Rassegnazione: Romanzo

Chapter 8

Chapter 83,807 wordsPublic domain

Dispiacente di dover mortificarlo confessandogli la mia involontaria distrazione, balbettai poche e sciocche parole ammirative, incapace com'ero di precisar meglio le mie impressioni.

--Hai voluto fare un gentile sacrifizio,--egli disse.--Te ne sono grato. Non era il momento più opportuno; capisco lo stato dell'animo tuo. E se in qualche modo ti ho giovato....

--Non so esprimerti quel che ho sentito. Avevo bisogno di perdere la coscienza di vivere.

Mi levai da sedere, ripreso dalla dolorosa rabbia della mia delusione, e mi misi a passeggiare agitato pel salotto, strizzando le mani, con l'immagine davanti agli occhi di quel mostricino mezzo affogato fra le trine della cuffietta e i merletti della bianca veste che Fausta aveva cucite con tanto amore, destinate a quell'altro, al desiderato, al non arrivato e che forse non sarebbe arrivato mai più! Bissi non osava di dirmi una parola di conforto.

Così passarono parecchi giorni. Entravo per pochi minuti, due, tre volte il giorno nella camera di Fausta, ripetendo lo sforzo di costringimento, senza sentirmi commovere dalla vista della creaturina attaccata al seno della madre beata di sentir scorrere abbondante nella bocchina, che suggeva il capezzolo, l'affluenza del latte.

--Se tu sapessi com'è ghiotta!--diceva.--La mamma mi raccomanda di non avvezzarla male; di allattarla a ore determinate, sempre le stesse; ma io appena la sento piangere, non resisto. E sembra che lei lo sappia, la cattiva!

Se la stringeva al cuore, se la divorava dai baci; e vedendomi restar là, freddo, quasi annoiato--non mi sforzavo più di frenarmi, di dominarmi--soggiungeva rimproverandomi indirettamente:

--E per ciò il babbo non le vuol bene e non l'accarezza e non la bacia!

--I baci sformano il viso dei bambini; non dovresti baciarla neppure tu!

Protestò baciucchiandola con maggiore vivacità.

Finchè Fausta era restata a letto, ed io avevo avuto la distrazione della compagnia di Bissi, l'irritazione che mi sconvolgeva l'animo per la delusione sofferta aveva trovato facili momentanee diversioni. Rimanevo però sotto il tormento durante la insonnia in quelle tiepide notti di maggio che spesso passavo alla finestra, fumando, con qualcosa somigliante a un chiodo calcato da crudelissima mano in mezzo alla fronte, e che a poco a poco mi produceva tale stordimento da farmi guardare, senza distinguer nulla, le case, la campagna, i monti lontani, annegati nella diffusa luce lunare, e smarrire in torbide regioni dove la facoltà di pensare rimaneva offuscata e quasi annullata. Allora l'alba mi sorprendeva alla finestra, un po' intirizzito dalla brezza notturna, con le braccia indolenzite dalla posizione in cui erano rimaste per tante ore, con grave spossatezza intellettuale, quasi la mente avesse fatto, nei più chiusi recessi del cervello, un intenso lavorìo di cui non mi rimaneva coscienza; e mi mettevo a letto per alcune ore a dormire un sonno agitato, interrotto da sussulti, e pieno di sogni che finivano in incubi affannosi.

Un pomeriggio Bissi entrava nel mio studio col viso raggiante di gioia. Il suo romanzo era stato accettato dal direttore di un giornale quotidiano che lo avrebbe pubblicato prima nelle appendici di esso e poi in volume. Ma più che di questa insperata fortuna, egli era lieto dell'anticipazione concessagli, che gli permetteva di restituire le mille lire dategli da me due anni addietro.

--Questo non era nei nostri patti--gli dissi.--Dovevo essere io il tuo editore. Ti prendo in parola per un altro romanzo.

--Grazie,--rispose.--Sono solo; lo stipendio mi basta. Ti costituisco mio banchiere. Se avrò bisogno di quattrini, mi rivolgerò a te.

--Ora sai la via della mia casa; troverai sempre la tua camera.

--L'occasione non mancherà. Mi vedrai arrivare travestito da Re d'Oriente con incenso e mirra--con oro ahimè! no--in omaggio al tuo secondogenito che non si farà aspettare molto!

Mi salirono le lagrime agli occhi. Quelle parole esprimevano un augurio, o una garbata ironia? Esitai un istante, guardandolo fisso; poi me lo strinsi al petto senza pronunziare parole, che non avrebbero aggiunto niente alla desolazione di quell'abbraccio.

Alcuni giorni dopo, il dottore venuto a visitare la puerpera, mi disse sottovoce:

--Desidero di parlarle in disparte.

Lo condussi nel mio studio col pretesto di mostrargli un recente opuscolo di fisiologia.

--Compio un triste dovere,--egli cominciò appena fummo soli.

E alla mia mossa di ansiosa aspettazione, soggiunse subito:

--Si rassicuri. Noi medici siamo spesso uccelli di malaugurio. Questa, volta invece io faccio l'ufficio di preammonitore. Il parto della signora è stato laboriosissimo. So che sua madre non ha voluto dirgliene nulla, per non affliggerlo inutilmente, trascorso il pericolo. Il pericolo però può ripresentarsi e grave in una seconda gravidanza; bisogna assolutamente evitarla. Se avessi qualche dubbio intorno alla mia diagnosi, non le parlerei così. Disgraziatamente sono certissimo di quel che affermo. Commetterei un delitto tacendo.

Lo guardavo in viso con lo stupore di chi non ha capito bene quel che ha udito.

--Ha già la consolazione di una bambina,--egli riprese,--non chieda altro alla Natura. Quel giorno dovetti andar via da casa sua chiamato di urgenza presso un malato. Sono stato assente una settimana per affari di famiglia; sarei stato sempre in tempo di avvertirla. Ma non ho voluto più indugiare. Comprendo il suo dolore; è proprio un peccato che tanta giovinezza debba vedersi interdetta la gioia della procreazione. Ma la vita è sacra, e può dare altri compensi.

Stentavo a rinvenire da quest'altro colpo inatteso.

--Eppure,--risposi quasi balbettando,--ho avuto la precauzione di consultare il medico del collegio dove mia moglie era stata per parecchi anni. Mi aveva assicurato....

--Le previsioni non basate sui fatti sono quasi sempre fallaci. Non oso di dire che non potrei ingannarmi anche io. In ogni modo, credo che lei non vorrà correre il rischio di attentare ai giorni della sua signora. Si tratta di questo.

--Che terribile disgrazia!--esclamai.

--Ho fatto il mio dovere; lei farà certamente il suo,--soggiunse il dottore.--In quanto al modo di far comprendere a sua moglie il crudele divieto segua il mio consiglio: nei mesi dell'allattamento, il grave dispiacere di quest'annunzio potrebbe riuscire fatale alla bambina per un'inevitabile turbazione del latte della madre. Attenda fino all'epoca dello spoppamento. Che brutto mestiere è il nostro! Ci consente assai di rado il piacere di parlare di cose liete. Non mi porti rancore.

--Anzi!

Ed ebbi la forza di ringraziarlo con una stretta di mano.

Ero così sconvolto, che, accompagnatolo fino all'uscio, tornai nel mio studio, e presi macchinalmente a rassettare i libri e le carte della scrivania, quasi non avessi altro da pensare e da fare.

E quando cominciai a destarmi da quello stordimento non sapevo se avessi dovuto rallegrarmi o dolermi di ciò che avevo appreso.

Durante la settimana, la partenza di Bissi mi aveva lasciato libero di abbandonarmi tutto alla mia desolazione. E il veder Fausta, orgogliosa di allattare da sé la bambina, e immersa talmente nelle delicate e minuziose cure di nutrice da non accennare neppure una volta alla delusione che mi sconvolgeva mente e cuore e alla quale avrei voluto ch'ella mostrasse di prendere parte, m'insinuava un senso di crescente indignazione contro di lei, che in certi momenti diventava di odio a dirittura.

Avevo farneticato:

--Che inganno! Quel suo organismo, creduto capace di un perfetto concepimento, è fiacco, fiacchissimo per la creazione di un maschio! Non me lo darà mai, o, se riuscirà a darmelo, non sarà mai il maschio che dovrebbe attuare la elevatissima idea da me pensata e maturata!

Mi sembrava che ormai, dopo quest'altra prova andata a male, la mia vita non avesse più nessuno scopo. Mi vedevo confuso con la moltitudine che ingombra il mondo, condannato a quella volgarità quasi animale da cui rifuggivo con orrore, ridotto a essere un marito come tanti altri, un padre come tanti altri, una forza sperduta nel complicato ingranaggio sociale: niente!

Fausta non si accorgeva di nulla, lieta che la lasciassi interamente dedicata alla sua creaturina. Mia madre però osservava con sguardi inquieti il mio contegno, e non osava di interrogarmi, quasi avesse paura di veder confermati i sospetti che il mio silenzio, il pallore del mio volto, la cupezza della mia voce nelle brevi risposte che davo, le avevano fatto concepire. Dopo il mio primo scoppio all'annunzio della nascita della bambina, mi ero sforzato di dissimulare quel che mi ribolliva nell'animo. Non ero un bruto, non ero un selvaggio; ero, interiormente, qualcosa di peggio, sì; ma all'esterno i miei atti, i miei modi avevano tutta la raffinatezza dell'uomo civilizzato che si stima obbligato a mentire.

Col divinatore affetto materno però non c'è finzione che basti.

Mia madre, una mattina, venne da me mentre tentavo, leggendo, di dimenticare quello che giudicavo immane, irrimediabile disastro: e accostatasi, mi battè dolcemente con la mano sur una spalla.

--Ma non pensi,--mi disse,--che Fausta, se tu continui così, morirà di dolore?

Alzai la testa, e risposi:

--Se si morisse di dolore, a quest'ora io....oh!

E mia madre, crollando dolorosamente il capo, era andata via senza aggiungere altro.

Ora però, dopo la rivelazione del dottore, mi sembrava di non poter misurare l'immensità della mia sventura. Se l'illusione fosse tornata ad afferrarmi, se io avessi voluto ritentare la prova, mi sarei trovato di fronte a una porta di bronzo, ermeticamente chiusa, davanti a cui stava disteso il bellissimo corpo di Fausta che avrei dovuto calpestare e sacrificare per passare oltre.

Oh! Avrei commesso il sacrilegio, il delitto, se avessi avuto la certezza di poter così attuare il mio sublime sogno. Esso valeva bene la vita di una creatura, se soltanto a prezzo di questa la realizzazione n'era possibile! Ma, di certo, non mi si presentava altro che un'immolazione spietata! E così alla tristezza si era aggiunto l'orrore di un segreto che mi rendeva più odiosa la esistenza!

XVI.

Eravamo andati a passare l'estate a «Villa Fausta». Leggendo in cima ai pilastri del cancello questo nome sostituito per consiglio di mia madre a quello di «Villa Maria», riflettevo che avrei dovuto farvi incidere l'altro di «Villa Amara», come l'aveva chiamata il babbo al tempo della mia malinconica fanciullezza.

E una mattina, mentre per desiderio di Fausta noi due ci inoltravamo nei boschetti in cerca dei fiori di campo, lasciai sfuggirmi di bocca:

--Chi sa che mio padre non avesse ragione di chiamar questa villa «Villa Amara»!

--Tu la farai divenir tale per tua madre e.... per me!--rispose Fausta con insolito accento di tristezza.

Mi fermai per guardarla in viso. Era impallidita, tutt'a un tratto, quasi si sentisse mancare.

Avrei dovuto scusarmi di aver profferito quelle stolte parole, darle una spiegazione qualunque che avesse potuto almeno attenuarne il significato. Invece stetti zitto, attendendo con severa aria interrogativa che ella riprendesse a parlare.

--È inutile,--disse dopo alcuni istanti di pausa,--che tu continui nella tua misera finzione; non inganni nessuno; me, molto meno degli altri. E se crederai che io me ne lagni per mio personale interesse, prenderai un grande abbaglio. Quel che mi ha fatto passare tanti terribili mesi di ansia sopportati in silenzio è, sventuratamente, arrivato. Tu non mi ami più. Forse non mi hai amato mai. Amavi in me il tuo sogno; e quando esso è svanito, io sono rimasta per te uno strumento inservibile, un ingombro. Non mi importerebbe che sia così, se non ci fosse di mezzo mia figlia. Tu la stimi tanto poco tua che io non ho saputo mai dir «nostra» parlando di lei. Ieri ti ho accennato di quella contadina che vorrei scegliere per balia. Ti sei maravigliato della mia risoluzione.... È necessaria, è urgente; sarebbe un'infamia ostinarmi più oltre ed avvelenare col mio latte guasto la povera creaturina che ha avuto la disgrazia di venire al mondo mal gradita dal suo babbo. Tu non te ne sei accorto, perchè non la guardi; ma essa, da qualche mese in qua, deperisce; ha continui dolorini.... Non voglio vedermela morire di sfinimento.... Il mio latte si è mutato in veleno.

L'ascoltavo a capo chino, con le sopracciglia corrugate, come un accusato che sente pronunziare contro di sè un'ingiusta sentenza. Ella interruppe un istante lo sgorgo della parola, quasi per rifiatare; poi, riprese lentamente:

--Senza la bambina, sarei stata più forte di te; avrei sopportato il disinganno.... Giacchè avevo il mio sogno anch'io; sogno di affetto, di dedizione, di sottomissione, di sacrifici, non meno bello, non meno elevato del tuo e che avrei saputo attuare, perchè più ragionevole, più naturale. In altre circostanze mi sarei rassegnata. Non ti avrei mai rimproverato:--Perchè non mi ami più? Che cosa ti ho fatto?--So che non si ama quando si vuole, ma quando si può.... Mi sarei rassegnata senza cercare distrazioni o compensi; e avrei atteso il tuo nuovo risveglio, lusingandomi che potesse avvenire.... Ora no! Tu sei di quegli infelici che hanno superbamente difformato la propria intelligenza, il proprio cuore, e li hanno resi inumani.... Se non sentissi una gran pietà di te, non ti avrei detto niente. Non vorrei vederti fingere, perchè capisco quanto deve costarti. A che scopo, Dario? Rispondi: a che scopo?

C'era tanto dolore e tanta tenerezza nella sua voce, che avrei dovuto sentirmi spietrare il cuore, e buttarmele ai piedi per chiederle perdono. Le rivolsi una dura occhiata, mordendomi le labbra. Si era appoggiata con le spalle al tronco di un albero, e il pallore del suo viso risaltava tra i riflessi verdi delle foglie, tra le piccole chiazze d'oro con cui il sole, infiltrandosi a traverso i rami, ne punteggiava i folti capelli neri, la camicietta grigia, stretta ai fianchi da larga cintura di cuoio, e la gonna di color rosso cupo che il sole sembrava avesse spruzzata qua e là di vivo sangue.... La ho davanti agli occhi, dopo tanti anni, fissata nella memoria dall'iroso dispetto che in quel momento mi rendeva più avverso a colei della cui pietà mi sentivo offeso, quasi al danno fattomi ella osasse di aggiungere ora anche lo scherno.

Ma ella insisteva:

--Rispondi, Dario: a che scopo?

--Tu e mia madre,--feci cupamente,--dovreste lasciarmi covare il mio dolore, non occuparvi di me, tollerarmi se vi riesce. Ho fatto di tutto per nascondervelo. Passerà, forse, come passa ogni cosa in questo mondo. Mi sento però mortalmente colpito.

--È mai possibile, Dario, che un uomo come te si lasci abbattere dal crollo di una fantasticheria?...

--Era l'unica ragione della mia esistenza!

--Come sei spietato, Dario!

--Non vuoi tu che non finga, che non mentisca?

--Vorrei pure ben altro da te: uno sforzo, uno scatto di virilità, un impeto di resistenza.

--Non sono mai stato giovane. Non sono mai stato neppure fanciullo. Il mio triste destino è cominciato a svolgersi fin dalla culla. Mia madre mi ha visto crescere con lungo stento. Mio padre, un forte, aveva quasi sdegno di me. Forse, se egli fosse vissuto ancora, mi avrebbe risparmiato di commettere lo sbaglio che contrista te e mia madre. Io avrei dovuto vegetare e morire come una di quelle gracili pianticine selvatiche che non si sa perchè nascano, che non fanno fiori, che non danno frutto, che il sole inaridisce o il vento strappa alle rocce dove han trovato quasi un rifugio....

--T'inganni, Dario!

Mi prese per una mano, attirandomi. Ebbi la durezza di svincolarmi.

--Ero venuta da te con tanta gioia,--ella continuò dolorosamente,--con tanta ferma risoluzione di sollevarmi fino alla tua altezza e riuscire di esser degna del tuo nobile affetto. Ah, se allora, avessi saputo che tu avresti preteso da me l'impossibile, quel che nessuna volontà, nessun estremo sacrificio mi avrebbe mai concesso di darti!... E tu mi porti rancore di questo, come di una colpa, volontariamente commessa, come di un vilissimo tradimento.... Non dire di no!... Ne ho pianto in segreto, per non affliggerti di più. Tua madre ed io vorremmo confortarti, consolarti, e non sappiamo come. Abbiamo quasi paura di te noi due povere donne che daremmo volentieri la nostra vita per renderti felice.

--Paura di me?

--Non sdegnarti, se non so esprimermi bene. Son tante settimane che avrei voluto dirti quel che finalmente ti ho detto oggi. Tua madre mi consigliava:--Lascialo stare! Se sapesse il male che ti fa, diverrebbe più intrattabile, non per cattiveria.--è buono, immensamente buono--ma per vedersi ridotto suo malgrado a far del male a qualcuno.--Ed io invece ho pensato: E perchè devo permettere che egli inconsapevolmente mi faccia del male? Mi sarà grato di averlo avvertito; dovrebbe essermi grato! Per questo ho disobbedito alla mamma. Ne sono punita! Dunque tra te e me non c'è più niente, niente oltre il legame civile e religioso che ti è divenuto pesante catena?

--Oh, Fausta! Me ne fai accorgere ora tu; non mi è passato per la mente neppure un istante in questi miserrimi mesi! Perchè non hai taciuto? Perchè hai voluto rendermi più infelice? Ero così sopraffatto dal mio dolore che non mi preoccupavo punto del dolore degli altri!... Quel mio sogno distrutto....

--Possiamo riprendere e sognarlo. Sarebbe così bello, così dolce! Non mi dicesti un giorno: Sarà per un'altra volta; possiamo attendere?

--Non spero più! Certi sogni non si risognano!

--E dovremo vivere come due estranei che si sono incontrati accidentalmente per via?

--Voglio essere più forte del mio destino. Voglio vincere la brutalità del caso. Voglio aver l'orgoglio di proclamare: Non mi son sottomesso!

--Sottomesso a chi? A tua madre? A me?

--Vedi? Non mi comprendi!

Potevo dire: C'è qualcosa di peggio di quel che tu immagini?

E per sfogare tutta l'acredine che mi sentivo nel cuore, mi misi a calpestare furiosamente le erbe e le pianticine fiorite che smaltavano il suolo. Due lunghe lacrime rigavano le guance di Fausta. Ed io godei che ella piangesse!

Tornavamo verso la villa come due sconfitti, uno dietro all'altro.

--Non contristare la mamma, facendole sapere quel che è avvenuto tra noi.

--Non dubitare,--risposi un po' scosso dall'accento supplicante di Fausta. Avrei voluto aggiungere qualche parola cortese se non affettuosa; ma mi si fermò a mezza gola.

--E i fiori?--ci domandò mia madre, venendoci incontro.

--Non ne abbiamo trovati,--si affrettò a dire Fausta.

E corse verso la culla di vimini a ruote, dove la bambina armeggiava, con le manine, all'ombra della palma dai grandi rami quasi spioventi.

La seggiola là accanto indicava che la nonna si era intrattenuta durante la nostra assenza a sorvegliarla, a svagarla.

--Non ha pianto,--ella disse rivolta a Fausta.

Mi accostai e feci una lieve carezza alla bambina, solleticandole il mento. Sorrise, guardandomi fisso, quasi avesse indovinato che quella mano compiva un atto insolito e avesse voluto mostrarmi che lo gradiva.

--Povera piccina!--mormorò Fausta, mentre mi allontanavo temendo che ella non sapesse contenersi. Paventavo una scena alla presenza di mia madre.

Ero irritato profondamente di sapere che ella e Fausta si erano accorte di quel che io intanto non mi curavo molto di nascondere; avrei voluto che avessero finto di non avvedersi di niente, di abbandonarmi alla mia tristezza che esse, pensavo, non potevano intendere. Il mio convincimento delle inferiorità dell'intelligenza femminile aveva ricevuto una gran conferma dal recente colloquio con mia moglie. Quel che essa avea chiamato inumana disformazione della mente e del cuore era tuttavia per me il solo atto che mi rendeva degno del nome di uomo, un'elevazione oltre il senso, oltre l'immaginazione: la riflessione ridotta vita, carattere. Non voleva dir nulla, se circostanze accidentali ne avevano attraversato la compiuta azione. Il semplice tentativo mi inorgogliva; e il vederlo miseramente abortito non m'ispirava nessuna fiducia per rinnovarlo, anche se avessi ora ignorato il divieto fatale!

Una grave tristezza era piombata sulla nostra casa, un lutto di anime, di cui gli estranei non potevano avvedersi. Credevano che con la nascita di quella bambina ci fosse arrivata tale felicità da renderci gelosi di farla conoscere agli altri, da staccarci da tutto e da tutti, per concentrarci in un egoistico godimento di intense gioie domestiche. E tra quelle mura dove l'agiatezza, l'amore, la paternità spandevano, secondo la gente, gran luce di sorrisi, regnava invece la desolazione, della quale non sapevo riconoscermi, in parte, autore; vi si aggiravano, come ombre desolate, due caricature umane: Fausta, la bellezza intelligente, la giovinezza amorosa; mia madre, la sacrificata per tutta la vita, che non si era lamentata mai della sua sorte, e che aveva indarno sperato di veder consolati almeno gli ultimi suoi anni dalla felicità di un figlio costatole tante lacrime e tante cure.

E il sapermi anche invidiato a torto rendeva più vivo, più intenso il mio rancore contro le brutali forze della Natura, davanti a cui la sovranità del pensiero umano rimaneva impotente.

XVII.

Ripensando il mio stato di animo di quel tempo, non mi stupisco di aver potuto resistere al doloroso spettacolo che avevo ogni giorno sotto gli occhi. La mia intelligenza era talmente ossessionata dalle prepotenti idee metafisiche insinuatemi dal vecchio professore di filosofia, che pur sapeva contemperare per conto suo l'ideale col reale, da rendermi una specie di macchina dove il raziocinio avea distrutto ogni vestigio di sentimento.

E così mi spiego in che modo potei assistere con crudele indifferenza alla morte della mia bambina.

Il latte alterato dai dispiaceri l'aveva, pur troppo, come diceva Fausta, avvelenata. Il mutar latte non valse a niente.

Nei primi giorni dell'autunno eravamo ritornati in città, per avere più pronta l'assistenza del medico.

Ogni altra preoccupazione di Fausta e di mia madre era sparita davanti al pericolo che minacciava il piccolo organismo. Fausta sembrava dovesse impazzire. Vegliava la malatina giorno e notte, e le esortazioni e i consigli di mia madre non riuscivano a moderarne gli eccessi.

--Ti ammalerai anche tu!

--Non importa,--rispondeva.--Voglio far guarire mia figlia, anche a costo della mia esistenza!

E quando il dottore, che mi credeva desolato dall'angoscia di poter perdere la bambina, mi annunziò, sottovoce, che non c'era più speranza di salvarla, lasciando a me l'incarico di preparare l'afflittissima madre alla imminente sventura, io risposi seccamente:

--Grazie!

--Le dia coraggio lei che è un uomo,--egli soggiunse.--Il disastro può accadere da un momento all'altro. Vuole che ne parli anche alla signora Maria?

--Si, sì!

E chiamai io stesso mia madre. Sentivo che non avrei saputo trovare le parole opportune. Nel cuore non mi vibrava niente. Mi sembrava anche giusto che quel testimone del mio disinganno sparisse; e già m'invadeva nuova sorda irritazione contro Fausta, che non sapeva più sperare nel rifiorimento della mia illusione da cui avrei potuto essere ricondotto a lei. Non le avevo detto un giorno:--Possiamo attendere?--Avevo dimenticata la smentita data recentemente a quelle mie parole; e non riflettevo che sarebbe stato peggio se fosse avvenuto altrimenti.

Vedendomi aggirare, cupo, per la camera dove la bambina agonizzava, e fermare davanti al lettino di ottone, sotto le coperte del quale si scorgeva appena il corpicino ridotto pelle e ossa, irriconoscibile, Fausta mi guardava ansiosa a traverso il velo di lagrime che le offuscava gli occhi. Poteva mai immaginare che non mi sarei neppure commosso in faccia alla dissoluzione di quell'esserino innocente, nelle cui vene davano le ultime pulsazioni il suo e il mio sangue? E per ciò, lei, la buona creatura che aveva tanto bisogno di conforto, riusciva a trovare parole di conforto per me.