Chapter 3
--Lo so; tu vorresti farti onore nel mondo con le opere del tuo ingegno; vorresti arrivare in alto, alla cima; la mediocrità ti fa orrore; me lo hai detto più volte. Hai tentato, ti è parso di non aver forza da riuscire, ed hai perduto la fiducia che ti aveva sostenuto finora. Sei orgoglioso e modesto nello stesso punto, e ciò onora molto la tua intelligenza e il tuo cuore. Io non m'intendo di queste materie; la mia cultura è troppo scarsa da poter giudicare se hai torto o ragione. Mettiamo che tu abbia ragione. Che vuol dire? Se tutti la pensassero come te, la società perirebbe d'inerzia. Ciascuno di noi porta dentro di sè qualche sogno non mai potuto realizzare; ed io credo che sia bene che avvenga così. Non è certo, figliuolo mio, che avremmo raggiunto la felicità o la gloria, realizzando quel sogno. Nella vita poi vi sono còmpiti umili o modesti non meno necessarii nè meno utili del còmpito dell'artista e dello scienziato. E ci vuole grandezza d'animo e quasi eroismo per eseguirli senza rimpianto di maggiori cose, attentamente, amorosamente, non come penoso dovere, per non sopportarli soltanto come inevitabile croce. Non ti meravigliare che io parli così. Non ripeto cose imparate dai libri; esprimo quel che ho pensato e meditato da anni, silenziosamente, portando dentro di me il mio sogno rimasto tale, ed eseguendo il mio còmpito rassegnatamente, con lo stesso amore con cui lo avrei eseguito, se lo avessi scelto di mia libera volontà.
--Anche tu, mamma?--la interruppi stupito.
--Oh, non immaginare niente che possa eguagliarsi a quel che tu desidereresti di raggiungere! Raramente il pensiero di una donna va più in là della famiglia, di quel nido di amore dove ella vorrebbe essere schiava e regina nello stesso punto. Mia madre è stata un'eletta. Tu non l'hai conosciuta. Avresti avuto una nonna adorabile. Era bellissima e di bontà immensa. Più che coi precetti, mi ha educata con l'esempio. Creatura felice, ha fatto felice l'uomo del suo cuore, e quanti le stavano attorno. Credevo che avrei dovuto avere la stessa sorte; potevo ambirne una migliore?... Invece!... Non accuso qualcuno, e meno di tutti tuo padre.
--Anche tu, mamma?--replicai guardandola fisso negli occhi, quasi temessi che ella, non volesse svelarmi il suo doloroso segreto, e tentassi di carpirglielo per forza.
--Non accuso qualcuno,--ella riprese,--e meno di tutti tuo padre. La sua condizione era molto diversa della tua. Un disastro economico della sua famiglia lo ha costretto a rifare col lavoro quel che l'imprevidenza di suo padre e la furfanteria degli altri gli aveva improvvisamente rapito. Poi, quando la fortuna ebbe aiutato i grandissimi sforzi di attività che egli era riuscito a fare, quella stessa febbre di speculazioni, di imprese, di appalti, di scommesse di borsa che lo aveva risollevato in alto, lo ritenne, quasi sua preda, lo sopraffece, gli die' la vertigine. Fu marito e padre soltanto nei primi anni del nostro matrimonio; dopo, è stato, in famiglia, una macchina creatrice di ricchezza; non ha avuto tempo di esser altro. Sballottato di qua, di là, pel mondo, si ricordava di me unicamente per farmi sapere che mi voleva felice, assieme col figlio, e che tutta la sua vita era consacrata a questo scopo. Ma per lui la felicità consisteva nella ricchezza; in niente altro. Io gli sono stata e gli sono gratissima di questa buona intenzione; e ringrazio Iddio che lo ha aiutato in ogni sua impresa. Egli però, te lo dico senza ombra di rancore, ha voluto altrimenti. Io avevo te, ero assorta nelle cure della tua malferma salute, nella tua educazione, e mi mancava il tempo di essere gelosa, di dolermi di esser messa da parte nella sua vita, di essergli divenuta presto, se non un'estranea, certamente non più la donna sua, come sposandolo avevo sognato. Sono stata rispettata, stimata infinitamente; amata, no!
--Povera mamma!--esclamai.
--Non mi compiangere. Ho avuto la buona ventura di rassegnarmi. Quel mio sogno di ragazza mi si è rifugiato in fondo al cuore, vi si è nascosto e addormentato; ed oggi è la prima volta che lo sveglio e torno a guardarlo. Tuo padre non ha mai sospettato che io soffrissi in silenzio, e che rimpiangessi qualche cosa. Mi ha creduto forse indifferente, fredda, anima creata a posta per stare sottomessa, formata per servire un padrone.
--Oh! Tu sei stata dunque una martire, mamma?--dissi, prendendole le mani e baciandogliele ripetutamente.
--Martire è troppo, figlio mio!
Sorrideva serena. Ma negli occhi e in certe pieghe delle labbra le si scorgevano facilmente segni di profonda tristezza.
--Non sono stata felice--continuò--come tuo padre probabilmente ha creduto. Forse, un po', la colpa è mia. Ho avuto un senso di orgoglio che mi ha chiuso la bocca. Nessuno ha mai saputo quel che avveniva dentro il mio cuore. Non mi sono mostrata espansiva neppure con te. E questa casa invidiata, creduta albergo di felicità, ha spesso visto tre ombre aggirarsi per le sue stanze: una, quella di tuo padre, agitata da fantasmi di speculazioni, di intraprese industriali, di progetti di nuovi guadagni; l'altra, la mia, muta, passiva, con una maschera sul viso che impediva alla gente di penetrare il mio doloroso segreto; terza, la tua, povero figlio, tormentata da una gran visione di creazione artistica e di gloria. E siamo vissuti quasi non fosse stato tra noi niente di comune, intendo niente d'intimo; lasciando che ognuno agisse a modo suo, legati unicamente da quelle relazioni materiali di famiglia che bastavano a tenerci insieme. Può darsi che io esageri; può darsi che io giudichi con parzialità. Giacchè tuo padre, in mezzo alla ressa, alla tormenta degli affari, ha pensato sempre a te, al tuo avvenire. Egli ha goduto la vita di viaggiatore che prende qualche cosa, via via, nei _buffet_ delle diverse stazioni, in piedi, senza aver tempo di scegliere, di far lo schizzinoso. Ha cercato il meglio che poteva avere sottomano, si è servito spensieratamente ed ha ripreso il treno, soddisfatto, contento della corsa che lo avrebbe fatto presto arrivare alla mèta del suo viaggio. E viaggiando, ha pensato che coloro che rimanevano in casa sua, dovevano anch'essi essere soddisfatti e contenti perchè potevano godere il frutto del lavoro di lui senza darsi pensiero di nulla. Sono stata forse una donna per tuo padre? Ha supposto che potesse bastarmi l'essere madre quasi per caso. Egli aveva avuto da me quel che desiderava: un figlio. Non voleva averne altri, per non disperdere tra parecchi una sostanza che gli sembrava appena sufficiente a concedere piena indipendenza a un solo. Non me l'ha mai detto; me l'ha fatto capire dal suo contegno; ed io non ho voluto contristarlo ribellandomi. Pensavo:--Chi sa ch'egli non abbia ragione?--E l'idea che facendo diversamente avrei potuto mettere qualche ostacolo al tuo futuro benessere, mi ha infuso la gran forza di rassegnarmi.
Io non osavo d'interromperla, e l'ascoltavo vinto da un senso di maraviglia e di compassione. Una dolce vena di tenerezza mi scaturiva, inattesamente, nel cuore, e me lo inondava tutto. Mi sembrava che quanto di umano, di affettuoso, di carezzevole era fin allora rimasto quasi condensato in ghiaccio nella profondità del mio organismo, si liquefacesse soavemente, cominciasse a circolarmi per le vene, mi infondesse una vitalità nuova di cui non avevo nessuna idea.
Mi sembrava di essere tornato bambino, di crescere di mano in mano, là, sotto gli occhi di colei che mi guardava amorosamente pronunciando, con voce flebile ma armoniosa, quelle significative parole che non erano suoni soltanto ma onde luminose e benefiche.
Così capivo di essere ancora giovane, di avere aperta davanti ai miei passi una via di vita, di gioia, di attività assai ben diversa da quella che l'aridità dei miei studi mi aveva fatto fin allora intravedere. Così mi balenava allo sguardo interiore dell'anima la possibilità di essere qualche cosa anch'io, quantunque non più quel che avevo fantasticato nell'orgoglioso raccoglimento in cui ero vissuto tant'anni.
--Parla, parla ancora, mamma!--avevo esclamato con voce tremante, e sentendomi riafferrare dalla disperazione appena l'avevo creduta quasi vinta.
--Io ho atteso con fiducia questo momento,--ella rispose.--Ricordi? Ogni volta che mi confidavi i tuoi alteri progetti di avvenire e mi mettevi a parte delle tue angosce, delle tue delusioni, delle tue nuove illusioni, io ti dicevo:--Tu puoi giudicare meglio di me, povera donna quasi ignorante. Sei troppo giovane, hai tempo di riflettere!
--E soffrivo per te, non già perchè il tuo sogno mi sembrasse irraggiungibile, ma perchè diffidavo di quel sogno, da donna, da madre. Ti vedevo, con profondo dolore, cercare la soddisfazione della tua anima, la tua felicità là dove ero convinta che non avresti potuto trovarle. Ma non osavo dirtelo; non me ne riconoscevo l'autorità, per quanto il mio dovere di madre potesse scusarmi, se mai lo avessi tentato. Ora però....
--Parla, parla, mamma!--imploravo.
--Ora che tu stesso....
--Ah!... È orribile, mamma! Mi par di morire!
--No, la vita non consiste tutta nell'intelletto; somiglia a una immensa gradinata. È bello aspirare di salirne la cima, di poter parlare al mondo da quell'altezza con la parola dell'arte o della scienza; ma non è avvilente fermarsi a metà o più giù....
--Confuso tra la folla, zero che dà valore a un'unità!--la interruppi amaramente, sentendomi tutt'a un tratto affluire alla bocca il fiotto attossicato della mia delusione, vedendo sparire, quasi irridendomi, gli ultimi lembi del miraggio che mi aveva abbagliato e sedotto.--Oh!--continuai rizzandomi in piedi.--Rinuncio a tutto! Vegeterò, non vivrò. Tu mi aiuterai a sopportare la lunga agonia, se questo miserabile mio corpo si ostinerà a durare! Non aprirò più un libro, non penserò più! La mia intelligenza dovrà atrofizzarsi alfine, e lasciarmi bestialmente tranquillo. Oh!... Rinuncio a tutto; vegeterò, non vivrò!
E così esclamando, avevo la strana sensazione che un'altra persona parlasse a quel modo per bocca mia.
Allo sdegno, al rancore si mescolava intanto quel senso di tenerezza che la rivelazione di mia madre mi aveva fatto, poc'anzi, scaturire nel cuore. E pur balbettando con rabbia, quasi per fissarmelo bene nella memoria:--Rinuncio a tutto! Vegeterò, non vivrò!--la carezza di quel sentimento m'insinuava:
--Vivrai! Vivrai! La vita ha ben altro di quel che tu, miope, vi scorgi!
VII.
Non saprei dire se mia madre rispose qualche cosa a quella sfuriata, o se il ricordo delle sue parole mi è sparito dalla memoria. Rivedo il triste caro volto, anzi soltanto quegli occhi umidi di lagrime, pieni d'immensa pietà fissi su me per tentar di calmarmi; e non rammento altro.
Che cosa avvenne quella notte nelle profondità del mio spirito? Qual lavorìo si compì senza che la mia coscienza vi prendesse parte?
Mi svegliai quasi tranquillo, con un gran bisogno di aria libera, di luce diffusa.
Una delle finestre del mio studio dava sul giardino della casa vicina. Il sole già dorava la cima degli eucalypti che vi si elevavano rigogliosi, e i passeri facevano allegra gazzarra tra i rami. Un tumulto quasi simile mi si destava a poco a poco nel cuore, come se la giovinezza incominciasse quella mattina a pispigliare dentro di me le sue prime note gioconde.
Ed ecco la voce di mia madre, grido doloroso di appello:
--Dario! Dario!
Ed eccola apparire su la soglia, pallida, agitando le braccia, senza poter profferire parola, con gli occhi smagriti dal terrore....
--Tuo padre!...--balbettò finalmente, trascinandomi via con una mano.
Quel colosso che ieri avevo visto davanti a me, esuberante di vita e di salute, giaceva rovesciato per terra, come una quercia sradicata dall'uragano, con le dita attrappite sul cuore, con gli occhi stravolti e la bocca contorta dal colpo apoplettico che lo aveva fulminato nel punto di stender la mano alla tazza di caffè fumante ancora su la tavola da pranzo.
Parlava con mia madre, lieto che un suo affare già si fosse avviato bene, contrariamente di quel che egli temeva.... e tutto a un tratto, senza un grido, senza un gesto, era barcollato ed era cascato col capo indietro. Un rantolo, un rapido scomporsi della sua bella fisionomia....
Tutto era dunque finito?...
Mi sembrava impossibile che fosse proprio così!
La mamma e io lo sollevammo a stento, lo adagiammo sul divano credendo ancora che si trattasse di uno svenimento, di un malessere passeggero. Infatti il corpo aveva fremiti, sussulti che illudevano.
--Babbo! Babbo!--chiamavo quasi per destarlo, reggendogli il capo, intanto che la mamma dava gli ordini per un dottore.
Gli occhi si chiusero lentamente, i muscoli contorti della faccia si distesero, e il capo mi si appesantì su le braccia, chinandosi da un lato!
Mia madre, ritornata con due guanciali, volle insinuarli ella stessa sotto la testa del babbo, ignara dell'irrimediabile disastro; ingannata anche dall'apparente tranquillità--invece era istupidimento--che mi leggeva sul volto.
Non piangeva neppure lei, non poteva piangere; si torceva le dita guardando, di tratto in tratto, all'uscio da cui doveva entrare il dottore, smaniando pel ritardo; ed ora accarezzava la faccia del babbo con lievi passaggi delle mani tremanti, ora rivolgeva a me timide occhiate interrogatrici che facevano intravedere lo spavento di una possibile tremenda risposta.
Quel quarto d'ora di angosciosissima attesa mi parve un secolo.
Che mi attendevo dal dottore? Ero impietrito, convinto che la sua presenza oramai fosse inutile; eppure respiravo con ansia, celeremente, quasi il mio ansare potesse influire ad affrettarne l'arrivo. E in quel momento, con lo spettacolo sotto gli occhi di colui che ormai sapevo cadavere in cui nessuno avrebbe potuto infondere un nuovo respiro di vita, tendevo l'orecchio al cinguettìo dei passeri che entrava, clamoroso, dalla finestra, e riflettevo intorno alla grande indifferenza della Natura per le nostre gioie e pei nostri dolori, pur indignandomi di poter pensare a simili cose in quel tragico istante.
Finalmente il dottore arrivò. Tastò i polsi, introdusse una mano nello sparato della camicia, chinandosi per ascoltare i battiti del cuore, o meglio per fingere di ascoltarli, giacchè il primo sguardo gli era bastato per capire l'inutilità della sua opera. E rizzandosi su la persona, si volse verso mia madre, la prese delicatamente per un braccio e fece atto di volerla allontanare.
La povera mamma, copertosi il viso con le mani, balbettando:--Oh, Dio! Oh, Dio!--si lasciò trascinare fuori della stanza, opponendo debole resistenza.
Io caddi ginocchioni davanti al divano; baciavo e ribaciavo il cadavere ancora caldo, senza un lamento, senza un singhiozzo, soffocato dal groppo di pianto che non riusciva a versarsi per gli occhi; e dietro un velo di nebbia, quasi nella fluida trasparenza di un sogno, intravedevo le persone di casa, gli inquilini accorsi, e il corpo giacente che aveva tuttavia, nonostante quel nebbioso velo, le rigogliose apparenze della vita e della forza.... Poi improvvisamente, non vidi più nulla, come se un nero abisso mi avesse inghiottito.
Il povero babbo era stato previdente.
Fra le sue carte, e serbata in un posto dove avrebbe potuto essere subito ritrovata, io rinvenni una lettera diretta a me, scritta sei mesi prima del luttuoso avvenimento, quasi il cuore gli presagisse quel che doveva, tra non molto, accadere. Mi dava minutissimi schiarimenti intorno ai suoi affari, m'indicava la persona a cui avrei potuto, con piena fiducia, affidarne il disbrigo, e si diffondeva in lunghi consigli di pratica saggezza, ripetendo con diverse parole--e leggendo mi sembrava di riudirne la voce--quel che mi aveva detto la mattina del nostro ultimo colloquio.
Ancora, dopo parecchie settimane, io non sapevo rassegnarmi a credere ch'egli fosse sparito per sempre!
La mamma vestita a lutto, la tristezza che incombeva su tutta la casa, le insolite occupazioni alle quali dovevo concedere quel tempo fin allora riserbato esclusivamente ai miei studi, e che mi infastidivano per la loro volgare minuzia, non erano sufficienti a darmi un vivo senso della realtà, delle tristi circostanze intervenute a sconvolgere l'andamento ordinario della mia vita.
Il dolore di mia madre era intenso. Capivo che ella evitava, quanto più era possibile, di rammentare il povero nostro caro assente per non accrescere lo strazio del mio cuore; ma, in certi momenti, ripensando le rivelazioni di quel giorno, io non riuscivo a vincere il sospetto che ella si sforzasse di far apparire il suo dolore più grande e più intenso che veramente non fosse. La scusavo, la giustificavo; avrei voluto però che ella avesse già perdonato e dimenticato; che più non fosse perdurata, tra l'assente e lei, quella scissura che le aveva fatto portare chiuso in cuore tant'anni il suo bel sogno di donna non potuto attuare, com'ella si era espressa.
E a tavola, o quando veniva a sedersi nel mio studio per leggere là qualcuno dei tanti volumi nuovi che il mio libraio continuava a inviarmi (ora che non aveva altri all'infuori di me, voleva sentirsi confortata--diceva--standomi silenziosamente vicino) a tavola, o mentre ella leggeva, io la fissavo, evitando di farmi scorgere, e tentavo di penetrarla per indovinare se, sospettando in quel modo, non la calunniassi indegnamente.
Un giorno, alla fine, per dissipare il tormentoso dubbio--soffrivo assai ogni volta che esso, scacciato via, tornava a riaffacciarmisi nell'animo--un giorno, vedendo che la mamma, deposto su le ginocchia il libro di lettura, chiusi gli occhi e abbandonata la testa indietro su la spalliera della poltrona, si era immersa nel dolce fantasticamento prodotto dalle sensazioni delle cose lette, la riscossi bruscamente:
--Mamma!...
E mi arrestai, già pentito di quel che intendevo di fare. Ella mi fissò con sguardo così affettuoso da incoraggiarmi a dirle subito:
--Che cosa pensavi, mamma?
--Pensavo,--rispose dopo un istante di esitanza,--che io non avrei mai creduto ch'egli occupasse, vivendo, tanto posto nel mio cuore. Si vede che l'amore è capace di assumere tali forme da rendersi quasi irriconoscibile. Sento oggi nel cuore lo stesso vuoto lasciato dalla sua sparizione in questa casa e nella nostra esistenza. Ora riconosco che ha avuto ragione lui, stimandomi uno strumento in mano sua, da dover adoprare secondo i suoi fini. Egli possedeva un senso sano ed integro della vita. Se ha avuto qualche torto.... parecchi anche.... più che a lui, essi debbono venir attribuiti--lo capisco ora--alle circostanze. Non è stato egoista, cattivo, crudele, oh, no! È stato uno con cui si dev'essere indulgente perchè ha lavorato molto; uno che aveva bisogno di cogliere qua e là qualche fiore, lungo la strada, per distrarsi, per riposarsi.... Allora ne soffrivo. Da che non è più.... lo scuso, e spasso gli chiedo perdono del non avergli sempre nascosto che ne soffrivo, e di averglielo rimproverato con la freddezza e col silenzio, talora peggiori di ogni aperto rimprovero.
--Mamma cara! Che consolazione mi dài dicendomi questo!
--Che cosa credevi tu dunque?
--Credevo che tu serbassi qualche rancore alla sua memoria!
--Oh! figlio mio!
--C'è stato un momento in cui sono stato ingiusto anch'io verso il babbo!
Chiuse il libro, si rizzò in piedi e, presomi per le mani, soggiunse:
--Non mi hai più parlato del tuo avvenire, Dario. Io attendevo da te una parola, come tuo padre e forse assai diversa da quella che attendeva tuo padre. Non me l'hai detta. Perchè, Dario?
--Non so, mamma! C'è un gran buio nel mio spirito. L'orgoglio mi acceca tuttavia. Non so rassegnarmi a non essere niente nel mondo, pur avendo un altissimo concetto di quel che vi vorrei essere. Sarò un infelice, mamma; lo sento. Non mi consolerò mai della mia miseria rimpetto allo splendore di quel sogno! Se avessi, come te, la fortuna, di credere in Dio, andrei a chiudermi in una Certosa, a vivervi la lunga agonia della preghiera e del silenzio; ma la mia mente non può credere.... Mai, come in questo momento, io non ho compreso la terribile verità di quella sentenza biblica: La scienza è dolore! Vorrei dimenticare, diventare tutt'a un tratto un ignorante, un povero di spirito.... Ecco perchè non ho potuto dirti la parola da te attesa.... C'è un gran buio nel mio spirito!
--Io non oso suggerirti....
--Parla, mamma! Le tue parole dell'altra volta mi avevano aperto uno spiraglio di luce. La mattina della disgrazia, già avveniva un insolito risveglio di giovinezza, nel mio cuore.... Non mi ero mai sentito giovane come in quel momento. Ah! Il mio male consiste qui, nell'intelligenza; non sono stato mai giovane, quantunque io abbia appena vent'anni. Non potrò ridivenirlo, oramai ne sono convinto. Vi è una maturità dello spirito che talvolta precede quella del corpo; ed è stato di malattia forse incurabile. La sanità consiste nell'equilibrio.
--T'inganni, Dario! T'inganni! Io sono una povera donna che non può opporre profonde ragioni alle tue; ma nel mio cuore materno c'è qualcosa che vale, mi sembra, quanto codeste ragioni. Siedi qui; non sdegnare di ascoltarmi. Io ti riguardo come superiore a me, sebbene mio figlio. Sei uomo, sai tante cose che io non intenderei anche se mi applicassi a studiarle come te; non per questo mi sembra atto di vanità o di superbia il dirti quel che sento. Tuo padre ti parlava altrimenti. Era uomo di azione, a modo suo. Avrebbe voluto che suo figlio lo somigliasse, anche non facendo quel che faceva lui. Sai che fantasticava di te?--Un uomo politico, un deputato al Parlamento.--E poichè ci vogliono belle migliaia di lire per riuscire ad essere eletto,--diceva, stropicciandosi le mani,--io gliele preparo. Saranno bene spese; e vorrei che mio figlio non avesse scrupolo di spenderle. Quando si vuoi raggiungere uno scopo....
--Vorrei adoperarle meglio.... in ogni caso!...--la interruppi sorridendo tristamente.
--Lo dico anch'io. E, nota: egli che riponeva in te ogni sua speranza; che non aveva voluto altri figli per non disgregare la sua fortuna; che era orgoglioso di veder sopravvivere in te il suo nome onorato, non accennò mai, mai, alla speranza di vederti creare una famiglia. Una volta io gli dissi:--Mi dispiace che Dario viva a questo modo, tutto immerso negli studi. Andrà incontro a un pericolo il giorno in cui dovrà scegliere una sposa.--Alzò le spalle, e non rispose nemmeno. E un'altra volta mi rispose:--Troverà facilmente; è il meno di cui mi preoccupo.--Infatti.... egli mi aveva sposato unicamente per avere un figlio. Le dolcezze della famiglia non avevano significato o valore per lui. Ebbene, Dario, io desidererei che tu agissi altrimenti. Io desidererei che la tua vita si raccogliesse tutta in quelle gioie intime e sicure che egli non ha voluto conoscere, che non ha goduto. C'è dell'egoismo in quel che ti dico, ma forse assai meno che non sembri. L'arte, la scienza sono belle e grandi cose; ma la vita è così breve, così precaria, che la suprema saggezza a me sembra consistere nel goderla il più tranquillamente possibile, quando si hanno, come tu li hai, tutti i mezzi di goderla in tal modo. Crearsi una famiglia è azione bella e grande quanto l'arte e la scienza. Amare, essere amato, dar vita ad esseri che ci perpetuano e che possono contribuire alla felicità o almeno alla prosperità sociale non è spregevole cosa. Io ti parlo da donna, da madre. Prima d'ora ho taciuto per non impormi alla tua scelta, per non mettermi in contrasto con le intenzioni di tuo padre. Davanti a lui mi sentivo piccina piccina, non osavo aprir bocca; ma oggi mi sembra che sia mio dovere....
S'interruppe.
Dolcissime lagrime mi scorrevano silenziosamente per le gote e non pensavo di asciugarle.
Perchè piangevo?
Le parole di mia madre significavano l'estrema condanna del mio sogno di grandezza spirituale, ed io gli dicevo, con quelle lagrime, il mio addio?
Erano esse segno di fiacchezza nervosa?