Rassegnazione: Romanzo

Chapter 2

Chapter 23,680 wordsPublic domain

A poco a poco intanto cominciavo ad avventurarmi nelle discussioni, a tentar di formolare con la parola quel che mi ribolliva in istato di indefinitezza nella mente e nel cuore. La parola, dapprima restìa, vaga, scialba, diveniva facile, colorita. La mia attitudine all'osservazione arguta e giusta si svolgeva lentamente ma gradualmente. Ora, infine, si meravigliavano essi di quel che dicevo; ma io me ne stupivo più di loro. Sentivo un piacere doppio, squisitissimo, e per la cosa detta e perchè l'avevo detta io, senza che altri me la cavasse fuori a mia insaputa.

Ma quando, dopo due o tre ore di questo esercizio, essi mi lasciavano perchè io non volevo seguirli a una passeggiata, a un divertimento dove sapevo che sarei rimasto estraneo per la mia timidezza e la mia ombrosità, mi sentivo riafferrare dal mio solito torpore; quasi l'anima mia tornasse a rinchiudersi dentro quel guscio da cui si era affacciata un istante per impulso altrui e non per sua propria virtù.

Il Lenzi e il Bissi erano due bei giovani: l'uno, biondo, con folti baffi e occhi cilestri, svelto della persona, di modi signorili, che l'accuratezza del vestire faceva spiccare meglio; l'altro, bruno, con occhi nerissimi, vivacissimi, barbetta fina, appuntata, baffetti un po' radi e capelli densi, tagliati a spazzola, sui quali il cappello a larghe tese non era mai calcato, quasi pesasse troppo e impacciasse la spaziosa fronte dentro cui si agitavano tante e tante cose--sogni d'arte e lieti fantasmi di avvenire. Il Lostini, alto, magrissimo, con mani che sembravano granfie, andava sempre in tuba e abito chiuso, con enormi colletti, enormi polsini, enormissime cravatte rosse o azzurre, spille da dar nell'occhio lontano un miglio, vistosi fiori all'occhiello e mazza con pomo di argento, ogni cosa all'ultima foggia e così esageratamente da far fermare le persone per via. Eppure io lo ammiravo; mi pareva che occorresse un bel coraggio per mascherarsi a quel modo.

Tutti i giovedì e tutte le domeniche egli arrivava in casa mia con un gran rotolo di manoscritto. Il Lenzi e il Bissi lo prendevano in giro spietatamente; gli davano senza cerimonie dell'asino e del cretino; ma egli non se ne offendeva. Spiegava il manoscritto sorridendo, lasciava passare la sturata dei motti pungenti, delle sanguinose ironie, e cominciava a leggere. Notavo che, alla fine, egli riusciva sempre a farsi ascoltare e discutere.

--Via, ditemelo francamente: non c'è male, mi pare. Questa volta l'ho imbroccata.

Non l'aveva imbroccata affatto. Io stupivo, riflettevo come mai non si accorgesse della miseria dell'opera sua, che il Lenzi e il Bissi gli analizzavano punto per punto, riducendogliela in minuzzoli, polverizzandola.

--E non parlo delle sgrammaticature!--conchiudeva il Bissi.

--Sgrammaticature poi! È un po' troppo!--egli protestava ridendo.--Lo dite per farmi arrabbiare. No; questa volta l'ho imbroccata!

E andava via con tale convinzione, annunziando tronfiamente che preparava un volume di versi giovanili, editi e inediti, per mettere in evidenza il proprio nome, per forzar la mano al pubblico. Aveva già trecento abbonati; le spese di stampa erano coperte. I guadagni sarebbero venuti dopo.

Il Lenzi e il Bissi parlavano anch'essi del loro avvenire, ma entravano nella mischia, nella lotta per la vita, ben altrimenti preparati ed armati.

Il Lenzi, studiando diritto, mirava alla deputazione, o alla diplomazia; avrebbe scelto quando fosse arrivato il momento opportuno; non disperava di diventare, un giorno o l'altro, ministro del regno d'Italia. Intanto, per rifarsi dell'aridità degli studi scientifici, si divagava con studi d'arte; li stimava valevoli mezzi, armi poderose, anche per un uomo politico.

Il Bissi, invece, odiava la politica, regno delle mediocrità, secondo lui, della volgarità, della materialità. L'attuale decadenza degli ingegni e dei caratteri non si doveva tutta ad essa? E non leggeva giornali quotidiani, viveva chiuso nel suo mondo estetico, ambizioso soltanto di guadagnarsi un bel posto nel gran movimento di rinnovazione artistica, che affermava prossimo a rivelarsi. In questa nuova fase della vita italiana, egli voleva trovarsi alla testa del movimento.... o tirarsi un colpo di pistola. Non cercava vie di mezzo; e si preparava benissimo anche lui.

Io soltanto non scorgevo nessun avvenire per me.

Non osavo fermarmi un momento a riflettere quale avrebbe potuto mai essere, nel caso che mi fossi deciso a rappresentare una parte attiva nella società. Non mi riconoscevo nessuna attitudine speciale, spiccata, per l'arte, nè per la politica, e molto meno per l'azione di qualunque natura. Mi sentivo condannato a vivere da parassita, a consumare senza produrre, a trascinarmi impotente tra la folla portata via dal turbine dell'attività industriale, letteraria, politica; oggetto di compassione o di riso o di disprezzo; fantasma tra tanti vivi. Niente altro!

Era possibile?

Eppure potevo osservare che qualche non lieve mutamento era avvenuto in me durante quegli anni di apparente inerzia. Un fine senso della concezione d'arte già traspariva dai miei ragionamenti. A ogni nuova lettura, mi sembrava che i confini della mia intelligenza si fossero spostati; intravedevo che un sordo lavorìo era dovuto accadere e accadeva tuttavia dentro di me; lavorìo di digestione, di chilificazione delle immense letture, operato nei più misteriosi recessi del pensiero, dell'energia intellettuale, allo stesso modo della digestione e della chilificazione dell'organismo fisico, se in certi momenti mi riconoscevo cresciuto e fortificato spiritualmente come prima non ero.

Perchè non mi provavo a fare, a produrre?

Il Lostini non riusciva perchè non sapeva, e intanto aveva l'illusione di poter fare, ingannato dalla sua fatuità e dalla sua presunzione. Col Lenzi e col Bissi non ardivo di paragonarmi. Erano organismi perfetti, delicatissimi; sapevano quel che volevano, dove tendevano e dovevano arrivare, e già coordinavano ogni loro minimo atto con quello scopo, sicuri delle loro forze, pronti ad abbattere gli ostacoli e col presentimento dell'immancabile vittoria in fondo al cuore.

Come li ammiravo e come li invidiavo!

IV.

Avevo probabilmente un'istintiva coscienza del mio difetto essenziale; capivo forse, senza possederne ancora netta intuizione, quel che c'era d'immensamente sproporzionato tra gli ideali che mi brillavano nella mente e le mie forze fisiche e intellettuali che avrebbero dovuto metterli in atto. Perciò evitavo di tentare. Avevo paura della delusione che subito sarebbe venuta dietro al tentativo. Pure, una volta, mi lasciai trascinare.

La virtuosità del Lenzi non mi produceva più il gran senso d'ammirazione di prima. Egli poteva scrivere una poesia, una novella, un articolo di critica--con noi parlava di arte soltanto; i suoi saggi di scienze giuridiche non ce li faceva neppur vedere--e non far mai cosa volgare. Versi e prose però non lasciavano trasparire una personalità originale. I riflessi altrui vi venivano fuori evidentissimi, quantunque assimilati con garbo. Egli stesso non dava nessuna importanza a quei capricci che rivelavano, qua e là, un'anima aperta alle diverse espressioni dell'arte.

Pel Bissi, l'arte era cosa sacra. Gli tremava la voce parlandone. Sapevamo che lavorava, lavorava; ma niente di preciso egli ci diceva dei suoi lavori, impedito da quella sua profonda riverenza religiosa, da quel suo gran pudore di artista che non voleva profanare la bellezza, mostrando gli abbozzi informi dov'essa non era riuscita a palesarsi intera.

Un giorno, finalmente, lo vedemmo arrivare a casa mia col cappello a larghe falde sulla nuca, con gli occhi raggianti, quasi spauriti.

--Vorrei leggervi....

E si era arrestato, per guardarci in viso.

Non dimenticherò mai le impressioni di quella giornata, l'urto, la spinta ricevuti, per cui potei illudermi che un uomo nuovo si fosse improvvisamente rivelato dentro di me, ricco di facoltà inattese e stupende. Per la prima volta non mi trovavo più di fronte a un'opera d'arte della quale non potevo penetrare tutti i misteri perchè ignoto mi era il processo d'incubazione che l'aveva formata ignota la persona dentro il cuore e la mente della quale esso aveva avuto luogo, ignoto l'ambiente che aveva contribuito ad agevolarlo.

Mentre il Bissi leggeva, io avevo la pura visione del miracolo creativo in atto. In quei personaggi della sua novella, nel loro sentimenti, nelle loro passioni, nelle azioni, nelle parole, nel paesaggio, in ogni minimo particolare, io riconoscevo qualcosa; ne indovinavo la provenienza; scoprivo relazioni intimissime. Assistevo al mirabile lavoro di fusione e di organamento, all'esplosione della vita, e senza che quell'analisi nuocesse punto all'effetto dell'insieme. Vedevo, per dir così, le parole, le immagini accorrere spontaneamente, come per virtù di attrazione, aggrupparsi, combinarsi. E con le parole e con le immagini le cose, i colori, i sentimenti; particelle di osservazioni fatte insieme; fitto pulviscolo di sensazioni, di reminiscenze sue e mie, che si era agglomerato, ed era diventato unità, forma, avvenimento, opera d'arte insomma. La quale era l'anima di colui che leggeva, e, nello stesso tempo, cosa affatto diversa; riproduceva in sè l'accento della voce di lui, ne rivelava i gesti, tutta l'aria della persona, eppure non poteva dirsi precisamente lui, perchè quelle poche creature, di cui la novella narrava i casi, svolgeva le passioni, riferiva i dialoghi, erano poi creature viventi da per loro, col loro accento, coi loro gusti, con la loro distinta individualità, proprio come colui che le aveva create e che non aveva niente di comune con noi tre intenti ad ascoltarlo, rapiti!

La potentissima corrente che si era sprigionata, da quell'opera d'arte mi aveva penetrato, abitato, reso convulso.

Producendo una benefica rivelazione di me a me stesso, mi aveva infuso potenza di creazione artistica, quasi essa non fosse stata opera del mio amico, ma mia; quasi il Bissi non avesse fatto altro che leggerla benissimo, come io non avrei saputo, prestandomi soltanto la voce, l'accento, e nulla più.

E quando la lettura fu terminata, e il Lostini, levando in alto le scarne mani, esclamò scioccamente, al suo solito:--Tu sarai il primo simbolista d'Italia!--io, che ordinariamente tacevo e lasciavo prima parlare gli altri, scoppiai in un energico:

--Zitto! Non dire bestialità!

E abbracciai e baciai il Bissi che invocava, umile e commosso, il giudizio del Lenzi e il mio.

Attesi con impazienza che essi fossero andati via per raccogliermi, per mettermi subito al lavoro. Avevo dentro di me un confuso ribollimento da cui credevo dovesse immediatamente scaturire una consimile opera d'arte: novella, romanzo, non avrei saputo specificarlo; ma qualcosa di vivo, di nuovo.

E per due settimane l'illusione persistette, diminuendo a poco a poco d'intensità, senza che io me n'accorgessi.

Lottavo accanitamente contro la resistenza che la forma mi opponeva; mettevo il mio stento a carico dell'inesperienza, delle difficoltà d'un primo serio tentativo; chiudeva gli orecchi alla voce della coscienza critica che si andava risvegliando e mi faceva intravedere tutta la inettezza del mio lavoro. Alla fine, non ebbi neppure il coraggio di consultare gli amici; avevo riconosciuto la mia impotenza creativa in maniera così evidente, che ne sentivo vergogna e rimorso come di un delitto commesso di nascosto. Ero riuscito a far peggio, molto peggio del Lostini!

Negli scritti di lui v'era la volgarità, la sciattezza, ma qualcosa di organico; nel mio lavoro questo qualcosa mancava.

Il Lostini, studiando, avrebbe potuto riuscire a far meglio, forse a far bene; io no. In quel cervello bislacco e incolto esisteva quel tal «che» indefinibile che nessuno studio può far acquistare.

Oh, non era più possibile illudermi! Avrei potuto divenire qualunque cosa; grande artista, no, mai! E la mediocrità, che a quel giovane non dava ombra, a me faceva orrore. Quest'orgoglioso sentimento era il mio supplizio.

Allora, con spietata insistenza, presi a studiare tutti i sintomi della malattia che mi affliggeva.

Che cosa avrei potuto essere?

L'avvocatura richiedeva mezzi diversi da quelli dell'arte; ma mi mancava la fluidità della parola, l'arditezza e la rapidità della concezione che fanno dell'avvocato un mirabile stratego. Mi mancava, sopratutto, quell'elasticità di coscienza da permettermi di credere alla bontà di qualunque causa, purchè vi fossero stati un'imboscata, un tranello da tendere al codice o alla procedura; e mi ripugnava il sapere che sarei stato cosa del cliente, suo schiavo!

La medicina e la chirurgia mi venivano interdette dalla mia debole costituzione; il male fisico mi dava nausee invincibili; e mi repugnava inoltre, egualmente, il dover essere cosa del cliente, suo schiavo!

Gli affari?

Avevo l'esempio di mio padre. Ne avevano assorbito tutta la forza, tutta l'attività, tutto l'ingegno. Era stato forse un uomo libero lui, attanagliato dalle grosse speculazioni, dai grossi appalti, dai giuochi di borsa, sempre agitato dall'ansia di un tracollo e dalla crescente smania di guadagnare sempre più?

Aveva avuto però un ideale, uno scopo: suo figlio; questo sangue del suo sangue, questa carne della sua carne, questo misero inetto, che la cecità dell'affetto paterno non gli faceva riconoscere tale; questa infelice creatura in cui il dissidio tra il pensiero e l'azione si rivelava così mostruosamente, così irreparabilmente alla luce di quella stessa cultura che avrebbe dovuto dargli vigore!

Col gran numero di volumi di ogni genere divorati in quei quattro anni, tutto lo scibile umano ripensato, analizzato, rifatto dalla positiva scienza moderna, era passato a traverso il mio cervello e vi aveva lasciato un germe di orgoglio. Vivevo soltanto con la testa. Il cuore, la immaginazione mi si erano dunque atrofizzati? Infatti, niente di fresco, di giovanile sentivo in me. Invano avevo vent'anni! L'unico mio svago era stato disegnare; disegnare aridamente; copiando disegni altrui. Quando però mi convinsi che pure in questa meschina operazione la secchezza dell'anima mia traspariva nella rigidità delle linee, nella durezza degli scuri, smisi subito nauseato.

Mi sentivo invadere da profonda pietà di me stesso e insieme da profondo disprezzo. Mi pareva che si adempisse sopra di me una giusta vendetta per tutti quegli agi immeritati che mi rendevano facile la vita e mi toglievano da ogni bassa occupazione manuale.

Chi più infelice di me, che pure stavo comodamente seduto in quel vasto studio invaso dal sole, ornato di belle piante esotiche, cinto torno torno da eleganti scaffali dove si allineavano centinaia e centinaia di volumi pronti a ogni appello, capaci di rivelarmi i più riposti misteri della scienza, le più eccelse bellezze dell'arte, e che quasi non avevano nessun segreto per me?

Mi ero seppellito, sì, da me stesso in quella tomba ridente, ma che altro avrei potuto fare?

E là avevo sorbito, a stilla, a stilla, il sottile veleno del pensiero, per cui ora credevo che la vita avesse valore soltanto quando poteva raggiungere il suo più alto grado di espressione e di forza; là mi ero inorgoglito di essere uomo, e avevo voluto riuscir tale nel più nobile significato di quella parola!

Artista o pensatore, giacchè uomo di azione non era il caso; ma grande artista, gran pensatore.... o niente! Non aggiungevo come il Bissi:--O un colpo di pistola!--Mi mancava l'energia di pensarlo.

E tutto quel lieto sorriso di sole che inondava lo studio, quella luminosità che si riverberava nei mobili, nei quadri, nei ninnoli di bronzo e di porcellana, nel verde delle trasparenti foglioline dei bambù presso la finestra, mi parevano un'amara irrisione, un insulto in quel momento; m'incombevano, peso enorme, su l'anima trambasciata dall'evidenza della mia inanità. Mobili, quadri, ninnoli, piante avevano brividi di vita sotto la carezza del sole e dell'aria primaverile che penetrava dalle aperte finestre. La sola cosa morta colà ero io, disteso su la poltrona, davanti alla vasta scrivania ingombra di libri e di carte! No, un'altra cosa morta mi faceva compagnia: quell'aborto, quello sciagurato tentativo di arte su quei fogli rabbiosamente brancicati, strappati a metà e buttati alla rinfusa parte su la scrivania, parte per terra; e che io guardavo con occhi sbarrati, quasi brani di me squartati da spaventevole mostro, nei quali mi pareva di scorgere gli ultimi sussulti della vita che si spegneva!

V.

Perciò non mi ero mosso, sentendo replicatamente picchiare all'uscio; perciò non mi ero sollevato dalla poltrona vedendo quel bel bambino biondo, coi riccioli spioventi attorno al collo e i grandi occhi interroganti e il sorriso ancora più interrogante degli sguardi, affacciatosi all'uscio cautamente da lui aperto.

--Dormi?--mi domandò.

E non vedendomi muovere, era entrato saltandomi addosso, gettandomi le braccia al collo per baciarmi.

--C'è la mamma di là, in salotto, dalla tua mamma. Io mi annoiavo, e sono venuto da te. Mi mandi via?

--No.

--Stai così zitto! Che hai?

--Niente.

Lo sollevai tra le braccia, lo baciai, lo misi a terra, stirandomi tutto per scacciare il torpore che mi aveva invaso; osservandolo con intenso piacere, mentre lo tenevo per le mani un po' discosto, quasi lo vedessi allora per la prima volta.

Bello, sano, forte, con quei lunghi capelli e lo svelto vestito alla marinaia, più che bambino, mi pareva già uomo, tanta espressione d'intelligenza aveva negli occhi e nella fronte, tanta pienezza di energia mostrava nell'atteggiamento della persona.

--Oggi è vacanza!--mi disse, accompagnando le parole con un vivacissimo atteggiamento della testa.

--Non ami la scuola?

--Sì; ma mi piace pure fare il chiasso e andare attorno con la mamma o col babbo.

Moveva rapidamente gli sguardi in giro per la stanza, come se volesse abbracciare ogni cosa con una occhiata; poi si era fermato ad osservare i libri che riempivano gli scompartimenti degli scaffali.

--Li hai letti tutti?--domandò, additandomeli.--Anche il babbo ne ha molti--non tanti--e me li darà quando sarò grande. Ma io voglio piuttosto le sciabole, le pistole, le lance, i fucili appesi alla panoplia--si dice così?--nello studio del babbo. Voglio essere generale io, andare in Africa e ammazzare tutti gli abissini che hanno scannato a Dogali i nostri soldati.

--Chi te l'ha detto?

--Il babbo; lo leggeva nel giornale e io stavo a sentire. E poi ho visto i ritratti.... le figure. Come sono brutti gli abissini! Senti. Ho messi in fila i miei soldatini di piombo, ne ho più di cinquanta, e ho detto:--Voi siete abissini!--Poi, presa la mia sciabola di latta, piff! paff! gli ho buttati per terra e gli ho lasciati là.

--E se gli abissini, quando andrai in Africa, ammazzeranno te?--replicai per provocarlo.

Fece una spallucciata sdegnosa, aggrottando le sopracciglia, stringendo le labbra, e arditamente rispose:

--Prima ne ammazzerò almeno un centinaio! Non sarò solo; comanderò tanti soldati, su un bel cavallo come quello del re.

E moveva le gambe per imitare lo scalpito del cavallo, ergendo la vita, facendo il gesto di infrenarlo per le redini, quasi in quel momento stesse proprio sul dorso di un focoso animale.

Io lo guardavo stupito. Che rigoglioso sviluppo di facoltà in quella creaturina di sette anni! Come le mosse della persona, la prontezza della parola ne mostravano la ferma volontà, la coscienza di potere, la sicurezza di sottomettere tutto alla sua forza! Non riflettevo in quel momento che poteva trattarsi di una spavalderia di bambino; pensavo soltanto che io non ero mai stato capace di sentire e di immaginare qualcosa di simile, e non ne ero capace neppur ora!

Si era avvicinato al tavolino dov'erano ammucchiati tutti i miei lapis, le carbonelle, i pennelli, accanto ad una scatola di colori per acquarello; li esaminava attentamente.

--Faccio un pupazzo?

E senza attendere il mio permesso, aveva intinto un pennello, sorridendo della propria arditezza, mentre prendeva un foglio di carta e se lo aggiustava dinanzi. Mutò pensiero a un tratto:

--Fammelo tu, ma bello! Un soldato con cappello da bersagliere.

--Un'altra volta,--risposi:--Oggi sono occupato.

--Allora me ne vado.

Era corso verso una pianta di bambù. Ne accarezzava le foglioline, ne piegava gli esili rami.

--Come si chiama questa pianta?

--Bambù.

--Quella di cui si fanno le mazzettine?

--Sì.

--Me ne farai una? Bisogna che la pianta cresca, è vero? perchè il fusto s'ingrossi. Mi hanno chiamato?

--Mi è parso.

Mi tese la mano, con agile atto di persona matura, e, nel socchiudere l'uscio, affacciò la testa tra i battenti per rammentarmi:

--Con cappello da bersagliere, hai capito?

Che misera creatura ero io, se sentivo di valere assai meno di quel bambino di sette anni!

VI.

Mio padre arrivava in mal punto.

Ero, da più giorni, tormentato da questa convinzione della mia inettezza a qualunque cosa che veramente meritasse di occupare l'intelligenza di un uomo. In certi momenti mi domandavo se quella sproporzione tra la mia idea e le mie forze fisiche e mentali non fosse grave sintomo di degenerazione o di pazzia.

Riflettevo:

--Un gran poeta, un gran romanziere, un gran drammaturgo, qualunque grande artista, qualunque gran pensatore è tale quasi senza saperlo. A nessuno di essi dev'essere mai passato per la testa:--Voglio essere questo! Voglio essere quest'altro!--Si sono sentiti artisti, pensatori, o meglio hanno operato da artisti, da pensatori, creando, ragionando, facendo naturalmente, semplicemente la loro funzione. Chi dice, come me:--Vorrei essere questo! Vorrei essere quest'altro!--ha già la coscienza di essere tutt'altro.

Che sono io? Un orgoglioso, un vanitoso! Un uomo mancato!

E inutilmente soggiungevo:

--Al pari di mille e mille altri!

Questo non mi consolava, non leniva il mio tormento.

Fino al giorno però in cui mio padre venne improvvisamente a disperdere le mie ultime illusioni, io non avevo ancora sentito l'abbattimento così disperato che quel giorno mi faceva singhiozzare bocconi sul letto, brancicando la coperta con mani convulse.

Mi sembrava che il mondo fosse crollato attorno a me e che fosse sparita ogni luce.

--Dario! Dario!--sentii chiamare.

Era la voce di mia madre.

Mi asciugai in fretta il viso bagnato di lacrime, cercai di dissimulare la mia angoscia e corsi ad aprire l'uscio.

--Dario!...

Mio padre le aveva accennato qualche cosa di ciò che mi aveva detto poco prima, e la povera donna accorreva per temperare l'asprezza da lei sospettata nelle parole di lui.

--Oh, mamma!--esclamai, gettandole le braccia al collo e chinando desolatamente la testa, sul suo petto ansante.

--Coraggio! Tuo padre ti vuol bene. Non prendere in mala parte i suoi consigli, la sua insistenza.

--Il babbo ha ragione,--risposi con voce cupa.

--Ascoltami, Dario!--ella soggiunse affettuosamente.

E mi condusse per mano verso il canapè forzandomi a sedere accanto a lei.

Era un po' pallida, ma sorrideva con tale espressione di dolcezza e di benignità, che io sentii dileguare quasi tutt'a un tratto quel fremito di rancore destatosi nel mio animo mentre mio padre parlava.

--Ho fatto come tuo padre,--cominciò;--ti ho lasciato pienissima libertà riguardo al tuo avvenire. È giusto che i genitori non pesino per nulla su questa scelta perchè possono facilmente ingannarsi e indurre in inganno.

--Ah! Non ho da scegliere,--la interruppi.--Ogni via mi è chiusa.

--Credi tu dunque di averle esaminate tutte?

--Tutte!