Chapter 6
Le innumerevoli scaglie delle nuvole erano già diventate cineree. Una gran pace aleggiava per quei viali deserti, tra quelle tombe biancheggianti. Il rumore dei nostri passi su la fina ghiaia produceva tale trista, indefinita sensazione che ci impediva di riprendere a parlare. Soltanto quando rientrammo in mezzo alla vita cittadina, trasportati celermente dalla carrozza che ci riconduceva a casa, mia madre esclamò:
--Ora mi sento più tranquilla pel tuo avvenire.
Non chiusi occhio quella notte. Da alcune parole della mamma avevo indovinato la ragione delle ansietà che la turbavano, quantunque cercasse di nascondermele. Roberto Lenzi ed io avevamo fiduciosamente combinato la cosa, senza punto pensare che il cuore o la volontà di Fausta potevano rovesciare a un tratto il nostro magnifico edifizio e spazzarlo via come fa il vento coi globi di fumo. E allora?
Verso le due dopo la mezzanotte mi ero levato da letto e avevo aperto la finestra; mi sembrava che nella camera mi mancasse l'aria. Il cielo era limpidissimo, trapunto qua e là da poche stelle che tremolavano fiocamente, vinte dalla diffusa chiarità plenilunare. I tetti delle case erano bianchi dalla rugiada; i campanili e le cupole delle chiese si profilavano nel cielo quasi opalino con rigida nettezza.
Soltanto a grandi intervalli il vasto silenzio veniva interrotto dal rumore delle pesanti ruote di un carro, dai passi di un nottambulo, dallo strido di un uccello notturno che forse il lume della mia finestra aveva attirato da lontano.
--E allora?--m'interrogavo.
La risposta si sperdeva nel torpore che m'invadeva la mente, proprio come quella nebbia che vedevo inoltrarsi lieve, lenta, e che pareva scancellasse le sembianze delle cose, coinvolgendo dentro i suoi taciti veli biancastri la scura massa delle case, i campanili, le cupole, le cime degli alberi dei giardini attorno, spegnendo i fanali, di mano in mano che si accostava; prima, trasparente, simile a quei teli di garza scendenti dall'alto di uno scenario, e poi sempre più e più densa, tanto da coprire allo sguardo fin gli oggetti più vicini.
E quasi una mano invisibile agitasse di tanto in tanto quella vaporale inconsistenza che il chiaro del plenilunio rendeva opacamente luminosa, o un improvviso soffio di vento la diradasse per istanti, vedevo riapparire, slontanati dalla sfumata tenuità, cupole e campanili, angoli di case come galleggianti in quell'onda, che poco dopo tornava a riavvolgerli e a farli sparire.
--E allora?
La mia vita verrebbe sommersa, sarebbe presto sparita anche essa nel nulla, come le cose attorno, e non per qualche ora, ma per sempre?
Non mi ero accorto del tempo trascorso. La nebbia persisteva ancora fitta, immobile, quando potei distinguere a traverso di essa il luccicore dell'alba, quando l'aurora sopraggiunse più luminosa, tra i rumori della città che si destava.
E allorchè il sole, saettando i tiepidi raggi mattutini, cominciò a fugare la nebbia e a risuscitare attorno a me la realtà delle cose, mi parve che una risposta consolante mi risonasse dentro il cuore e che la gentile figura di Fausta mi sorridesse, lassù, nella limpida e dorata profondità del cielo, assentendo!
XII.
Il timore di mia madre, fortunatamente, era stato vano.
E così il più delizioso istante della mia vita fu quello in cui vidi Fausta venirmi incontro e tendermi le mani con tale grazia e semplicità, da rendere doppiamente gradita la incondizionata dedizione di tutta se stessa.
Rimandammo il nostro viaggio di nozze a sei mesi dopo il matrimonio--la mamma ci avrebbe accompagnati--e andammo a nasconderci nella villa dove io avevo passato due anni della mia scialba fanciullezza.
Ma prima di far la richiesta e appena ricevuta l'approvazione di mia madre, io avevo scrupolosamente adempito il programma con cui intendevo prepararmi al grande atto.
Stavo bene; il mio organismo, con lo sviluppo dell'età, si era rafforzato. Avevo conservate intatte, per via delle mie convinzioni e delle circostanze, quelle forze che i giovani sogliono spensieratamente disperdere quando più sarebbe dovere di risparmiarle.
Pure mi parve giusto interrogare un dottore.
Non si passa una misera fanciullezza senza che un'impressione non rimanga da farci dubitare e sospettare che qualche mal germe possa, insidiosamente, ancora annidarsi dentro di noi. Volevo essere sicuro.
Entrai con profonda trepidanza in quel gabinetto a cui gli strumenti per l'esame dei malati davano l'apparenza di una stanza da tortura.
--Dottore, mi dica crudamente la verità!
--Che cosa vi sentite?
--Niente. La prego di esaminarmi.
Il celebre professore al quale mi rivolgevo era famoso per la ruvidezza dei suoi modi; lo avevo scelto appunto per questo.
Mi avvolse con una larga occhiata indagatrice, scosse la folta capellatura grigia un po' in disordine, e cominciò a interrogarmi intorno ai miei genitori, alla mia fanciullezza, al genere di vita e di studi da me fatti.
--Siete stato malato qualche volta?
--Seriamente, mai.
--Perchè dunque venite da me?
--Devo prender moglie. Non vorrei contribuire a mettere al mondo creature imperfette; preferirei di rimanere scapolo.
Sorrise, maravigliato.
--Spogliatevi; vediamo.
Il cuore mi tremava sotto i picchi delle sue dita che mi scrutavano le viscere quasi impazientemente, sotto l'impressione della sua gota carnosa contro il mio petto e le mie spalle.
--Siete sano come un pesce; suol dirsi così,--egli sentenziò, rizzandosi su la persona, soddisfatto.
E brutalmente soggiunse:
--Avete però avuto torto di astenervi.... Tutti i nostri organi hanno bisogno di esercizio, perchè non si atrofizzino.... Siete in tempo di riparare. Affrettatevi. La natura è immorale, caro signore. Essa ha ordinato l'accoppiamento non il matrimonio. Il resto lo abbiamo inventato noi e malamente. Non vi scandalizzate; la scienza rifarà anche la morale e le leggi sociali, e saprà impedire che l'umanità perisca. Voi, intanto, pensate un po' meno, e sentite un po' più. Ricordatevi che l'uomo è pure un animale e che gli istinti hanno carattere sacro. I pregiudizii della civiltà sono una grande abominazione.... Potete andar via!...
Mi licenziò così.
In altra circostanza, io non avrei lasciato senza risposta le sue troppo recise affermazioni; ma, in quel momento, che poteva importarmi di esse? Ero felice di sapermi sano, e sorridevo allegramente dei consigli di lui e della solenne serietà con cui mi erano stati dati.
Andavo, due giorni dopo, dal dottore del collegio dove Fausta era stata educata. E pregavo anche lui:
--Mi dica crudamente la verità.
--È mio dovere,--rispose.--Ho curato la signorina tre anni fa, d'una febbre che minacciava di trasformarsi in tifoidea; ma la crisi fu superata. Delle piccole indisposizioni, comuni a tutte le giovinette della sua età, non è da tener conto. Un po' di nervi, si sa.... Ormai!... La signorina Lenzi, secondo quel che può osar di affermare la povera scienza medica attuale, è assai ben costituita per l'opera della maternità. Ma sarebbe audacia imperdonabile il supporre che la Natura non sia capace di scombussolare tutte le nostre previsioni, tutti i nostri calcoli. Il laboratorio della generazione è ancora un mistero per noi. Quali impercettibili e pure potentissime influenze producono le anormalità organiche, le voglie, i mostri? Non ne sappiamo nulla. Germi, trasmessi per lunga via ereditaria, si svolgono tutt'a un tratto, quando già avremmo avuto ragione di crederli estinti. Influenze morali si rivelano con fenomeni fisici; difetti fisici si traducono in fenomeni così detti spirituali. Precauzioni? Fino a un certo punto. Parlo così perchè.... non si sa mai!... E non vorrei che un giorno ella venisse a dirmi: Mi ha ingannato! Nel caso della signorina Lenzi abbiamo quasi la certezza assoluta. E questo deve mettere in pace la sua coscienza e la mia. Sangue purissimo; si vede dal bel colorito della carnagione. Costituzione solida, seno ampio, bacino ben modellato, da far prevedere parti agevolissimi....
--Basta!--lo interruppi, un po' indignato di questi minuti particolari che mi parevano sconvenienti anche in bocca di un medico.
E, tornato a casa lietissimo del resultato delle due inchieste, dissi alla mamma:
--Ora tocca a te!
Avevo voluto vedere Fausta appena uscita di collegio.
La fotografia la calunniava, esagerando certe linee del viso, togliendole l'espressione ordinaria con la fissità della posa. Il ritoccatore, dandosi gran pena per levar via la bella modellatura delle guance, con la buona intenzione di attenuare gli inevitabili contrasti dei chiari a delle ombre, aveva compiuto la sfigurazione. Di quel che di virile, di rigoglioso, che imprimeva un carattere alla fisionomia e a tutta la persona di lei, non era rimasta traccia nel ritratto datomi da Roberto.
Avevo osservato Fausta a lungo, non visto, in chiesa, e ne avevo ricevuto una consolante impressione di energia, di salute, di equilibrio. Niente di sensuale, di bassamente voluttuoso; ma una armonia dolce e tranquilla di bellezza esteriore e psichica che non avrebbe mai suscitato in nessuno furori di passione morbosa.
Il mio cuore infatti non ne era stato turbato, non aveva palpitato insolitamente in quel primo incontro, nè dopo. Io ritrovavo in essa la bella e ben costituita macchina di creazione che appunto ricercavo, e non mi importava niente se in me o in lei mancasse qualcuno degli accessori che dagli altri venivano strettamente reputati come cosa principale.
--L'amore--pensavo--come lo concepiamo al dì d'oggi, ha caratteri eccessivi. Abbiamo esagerato le insidie che vengono tese dalla Natura per la conservazione della specie, dimenticando che esse sono simili agli specchietti da allodole tremolanti e brillanti al sole per attirarle sugli stecchi cosparsi di vischio, o sotto la rete. La Natura è provvida, non fa sciupìo di forze. Essendo io disposto ad adempire riflessivamente alle sue leggi, il sentimento e l'immaginazione non hanno nessuna ragione di operare in me per allettarmi. Ecco perchè il mio cuore rimane tranquillo.
Fui commosso però il giorno della presentazione, allorchè me la vidi venire incontro tendendomi le mani con atto di gentile sincerità, dopo di avere abbracciato affettuosamente mia madre.
--Io la ringrazio!--disse.--E farò ogni sforzo per mostrarmi degna della preferenza che mi ha usata. Mio fratello mi ha parlato tante volte di lei. Roberto le vuol bene. Ella non è ignoto per me.
Non ricordo quel che risposi; poche e imbarazzate parole certamente.
Fausta aveva una prontezza di spirito che mi maravigliava; un senno pratico e indulgente che faceva contrasto con la sua età. Di giorno in giorno, durante i rapidi preparativi delle nozze, mi stupivo di scoprire in lei tale limpida ed esatta conoscenza della vita, quale non credevo potesse acquistarsi vivendo segregati in collegio, come ella era vissuta otto anni, e in un collegio diretto da suore, quasi monastero.
--Tanto meglio!--mi rallegravo.--Non entrerà ignara, con poetiche illusioni, nella nuova condizione sociale. Sarà ben armata contro le delusioni e le sventure.
Una sera, qualche settimana prima delle nozze, mia madre ed io, dopo di aver desinato in casa Lenzi con la più affettuosa intimità, eravamo usciti a prendere il caffè nella terrazza che rispondeva sul giardino, come il padrone del casamento chiamava, con qualche enfasi, i pochi metri quadrati, ornati di tre o quattro alberi frondosi, di una siepe di bosso torno torno, e di una aiuola centrale che secondava le sinuosità degli stretti viali.
Mi ero appoggiato alla ringhiera fumando una sigaretta. Roberto discorreva con le signore, facendole ridere a furia di stranezze e di aneddoti raccontati con la sua solita prodigalità di parole e di gesti.
Fausta, che stava ad ascoltare ridendo anch'essa, dovette credere che io avessi udito quel che Roberto diceva in quel momento, giacchè venne a mettersi al mio fianco per rassicurarmi:
--Oh, non dubitare! Non sarò mai gelosa del tuo passato.
--Non c'è di che--risposi, senza domandarle per quale ragione fosse venuta a dirmi questo.
--Tutti gli uomini,--ella riprese,--affermano così, sul punto di sposare. È un'ipocrisia che ormai non inganna nessuna ragazza. Potreste farne a meno. Se io fossi un uomo, sarei più sincero.
--Sono sincerissimo.
--No, non mentire. Si capisce; la vita di un giovanotto è molto diversa da quella di una di noi. Forse dev'essere così; almeno è convenuto--la legge l'avete fatta voi--che debba essere così.
--Ma chi ti ha detto queste sciocchezze?
--Non mi cedere un'ingenua, una puppattola. In collegio apprendiamo tante cose. E poi, abbiamo occhi per vedere, orecchie per udire. Non ti dispiacerà se parlo in questo modo.
--Niente affatto.
--Mi basta che tu sappi che per me il tuo passato non esiste. Io non frugherò nei tuoi cassetti per trovarvi qualche letterina dimenticata di stracciare o di bruciare. Non vorrò mai sapere se hai amato altre donne e quante e come. Saprò scancellare, m'ingegnerò di scancellare ogni loro traccia dal tuo cuore. Da ora in poi però.... starò vigilante su la soglia di esso perchè nessun'altra vi penetri.
--Potrai risparmiarti di vegliare--risposi prendendole una mano e stringendogliela forte.--E in quanto al passato, vivi tranquilla. Sono stato una ben misera creatura, per tante ragioni; e tu puoi varcare la soglia del mio cuore senza timore di incontrare là dentro tracce di altre donne.
Mi guardò, sorridendo un po' incredula, scosse il capo e soggiunse:
--Male! Male!
--Perchè?
--Sara diceva....
--Chi è questa Sara?
--Una delle mie amiche di collegio. Diceva: Non ci è niente di peggio di un marito che non ha già fatto vita--si esprimeva così.--Vorrà cavarsi il gusto dopo, appena....
--Ma....--la interruppi,--in collegio vi occupavate di questi soggetti?
--Riguardano il nostro avvenire. Come vedrai, così io non sarò una moglina seccante. Il passato.... è passato. Nessuno di noi ha alcun diritto su di esso.
La guardai con tale espressione di stupore, che Fausta capì subito quel che mi spuntava nella mente.
--Oh, non parlo per metter le mani avanti, per interdire a te di ricercare, no! Nessun amoretto, neppure per chiasso. Voialtri non potete immaginare quanto si diventi serie in collegio. Ci sono anche là le sventate, le romantiche, le sentimentali; poche; e vengono messe in ridicolo. Quella vita così apparentemente segregata ci rende riflessive, positive. Ognuna mette in comune il suo mucchietto di esperienza, e ne formiamo un bel cumulo. Io ero la più sprovvista: una sciocchina. Non sapevo niente, mi maravigliavo di tutto: del poco bene e del molto male di cui sentivo ragionare dalle altre. Avevo però intelligenza svelta, e intendevo spesso più in là che l'altre non intendessero o fingessero di non intendere.--L'una parlava del babbo, l'altra della mamma; questa del fratello, una quarta del cugino; e poi degli estranei, delle famiglie amiche e conoscenti.... Quanti dolori, quante stoltezze, quante brutture! Ed esclamavo, spaurita:--Dunque la società è fatta così?--Mi confortavo riflettendo che i miei non somigliavano punto a tutta quella gente. Roberto però--Sara lo sapeva, sapeva ogni fatto altrui quella Sara!--Roberto non ha operato diversamente da quei fratelli e quei cugini.... Tutti a un modo!--conchiudeva Sara. E perciò ho pensato: Anche Dario dunque!
--Dario, no,--risposi sorridendo.--Il tuo Dario ha questo di buono.... o di cattivo--chi lo sa? Prende la vita seriamente, troppo seriamente, forse.
--Non mi dispiace. Sai? Le ragazze oggi rifuggono dai giovani leggeri, superficiali. Roberto mi ha detto che tu sei appunto uno dei pochi che prendono la vita seriamente. Come sono contenta di aver avuto occasione di dirti questo, prima di essere legati per sempre!
--Grazie, Fausta!
E le baciai rapidamente la mano.
--Eccoci!--ella rispose alla chiamata del fratello.
XIII.
Quel mese da noi passato a Villa Fausta--mia madre mi aveva suggerito di ribattezzarla così--lo rivedo nei ricordi come un'impressione di sogno, quasi non ci fosse stata nessuna continuità nei nostri atti, quasi noi fossimo sbalzati, volati da un punto all'altro con la facile incoerenza della vita onirica, e da una circostanza all'altra, senza neppure quella strana coscienza, che talvolta abbiamo, di sognare.
Mio padre aveva fatto scolpire sotto i capitelli del cancello il nome della mamma; e rammentando i tristi due anni della mia fanciullezza trascorsi colà, soleva chiamarla Villa Amara, invece di Villa Maria. Allora--lo seppi assai dopo--egli temeva di perdermi; e ogni visita era una angoscia nuova pel suo cuore di padre, quando non scorgeva in me il rapido miglioramento che egli avrebbe voluto.
Vi ero tornato solo o con la mamma parecchie volte negli ultimi anni, e la chiamavo anche io Villa Amara perchè non vi trovavo nessun ricordo che potesse rallegrarmi, perchè neppure allora ne ricevevo nuove impressioni che riuscissero a scancellare le grigie impressioni infantili.
Ora rammento, vagamente, con che sorriso parvero accoglierci i viali, le stanze, e come tutto mi sembrasse improvvisamente trasformato.
La mia trepidanza era straordinaria.
Quel che stavo per compire mi sembrava il più solenne atto religioso della mia vita. Non credente, mi ero sottomesso molto volentieri alla benedizione in chiesa, perchè stimavo anche allora che certe forme hanno un gran valore, se non per sè stesse, per quel che contengono d'aspirazione ideale. Trascurarle, rifiutarle mi sarebbe parso azione da bestia, non da uomo.
Così Fausta non rappresentava per me la bellezza, la giovinezza, la vita o l'amore soltanto,--giacchè mi sentivo, mi riconoscevo già amato da lei,--ma qualcosa di talmente elevato, di talmente misterioso e divino, che l'accostarmele e il possederla mi turbava, mi agitava con sottilissima pena.
--In ugual modo,--pensavo,--deve turbare e agitare l'idea di sentirsi vicino alla morte e nel punto di penetrare il grande Ignoto, l'Essere infinito dove ogni forma vivente torna a confondersi, per poi riprodursi con nuove apparenze nel creato!
Quel mio stato di muta adorazione, Fausta, nei primi istanti lo interpretò per freddezza. Come farla partecipare ai miei sentimenti, alle mie idee? Temevo di non sapermi esprimere e di non essere compreso. Questa convinzione mi impediva di parlare. Che importava infine? Sapevo di essere la Volontà, la Forza maschile, l'Elemento fecondatore e creatore, quel che doveva vincerla e sottometterla. Eppure, in quei momenti, avrei piuttosto voluto produrre il miracolo di compenetrarla spiritualmente, senza che niente di basso, di sensuale si fosse mescolato all'atto supremo.
Fortunatamente la Natura ha maggior potere di qualunque individuale convincimento. Essa opera in noi, nostro malgrado. Perciò, soltanto dopo, io potei riflettere che, fin dall'inconsapevolezza dell'abbandono, avevo compito un atto di sacrificazione, una preghiera propiziatoria, e mi auguravo che venissero accolti ed esauditi, come meritavano, per la loro purezza e la loro intensità.
E, con che vivo senso di superstiziosa premura, il mattino appresso, appena, l'aurora cominciava a colorire di roseo i lembi del cielo all'orizzonte, io svegliai Fausta per condurla su l'alta terrazza della villa affinchè vi ricevesse la benedizione dei primi raggi del sole!
Era incantata. Non aveva mai visto quel maraviglioso spettacolo che rallegra la terra tutte le mattine.
Di lassù, a perdita d'occhio, la campagna appariva un vasto oceano di verdura. I monti lontani, velati da vapori azzurrognoli, ergevano le cime indorate dal sole che emergeva dalle nuvole come da un letto di freschissime rose.
Fausta era un po' pallida, coi capelli in vago disordine, con atteggiamento di soave languore, e si appoggiava al mio braccio, sorridendo di ammirazione. Io ammiravo lei, che forse già portava in seno la germinazione di vita da cui veniva resa sacra agli occhi miei!
Il sole, che la inondava e l'avviluppava con la sua luce, cooperava probabilmente....
Ah!
Ora sorrido con immensa tristezza di tutte queste fantasticherie, di tutta questa poesia, di tutto questo misticismo che mi straboccava dal cuore e dalla mente in quei felici giorni, quando per poco non mi sembrava che tutta la vita dell'universo fosse concentrata in noi due, e che l'orgoglioso mio disegno, i miei grandiosi proponimenti fossero proprio sul punto di attuarsi con la più piena misura!
La deformazione del mio spirito era tale, che mi rallegravo anche di non sentire per Fausta qualche cosa che potesse somigliare lontanamente all'amore. Che ella mi amasse, mi sembrava giusto, naturalissimo. Donna, ella doveva usare delle sue facoltà primitive, l'immaginazione e il sentimento. Pensare, riflettere, spettava a me. Nel mio cervello, quelle primitive facoltà erano state assorbite, assimilate da facoltà superiori, ed operavano sottomesse a queste. Senza dubbio, amavo anch'io, ma in maniera così diversa, così elevata, che quel mio sentimento meritava appena il nome di amore, unicamente per farmi intendere e per intendermi! E m'insuperbivo di questa distinzione.
Facevamo lunghe passeggiate, soli soli, portando con noi una frugale colazione, qualche libro di versi o un romanzo. Mangiavamo, spensierati come due fanciulli, all'ombra di un albero, dentro una grotta, dove gemeva, in una fonticina, acqua freschissima, limpidissima e di sapore delizioso; su un ciglione di collina, tra i sassi, gli sterpi e le erbe; e spesso le poche persone di servizio ci attendevano alla villa, con ansia, vedendoci ritardare insolitamente.
Il Bissi mi ripeteva da Desenzano la sua solita domanda:
--Che fai? E l'arte?... Ne hai smesso ogni pensiero?
E mi dava la lieta notizia:
--Lavoro a un romanzo.
--E tu, non hai scritto niente?--mi domandò Fausta.--Hai studiato tanto! Non t'impedisco io, è vero?
--Ho qualcosa di meglio da fare!--risposi.
--Eppure sarei orgogliosa di vedere il tuo nome su pei giornali, su la copertina di un volume. Roberto dice che hai troppo ritegno, troppa modestia.
--Roberto s'inganna. Non parliamo di questo.
Con mano inconsapevolmente crudele, ella aveva toccato la piaga non ancora rimarginata in fondo al mio cuore.
--Anzi!--ella continuò.--Voglio essere la tua ispiratrice. Quando torneremo in città, dovrai riprendere gli studi e i lavori interrotti, mettermi a parte di essi. Non già che io possa consigliarti o aiutarti, ma perchè me ne interessi quanto te, ed abbia il piacere di vederli germogliare e crescere sotto i miei occhi e goderne prima degli altri; ne ho il diritto.
--Ho rinunziato a tutto, da un pezzo!
--Giuramento da marinaio.
--Da marinaio che non ha mai tentato il mare e che ne ignora la furia e le tempeste!--dissi, con desolata ironia.
--Dedicherai a me il tuo primo libro.
--Non scriverò mai un libro!
--Perchè?
--Perchè quello che vorrei scrivere.... è un libro impossibile.
--Che cosa?
--Un gran capolavoro!
--Hai ragione, Roberto s'inganna; non sei modesto. Mi piace. Le persone modeste sono sempre mediocri. C'è pure una modestia che è gran vanità. L'orgoglio, invece, mi sembra una forza. Sei orgoglioso tu!
--Oh, sì! Di te, di qualcosa che dee venirmi da te.
Avrei voluto ch'ella mi avesse risposto:
--Rallegrati! Già lo sento agitarsi nelle mie viscere.
Invece, otto mesi dopo, la confidenza, attesa con impaziente e smaniosa ansietà, tardava ancora!
Neppure le distrazioni del viaggio di nozze avevano attenuata la indefinita paura di un terribile disinganno che mi rendeva nervoso e malinconico.
In certi giorni, al vederla serena, tranquilla, senza nessuna preoccupazione di quel che, secondo me, avrebbe dovuto essere il suo costante pensiero, sentivo un sordo dispetto contro di Fausta, quasi ella fosse venuta meno alle sue promesse, a un giuramento; quasi il grand'evento fosse stato in ritardo unicamente per colpa di lei. Sbuffi momentanei che mi rimordevano subito.
E mi sforzavo di sorridere, di mostrarmi lieto.
Una sera, non ricordo più a che proposito, Fausta disse:
--Quando avremo una figlia....