Chapter 5
Più rifletto intorno ai casi della mia vita e più mi convinco che c'è una Forza Superiore, che guida e regola le nostre azioni, spingendole dove vuol essa anche quando noi crediamo di agire con la più capricciosa libertà. E non è sopraffazione, violenza arbitraria, ma ragione elevata che ci difende contro l'accidentalità delle circostanze e ci rimena allo scopo della nostra esistenza. Spesso noi chiamiamo Caso questa misteriosa Forza coordinatrice, perchè ignoriamo quali intimi rapporti annodino i più insignificanti nostri atti ai più grandi e più remoti movimenti dell'Universo. La nostra ignoranza attuale dovrebbe però renderci meno vanitosi, meno superbi, o indurci almeno a riconoscere che, mentre noi immaginiamo di fare soltanto il nostro personale interesse, lavoriamo inconsapevolmente a quel che il Montesquieu chiamava: «Le grand oeuvre», e un nostro illustre pensatore semplicemente: «La storia». E così accade talvolta che colui che crede di compire una mirabile cosa ne faccia una meschinissima; e che un altro, rassegnatosi ad opere umili e modeste, ne compia, invece, quasi senza ch'egli ne sappia niente, una grande davvero.
Infine, l'importante è che ognuno faccia quel che deve fare; la felicità umana consiste in questo soltanto. Ma io che ora, quasi vecchio, senza illusioni di sorta alcuna, ragiono in questo modo e chino il capo davanti a quella che stimo sacra fatalità della vita, provo un riverente terrore riandando con la memoria per quali vie dolorose, per quali erramenti, per quali inganni sono arrivato al punto estremo dove ormai nient'altro più mi rimane che chiudere gli occhi e sparire dalla scena del mondo.
Tutti i miei castelli in aria sono miseramente crollati; tutte le mie più orgogliose speranze sono andate a vuoto; eppure oggi sento la grande soddisfazione di esser vissuto come sono vissuto, di aver attraversato tante dolorosissime prove e di aver fatto per mezzo di esse quel po' di bene che mette in pace la mia coscienza e mi fa attender tranquillamente la morte.
In certi momenti, è vero, io non so come giudicare il resultato finale delle mie azioni che è ancora un'incognita o che può essere affatto diverso da quello che mi figuro. Ma mi conforto, riflettendo: Forse sarò in tempo di correggere il mio sbaglio; o, forse, quel che può sembrarmi uno sbaglio è tale soltanto in apparenza. L'avvenire lontano sfugge a ogni nostra previsione; e nel mistero che lo circonda, consistono le forti e lusinghiere attrattive della vita.
Per ciò io ero felice nei giorni in cui cercavo qua e là Colei che doveva essere la mia cooperatrice nella sovrana opera di creazione assai diversa, della creazione d'arte, e che già mi sembrava più nobile e più elevata di questa.
Mi apprestavo alla eccelsa funzione come a un atto supremo. Non i sensi, ma la riflessione mi spingeva a dedicare tutte le mie forze fisiche e intellettuali a un fatto che la maggior parte degli uomini compie con colpevole spensieratezza, per impulso di voluttà, per calcolo di meschini interessi spesso, quasi ignara di quel che opera, certamente ignara di quel che dovrebbe operare.
Ero orgoglioso di sapere che pochi o nessuno si erano accinti con degna preparazione, con intera e limpida coscienza all'atto più elevato che un uomo possa compire: la generazione di un'altra creatura umana. Io davo il primo esempio. Questa idea mi esaltava.
Non ero capace di mettere al mondo un capolavoro immortale, nè una di quelle poderose scoperte di idee che rinnovano la vita civile e fanno progredire l'umanità; ma forse potevo dare la vita a colui che avrebbe creato il capolavoro d'arte a me negato di produrre, o rivelato alla società l'idea nuova e feconda che avrebbe allargato i confini dell'intelligenza, dominato le menti e creato l'avvenire.
Il mio orgoglio divergeva per altra via, ed io non me ne accorgevo. Mi sembrava di fare modestissimo atto di sottomissione accettando questo còmpito, e non vedevo le immense difficoltà, dell'attuazione di esso, o la vanità del tentativo.
Non ne parlavo con nessuno, neppure con mia madre.
Ero certo che, se avessi esposto quella idee ai miei pochi amici, essi, quantunque intelligentissimi e capaci di comprendermi, mi avrebbero deriso. Troppo pratici, travolti dalle agitazioni immediate della vita comune, avrebbero giudicato strambe idealità i miei proponimenti, sogni di uomo vissuto solitario, fantasie da poeta.
Mia madre si sarebbe certamente rallegrata di vedermi interessare con tanta serietà e con tanto entusiasmo, della mia futura situazione; e avrebbe, senza dubbio, apprezzato più di ogni altra la intensità di quel sentimento che mi dava, assieme con una profonda commozione, la risolutezza e l'energia mancatemi fino allora. Ma temevo di vederla impaurita dall'eccitazione che questo nuovo stato d'animo mi produceva; temevo di udirle pronunziare qualche parola di richiamo, qualche femminile osservazione di senso comune che mi avrebbe tarpato le ali, e tolto, con le illusioni, ogni coraggio di andare avanti.
Giacchè in certe ore, in certi giorni, la stanchezza delle inutili ricerche mi faceva balenare nella mente il sospetto che anche quest'altra mia intrapresa potesse fallire,... E allora una tetra risoluzione mi si affacciava al pensiero. Questa volta facevo mie le sdegnose parole del Bissi:--Se la vita mi rifiuterà ogni consolante mezzo di azione, io dirò risolutamente alla vita: Non voglio più saperne di te!--Ma erano fiacchezze di istanti.
La vita, intanto, mi sembrava bella, immensamente bella, anche nei ristretti limiti dentro i quali ora volevo circoscrivermi. Non mi stimavo più uno scopo, ma un mezzo. Lo scopo era molto, oh, molto! di là da me. Quando io fossi riuscito a formare quella creatura pel cui avvenimento mi preparavo con trepidanza quasi religiosa, avrei fatto opera così inestimabilmente elevata che la mia personale nullità non mi avrebbe potuto più ispirare commiserazione nè sdegno.
Avevo ricercato il Lenzi, il Lostini e altri giovani compagni di studi, che furono lietissimi di vedermi entrare, dopo tanti anni di segregazione, nel turbine della vita sociale assieme con loro. Ero stato presentato in varie famiglie, frequentavo riunioni, feste, teatri. Lenzi e gli altri anzi credevano che intendessi rifarmi del tempo perduto; e perciò si maravigliavano che avessi tuttavia ripugnanze e astinenze inconcepibili.
Infatti mi mescolavo apparentemente con loro, ma non partecipavo al loro genere di vita, che mi sembrava sciocco e qualche volta bestiale.
--Insomma, quale chimera ti attrae?--mi domandò un giorno il Lenzi.
--Cerco moglie!--mi lasciai scappare di bocca.
Riflettè un momento; poi riprese:
--Se la mia proposta non potesse sembrarti interessata....
E s'interruppe, alzando le spalle.
--Di' pure. Tu capisci che parlo seriamente e non vorrai propormi nulla da ispirarmi tale sospetto.
--Sposa mia sorella. Non ha una gran dote, ma ha doti rare e non è brutta. Rientrerà tra qualche mese dal collegio. Ha diciassette anni....
Mi parve una bravata sconveniente. E risposi con tono rigido:
--Grazie! Tua sorella merita più degno marito.
--Tu non la conosci.
--Non mi conosce neppure lei.
--È la migliore condizione per sposarsi.
--Perchè?
--Perchè non c'è di mezzo l'amore, che guasta ogni buona relazione tra l'uomo e la donna destinati a formare una famiglia. Dovresti saperlo; i matrimoni d'amore riescono quasi sempre malissimo.
--Quasi sempre, hai detto.
--In questo caso il matrimonio diventa un giuoco dove si corre il maggior rischio di perdere. Bisogna esser matti da avventurarsi a un irrimediabile disastro.
--Forse hai ragione.
--Senza forse. Io ho giurato di restar celibe. Voglio essere un uomo forte, e soltanto chi è solo può esser forte. Quando il matrimonio non sarà più un contratto nè un sacramento....
--Potrà non essere un contratto, ma un sacramento sarà sempre.
--Ah, ti riconosco! L'Hegel ti tiene ancora tra gli artigli. E il tuo Hegel era anche prete!
--La storia naturale dà ragione all'Hegel. L'uomo è animale monogamo, come i piccioni.
--E i mussulmani? Non sono uomini forse? E i Mormoni? Si chiamano: Santi! Ma lasciamo andare. Qui stiamo davanti a un caso particolare. Tu vuoi prender moglie, secondo le leggi e le costumanze del tuo tempo e del tuo paese. L'hai trovata? Sei già innamorato? Me ne dispiacerebbe, per te. Se non l'hai ancora trovata, dàmmi retta: sposa mia sorella. È una donnina seria, buona, affettuosa e non brutta, ti ripeto. Ne sarei contentissimo per tutti e due, giacchè non ci sono sentimenti nè azioni completamente disinteressati in questo mondo.... Dimmi la verità, sii sincero: Tu ami!
--No.
--Tu ami e non hai il coraggio di farlo sapere alla persona amata!
--No, no; te l'assicuro.
--Allora rifletti un po' su la mia proposta. No è uno scherzo. E non pensare all'amore.... «Amore alma è del mondo, amore è mente!...» Lascia dire i poeti; sono la peste dell'umanità. L'amore? È un divertimento, come il «capanniscondere», come «ladri e birri», come le rincorse, con la sola differenza che questi ci svagano durante la fanciullezza, e quello ci fa perdere il tempo e qualche altra cosa quando siamo grandi e dovremmo badare a tutt'altro. Il guaio per te consiste nel non essere mai stato fanciullo. Così potrebbe darsi che il giochetto dell'amore ti attiri, invece del «capanniscondere» e di «ladri e birri» che non sei più in età di praticare. L'amore? È anche una malattia infettiva, contro la quale conviene vaccinarsi in tempo. Senti; vedendoti apparire tra noi, avevo pensato appunto che tu volessi far questo. Ma tu hai avuto la sventura di un'inoculazione di hegelismo; vivi tuttavia tra le nuvole, e ti dispiace di discenderne. Bene. Con mia sorella staresti tra cielo e terra, nè tutto in cielo, nè tutto in terra. Se la posizione non ti sembra scomoda....
--Rifletterò--risposi sorridendo.
--E manda Hegel al diavolo! Quel tuo professore, dovresti ricordartene, predicava bene e razzolava male. Portava l'Hegel nel cervello e seguiva Epicuro nella pratica.
--Bada,--gli dissi,--tu sei il primo e il solo che abbia ricevuto questa mia confidenza. Conto su la tua discrezione.
--Figurati! Sono interessato a mantenere il segreto. Tu però non credere le mie parole una delle pretese eccentricità di cui voialtri amici mi accusate di troppo compiacermi. Io sono sincero. Ho il coraggio di dire ad alta voce quel che molti pensano nel loro interno e non osano sostenere a viso aperto.--Va' a farti monaca!--rispondeva Amleto ad Ofelia; ed era eccellente consiglio.--Sposa mia sorella!--ti ripeto io, ed è eccellente consiglio anche questo, poichè tu hai intenzione di sposare qualcuna.
--Perchè no?--pensai appena fui solo.
E me lo ripetei moltissime volte, durante una settimana. Era un'incognita colei? Ma sarebbero state pure tali tutte le ragazze tra cui potevo scegliere. Ne avevo già notate parecchie, ed ero rimasto sempre indeciso. A una mancavano certe qualità intellettuali che mi sembravano indispensabili; a un'altra certe condizioni fisiche da me reputate non meno indispensabili di quelle. Non era forse più giudizioso affidarsi al caso? L'amore infine non mi sembrava precisamente una condizione assoluta nel mio intento. Sarebbe venuto dopo. Se non l'amore, l'affetto, cioè qualche cosa di meglio e di più solido; e con l'affetto, la stima.
--Perchè no?
E poi, con quella inattesa proposta mi sentivo quasi liberato dal grave imbarazzo delle ricerche e della scelta. Lenzi era, senza dubbio, sincero. Sarebbe stato capacissimo di darmi un consiglio contrario, di dissuadermi di sposare sua sorella, se glien'avessi manifestato l'intenzione ed egli avesse creduto che quella unione non poteva riuscir bene.
Da mia madre mi era stato domandato più volte:
--Ebbene? Niente ancora?
--Cerco. Non ho fretta.
--Non vorrei,--ella mi disse una mattina,--che tu ti fossi formato un concetto così elevato delle virtù da ricercare in una moglie....
--Oh, non dubitare!--le avevo risposto.--Sarò pratico.
Appunto quella mattina, levandomi da letto, mi ero tutt'a un tratto deciso.
--Perchè no?
E, avanti le nove, m'avviavo verso la casa del Lenzi, col cuore in tumulto, ma come chi vada incontro a inevitabile destino.
Il suo studio era al pianterreno.
Andavo sempre a cercarlo colà quando volevo vederlo, e nei giorni e nelle ore che sapevo di trovarlo con certezza. Ma questa volta anticipai a posta, e salii al terzo piano dov'egli abitava con la madre e una zia paterna.
L'annunzio della mia visita lo maravigliò tanto, ch'egli venne in salotto in maniche di camicia.
--Mi vestivo per scendere nello studio.... Scusa se mi presento così.... Che novità? Non ho saputo resistere.
--Finisci di vestirti; non c'è nessuna urgenza.
Ero imbarazzato. Avevo ideato il pretesto di non ricordo più qual libro da farmi prestare. Fanciullaggine! Il vero motivo della mia visita era quello di osservare, se mai lo avessi scoperto nel salotto, il ritratto di sua sorella. Lo avrei riconosciuto dal posto in cui si sarebbe trovato, certamente accanto al ritratto della madre o del padre morto, o della zia. La madre e la zia le conoscevo per averle viste una o due volte pochi mesi prima. Le due donne vivevano ritirate, non frequentavano società, dedite a pratiche religiose e ad opere caritatevoli, senza ostentazioni e senza eccessi.
Infatti!...
--Ah!... Sono lieto di coglierti in fallo--esclamò il mio amico trovandomi intento a osservare alcuni ritratti schierati, in belle cornici di velluto, sur una consolle.
Arrossii, e balbettai:
--Questa è tua sorella, è vero?
--Vieni a chiedermi la sua mano?--egli disse, affettando comica serietà.
--Quasi.
--Benissimo.... Ma.... come quasi?
--Se tu non hai nessuna difficoltà, ti prego.... di darmi, per poche ore, questo ritratto. Voglio presentarlo a mia madre.
--È giusto. Portalo via. So a chi lo affido.
Non m'era parso di vedere quella gentile figura per la prima volta, ma di riconoscerla, quasi ritrovassi incarnati in essa tutti i vaghi sogni di quegli ultimi mesi, quasi dagli occhi vivacissimi, dalla fronte spaziosa e dalle brevi labbra sorridenti si sprigionasse la modesta e schietta promessa della intima felicità che andavo cercando, e che già temevo di non trovare.
XI.
Andai via come un fanciullo a cui fosse stato regalato un giocattolo desiderato ardentemente da gran tempo. È così: nello sviluppo dei nostri sentimenti, noi dobbiamo attraversare, non fosse che per pochi istanti, tutte le fasi dell'evoluzione ordinaria; neppure in questo caso la Natura fa salti. Saremo fanciulli anche a sessant'anni, se non siamo stati tali al tempo opportuno. La maturità della mia intelligenza non m'impediva perciò di comportarmi come colui che si trova nel punto di iniziarsi alle prime prove del sentimento. Mi sentivo riafferrato dalla timidezza di una volta. Era certamente una timidezza più elevata, mista con trepidazioni, con esitanze, con scoramenti di altra natura; ma, in sostanza, era tutt'una con quella che mi aveva fatto rimanere confuso e smarrito anche davanti agli allettamenti dei giuochi infantili nella villa paterna.
Già mi stupivo di aver potuto prendere una risoluzione, e osato di chiedere quel ritratto. Lo stringevo col braccio, quasi per accertarmi che lo portassi con me nella tasca interna del vestito e nello stesso tempo avrei voluto non averlo là, perchè l'idea che la mia chimera, come aveva detto l'amico Lenzi, stesse già per divenire una realtà cominciava a infondermi una strana sensazione di freddo e di paura.
Intanto affrettavo il passo verso casa mia. Volevo interporre tra questi sentimenti e me un valido fatto in cui la mia volontà avesse preso parte e pel quale mi dovessi poi sentire indissolubilmente legato.
Fui lieto di trovare nel salotto di mia madre anche il signor Bardi. Amico fedele, quasi rappresentante di mio padre, dal quale era stato creduto degno di affidargli i suoi complicatissimi affari, aveva pienamente corrisposto alla fiducia da lui accordatagli e confermata da mia madre e da me. La mamma, accòrtasi subito, dal mio aspetto, che avevo una gran notizia da comunicarle, m'interrogò con un lieve movimento del capo.
--Eccola!--dissi.
E mi sentii esaurito da questo sforzo di energia. Non occorreva darle altre spiegazioni.
Ella osservò attentamente il ritratto, sorrise e lo porse ai signor Bardi che, inforcati gli occhiali, tendeva il collo curiosamente. L'osservò con attenzione anche lui, ma non comprese di che cosa si trattasse.
--Chi è?--domandò.
Lasciai che rispondesse mia madre:
--La mia futura nuora!
--Ah! Dunque ci siamo?--egli fece, strizzando un occhio.
--L'accetti già!--esclamai, rivolto alla mamma.
--Io non la conosco,--ella riprese,--nè so come e perchè tu l'abbia trovata e scelta tra tante. Ma giacchè finalmente ti sei deciso, significa che essa corrisponde a tutti i tuoi desiderii, ed io la benedico sin da questo istante come se già fosse mia figlia. Che Dio vi faccia felici!
La povera mamma, estremamente commossa, aveva ripreso dalle mani del signor Bardi il ritratto e tornava a guardarlo con viva compiacenza:
--Ha viso buono e attraente, occhi e labbra bellissimi.
--Non mi chiedi il suo nome?
--Chi è quel poeta che ha detto: La rosa, con qualunque nome, sarebbe sempre un bel fiore?
--Shakespeare,--risposi.--Questa si chiama Fausta Lenzi.
--Ed è una bella e fresca rosa davvero!--soggiunse il signor Bardi.
--Dio vi faccia felici!--replicò la mamma.--Sorella del tuo amico?
--Unica sorella.
--Perchè non me ne hai parlato prima?
--Perchè io stesso non sapevo.... fino a qualche ora fa....
--O perchè l'amore ama il mistero....
--No.... veramente, signor Bardi....
Mia madre, udendomi così parlare e vedendo il mio imbarazzo, era diventata tutt'a un tratto pensosa.
--Tu ormai sei un uomo,--disse,--tu sai tante cose; non puoi aver fatto una scelta irriflessiva.
--Sì, mamma,--mi affrettai a rispondere per confortarla.
Ma mi tremava la voce, e mi rimordeva il cuore di ingannarla in parte:
--Poi ti dirò tutto; mi approverai.
Volevo impegnarmi per una sincera confessione.
--Non intendo di sapere altro,--ella riprese.--Neppur le mamme debbono essere indiscrete. Fausta!... Bel nome, e di buon augurio.
--La famiglia è eccellente--intervenne il signor Bardi.--Ho inteso parlare della signora Lenzi come di persona caritatevolissima e in segreto; il miglior modo di fare il bene. L'avvocato--lo conosco un po'.... gli ho procurato qualche cliente--l'avvocato è giovane e vuol godersi la vita.... Brava persona però anche lui. Colto, intelligentissimo, sa mettersi avanti e farsi valere.... Dario lo conosce meglio di me.... Dicono che commetta.... delle pazzie, no.... ma qualche scapataggine.... Dio mio! se non le fa ora che è in tempo. Bisogna che la gioventù si sfoghi. Non sapevo che avesse una sorella. Qui ella troverà una mamma migliore della sua.... Uguale alla sua--si corresse;--non voglio offendere la vostra modestia, signora Maria. Bravo, Dario! La tua bella risoluzione mi fa davvero gran piacere. Avevamo qui ragionato più volte intorno a questo argomento. Anzi io--ma ora è inutile dirlo--fantasticavo un progetto, e mi ero riserbato di farne parola a cose finite, cioè quando i nostri affari....--nostri? Eh, sì, li curo più che se fossero miei--sarebbero stati compiutamente in assetto, cioè, tra poco. Arrivo troppo tardi. Tanto meglio. Certe cose è bene sbrigarsele da sè; gli intermediari non hanno sempre la mano felice. Bravo! Mi rallegro di tutto cuore. E vi lascio, perchè in circostanze come questa si fa sempre la parte del terzo incomodo. Mi rallegro anche con voi, cara signora!
E il signor Bardi scappò quasi, per lasciarci soli nella dolce intimità di quel solenne momento.
Avrei voluto trattenerlo per sfuggire una immediata spiegazione con mia madre.
--Non so se ho fatto bene o male,--dissi impetuosamente, per liberarmi dal peso che mi sentivo sul cuore.--Sappiamo noi forse, con precisione, se facciamo bene o male, nel momento che prendiamo una decisione qualunque? Seguiamo o un impulso del cuore, o le conseguenze di un ragionamento che ci sembra giusto e convincente. Non biasimarmi, mamma! Ecco com'è stato.
E le narrai minutamente ogni cosa.
Mia madre mi aveva ascoltato grave, intenta, ora fissandomi in viso, ora rivolgendo gli sguardi al ritratto che teneva, posato in grembo, con una mano.
--Hai fatto bene,--mi disse all'ultimo.--E poi hai tempo ancora di riflettere, di maturare la tua risoluzione e deciderti.
--No, mamma; non voglio più riflettere. È deciso.
Sorrise maravigliata.
--Godo di scoprire in te uno scatto di giovinezza!--ella esclamò.
Era uno scatto insolito; aveva ragione.
Mia madre portava ancora il lutto, quantunque fossero trascorsi più di due anni dal giorno della morte del babbo. I capelli ondulati, abbondanti, pettinati con semplicità in due bande che le coprivano le orecchie contornandole il viso, e già in via di brizzolarsi di grigio, davano, assieme col vestito nero, alla sua svelta ma robusta persona un'aria imponente. Si era rizzata dal canapè pronunziando le ultime parole, e mi avea teso le braccia. La tenni stretta al petto con forza baciandole la fronte, mentre anche lei mi stringeva a sè e mi baciava, bagnandomi la faccia con lacrime di tenerezza e di gioia.
--Grazie, mamma!--le dissi.
Il ritratto di Fausta era rimasto tra i nostri petti quasi per partecipare a quell'amplesso. Stava per cadere sul tappeto nel disgiungerci; ma fui pronto ad afferrarlo.
--Portiamolo con noi al camposanto. Andiamo a dare la dolce notizia anche a Lui che ti voleva tanto bene.
Mai mia madre non mi era parsa così nobile e veneranda come nel momento in cui delicatamente mi rimproverava di aver quasi dimenticato Colui che, se fosse stato ancora in vita, avrebbe certamente gioito del mio futuro matrimonio, non ostante le sue idee intorno a questo soggetto.
Un'ineffabile tenerezza m'invase. Gittai di nuovo le braccia al collo di mia madre, mormorandole con effusione:
--Andiamo, andiamo sùbito!
Mi è rimasto indelebilmente impresso nella memoria lo strano spettacolo del cielo di quella sera di settembre. Un gran velario di nuvole, formato da larghe scaglie, simili a scaglie sovrapposte le une alle altre, di un'immensa corazza che il sole in tramonto incendiava fantasticamente con barbagli di oro agli orli, con splendore da rubini nel centro. Il marmo del monumento si colorava in roseo pei riflessi di quelle scaglie fiammanti che si facevano gradatamente più rosse, di mano in mano che il sole declinava verso le montagne dell'orizzonte lontano; e quel roseo comunicava un fremito di vita al busto, somigliantissimo, quasi vi facesse circolare dentro, per inatteso miracolo, il sangue.
Mia madre si era inginocchiata a pregare, posando prima, su le fronde della siepetta di bosso che circondava il monumento, il ritratto di Fausta.
Io l'avevo imitata, e le invidiavo quella forte fede che le permetteva di rivolgersi all'anima di mio padre con assoluta certezza di essere udita, e di ricevere un'interiore risposta da lui, valevole quanto quella che avrebbe potuto uscirgli dalle labbra se fosse stato ancora vivo. Le mie idee erano allora orgogliosamente diverse. Convinto che corpo e spirito di mio padre, disgregati dalla morte, si trovavano ormai confusi con gli infiniti elementi dell'Universo, io non riuscivo a concentrarmi in un'aspirazione, nè formulare una preghiera; per poco non mi vergognavo di sentire in quel momento la suggestione di quell'umile creatura che risolveva serenamente, con uno slancio, il più terribile problema da cui sia turbato il nostro intelletto. Se non potevo credere che qualche atomo dell'infinita sostanza conservasse tuttavia la coscienza individuale di Colui che era stato mio padre, ne sentivo un'eco, ne percepivo un riflesso nel mio cuore e nel mio spirito per la evidente continuità degli esseri tutti; e così, a modo mio, mi rallegravo di praticare un atto quasi simile alla preghiera di mia madre.
Ci avviammo ad uscire dal camposanto silenziosi, a capo chino.