Rassegnazione: Romanzo

Chapter 7

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--Perchè una figlia e non un figlio?--la interruppi.

Mi guardò maravigliata dello strano accento con cui avevo pronunziato quelle parole.

--Ti dispiacerebbe di avere una figlia?

--Sì, se venisse prima d'un maschio.

--Vedi: ora mi farai stare in pensiero, pel caso....

--Devi volere un maschio, a ogni costo. La volontà influisce.

--Il Signore ci dà quel che piace a lui!

--Devi volerlo, fortemente.... Non farti il malaugurio!

Intervenne la mamma:

--Bastasse volere! Ha ragione Fausta. Infine, con chi vorresti prendertela, se per disgrazia...?

--O mamma, non farmi il malaugurio anche tu!

Pochi giorni dopo, nel tornare da una passeggiata, Fausta, tutt'a un tratto, a pie' della scala, sentendosi venir meno, si aggrappava al mio braccio, esclamando fiocamente:--Oh, Dio!... Dario!

E mi si aggravò sul petto.

L'alzai di peso e la portai su quasi fosse stata una bambina. Era pallidissima, diaccia. Mia madre non si smarrì al mio grido che chiamava soccorso e a quella vista. Le spruzzò il viso con acqua fredda, le fece odorare dei sali:

--Non è niente! Si è strapazzata troppo.

--Ha voluto andare sempre a piedi--balbettai.--Fausta! Fausta!

Aperse gli occhi, sbalordita; poi sorrise:

--Scusa, mamma! Non so.... Da questa mattina!... Hai avuto paura, povero Dario?... Non mi è accaduto mai prima d'oggi.

--Ti senti meglio?

--Sì, Dario. Solamente.... una gran lassitudine.... E poi.... Ecco, mi riprendono le nausee di poco fa, ma.... più forti.

Mia madre ed io scambiammo una lunga occhiata di tenerezza, di gioia repressa.

Stesi le mani ad accarezzare delicatamente il viso di Fausta, ritenendomi dallo stringerla al petto, come avrei voluto fare in uno slancio di gratitudine immensa, per paura di nuocerle in quello stato.

Non ci ingannavamo, mia madre ed io? Era quella la rivelazione così ardentemente invocata?

Quel giorno non le dicemmo niente del nostro sospetto, e neppure nei giorni appresso, quando il sospetto fu lietissima certezza.

Io ero diventato un bambino. Avrei voluto correre, saltare, gridare per dar qualche sfogo fisico alla mia intensa gioia. Due volte mi ero sorpreso, nel mio studio, con le mani giunte e gli occhi rivolti al cielo, in atto di ringraziamento e di preghiera; e, nonchè arrossire di un atto che contradiceva alle mie convinzioni filosofiche, non me n'ero nemmeno maravigliato.

Stavo attorno a Fausta, in gioconda ammirazione di quel fragile corpo di donna che conteneva il misterioso germe, la mia speranza, la mia vittoria!

E quando neppur essa potè più ignorare, e mi accorsi che era triste, agitata dalla paura, che il mio desiderio potesse venire frustrato, mi affrettai a rassicurarla:

--Non importa; qualunque sia l'esserino che ci verrà concesso, sarà sempre accolto come una benedizione.

--Sei buono; me lo dici per confortarmi....

--No, sta' tranquilla.

--Vedrai, sarà un bambino!

Avevo sentito parlare di un mezzo per accertarsi del sesso di una creatura in gestazione, e lo avevo giudicato superstiziosa sciocchezza. Ebbene, non seppi trattenermi dall'adoprarlo.

Una mattina improvvisamente le dissi:

--Oh, Fausta!... Quelle mani!

Me le mostrò, voltando le palme, stupita della mia esclamazione.

L'abbracciai, commosso, credulo al pari di una femminuccia.

--Sì, sarà un bambino!--le dissi.

--Davvero?

--Certamente.

--Come lo sai?

Le spiegai il mezzo di cui mi ero servito.

--Eh, via!...--esclamò delusa.--È uno scherzo.

--Tante altre cose gli scienziati stimano scherzi e superstizioni e, alla prova, non sono tali.

Parlavo gravemente, con convinzione, in quel momento.

--E poi,--conchiusi,--spesso la felicità consiste in un'illusione. Non priviamoci di questo beneficio!

Sorvegliavo ogni movimento, ogni atto di Fausta. Le sue passeggiate, il suo nutrimento, le sue più indifferenti occupazioni diventavano per me tanti difficili problemi da studiare, da risolvere ponderatamente. Qualunque commozione, qualunque impressione capace di avere influenza su l'organismo del nascituro--non dubitavo più, era un figlio!--mi teneva ansioso, mi atterriva, mi rendeva importuno, seccante con la povera Fausta; e me ne scusavo e gliene chiedevo perdono, quando mi accorgevo di eccedere troppo.

--Senti com'è irrequieto!--ella mi diceva.

Non potevo accertarmene. I movimenti interiori che ella notava non erano ancora tanto sensibili da essere verificati esternamente.

E quando potei anch'io accertarmi dei calcetti, come diceva lei, che il rabbiosino le dava, quei sintomi di vitalità, e di forza mi confermarono nella convinzione che si trattasse proprio di un bambino.

--Lascialo fare. Si annoia al buio, nel ristretto spazio che lo contiene; ha fretta di uscire all'aria libera.

--Tra due mesi!

Oh, quanto mi sembravano lunghi a scorrere! Due eterni mesi ancora! E contavo i giorni, le ore, i minuti, con indefinito terrore del gran momento, con immensa compassione di colei che sopportava così lietamente il grave peso della maternità, e che passava le sue giornate a preparare, insieme con la mamma, il corredino del nascituro.

XIV.

Ero come in attesa di un portento. In certi momenti mi paragonavo, sorridendo, a quei maghi maravigliosi operatori di prodigi, che, avendo asservito tutte le più arcane forze della natura, le costringono alla creazione da loro ideata e voluta, e per ciò superiore alle ordinarie produzioni, le quali risentono inevitabilmente gli influssi delle circostanze e del caso. La loro opera non è diversa dalle creazioni naturali; si serve degli elementi esistenti, ma li combina con piena libertà, evitando gli impedimenti e i contrasti del cieco intervento di altre forze.

Così credevo di aver potuto fare io, ed ero in vivissima impazienza di vederne il risultato. Ne avevo parlato spesso nelle mie lettere al Bissi, e mi ero indispettito delle sue obbiezioni. Egli mi aveva risposto:

«Solo e vero mago è l'artista. Soltanto del nostro pensiero abbiamo padronanza assoluta, e per questo, se sappiamo, possiamo fare il portento dell'opera d'arte. Non c'è altra creazione umana possibile, ed è superiore, infinitamente superiore, a qualunque più elevata creazione della. Natura».

--E l'artista chi lo crea?--gli avevo risposto.

La nostra discussione epistolare era stata interrotta dalla malattia di sua madre.

Una mattina me lo vidi inaspettatamente dinanzi, vestito a lutto.

--Oh, povero amico!--esclamai, abbracciandolo.

--È un dolore ineffabile!--rispose.--C'è stato un istante in cui mi parve che tutto l'universo perisse assieme con me. Non avevo mai immaginato niente di simile; mi sembrava di dover ammattire. Il lavoro mi ha salvato.... Ne ho quasi rimorso.

--Perchè?

--Ho potuto fare una cosa orrenda. Stenterai a credermi. Tornato dal cimitero dove avevo assistito, senza piangere, quasi inebetito, al seppellimento della mia morta adorata, mi son chiuso nella cameretta accanto a quella in cui mia madre era spirata due giorni avanti.... ho ripreso il mio romanzo abbandonato da parecchie settimane, come se niente di terribile fosse accaduto nella mia vita.... ed ho scritto, ho scritto, notte e giorno per dieci giorni di sèguito, dormendo qualche ora seduto nella poltrona, con la testa su le braccia appoggiate al tavolino, sostentandomi con caffè e latte e pochi biscotti, domando così lo sconvolgimento fisico dell'organismo che pareva dovesse annientarmi l'intelletto. È stata, forse, azione istintiva, per proteggerlo, per salvarlo.... Una mostruosità! Quando ripenso a questo, mi faccio orrore!...

--Ed hai finito il romanzo?--gli domandai per non insistere sul triste tema.

--Sì.

--Ne sei contento?

--Molto; a te posso dirlo senza falsa modestia. E riflettendo che, probabilmente, non sarei riuscito a farlo quale ora è, se non fossi stato sotto la terribile stretta di quel dolore senza nome, mi sento preso da un impeto di indignazione contro la Natura che ha bisogno di servirsi di tali mezzi per produrre certi fenomeni intellettuali. È una gran profanatrice la Natura!

--Tu intanto devi essere felicissimo di aver già fatto quel che hai voluto.

--Sì, è vero. Ho l'assentimento della mia coscienza. Ma corrisponderà l'opera mia alla coscienza degli altri? Ti confesso che questo mi dà pensiero fino ad un certo punto. Tanto peggio per me, se essa arriva in ritardo; tanto meglio, se precorre l'avvenire. Lo saprò tra non molto, appena avrò trovato un editore, e, dopo l'editore, un pubblico che voglia leggerla. L'importante era che io giungessi a produrla quale l'ho maturata nell'immaginazione e nel cuore; che nell'arduo passaggio dalla concezione all'attuazione la mia opera d'arte non perdesse per via le eccelse qualità di vita, di luce, di colore, di euritmia lungamente vagheggiate e laboriosamente proseguite con l'intenso concorso della forma che dà allo spirito dell'artista ansie e dolori di cui pochissimi possono formarsi esatta idea. Ormai io sento lo sfinimento, la lassitudine che seguono al lavoro compiuto; e guardo l'opera mia con la stessa tenerezza, con la stessa compiacenza con cui una mamma deve certamente guardare la creaturina che poche ore avanti le ha straziato le viscere per venire alla luce.

--T'invidio!

--Forse hai ragione, forse hai torto. In questo momento io non so giudicare se la generazione di una creatura vivente, cioè di un'anima, di un cuore, d'un intelletto, non sia infinitamente superiore alla creazione di un'opera d'arte; o se quest'altra creatura spirituale che vive, che palpita anch'essa, e che è capace di produrre in migliaia d'intelligenze e di cuori ripercussioni immortali di pensieri e di affetti, non valga assai più, assai più del misero organismo formato di fibre, di nervi e di sangue che potrà essere un genio, un cretino, un delinquente senza che la nostra volontà c'entri per nulla.

--No! No!--esclamai.

--Scusa,--egli rispose, sinceramente mortificato.--Ti ho parlato di me e delle cose, che possono interessarti fino a un certo punto, ed ho trascurato di chiederti notizie....

Lo presi per le mani con slancio affettuoso.

--Non ancora.... Poche settimane, pochi giorni, forse, e il gran miracolo sarà compiuto. Lasciami dire così. È la convinzione, anzi la fede che mi regge, che mi conforta, che mi fa amare la vita. Chiamo Fausta; voglio presentarti a lei che ti vuol bene come al più caro dei miei amici. La gestazione ha un po' deformato le linee del suo giovane corpo; a me però sembra più bella ora; c'è qualcosa di augusto, di sacro nella maternità.

Ero orgoglioso di veder Bissi quasi timido davanti a Fausta.

--È un vecchio amico per me,--ella gli disse.

Si era fermata scorgendolo in lutto e mi interrogò con lo sguardo.

--Ha perduto la mamma,--spiegai.

--Povero signor Bissi!

Le tremava nella voce tale improvvisa commozione, che io, per impedirle di continuare, la interruppi:

--Sarà nostro ospite. È inutile che tu dica di no--soggiunsi al gesto negativo del mio amico.--Mando all'albergo a prendere la tua valigia.

Fausta lo fissava con gli occhi velati di lacrime. La rimproverai dolcemente. La sua sensibilità si era molto esaltata in quegli ultimi giorni; qualunque lieve impressione la turbava; e questo stato di debolezza nervosa m'impensieriva, quantunque comprendessi che fosse proveniente dalle condizioni del suo organismo, in via di prepararsi al supremo sforzo del prossimo parto. Ricordo le dolcissime ore passate in quella stanza dove Fausta e mia madre finivano di mettere in ordine il corredo del «principino imperiale» come io mi compiacevo di chiamare il nascituro; e Bissi ed io dimenticavamo di ragionare di arte, interessandoci a quelle piccole cose eleganti che si accumulavano sui tavolini e su le seggiole in gentile disposizione.

Fausta, di tanto in tanto, animava il nostro ammirativo silenzio con parole di scherzo rivolte al Bissi:

--Beati voialtri romanzieri che non fate nessuna fatica e nessuna spesa per abbigliare i vostri personaggi!

--Ah, se sapesse!--egli rispondeva, crollando il capo.

--Lo so che spessissimo li vestite male. Vi costerebbe tanto poco sollecitare intorno a questo la collaborazione di una donna. Ma voialtri artisti siete orgogliosi; stimate la donna un essere inferiore....

--Può darsi che abbiano ragione,--soggiungeva mia madre.--Però, però....

--Dica pure, signora Maria,--la incitava Bissi.

--I romanzi noi li facciamo e li facciamo fare nella vita. Non è poi gran cosa, se loro li scrivono.

--T'inganni, mamma!--intervenivo io.

Nessuno sapeva meglio di me quanta gran differenza corresse tra il viverli e lo scriverli. L'antica piaga del mio cuore si era riaperta in quei giorni, assistendo alla lettura di parecchi maravigliosi capitoli del lavoro di Bissi, dove la realtà e la poesia si fondevano con arte squisita, organicamente, con originalità schietta e sincera, con robusto impeto di stile. L'ammirazione e la gelosa invidia che riprendevano a torturarmi col vivo ricordo della mia impotenza artistica venivano a stento represse dall'idea che tra poco avrei veduto venire alla luce il mio capolavoro, di natura diversa, Colui che avrebbe dovuto attuare quel che al suo genitore era stato negato. Non osavo di dubitare un solo momento che ciò non dovesse accadere. La ragione della mia esistenza consisteva tutta là.

Tornavamo col mio amico da una lunga passeggiata, in aperta campagna. La primavera era arrivata da parecchi giorni coi suoi tepori, coi suoi profumi, col suo vasto sorriso di verde e di sole, con la lieta gazzarra degli uccelli nidificanti tra i rami degli alberi, tra le siepi, con le farfalle che ci volteggiavano su la testa, d'attorno, mentre noi procedevamo per l'ampia strada, riandando con lieta spensieratezza i bei giorni della giovanile comunanza di studi, di aspirazioni, di sogni ora parte svaniti, e parte sostituiti da altre aspirazioni, da altri sogni, o da tristi e dolci realtà. Le circostanze della vita ci avevano divisi. Il fratello di mia moglie, con la madre e la zia, stava a Roma, dove aveva aperto il suo studio di avvocato; il Lostini era andato a Milano e già spadroneggiava nel basso giornalismo, poeta, novelliere, critico letterario e teatrale. La sua improntitudine e la sua audacia lo aiutavano a far rapida carriera più che il suo ingegno incolto, bislacco, ma che però progrediva e si fortificava oltre di quel che da principio non facesse sospettare.

--Noi due siamo rimasti, in disugual modo, sognatori ostinati,--diceva Bissi sorridendo malinconicamente.--Il mondo è dei violenti.

--C'è violenza e violenza,--risposi.--Io preferisco quella che adopriamo noi, tu più di me. È la più sicura.

Ci eravamo dilungati troppo. Una carrozza vuota ci veniva incontro. La fermai. Bissi voleva ritornare a piedi; ma io sentivo una strana agitazione, un'impazienza improvvisa di trovarmi a casa.

--È puerile. Devi perdonarmi; in certe circostanze si diventa superstiziosi. Ho il presentimento d'una novità che mi attende. Infatti nell'anticamera, ci venne incontro mia madre.

--Fausta ha cominciato tutt'a un tratto a soffrire. C'è di là la levatrice. Ho mandato ad avvisare anche il dottore, per precauzione.

Avevo provato una gran stretta al cuore, come davanti a un pericolo di morte; e per sorreggermi mi ero afferrato fortemente al braccio di Bissi.

--Dario!... Eh, via.... coraggio!

Egli tentò di trascinarmi in salotto o nello studio; ma io volli, a ogni costo, vedere Fausta prima che le sue sofferenze aumentassero.

Era in piedi, appoggiata alla spalliera di una seggiola, pallida, col viso un po' contratto. Vedendomi entrare, si sforzò di sorridermi e mi stese una mano.

--Non è niente.... Sono forte!

--Fausta!... Fausta!...--balbettai.

--Non è niente!... Va' di là; mi fa più male il vederti soffrire.

E mi offerse le labbra, ghiaccie come la mano.

Ah, quelle terribili ore, quando le sue grida strazianti arrivavano fino al mio studio, dove andavo su e giù senza sapere quel che facessi, cacciandomi le mani tra i capelli, invocando il nome di lei--Fausta! Fausta!--sollevando le braccia in atto di supplicazione, stringendo forte i denti quasi avessi potuto in quel modo aiutar Fausta a sopportare lo strazio che la costringeva ad urlare.

Di tratto in tratto, mia madre si affacciava all'uscio per dirmi:

--Sta' tranquillo! Tutto procede regolarmente!

Com'era lenta la crudele Natura!... Le ore mi sembravano secoli. Le lancette dell'orologio a pendolo si erano dunque fermate?

E nei momenti di tregua, quando all'orecchio ansiosamente intento non arrivava nessun grido, io pensavo:--Eccolo! Eccolo!--E mi sembrava che il miracolo valesse bene tutti gli strazi della madre e miei, e che quanto più essi erano maggiori, tanto più grande e più stupendo sarebbe il risultato che stava per essere prodotto.

Mia madre si fermò su l'uscio, esitante. Aveva su le labbra qualcosa che avrebbe voluto essere un sorriso e che mi parve subito l'anticipazione di tristissimo annunzio.

--Mamma!...--gridai.

--Fausta sta bene,--rispose.

--E....--feci senza aver forza di proseguire.

--Rassegnati, Dario!... È una bambina!

Ripensandoci sento di nuovo l'urlo bestiale che mi uscì dalla gola; sento l'urlo, la violenza del colpo che mi piombò sul capo quasi avessero tentato di atterrarmi con una mazzata! E mi lasciai cascare, sbalordito, sur una seggiola, coprendomi il viso con le mani, sussultando, smaniando, con uno sgorgo di odio nel cuore contro la innocente creaturina che distruggeva in un istante il mio superbo sogno di tanti mesi, quasi ella avesse fatto ciò con malvagia intenzione, povera creaturina innocente!

XV.

Mia madre e Bissi erano attorno a me costernati. Mormoravano brevi parole di conforto, tanto il mio dolore sembrava ad essi incapace di qualunque umana consolazione.

Tutt'a un tratto mia madre alzò la voce severa:

--Dario! Dario! Non ti riconosco, figlio mio! È forse colpa di Fausta? Tua? Della bambina? Io che sono una povera donna quasi ignorante dico: Il Signore ha voluto così! E mi rassegno alla sua volontà. Questo per te non vale. Se c'è però una legge, se c'è un ordine nelle cose che nessuno di noi può mutare, la tua ragione faccia quel che fa in me la fede in Dio. Il bambino che tu desideravi, che tu attendevi con inconcepibile certezza, verrà dopo; e forse sarà meglio.... Sii uomo, Dario! Che dovrà pensare Fausta non vedendoti accorrere da lei? Appreso che era nata una bambina, ella si è sentita mancare, pensando a te.--Oh! Dio! Oh! Dio!--ha esclamato desolatamente; non aveva forza di piangere; faceva pietà. Vieni, Dario!... Ma ricomponiti. Nel suo stato la uccideresti, se le facessi scorgere questa irragionevole disperazione. Sii uomo! Sii uomo, Dario!

--Tua madre ha ragione,--soggiunse Bissi, scuotendomi per un braccio un po' rudemente.

Mi rizzai, trassi un lungo respiro, stringendo i pugni, chiudendo gli occhi, facendo stridere i denti: poi, riscossomi, gettai le braccia al collo di mia madre, quasi singhiozzando:

--Mamma, perdonami! Mamma!

--Ti comprendo, Dario. Ma che cosa possiamo farci? Non c'è rimedio.

Oh! Nessuno poteva comprendermi. Per tutti gli altri, l'immenso mio dolore doveva apparire, più che esagerato o artificiale, stranissimo, quasi confinante con la pazzia. Era tale davvero; lo riconosco ora, dopo molti anni. Allora però niente mi sembrava tanto ragionevole quanto quel che io chiamavo il miracolo. Esso non doveva venir fuori dalla sospensione di certe leggi della Natura, ma dalla intelligente coordinazione di queste a uno scopo determinato.

E la mia vanità mi lusingava che io avessi già adempito a quella intelligente coordinazione. La delusione perciò era tale, che mi sembrava di non poter più vivere, quasi si fosse addensato fittissimo buio intorno a me, quasi mi si fosse aperta davanti una profonda voragine che niente avrebbe potuto colmare.

Eppure ebbi la forza di comporre il mio aspetto a serenità, di dare alla voce un accento di dolcezza, di spiegare insomma una arte di finzione per la quale credevo di non avere nessun'attitudine.

La camera era ancora sossopra. Fausta, sorretta da un mucchio di guanciali, pallida, con gli occhi infossati e i capelli in disordine, mi accolse atteggiando le labbra a un sorriso dubbio che pareva chiedesse scusa e nello stesso tempo volesse confortarmi.

La vista della bella creatura sofferente mi die' uno slancio di pietà. La presi delicatamente per le mani, la baciai, e con voce ferma e carezzevole le dissi:

--Sii calma.... Sarà per un'altra volta. Possiamo attendere. Sii calma.

--Grazie, Dario!--rispose commossa, con gli occhi improvvisamente gonfi di lacrime.--È là,--soggiunse, additandomi la neonata che riposava, coperta da un velo, sur un guanciale a pie' del letto.

Mia madre la sollevò con cautela, per non svegliarla, e me la presentò.... Un mostricino roseo, affogato fra le trine della cuffietta e dello scollo della veste, dalle cui maniche, ornate di merletti, venivano fuori due manine coi pugni chiusi, del color del sangue. I lineamenti sembravano fluidi, inconsistenti, quasi le carni non avessero ancora avuto tempo di raffermarsi. Dalla cuffietta scappavano fuori alcune ciocchettine di capelli biondissimi; le sopracciglia si confondevano col roseo della fronte; le labbra erano pavonazze.

Ebbi un senso di repulsione, ma lo vinsi subito e mi inchinai a baciarla sfiorandola appena.

--Tra poche ore non la riconoscerai,--disse mia madre.

La bambina si agitò, aperse gli occhietti grigi e mosse le manine.

--Ti guarda, Dario!

--Vedrà come sarà bella domani,--soggiunse la levatrice che assisteva la puerpera.

--Ti guarda, Dario!--replicò Fausta.

E c'era nella sua voce un invito, un'implorazione che mia madre capì meglio di me, alzando la bambina, perchè la baciassi di nuovo.

Sentivo un inatteso turbamento davanti a quell'esserino, sangue del mio sangue, carne della mia carne. Non era rancore, ma non era neppure gioia, soddisfazione, compiacimento del nuovo fiore di vita non ancora compiutamente schiuso, avviluppato dalla inconsapevolezza che guardava senza discernere come scorgevo dalla pupilla non schiarita e dai movimenti, vaghi, annaspanti, dei minuscoli ditini.

E fui lieto che mia madre la riponesse sul guanciale e tornasse a ricoprirla col velo.

--Le vorrai bene, Dario?--domandò Fausta, esitante.

--Quanto gliene vorrai tu.

Ella spalancò gli occhi e sorrise con tale espressione di felicità, che io non potei difendermi da una punta di rimorso per averle mentito.

--La signora ha bisogno di riposo,--fece la levatrice.

--Resta ancora un po', Dario! Resta anche tu, mamma!

--Per ora qui comanda lei,--rispose mia madre, accennando alla levatrice.

Si era forse accorta di quel che cominciava ad accadere dentro di me per la violenta costrinzione impostami e volle impedire che Fausta finalmente indovinasse?

Avevo il cuore gonfio. Sentivo per tutto il corpo un fremito che sarebbe scoppiato in un nuovo eccesso di disperata indignazione, se non ne avessi avuto terrore; e non mi fosse venuta l'idea di sviarlo pregando Bissi di leggermi altri capitoli del suo romanzo.

Egli mi guardò stupìto, e accondiscese col gesto compassionevole di chi si presta ad appagare il desiderio di un malato.

Oh, la strana sensazione di quella lettura! Le parole mi penetravano nell'orecchio perdendo il loro preciso significato, diventando suoni musicali soltanto, che la voce del mio amico modulava con inflessioni ora rapide, ora soavi e lente, ora gravi e solenni, in una specie di melopea da cui venivano acchetati e quasi addormentati i miei nervi senza affaticare la mente. Avrei voluto che con la lettura tutta la mia vita avesse continuato a durare in quell'indeterminatezza, in quel fluire indefinito che mi portava via con sè lontano, lontano, con lassezza da dormiveglia dolce e triste, con un senso di benessere che mi dava ineffabile ristoro. E quando la voce del mio amico a poco a poco, secondo la drammatica situazione di un dialogo di amore, si abbassò di tono, si affievolì e si smorzò nell'unisono di un sospiro dei due amanti, mi parve che qualche cosa si arrestasse dentro di me.

--Non mi dici niente?--domandò Bissi, dopo alcuni istanti di silenzio.