Chapter 13
--Grazie pei malati. Ne ho parecchi. Cattiva stagione l'estate! Dominedio ha avuto torto di creare i contadini. Che cosa poteva costargli di far fruttificare la terra senza bisogno della mano dell'uomo? Lavorano peggio delle bestie, soffrono come le creature ragionevoli, e non sono interamente nè l'uno nè l'altro. Io che li pratico da quarant'anni ne so qualcosa.
--Le macchine,--dissi,--a poco a poco emanciperanno l'uomo dal lavoro manuale.
--Non me ne parli! Le hanno ridotte così perfette da sembrare che vogliano vendicarsi di essere costrette a lavorare per conto altrui; e di tanto in tanto storpiano, mutilano, stritolano un povero diavolo che non c'entra. Giusto un mese fa.... che orrore! Un misero padre di famiglia... Quella trebbiatrice ha qualche diavolo negli ingranaggi. Non è la prima volta.... Non me ne parli!
--E lei, sempre contento di vivere in campagna, tra' contadini?
--È il mio mestiere; non saprei farne altro. Ognuno deve fare quel che può, se vuol oprare un po' di bene. Io sarei stato un cattivo medico di città; sono troppo rozzo e troppo allegro. I contadini mi prendono come sono, ed io li ricambio della stessa moneta. Una buona parola, una barzelletta, certe volte, valgono meglio di una medicina. Per questo il farmacista mi vuol bene quanto il fumo agli occhi. I contadini mi compensano. Povera gente! Ma cominciano a guastarmeli. Non si contentano più del loro stato, messi su da certi apostoli.... Prima erano contadini, di padre in figlio, buoni fittavoli, buoni giornalieri.... È questo il gran guaio: non adattarsi alla propria sorte.... Si figuri me, se mi fossi messo in testa di voler essere professore di clinica! La mia felicità è stata di riconoscere che avrei potuto essere soltanto un mediocre medico condotto. Non l'ho sbagliata.... Salute, appetito, buon umore, e non importa se pochi quattrini. Svaghi? La caccia, la pesca con la lenza, quando i malati me lo permettono. Ho un roccolo famoso. Ma io chiacchiero, chiacchiero, e non ero venuto precisamente per questo. Appena seppi:--Alla Villa Fausta c'è gente--dissi: È arrivata la Tesoriera dei poveri.... E son venuto.... prima che si presentasse il parroco.... Mi fa la concorrenza.... E la signora Maria gli usa un po' di maggior riguardo, per via della veste. Si sa; coi servi di Dio.... Bisogna portar rispetto al cane per amor del padrone.... Lei faccia pure come la mamma: un po' a me, un po' a lui. Spesso ci troviamo attorno allo stesso letto di miseria, io pel corpo, colui per l'anima; e facciamo ognuno del nostro meglio. Quando mi accorgo che non c'è più speranza di guarigione, gli dico:--Tocca a lei!--E, poverino, li fa andar via contenti all'altro mondo, promettendo un paradiso, che sarebbe proprio un'infamia se non ci fosse, che ci sarà, spero.... quantunque, in certi momenti.... Non capisco, ecco, perchè il Signore non ha voluto darcene una piccola anticipazione anche quaggiù.
Non lo interrompevo. Quella figura tozza, un po' volgare, mi si trasformava sotto gli occhi, mi si spiritualizzava quasi, e per le cose che diceva, e per la giocondità con cui le diceva. Lo conoscevo da un pezzo; ma quando veniva a farci spesse visite, io lo lasciavo volentieri in compagnia di mia madre. La serenità, l'inesauribile buon umore di lui mi riuscivano, per le mie idee di allora, un pochino antipatici. E per ciò ora mi maravigliavo di stare ad ascoltarlo volentieri, e di sentirmi penetrare nell'animo conturbato qualcosa di quella sua semplice, dolce filosofia ch'egli metteva in pratica da tanti anni, che lo aveva fatto arrivare alla sana robusta vecchiezza, e gli permetteva di adempire, senza stancarsi, le gravi fatiche di quel che egli chiamava umilmente il suo mestiere.
Si era arrestato ridendo, per esclamare:
--Guardi: il mio concorrente!
Il parroco veniva verso di noi, con passi così frettolosi, che sembrava dovesse impigliarsi da un momento all'altro nella scolorita zimarra di mussola nera, stretta attorno al corpo lungo e magro. Invece di tricorno, portava calcato su la testa un rozzo cappellone di paglia. Salutava da lontano, agitando le braccia.
--Sta bene? E la signora Maria? Sente che caldo?... I miei poveri l'attendevano.... Io ho il brutto viziaccio di correre invece di camminare; non so frenare le gambe. Se avessi una giumenta come il nostro dottore.... La signora Maria non ci mancherà quest'anno, voglio augurarmi.... Le fa specie il mio cappellone di paglia?... Qui in campagna, possiamo permetterci tutto.
--L'abito non fa il monaco,--dissi io.
--Eh!... Lo fa, lo fa! Sembra una sciocchezza, ma se non avessi addosso questo straccio di zimarra, non mi stimerei prete neppure da me. Il dottore mi ha preceduto.... Ci sarà però qualcosina anche pei miei poveri....
--Perchè non dire: nostri?--fece il dottore.
--È vero. Ma, infine, essi non sono di nessuno, o di chi fa loro la carità.... Starebbero freschi se dovessero contare soltanto su noi!... Riparazioni, eh? Lavoro; è la miglior carità. Non umilia, non degrada. Io, se fossi signore, non darei un soldo di elemosina: lavoro, lavoro, lavoro; nient'altro.
--E a chi non può lavorare?
--Stia zitto, dottore; in famiglia c'è sempre qualcuno che può lavorare per gli altri. Dico bene, signor Dario? Non lavora anche lei, a modo suo? Siamo stati messi al mondo per fare ognuno qualcosa; tant'è vero, che chi non può e non sa fare il bene, fa il male, pur di non stare inoperoso, con le mani in mano.
--Oh, questo poi!--esclamò il dottore, dando in una delle sue rumorose risate.
--Non dovrebbe essere così, ma è così,--rispose il parroco.--Tante cose noi pensiamo che dovrebbero andare in un modo e, invece, vanno in un altro. Lei mi aveva dato per ispacciata la povera moglie di Testagrossa.... Io le ho amministrato il viatico e l'estrema unzione. Le hanno profittato meglio del chinino; non me lo aspettavo neppure io. La ho vista ora ora, davanti a l'uscio di casa; pettinava una bambina.... E i famosi uccelletti che mi ha promesso, da mangiare con la polenta?
Il parroco mi divertiva per quel passare da una cosa all'altra, senza transizioni, ruzzolando le parole con la stessa nervosità con cui moveva le gambe.
Egli e il dottore mi seguirono, invitati, fino alla villa. La serata era dolcissima. Mi sentivo compenetrato tutto dalla divina serenità della campagna. E quei due, così diversamente semplici, buoni e allegri, sotto il portico, attorno al tavolino di ferro coi bicchieri e due bottiglie di vino, ragionando, ridendo, mi producevano un inatteso sollievo, che somigliava a un soave sbalordimento.
Mi avevano guardato in viso un po' stupìti di quel che avevo dato in nome della «Tesoriera dei poveri».
--È anche troppo!--aveva esclamato il parroco, ringraziandomi.
--Non è mai troppo!--soggiunse il dottore ridendo.
Era già tardi quando andarono via, con quello splendido lume di luna piena che pareva piovesse calma e riposo dattorno. E quasi immediatamente fui ripreso dalla tristezza, dal cupo proposito per cui ero andato colà.
Perchè indugiavo? Perchè rimanevo alla finestra, dopo di averli accompagnati con l'occhio fino allo svolto della strada, laggiù? Perchè quel grido lontano della botta che interrompeva il gran silenzio notturno mi teneva intento ad ascoltarlo quasi potesse avere un qualche significato per me?
Avevo fatto un'opera buona a nome della mamma, e (quei due non se n'erano accorti) mi eran tremate le mani vuotando il portafoglio di tutti i biglietti di banca che mi trovavo per caso. Riflettevo.
--A quest'ora, certamente il suo pensiero è qui, ed io mi preparo ad abbandonarla!
La vedevo, con l'immaginazione, andare da una stanza all'altra, osservare attentamente ogni cosa, riparare un piccolo disordine, chiudere bene un uscio, borbottando, intanto, le preghiere della sera....
La botta continuava lo stridulo grido. Anch'essa vegliava, invocava forse il maschio; forse esprimeva soltanto un rudimentale sentimento di gioia per la frescura, pel silenzio, per la bianca luce lunare.
--Perchè indugiavo?
Pensavo a quel ritratto di Fausta che non avevo voluto portare con me per non far insospettire mia madre; sarebbe stato un atto così insolito! Eppure sentivo che, se lo avessi avuto sotto gli occhi, mi sarei deciso subito, senza esitare un istante, quasi per precipitarmi tra le braccia in attesa, o immergermi assieme con lei nella gran pace del Nulla.
Tornavo a pensare a quei due che adempivano modestamente, tranquillamente il loro dovere di uomini; consapevoli della loro pochezza, contenti del loro stato, come altri ne avevo osservati quella mattina, contadini, operai che lavoravano alacremente, cantando, scherzando, soffrendo in silenzio, accettando la vita quale l'avevano ricevuta in sorte, rendendosi utili a sè stessi ed agli altri, contribuendo, per quanto era in loro, al benessere comune.
Era forse la prima volta che osservavo questo? No. Ma allora sentivo un profondo disdegno per tutto quel che non era pensiero o opera di pensiero; non mi ero mai fermato a riflettere che tutte quelle creature umane condannate a rimanere nei bassi strati della vita sociale esercitavano una necessaria e benefica funzione, preparatrice di materiali, di alimenti a coloro che si trovavano destinati a funzioni più alte; e che questi, alla lor volta, lavoravano per quei pochi nei quali funzionava, per così dire, soltanto il cervello, artisti, scienziati, pensatori, e che erano la somma di tutte le altre attività, il resultato complesso di tante funzioni diverse ma indirizzate a unico fine.
E mi tornavano in mente le allegre parole del dottore:
--Si figuri me, se mi fossi messo in testa di voler essere professore di clinica!
Io avevo voluto tentare qualcosa di simile; e la mia superbia delusa mi spingeva a finirla con la vita!
Ma subito mi rimproveravo:
--Tu già ti lasci lusingare dalla vigliaccheria!
E subito rispondevo a me stesso:
--Non è forse maggiore vigliaccheria disertare dalla vita unicamente perchè essa non ha soddisfatto la tua vanità, il tuo orgoglio, i superbi tuoi sogni?
Mi sembrava impossibile che l'insegnamento, la salvezza, forse la redenzione, dovessero venirmi appunto dalle umili cose e dalle umili persone tanto da me misconosciute e disprezzate!
XXV.
All'alba, ero su l'alta terrazza della villa. Quattro anni addietro, dallo stesso posto, avevo avuto la gioia di assistere assieme con Fausta allo spuntare del sole, spettacolo nuovo per lei. L'avevo condotta lassù con strano senso di superstizione, per farla benedire dal sole appena uscita dal mio abbraccio nuziale, quasi il tepore di quei primi raggi dovesse investirla di vive forze cooperatici al gran mistero della concezione.... E la rivedevo come quella mattina, un po' pallida, un po' sbalordita del suo nuovo stato, sorridente, stretta al mio braccio; e mi sembrava di riudire le sue parole di esclamazione ammirativa:
--Oh, che bellezza! È una festa!...
E pensavo che quella festa si era ripetuta da allora in poi, indifferentemente ogni giorno, e che si sarebbe ripetuta ancora ogni giorno, per anni, per secoli indefiniti senza che le creature riflettano quali correnti di vita, quali correnti di pensiero arrivino ad esse con le vibrazioni di quella luce e le impressioni di quel calore!
Un irresistibile bisogno di aria libera, di frescura mi aveva spinto a salire su la terrazza. Venere scintillava nel cielo opalino; tutta la campagna attorno era ancora immersa nell'ombra, in una specie di torpore, di dormiveglia, di soddisfazione di benessere, e me ne sentivo compenetrare, quasi quello stato corrispondesse alla mia condizione interiore. Un senso di stanchezza, di prostrazione, era seguìto infatti all'esaltazione nervosa della giornata.
L'abbattimento però si accresceva di mano in mano che l'ampia vallata usciva dalla penombra, che l'orizzonte si tingeva di un roseo dorato, che i contorni dei monti e delle colline si accendevano ai primi raggi del sole quasi scoppiassero in fiamme al loro tocco, e tutta la campagna vibrava di sussurri, di canti di uccelli, in un delizioso fremito di risveglio che mi sembrava, più che un'irrisione, un rimprovero. Che cosa ero io venuto a fare colà, in mezzo a tanto rigoglio di vita, se neppure sapevo ritrovare in me la forza di darmi la morte, con orgoglioso gesto di rinunzia in faccia alla irragionevole prepotenza della Natura?
E non attesi che il sole si levasse alto su l'orizzonte.
Sul tavolino della mia camera luccicava il revolver, accanto ad esso era spiegato il foglio nel quale, all'arrivo, avevo scritto in fretta poche parole con cui chiedevo perdono a mia madre dell'atto disperato che stavo per compire. Mi parve di vedere la povera donna nel momento di leggerle, e mi sentii correre un brivido per tutta la persona. Strappai il foglio.
--Ormai!
Fu l'unica parola che mi sfuggì di bocca. E significava che la vita e la morte avevano lo stesso valore per me. Non dovevo riputarmi come morto da un pezzo?
I muratori erano già al lavoro sul tetto della casa del colono. Uno di essi cantava, interrompendosi per dire delle buffonate che facevano ridere gli altri. Li osservavo con tristezza compassionevole per quella loro serenità di creature umane, condannate a una esistenza quasi animalesca, senza barlume di pensiero.
Lavoravano intentamente a rizzare un muricciolo, sovrapponendo pietre su pietre, mattoni su mattoni, manovrando di cazzuola, e tutto il funzionamento del loro cervello si riduceva a quella misera opera di muratura.... Così, un po' più distante, sei contadini sarchiavano curvi, movendo in cadenza le braccia, sgretolando con le mani, di tratto in tratto, la terra smossa, e buttando via da parte qualche sasso, anch'essi condannati a un'esistenza quasi animalesca, senza barlume di pensiero.
E non era forse meglio per loro che fosse così?
--È la Provvidenza!--mi rispondeva poco dopo il parroco.
Andava attorno di buon'ora, sgambettando per le viottole, accompagnandosi coi contadini avviati al lavoro, dando consigli, facendo paternali, e tutto alla lesta, quasi avesse qualcuno che lo stimolasse col pungolo e lui volesse liberarsene.
Vistomi affacciato alla finestra mi aveva dato la voce.
--Bravo! L'occhio del padrone ingrassa il cavallo, come suol dirsi.... Ha dormito bene? Veggo che è mattiniero. Bravo! In campagna si va a letto coi polli.... ma ci è lo svegliarino dei galli e degli uccelli.... Sì, quel tetto pericolava; il rinforzo del muricciolo.... sì, sì. Fa bene a sorvegliare i lavoranti, anche a distanza. Non bisogna fidarsi troppo.
--Guardi. Povera gente!--risposi additando i sarchiatori.
--Perchè?
--Che colpe ha commesso da essere punita a quel modo?
--È la Provvidenza!
--Poteva, mi pare, provvedere altrimenti.
--Se non l'ha fatto, vuol dire che doveva essere così.
--Voi la proclamate onnipotente.
--La proclamiamo? È, figliuolo mio! È!... Ma già lei va d'accordo col dottore.... nelle stramberie. E ci vuol tanto poco a pensare giusto!
--Salga su, venga a prendere una tazza di caffè....
--Ecco la Provvidenza! Ieri ho finito la mia piccola provvista.... e per ciò sono uscito dalla canonica a stomaco vuoto; i fondi ribolliti non mi piacciono.... Neghi la Provvidenza se può!... Eh? Eh?
Mentre egli faceva il giro del muro di cinta per entrare dal cancello, io avevo fatto preparare nella sala da pranzo le tazze pel caffè.
--Anche i biscotti!--esclamò.--Mi vizia, come la sua mamma.... Le ha mandato i miei ossequi?... Il caffè bisogna prenderlo in piedi, sorseggiarlo, centellinarlo.... Squisito! Il mio è un lontano, molto lontano parente di questo.... Ma lo bevo e lo gusto lo stesso: tutto sta nell'abituarsi.... E lei dice male della Provvidenza!
--Ne dice male lei, attribuendole certi fatti.... Dandone la colpa al caso, che non sa quel che fa, e se sbaglia....
--Quistione di nomi. Noi diciamo Provvidenza, anche quando non sappiamo spiegarci la ragione dei suoi atti; li accettiamo quali sono, li rispettiamo, e la nostra ignoranza è confortata dalla Fede che la Provvidenza sa quel che fa e che fa tutto a fin di bene. Loro dicono Caso perchè non vogliono confessare la loro ignoranza, e trovano comodo di attribuire a un cieco tante belle cose che farebbero onore anche a chi possedesse quattro paia di occhi.... Un'altra tazzina? Volentieri.... Ben zuccherato; il caffè, dicono, così è più digestivo.... E poi rimettendoci alla Provvidenza, a Dio, noi viviamo tranquilli.... Loro, invece, si beccano il cervello e.... che cosa concludono?
--Il guaio è, caro don Luca, che la vita resta ugualmente una brutta cosa sia che la prepari la Provvidenza o ce la intrugli il Caso.
--E ne dice male, lei, lei a cui niente manca per essere felice?
--Crede che la felicità stia nei quattrini?
--No, perchè in tal caso io sarei tra i più disgraziati del mondo. La felicità sta nel contentarsi, nell'adoprare alla meglio tutti i mezzi che Dio ci ha messi a portata di mano. Quei contadini sarchiano, cosa che lei non sa fare nè può fare; non resisterebbe. Sarchiare per loro è come.... studiare per lei; come dir messa, recitar l'ufficio, confessare, portare il viatico.... per me; ognuno al suo posto; ogni frutto alla sua stagione.... Lei mi fa parlare, mi fa distrarre.... e questo è il quarto o quinto biscotto che mangio senza punto badarci....
--E non ci badi!
--Eh, no! Avrei fatto meglio a mettermeli in tasca e portarli a qualche povera malata; ne ho rimorso....
--Porti questi altri che rimangono.
--Ma allora la buona azione non la faccio io.
--Che importa? Purchè sia fatta!
--È vero.... E intanto non dica più che la vita è una brutta cosa. È quello che è; secondo si prende. E inoltre c'è la consolazione del compenso che riceveremo nell'altra....
--Ne è sicuro?
--Sicurissimo! Se non fosse così....
--E se davvero non fosse così?
--Dove vuol condurmi? Cotesti «se» non li ammetto. Se li ammettessi un solo istante, in certi momenti.... Dio me ne scampi.... non ci penserei due volte. Ma, no, no: la vita è bella anche quando.... è brutta. Se lo immagina lei il mondo senza la vita? Buio fitto, freddo intenso.... Eh, no! Questo bel sole, questo bel verde.... Ah! E quest'aria che rinfresca i polmoni.... Ah!
--E la Morte non la conta?
--Passaggio! Passaggio!... Un po' duro, se vuole.... specialmente quando bisogna farlo troppo presto, all'inaspettata.... Ma passaggio e niente altro.... E per ciò non è male portarsi via, nel mondo di là, un fagottino di buone azioni sotto braccio....
--Lei dunque fa il bene in vista della ricompensa che può venirle....
--Certamente, e mi astengo dal male pel castigo che mi attirerebbe addosso. Sono sincero. Coloro che dicono di fare il bene unicamente pel bene, se non mentiscono, sono illusi dalla loro vanità.... Ed ecco un sesto biscotto andato di mezzo! È un'indecenza.... Io non posso star fermo; mentre la lingua parla, le mani armeggiano, afferrano.... quasi quasi non lo finirei.... Ma che significa quel gran fumo laggiù... dietro gli ulivi?
E dopo aver guardato un momento, gridava a uno dei sarchiatori:
--Ehi! Pietro!... Corri, va' a vedute che cosa avviene nella fattoria dei Contardi.... Correte in due, in tre, per dar soccorso se mai!... Vado io, sarà meglio. Il fumo aumenta!...
--L'accompagno.
Stentavo a tenergli dietro. La fattoria dei Contardi distava dalla villa mezzo chilometro. Don Luca scavalcava viottole, improvvisava scorciatoie, saltava fossati, lasciando indietro me, i contadini, che pure correvano vedendo correre il loro parroco a cui volevano bene.
Ora si sentiva il crepitìo delle fiamme, e un grido invocante aiuto. Era la voce di un ragazzo che strillava, piangendo, spaventato, davanti a la casa che bruciava.
Bruciava da tutte le parti con terribile impeto. Globi nerissimi di fumo uscivano dalle finestre e dal tetto, lingue di fuoco vibravano tra il fumo, alimentate dal vento che sembrava vi soffiasse su con maligna violenza.
Al nostro arrivo, don Luca interrogava il ragazzo, s'interrompeva per chiamare i contadini che non rispondevano, tornava a interrogare quel poverino, guardiano di una mucca, e non riusciva a ottenere risposte concludenti.
--I tuoi padroni dove sono?
--Non lo so!
--Non li hai visti questa mattina?
--Non li ho visti.
--Li hai visti ieri sera?
--Non li ho visti.
Una gran confusione. Mancavano recipienti per l'acqua, mancavano scale, mancava tutto! Era difficile di accostarsi specialmente dalla parte davanti; le fiamme, il fumo che il vento spingeva da tutti i lati, in basso, quasi per tener discosta la gente che avrebbe voluto dare qualche soccorso, ci facevano rimanere spettatori del disastro, in attesa che i muratori e i contadini, spediti alla villa, portassero recipienti, scale, picconi.
Don Luca smaniava, alzava le braccia al cielo, si aggirava attorno a la casa, chiamando per nome il Contardi e sua moglie, che dovevano essere là dentro soffocati dal fumo e forse carbonizzati dal fuoco se non davano nessun segno di vita; forse erano andati in città, e questa ipotesi ci consolava.
Intanto parte del tetto crollava con gran fracasso; e parve per pochi minuti che il materiale di tegole e di calcinacci venuto giù attutisse l'incendio. Già ferveva l'opera di estinzione ora che dalla villa erano arrivati recipienti di ogni sorta. Venivano riempiti alla meglio attingendo acqua dal pozzo, e a una gora poco distante. Due scale erano state appoggiate a un albero, che il fumo avvolgeva tra le sue spire, e ai muratori montati fino agli ultimi scalini, i contadini, don Luca ed io porgevamo i secchi e le brocche ripiene che quelli si sforzavano di vuotare su i muri, su le imposte delle finestre mezzo consumate, dentro quella voragine apertasi al crollo di parte del tetto.
Duo o tre volte i muratori avevano dovuto scendere per non essere soffocati dal fumo, sostituiti subito dai contadini. Don Luca, buttata via la zimarra, era montato su anche lui, per dare l'esempio, esortando con la voce arrochita, mostrando un'agile forza proprio straordinaria per la sua età. Pensava, anche a me:
--Lasci fare; non si affatichi.... Vede?
Avevo rovesciato un secchio nel fare lo sforzo di porgerlo al contadino in basso della scala....
--Regoli meglio la catena!... Passando da una mano all'altra secchi, orci, brocche, si fa più presto....
Le mura fumigavano, ma le fiamme già si abbassavano....
Mi era parso di udire un grido, di sentir picchiare; in una grata.... Ed ero accorso dietro la casa. C'era una sola finestra in alto, da dove usciva poco fumo; e tra quel fumo, due manine che picchiavano con una chiave, e una figurina incerta tra il fumo che, mezzo soffocata, poteva appena gridare.
--La ragazzina! La ragazzina!...
Don Luca saltò giù dalla scala col pericolo di fiaccarsi il collo.
Anche oggi io ho un'idea molto confusa di quel che oprai in quel momento. Ricordo soltanto che mi sentii preso da un impeto di vigoria e di coraggio, che respinsi bruscamente don Luca e un muratore che volevano impedirmi di afferrare una scala. Ricordo il mio grido:
--Il piccone! Il piccone!
E mi rivedo, come in un sogno, arrampicato alla scala, dar furibondi colpi per scassinare la grata. Il fumo aumentava, mi accecava. Dietro la grata, aggrappata ad essa, con gli occhi atterriti, il respiro affannato, intravedevo la ragazzina che pareva stentasse a reggersi. Ah, quella maledettissima grata come resisteva!... Finalmente!... Da una sola parte però.... La spinsi indietro, per aprire un varco alla ragazza.... E gettai un urlo di orrore! La poverina non aveva potuto reggersi più!
Ricordo soltanto che, tardi, a notte avanzata, mi svegliai quasi da sonno profondo, che avevo la testa fasciata, che mia madre, il dottore e il parroco mi stavano ansiosamente dattorno, e che il dottore mi disse:
--Non è niente!
--Sì, Dario; fortunatamente, non è niente!--soggiunse mia madre.
E le tremava la voce.
XXVI.
--E la ragazzina?--domandai.