Chapter 9
--La salveremo, è vero, Dario? Io la ristoro col mio alito, Dario! Non ci sarà concessa altra gioia, mai più, mai più, se questa ci manca!... Dobbiamo salvarla!... Non mi rispondi, Dario?
Assentii fiaccamente col capo, stupìto del profetico senso delle sue strazianti parole.
Poco dopo, mia madre ed io la trascinavamo mezza svenuta di là, per impedirle di accorgersi che la bambina era spirata!
Provai subito un senso di sollievo, di liberazione; qualcosa di così feroce, di cui ho orrore ricordando.
Quando però tornai dal camposanto dove avevo accompagnato la piccola cassa mortuaria, coperta di raso bianco che spariva sotto il cumulo di fiori sciolti profusovi sopra e attorno, fui preso da improvvisa commozione alla vista di Fausta stesa come una morta sul letto, sussultante pei singhiozzi che non arrivavano a risolversi in pianto.
--Fausta! Per carità! Fausta!--balbettai, chinandomi a baciarla, passandole la mano sui capelli con carezzevole gesto da molti mesi obbliato.
Aperse gli occhi, mi fissò, e li richiuse senza pronunziare una sola sillaba. Era sfinita.
Baciai anche mia madre che, seduta presso il capezzale, con la testa appoggiata al guanciale accanto a quella di Fausta, le teneva strette amorosamente le mani.
--Lasciala riposare,--mi disse sottovoce.
I singhiozzi erano cessati; sul pallido volto di Fausta già si scorgeva la benefica calma del sonno.
Accostai un po' più gli scuri della finestra, evitando di far rumore, e mi sedei a pie' del letto, con un lieve sbalordimento che mi dava l'impressione di aver sognato e di continuare a sognare.
Che cosa accadeva dentro di me? Non sapevo rendermene conto. Nell'istante del contatto delle mie labbra con quelle di Fausta avevo sentito un leggiero brivido corrermi dalla nuca lungo la schiena. Le labbra di lei erano ghiaccie, sì, ma il brivido o non proveniva da quella sensazione, o la oltrepassava. Un principio di vano risveglio? Una iniziale e oramai stolta ripresa della vita trascorsa con gentile delizia dal giorno della nostra unione fino al terribile momento in cui mi era parso che tutto fosse crollato attorno a me? Vita punto sensuale, vita di affetto purissimo, quasi i nostri corpi fossero rimasti verginalmente intatti per virtù dell'esaltazione prodotta dal grandioso scopo che aveva reso il nostro congiungimento un atto di adorazione, celebrazione di un sacro rito.
E nella penombra, proprio come in dormiveglia, mi passavano quasi sotto gli occhi tutti i particolari, dal momento in cui avevo portato via dalla sua casa il ritratto confidatomi dal fratello, fino al nostro primo incontro e a le settimane passate nella villa ribattezzata allora allora col suo nome; settimane d'ineffabile intimità, quasi di estasi da parte mia, di cui Fausta sorrideva, ammonendomi:--Mi farai insuperbire!
La visione si arrestava là; la memoria rifuggiva di andare più avanti. Tutto il resto doveva essere dunque come non avvenuto?
Ahimè, no! Mi riafferrava lo scoramento, il terrore della spietata sentenza pronunziata dal dottore. Ma, anche senza di essa, quel che sentivo dentro di me da qualche ora mi sarebbe sembrato da lì a poco atto di fiacchezza intellettuale, contro cui dovevo tenermi in guardia; seduzione alla quale dovevo assolutamente resistere; forse, anche principio di infermità del corpo che influiva sullo spirito. No! No!
Intanto, con contradizione che mi meravigliava, di mano in mano che Fausta andava superando l'abbattimento prodottole dall'immenso dolore, tornavo a sentirmi spingere verso di lei da soave corrente di compassione e di tenerezza che m'ispirava parole di gentile affettuosità, gesti di carezze da un pezzo inusate. E mi affliggevo di vedergliele accogliere con glaciale indifferenza.
--Non affaticarti ancora a mentire!--mi disse una sera che volevo indurla a suonare al pianoforte alcuni pezzi dell'opera nuova di un maestro da lei tenuto in gran pregio.
Fui spaventato della devastazione avvenuta nell'animo della dolente creatura, e tentai di disingannarla, di rassicurarla.
--Non respingermi, Fausta!--esclamai,--Non sono stato mai così sincero come in questo momento....
Un incredulo sorriso accompagnò la sua risposta:
--Può darsi!
Mi era parso che la calma fosse rientrata nel suo cuore, vedendole riprendere le sue cure della casa dov'ella aveva messo un'impronta di squisita eleganza che formava l'orgoglio e l'ammirazione di mia madre. Mi compiacevo del ritorno dei fiori in tutte le stanze, disposti da lei con mirabile senso di arte nei molti vasi e vasetti di porcellana e di cristallo, su i tavolini e le mensole, e che spargevano una gaiezza di colori e un'ebbrezza di profumi specialmente nel mio studio, nel suo salottino, e in quello di mia madre.
Assistevo, lieto, a queste operazioni di ornamento, quasi il riapparire dei fiori fosse emblema della rifioritura del suo cuore intristito. Seguivo Fausta, con intima compiacenza, su la terrazza affollata di vasi con piante di ogni sorta, alcune in isboccio nella mitezza di quell'autunno che aveva tepori primaverili.
Erano state la sua passione. Voleva innaffiarle di sua mano, ripulirle delle foglie morte, liberarle dai polloni soverchi, curarle come creature sensibili, che le esprimevano la loro gratitudine col verde rigoglio dei rami e i tenui colori delle corolle. Ora però ella faceva tutto questo senza l'entusiasmo di una volta, quando mi invitava ad ammirare ogni manifestazione di vita vegetale, quasi ne comprendesse il segreto, quasi ne sentisse una sottile ripercussione nella sua.
Allora udendola parlare delle piante con tanta squisitezza di immagini, la interrompevo sorridendo:
--Poetessa! Poetessa!
--La miglior poesia,--ella rispondeva,--è quella che si sente e non si scrive.
--La più grande è quella, che si fa,--replicavo, pensando al germe che già sapevo le palpitasse nel seno.
Ora attendevo invano una sola parola dalle sue labbra ridivenute rosee, un guizzo di luce nei suoi occhi che avevano cessato di piangere. Quelle cure, che ella era tornata a prodigare alle piante, sembravano unicamente l'esecuzione di un dovere se non gravoso neppur piacevole.
E come più io mostravo di voler vincere la sua diffidenza, più ella mi faceva apertamente capire che non credeva affatto alla sincerità dei miei atti, e che non si sarebbe lasciata lusingare e illudere come la prima volta, quando mi era venuta incontro--me lo aveva detto un giorno--quasi con le mani cariche di rose da sfogliare ai miei piedi, fidente e lieta di ricoverarsi così tra le mie braccia, come in un rifugio di gioia e di pace. E vedendomi continuare in quel che lei stimava gioco di astuzia infantile, una sera, su la terrazza dove mia madre, dopo cena, ci aveva lasciati soli senza che noi ci fossimo accorti della sua discreta sparizione, mi parlò duramente:
--Sono stata la tua disgrazia, lo capisco. Soltanto la mia morte potrebbe renderti libero di rinnovare la vita; ma io non ho il coraggio necessario per sparire volontariamente....
--Non dire così, Fausta!
--Ormai!
--La vita,--replicai,--non ostante le nostre aberrazioni, le nostre miserie, le nostre colpe, è bella, Fausta; massime quando le sorride una giovinezza come la tua, massime quando possiamo adoprarla per qualcosa di nobile, di eccelso, da soddisfare la nostra coscienza, da appagare il nostro cuore.
--Tu insegui sempre il tuo sogno!
--No, Fausta. Ormai! ripeto come te. In questo momento, te lo giuro per la nostra morticina, non lo rimpiango neppure.
--È la prima volta che la ricordi.
--Non volevo inacerbirti la piaga.
--Me la inacerbiva peggio il tuo silenzio. Parlami di lei, mi farai bene. Io la sogno ogni notte; non so ancora persuadermi che ci abbia abbandonati!... Ma no,--s'interruppe a un tratto,--dimentichiamo, Dario; facciamo di tutto per dimenticare. È finita! Non possiamo far altro che trascinarci, stanchi, delusi, pel corso degli anni che ci rimangono a vivere. Siamo già due ombre!... È finita! Vi sono istanti in cui ti sono grata degli sforzi di addolcire la fatalità che si è aggravata sopra di noi; ma, più spesso, io provo--perchè celartelo?--un grande sdegno della tua pietosa menzogna.... Non ostinarti.... È finita!
Chinai la testa, colpito dall'improvviso mutamento che aveva fin alterato la dolcezza della voce con cui aveva pronunziato le parole: Parlami di lei, mi farà bene!
--Se è finita per un verso,--ripresi dopo lunga pausa,--potrà ricominciare da un altro.
--In che maniera, Dario? Tu non mi ami più.
--Si può amare in tanti modi.
--In un solo ed unico modo! Quel che tu chiami amore è una falsificazione di esso; l'amicizia larvata. Che cosa vuoi fartene di me?
--La cara compagna della mia vita.
--Ero, potevo essere tale tuttavia; ora non più. Ti ho atteso; non sapevo convincermi che tu fossi arrivato al punto di sentir repugnanza dei miei baci, dei miei abbracci.... E perciò ti attendevo, pensando:--Gli ho voluto immensamente bene! La mia più grande gioia, il mio più grande orgoglio consistevano nel contribuire alla sua felicità con tutte le forze dell'anima e del corpo. E se, contro ogni mia intenzione, la cattiva sorte mi ha fatto complice del gran dolore che gli ha scombuiato la vita, l'ingiusto rancore con cui mi gastiga non potrà essere durevole.... Tornerà da me più affettuoso, più amante, come forse non è mai stato--dopo l'arrivo della bambina cominciavo a capirlo.--Tornerà! E attendevo, spiando ogni tuo atto, ogni tuo gesto, con l'orecchio intento a indovinare, dal suono della tua voce, quel che la parola non diceva.... Invano! Invano! Poi non ressi più all'ansia angosciosa, e tentai di scuoterti, di strapparti un gesto, una parola che potessero darmi lena di attendere ancora.... ricordi? Nel boschetto.... Fosti senza pietà! E te ne fui grata.... Da alcune settimane intanto, vuoi farmi vedere che qualche cosa di nuovo avviene nel tuo cuore.... Oh, se fosse vero! Non è vero, povero Dario! Tuo malgrado probabilmente, ma non è vero!
--Ah, Fausta! se tu sapessi!...
--Che cosa? Parla.... Vorrei crederti.... Parla!... Ma no; non voglio udir niente.... Voglio sentir stringermi violentemente tra le tue braccia! Voglio sentir soffocarmi dai tuoi baci.... se è proprio vero, Dario! Così! Così! Così!...
Non avevo saputo resistere alla malìa del suo accento, al contatto delle sue mani che, brancicando, avevano afferrato le mie con predente carezza. Mi sentii tutt'a un colpo trasportato indietro, alle prime settimane del nostro matrimonio, quando Fausta mi era sacra come futura cooperatrice nel gran miracolo di creazione per cui l'avevo prescelta. Se non che, ora mi ritornava sacra, diversamente, pel suo dolore, per la sciagura da lei ignorata e che non avrei più a lungo potuto nasconderle; e perciò mi abbandonavo a quest'effusione che mi faceva assaporare i suoi baci, le sue carezze per loro stessi, per quel che avevano di umano, fin di sensuale; per tutto quel che m'era parso di dover trascurare e sdegnare al tempo della mia infatuazione, quando Fausta era desiderata e voluta soltanto come mezzo, come strumento del mio sogno superbo.
Ella mormorava:--Così! Così! Così!--insaziata, insaziabile di sentirsi baciare e ribaciare al cospetto del cielo stellato, nella oscurità notturna, rischiarata appena dal fil di luna che si affacciava incerto dietro una cupola.
--Ah, Fausta!... Se tu sapessi!--replicai, sciogliendomi con uno sforzo di riflessione dalle sue braccia.
--Oh, Dio!... Parla dunque, Dario!
Non ricordo con quali parole le appresi il terribile divieto.
Ricordo soltanto che la vidi balzare indietro, con gli occhi spalancati, con le labbra contorte da un riso sarcastico, quasi io le facessi orrore.
--Mentisci!--gridò.--Ti sei messo d'accordo col dottore!
--No, Fausta!
--Mentisci!--replicò.--Che cosa ti figuri.... Oh!
--No, Fausta!--esclamai, così vivamente che ne fu impressionata.
--È forse infallibile costui?...--riprese.--Quand'anche? Voglio sacrificare la mia vita al tuo e al mio sogno! Non me n'importa! Fammi morire così, Dario!... Sarò felice di morire così!...
E mi si gettò tra le braccia con un delirio di baci.
XVIII.
--C'è il signor Lostini--mi annunziò il cameriere.
E avanti che io mi rizzassi dalla seggiola, per andargli incontro, egli entrava nel mio studio, con un libro in mano, un gran fiore bianco all'occhiello, vistosa cravatta bleu a fiorellini bianchi, ornata da spilla con grosso brillante, corpetto a colori, calzoni chiari sotto il kraus; elegantemente inguantato, proprio come parecchi anni addietro, quasi giovane come allora, ma con un che di più serio in tutta la persona, non ostante i baffi straordinariamente ritti, o i capelli un po' diradati, pettinati con cura per celarne i guasti sofferti.
--Ah!--esclamò--mi sembra di rivivere i bei giorni di una volta in questo tuo studio che mi ricorda....
E s'interruppe per abbracciarmi.
--Come qui?--domandai.
--Per pochi giorni. Ho voluto portarti io stesso il mio ultimo romanzo. Lo leggerai? Spero che ti piacerà. Ho saputo.... Ma non parliamo di cose tristi! Tu stai bene. E tua moglie? Mi presenterai; ho vivissimo desiderio di conoscerla. Ho visto a Roma suo fratello. È stato appunto lui che mi ha informato.... E tua madre? Voglio salutarla. Si ricorderà di me la buona signora? Tu ti sei chiuso tutto nella vita di famiglia.... Forse hai fatto bene. Io, sempre scapolo impenitente. L'arte assorbe, e non dà, almeno in Italia, le soddisfazioni, le consolazioni che noi abbiamo la dabbenaggine di chiederle.... Io, veramente, non posso lagnarmi. A furia di ostinazione, di buona volontà--vedrai--mi sono conquistato il mio posticino. Non so se tu leggi i giornali. Un coro unanime di lodi per questo romanzo che pure è una terribile sferzata contro il mondo bancario e gli affaristi di ogni sorta. Non ho risparmiato nessuno: deputati, senatori, giornalisti politici, critici di letteratura e di arte.... socialisti, clericali.... donne emancipate, donne così dette intellettuali.... Tutti! Provavo, scrivendolo, una gioia feroce.... Mi sembrava proprio di sentire gli urli delle bestie del mio «Serraglio».... E con tutto ciò.... Un gran successo, quasi ognuno dei maltrattati voglia far credere che non si tratti di lui; successo di lettura e di vendita; il secondo migliaio va a ruba.... Oh, io non sono modesto! La modestia, a questi lumi di luna, è merce che non va.... Ma già parlo, parlo, e non penso a domandarti: E tu? Hai dunque compiutamente rinunziato?
--Si rinunzia a qualcosa che si potrebbe avere.
--Hai torto. E sappi che son venuto appunto per scuoterti, per spronarti; ti voglio con me nell'impresa che sto per tentare. La gratitudine è il mio forte. Le vostre critiche di allora, quando tu, Lenzi e Bissi ridevate tanto di me, mi hanno fatto gran bene. Anche Bissi sarà con noi. Un capolavoro il suo romanzo. È disgrazia talvolta cominciare così.... Ma quel giovane ha tanto ingegno!... Lenzi è perduto per la letteratura; sta per diventare il primo avvocato di Roma; guadagna quattrini a palate.... Hai dunque indovinato quel che sto per fare?
--No.
--Metto su una grande «Rassegna», da buttar giù la «Nuova Antologia» e le altre rassegne minori. Ho centomila lire a mia disposizione.... per cominciare. Ah! Milano è la città delle grandi imprese! Là tutto è possibile; anche l'impossibile. «Nemesis!» Eh? Titolo indovinato. Giacchè io voglio fare una rassegna viva, battagliera. Ogni suo fascicolo dovrà sembrare lo scoppio di una bomba di dinamite da mandar per aria tutte le fame usurpate, tutte le pedanterie, tutto il misero ingombro dei grafomani prosatori, e poeti.... tutti i falsi genii della musica, della pittura, della scultura....
--Purchè le bombe--gli dissi ridendo--non mandino alla fine per aria chi si diverte a lanciarle!
--«Audaces», etc. Ricordo ancora un po' di latino.
Lo guardavo con grande ammirazione, ma senza invidia. Fin questo sentimento era morto in me. Mentre Lostini parlava, mi sembrava che ragionasse di cose alle quali mi ero interessato un po' in tempi così lontani da ricordarle appena. Da un pezzo ogni velleità letteraria era sparita dalla mia mente; mi ero già rassegnato ad assistere da semplice spettatore a quel che facevano gli altri, convinto che la natura si era crudelmente divertita a mettere in me la misera contradizione tra le aspirazioni, tra la facoltà della riflessione e quella immaginativa. È vero che avevo là, davanti a me, un esempio di quel che potevano far ottenere la volontà e l'accanimento al lavoro anche a un ingegno che dai suoi primi tentativi sembrava destinato alla più meschina mediocrità, e invece era arrivato a produrre qualcosa superiore a ogni nostra previsione.... Ma Lostini già si contentava di essere arrivato a un punto più in là della mediocrità; io non me ne sarei contentato mai. Probabilmente egli avrebbe oltrepassato quel punto; era giovane ancora. L'improntitudine gli sarebbe forse giovata ad innalzarlo più che egli non osasse di sperare. A me questa qualità faceva difetto. Per ciò lo ammiravo senza punto invidiarlo.
E quando mi disse:--Tu dovrai essere mio assiduo collaboratore; il critico letterario di «Nemesis», uno dei grandi dinamitardi della mia rassegna,--scoppiai in una risata che lo confuse.
Si rinfrancò subito.
--Oh, io non ti lascio prima di aver avuta la tua formale promessa.... So quel che vali, so quel che puoi. Non ho dimenticato la finezza delle tue osservazioni quando facevamo qui la piccola accademia.... Voglio rivelare all'Italia un gran critico nato.
--È una pazzia!
--Chiamerò in mio aiuto la tua signora, tua madre.
--Povere donne! Lasciale in pace.
--Se ti vogliono bene, mi aiuteranno a vincere la tua sciocca repugnanza; scusa se dico così.
E infatti, appena lo presentai a Fausta, le prime parole che egli le disse furono:
--Lei dovrà essere la mia alleata! Anche lei,--soggiunse rivolto a mia madre.
Lo trattenni a desinare con noi. Quella sua foga di parole e di gesti mi divertiva, mi distoglieva dal pensare alle mie tristi circostanze. Da molti mesi non avevo più visto Fausta ridere con tanta scioltezza come alle strabilianti uscite di ogni sorta che Lostini profondeva. Mia madre lo guardava maravigliata, ripetendogli a ogni po':
--Sempre lo stesso!
Rideva anche lui, soddisfatto, con un po' di fatuità, di quel che diceva. Pareva che ripetesse a memoria brani di sue novelle, di suoi articoli, e si ascoltasse con piacere.
--E non prenderà moglie?--gli domandò mia madre.
--Per certe sciocchezze si è sempre in tempo--rispose. Ma si corresse immediatamente.-Parlo di me. Non sono serio. Le donne finora mi hanno fiutato, e non si sono mai risolute a darmi retta, le rare volte che ho avuto la debolezza di parlare di matrimonio. Non avrò più la tentazione di riparlarne. E poi mi trattiene una tremenda paura....
--Di che cosa?--fece Fausta.
--Stavo per dire una storditaggine; me la rimangio.
--Dilla, pure: una di più non importa.
--Una di meno, sì, caro Dario.
--Di che cosa?--insistè Fausta incuriosita.
--Mi dispiacerebbe, se lei indovinasse.
Compresi e feci deviare il discorso, ma troppo tardi.
--Ha ragione,--disse Fausta con voce commossa,--I figli sono spesso un gran dolore; ma sono anche una gioia senza pari.
--Ne ho già messi parecchi al mondo,--rispose Lostini ridendo,--i miei libri. Non sono un portento di bellezza, di salute, di spirito.... Ma, che vuole? gli voglio bene; anche ai mostricciattoli, ai primi.... Un padre non può essere parziale.... E quando ne sentivo dir male.... (non mi hanno adulato i critici) ebbene, francamente, ne provavo pena. Domandi a Dario che risate facevano lui, il fratello di lei e Bissi ogni volta che infliggevo ad essi la lettura di un mio aborto.... Facevo lo sforzo di riderne anch'io.... Ridevo verde. Li ho benedetti dopo. Li benedico ancora. E perciò ora voglio smuovere questo poltrone.... Che fiammeggiare di ideali allora! Non è possibile che tutto sia morto nel suo Dario.
Non sapeva come riparare la sua storditaggine, vedendo il viso di Fausta improvvisamente rabbuiato. E continuò:
--Dovrà fare lei il prodigio. Tanti studi, tanta cultura, tanto acume critico non devono andar perduti. Sarà un'occupazione, una distrazione per lui; un articolo ogni due mesi! Non chiedo troppo.
--Io influisco così poco!--rispose Fausta.
--Non può essere.
--Te ne prego!--intervenni.--Non insistere. Da due anni non ho scritto più una sola parola. Mi sento irrugginito. L'ideale?... È un gran malanno.
--Come? Parli così, tu, hegeliano fino alla punta delle unge?
--Non insistere più!--replicai, e con tale accento che il povero Lostini, mortificatissimo, soggiunse a bassa voce:
--Scusa. Credevo di mostrarti che ti voglio bene.
--E te ne ringrazio,--conclusi.
Uscimmo a prendere il caffè su la terrazza.
Lostini tornò loquace, divertente.
--A Milano ci si trovava bene?--gli domandò mia madre.
--Quasi ci fossi nato. Là è impossibile rimanere inoperosi. Io mi son buttato nella mischia a corpo perduto. Mischia incruenta, d'inchiostro--non si spaventi--ma che tiene agitati come se si trattasse di botte, di colpi di sciabola o di coltello. Se ne soffre, ma non vuol dire. Si fa anche soffrire. È la vita! Io pubblico un romanzo; un critico rinomato me lo stronca, me lo riduce in poltiglia.... Ne soffro, è naturale. Ed ecco che il critico rinomato pubblica un suo volume. Alla mia volta, glielo stronco, lo riduco in poltiglia.... E allora soffre lui, con mio vivissimo piacere. È la vita!
--Credevo che la letteratura fosse ben altro,--disse Fausta.
--Ed è ben altro,--rispose Lostini,--ma anche questo. Come accade in tutte le cose, coloro che la manipolano ne hanno quasi nausea; coloro che se ne servono la giudicano secondo il piacere ricavatone.... In certi momenti, più che romanziere, novelliere, articolista, versaiuolo, preferirei di esser fabbricante di saponi; in certi altri, non scambierei il mio mestiere con quello di un milionario. Forse esagero su questo punto: i milioni servono a tante cose; ma qualche volta non servono a niente.... o a far male agli altri. Un romanzo, un cattivo romanzo anche, come qualcuno dei miei, fa sempre un po' di bene ai lettori imbecilli e promove la secrezione della bile ai signori critici. Senza contare che quando si è occupati a scriverlo, ci dà la sensazione, il convincimento di essere in procinto di mettere al mondo un capolavoro.... Sensazione, convincimento che spesso i grandi ingegni non hanno. Dubitano, esitano davanti a le difficoltà, guardano troppo in alto (come un certo signore di mia conoscenza) e rimangono inerti, con gli occhi alle nuvole.... Lei mi approva, signora Fausta. Ecco: io non guardo in alto, nè in basso, ma diritto davanti a me, e procedo....
Continuò a parlare fino a tardi; sembrava che il mio silenzio, l'attenzione e le risate di Fausta e di mia madre lo eccitassero. E per quattro giorni la nostra vita fu invasa dalla sua voce, dalla sua allegria, dai suoi gesti, quasi ravvivata da un'onda di luce, quasi scossa da quella vivacità eccessiva, che a me intanto ispirava un senso di repulsione per la inconsapevole volgarità che col mio modo di giudicare scorgevo nelle parole e negli atti di Lostini.
--Buon giovane, del resto,--dissi a Fausta.
--E anche savio,--rispose.--Prende il mondo com'è. Non fantastica irraggiungibili felicità, e non avrà mai disinganni.
--Soltanto l'aver potuto pensare l'irraggiungibile, come tu dici, vale più di qualunque azione.
--Ti credo, senza comprenderti.
Com'era sottomessa, umiliante, affettuosa Fausta dal giorno della terribile rivelazione! Come era silenziosamente implorante che io mi decidessi ad accettare la generosa offerta della sua vita! Ora, lo capivo, il pudore le impediva di ripetermi le disperate parole:--Fammi morire così, Dario! Sarò felice di morire così!--Ma c'era nei suoi sguardi, nella sua voce commossa, nelle sue contegnose carezze qualcosa che mi esprimeva mutamente la stessa offerta. Io ero alla tortura.
Avevo avuto una scena quasi violenta con mia madre.
--Perchè non torni a dormire in camera? Durante l'allattamento stava bene; ma ora....