giù, presso le valli, lontano tredici buoni chilometri. L'aria però non vi è malsana, perchè vi ha terra coltivata all'intorno, e la mia casa è asciutta.

--Ho capito, ripetè Tonino per la quarta volta.

--Dica che tornerò. Oh si figuri! dopo la disgrazia... mi vengono i brividi! non so pensarvi,--alzò le mani e gli occhi al cielo.--Se poi la signora Rigotti volesse sapere il perchè non l'ho aspettata, risponda ella, caro signorino, queste parole: Il maestro Polli venne in città con l'affittuario, ma temeva di perder la corsa, poichè l'aspettavano a casa i figliuoli di un benestante, ai quali dà lezione alle cinque pomeridiane precise. Si ricorderà tutto questo?

--Spero di sì, rispose Tonino un tantino imbrogliato.

--Polli; si tenga a memoria Polli.

--Oh, in quanto a Polli, non lo dimentico, no; fece giovialmente il ragazzo guardando sempre il collo ruvido e rabescato del maestro di scuola.

--E la signora Cecilia?...

--Quella è in campagna da mia sorella.

--Di salute come sta la poverina?...

--Bene.

--Di spirito?

--Male.

--Persiste nell'idea di farsi monaca?

--Credo di sì.

--Falsa idea; disse il maestro abbassando io sguardo. Se lasciassi due righe per la signora Cecilia?

Tonino non disse nè sì nè no, ma si divertiva col signor Polli.

--Senta! proseguì questi ponendo la mano nella tasca del suo abito grossolano. Ho da quindici giorni preparata una lettera che non inviai, persuaso essere assai più conveniente parlare che scrivere. Ma giacchè gl'indugi sembrano volersi frapporre a certa conclusione che mi son prefisso, risolvo di dare a lei questa lettera che trasmetterà alla signora Rigotti.

--Non più tardi di questa sera.

--Bravo! le son tanto obbligato.

La determinazione doveva essere costata uno slancio di sentimento fuori del comune, poichè su la fronte del maestro Polli stillavano goccie di sudore. Consegnò la lettera e voltò bruscamente verso la scala, quasi volesse nascondere la confusione dell'animo, l'alterazione improvvisa del volto.

Tonino Grim***, richiuso l'uscio, riprese posto vicino alla finestra, recitando briosamente:

Oh viole gialle... La sposa ha sessant'anni sulle spalle! Fior senza nome... La sposa ha della cipria su le chiome!

--Cara, cara signora Rigotti! vociferava gestendo; ti avrò ai miei comandi! farai la calzetta, ed io troncherò il filo; cucirai le mutande del babbo, ed io ti ruberò gli occhiali; farai la crema, ed io l'anderò a mangiare in dispensa... evviva la mamma Rigotti! brrr... e il signor Rigotti? non verrà mica a far capolino fra le foglie del fico?...

Appena vide giungere a casa la vedova Rigotti, la chiamò dalla finestra, e le narrò della visita del maestro Polli.

--Ah! il degno amico si è ricordato di noi!