Rassegnazione: Romanzo

Chapter 12

Chapter 123,779 wordsPublic domain

Povera Fausta! Era sparita dal mio cuore. Il vedermela però ricomparire nella memoria mi produceva una vivissima sorda irritazione, quasi ella commettesse una soverchieria venendo ad intorbidarmi la vita nuova che volevo assoluta negazione della precedente.

Questa volta neppure il cinismo di Grigoni valse a serenarmi.

--Eh, via! Il rinascere dei ricordi è una forma delicatamente sottile di godimento, se possiamo gridar loro in faccia tutto il nostro disprezzo. È bello, è fiero poter dire al passato:--Tu mi avevi foggiato così, mio malgrado; ed io mi son foggiato volontariamente tutt'altro!--C'è poi una forma di godimento ancora più sottile, più raffinata: il rimorso artificiale, la ironia rimordente, come io la chiamo. Ma per arrivare a questa superiorità, bisogna disumanarsi molto, imbestialirsi molto; e tu sei alle prime prove.

No: io volevo soltanto dimenticare, non commettere nessun sacrilegio contro il passato. E mi sembrava una debolezza lo irritarmi contro quella sensazione, il fantasticare una stupida gelosia postuma da parte della morta. Non ero convinto che ormai tutti gli atomi del suo corpo erano dispersi per lo spazio, e forse già entrati in altre combinazioni di vita? Eppure eran bastate quelle mosse degli occhi e delle labbra di Savina per darmi la impressione che qualcosa fuori di me ora interveniva a turbarmi, a menomarmi lo stordimento, l'ebbrezza, il tentativo di crearmi il piacere supremo!

Quella sera avevo giocato sfrenatamente al club, e avevo sfrenatamente vinto. Mi ero quasi vergognato di così costante fortuna. Mi sembrava di barare contro tutti quei visi pallidi, sconvolti, quelle mani increspate che buttavano le puntate su le carte con gesti imprecanti, raddoppiandole colpo su colpo, sperando che la Fortuna avesse dovuto stancarsi e voltare indietro la sua ruota, secondo i calcoli loro.

E il giorno dopo scrivevo alla Savina:

«Sei libera. Tieni tutti i mobili dell'appartamentino per ricordo di me. Aggiungo seimila lire per le pigioni future, se vorrai restare costì. Ti auguro un nuovo amante migliore di me».

Non era trascorsa una settimana, ed io istallavo la Gilda in un quartierino più elegante, intonato alla figura scultoria di questa ragazza fredda, quasi insensibile e nello stesso tempo ben pervertita, come diceva Grigoni.

L'attrattiva di tale scelta era stata il maligno piacere di toglierla al suo nobile giovane amante allora malato e quasi moribondo. Ella lo aveva abbandonato con squisita indifferenza.

--Ti voleva molto bene, è vero?

--Era noioso con la sua gelosia.

--Tu lo tradivi?

--Facevo il comodo mio. Dovevo essere la sua schiava?

--Farai lo stesso con me?

--Chi lo sa? Tu non sarai geloso, mi figuro.

Aveva un'inconsapevolezza da bellissimo animale. Con lei il piacere supremo doveva consistere nel far vibrare quei nervi ben difesi dalla bianca opulenza delle carni, nel riuscire ad infondere almeno un tepore di sentimento in quel cuore di ghiaccio.

--La guasti! Bisogna prenderla come è. A certe donne non si deve mai chiedere più di quel che sono capaci di dare.

Grigoni aveva ragione; ma io cominciavo a sentire la stanchezza, la sazietà, la nausea di quella vita, che non manteneva nessuna delle sue promesse per le quali mi ero lusingato di rinnovarmi.

La Gilda mi resisteva diversamente dalla Savina. Si arrendeva, compiacente, ai miei capricci, ma rimaneva sempre padrona di sè, fredda, insensibile, libera da ogni soggezione, quasi fosse convinta che il possesso del suo perfettissimo corpo era già concessione superiore a tutto quel che io facevo per lei. E per lei spendevo pazzamente; la portavo attorno quasi in trionfo.

Ella gradiva poco questa ostentazione. Spesso non la trovavo in casa; mi toccava di attenderla lunghe ore; e rientrando, non si scusava, si levava tranquillamente il cappellino, si fermava davanti allo specchio per aggiustarsi i capelli. Io mi spazientivo, ma non volevo farglielo scorgere.

--Dove sei stata?

--Ho passeggiato un po'.

--Dovevi figurarti che ero qui ad attenderti.

--Saresti per caso geloso anche tu?

Sembrava che dicesse:--Saresti, per caso, imbecille anche tu?--E volevo mostrare che non mi importava niente di quel che lei faceva o avrebbe voluto fare; tanto, appena me ne fosse venuto il capriccio, avrei potuto prenderla per le spalle e metterla fuori l'uscio. Con lei non mi sembrava il caso di comportarmi con qualche delicatezza, come con la Savina.

Lo pensavo, per scusare la mia debolezza, ma capivo benissimo che non avrei avuto la forza di farlo. Già provavo uno spossamento fisico uguale per lo meno a quello morale. Un gran senso di tristezza mi invadeva ogni giorno più.

--Tu non sei un temperamento da buttarsi anima e corpo tra i piaceri,--mi diceva Grigoni con intonazione sarcastica.--Che cosa ti eri immaginato? Vorresti idealizzare il fango? Pena perduta! La vita ha qualche valore soltanto per chi è convinto che essa non ha nessun valore. È.... è....

E pronunziava solennemente una famosa parola, ripetendola due, tre volte, con enfasi crescente. Ma così dicendo, produceva in me un effetto contrario a quel che intendeva di ottenere.

Più non mi confidavo con lui. La bellezza plastica della Gilda mi ossessionava, ridestando nel mio spirito aspirazioni, sentimenti, che credevo di già distrutti. Diventavo veramente geloso di lei. Non volevo che quella magnifica euritmia di forma e di colore fosse esposta all'avvilimento di prodigarsi a chi non se ne curava perchè non la intendeva e non poteva intenderla; il mio supremo piacere doveva consistere nell'esclusività.

E soffrivo di non avere il coraggio di dichiararglielo, e di esser convinto che, forse, non avrei potuto ottenerla da quella invincibile sua indifferenza morale.

E, a poco, a poco, timidamente, mi voltavo indietro, verso il passato, senza che mi fissassi precisamente su qualche punto di esso, senza che ne rievocassi un particolare, una figura; quasi tutto si fosse oramai ridotto a qualche cosa di astratto, a una specie di nebbia che i miei occhi non riuscivano a penetrare, ma che mi dava dolci e consolanti sensazioni di rimpianto. Da una frase sfuggitami, Lostini indovinò quel che stava per accadere.

--Bada: tu corri un grave pericolo. Tu sei già in procinto di innamorarti della Gilda.... È una miserabile creatura, indegna di qualunque riguardo. Ti rende ridicolo. Ho l'obbligo di avvertirti.... Mi ha scritto tua madre.

Mi sentii avvampare il viso. Da parecchi giorni trascuravo fin di mandare a mia madre le brevi letterine con cui solevo darle mie notizie. Ella non si era mai lagnata della mia troppo prolungata assenza. Probabilmente non immaginava neppure dalla lontana a quali eccessi mi abbandonavo; probabilmente si augurava che la tumultuosa vita milanese servisse a distrarmi, e sopratutto a darmi quel senso pratico delle cose di cui difettavo. Ah, se avesse saputo!

--Mi ha scritto tua madre,--replicò Lostini.--Ti vorrebbe con lei nell'imminente anniversario....

Un improvviso groppo di pianto mi salì dal cuore alla gola.

In quel momento il cameriere mi annunciava la inaspettata visita del Bissi.

Mi buttai tra le braccia del mio amico, con un senso di rifugio, quasi chiedendogli protezione.

--Che cosa avviene?--egli domandò a Lostini.

--Una guarigione, se non mi inganno,--rispose questi commosso.

Aveva ricevuto una lettera di mia madre anche lui, e chiesto e ottenuto un permesso di otto giorni, era accorso a Milano.

--Milano, Dario mio, non è città pei sognatori come te. Avresti dovuto andare a Venezia. Là, chi non vi è nato, vive davvero come in sogno.

--Ha voluto conoscere un altro lato della vita,--rispose Lostini a Bissi che mi guardava stupito.--Ed è andato un po' in là. Dario è stato sempre eccessivo.

Feci uno sforzo per uscire dallo stato di prostrazione che mi teneva come istupidito davanti ai miei amici.

--È finita anche questa!--esclamai, tentando di sorridere.

E pensavo che aveva ragione Grigoni quando mi ripeteva che la vita ha qualche valore soltanto per chi è convinto che essa non ha nessun valore.

--No, Dario,--fece Bissi.--Niente finisce, tutto continua. La nostra esistenza è una evoluzione indefinita, un crescente germogliare di cose nuove da quelle che ci sembrano morte e rivivono sotto forma più perfetta; tu lo sai meglio di me.

--E qui consiste l'inganno! Non si dovrebbe tornar addietro; e invece io sono la dolorosa riprova che niente c'impedisce di cascare molto in basso.

--Hai tentato un'esperienza--disse Lostini.--L'eccesso non significa niente; tornerà l'equilibrio.

E da quel giorno mi sembrava di sentirmi liberare lentamente da nodi che mi avevano tenuto stretto e quasi imbavagliato. Riprendevo possesso della mia intelligenza, del mio cuore con commozione straordinaria. Una ventata di pazzia mi aveva certamente travolto, se ero potuto arrivare fino al punto di essere vicino a precipitare in un abisso di depravazione in cui sarei rimasto soffocato.

Ma assieme con questa immensa gioia di rivivere, quanta tristezza, quanto scoramento! Non potevo più illudermi intorno al mio avvenire; non mi balenava davanti agli occhi nessun elevato intento, nessun nobile scopo. Niente vedevo mutato nella mia sorte, nei miei sentimenti, nelle mie idee; c'era invece nella mia vita qualcosa, che non avrebbe dovuto mai esserci, una bassezza, un avvilimento, inutili anch'essi quanto l'orgoglio dei miei vani ideali!

XXIII.

Qualche cosa del nostro corpo e dell'anima nostra si espande forse attorno a noi e si attacca indelebilmente alle mura della casa che abbiamo lungamente abitata, agli oggetti di ogni sorta che ci hanno tenuto compagnia per tutta la vita e sono stati muti, inerti testimoni delle nostre gioie e dei nostri dolori.

Non so spiegarmi altrimenti le impressioni ricevute dopo solo sei mesi di assenza.

Mia madre, venuta ad incontrarmi all'arrivo, mi aveva abbracciato con straordinaria commozione.

--Sei stato malato?

Avevo tale cera da giustificare l'ansiosa domanda. Ero pallido, dimagrito, e la grande tristezza che non sapevo dissimulare aumentava la mia aria di sofferente.

--No, mamma--risposi.--Lo strapazzo del viaggio, la perdita del sonno.... Pochi giorni di riposo basteranno a rimettermi nello stato di prima.

Sorrideva, un po' incredula.

--Ero certa che ti saresti trovato qui per domani l'altro. Milano è città maliarda; fa dimenticare facilmente. Non ti rimprovero, Dario. Le mamme sono un po' egoiste; bisogna compatirle.

Con che dolcezza mi guardava e mi parlava! Sentivo rimorso di aver mentito, scrivendole che avevo pensato anche io di trovarmi presente al primo anniversario della morte di Fausta.

--Ho già disposto ogni cosa,--soggiunse.--Molti fiori, oh, molti! Li amava tanto! Durante questi sei mesi glien'ho portati io stessa ogni venerdì, giorno della sua morte. Non le mancheranno mai finchè campo....

E mi parve che intendesse di dire:

--Morta io, forse non li avrà più. Povera Fausta!

Volevo protestare; ma non ebbi animo di aggiungere una probabile menzogna a quella che le avevo scritto da Milano.

Passando da una stanza all'altra, quasi per istintiva sollecitudine di riprenderne possesso, provavo la strana sensazione di sentirmi risospingere molto addietro, agli anni più fecondi di illusioni, alle lotte contro me stesso, a quella specie di sottomissione a un ideale meno elevato, ma consolantissimo che mi aveva fatto stendere la mano a Colei che avrebbe dovuto avverare il mio nuovo sogno. E questa sensazione era così fresca, così «presente»--non trovo un'espressione più esatta--da farmi credere, come l'altra volta, che la mia vita si fosse arrestata a quel punto e che dovessi allora riprendere a procedere innanzi, quasi le delusioni non fossero arrivate, quasi il disastro non fosse avvenuto, ed io non avessi commesso l'atto disperato di tentar di ammazzarmi moralmente, non avendo forse il coraggio di ammazzarmi realmente.

Se non che notavo un particolare. Niente mi parlava di Fausta, come se ella sdegnasse di ripresentarsi alla mia mente, di far ripalpitare il mio cuore. Non la ritrovavo in nessun angolo di quella casa che pure era stata illuminata dai suoi sorrisi, che avea risonato della sua voce, delle sue gaie risate nei bei giorni dell'attesa.

Il suo salottino, che conservava qualche traccia di disordine nei libri, nei ninnoli, negli oggetti di arte, da dover dare la idea che ogni cosa fosse stata recentemente smossa dalla mano della signora del luogo, era significantemente silenzioso, di un silenzio inesprimibile, di un silenzio di orgoglio--mi pareva--e di dispetto.

I ritratti, belli, somigliantissimi, in varie pose, rimanevano muti anch'essi, come di persona ignota, di cui potevo ammirare la purezza delle linee, l'espressione degli occhi e delle labbra, senza che mi producessero la più lieve tristezza di ricordi.

Questa inaspettata aridità di cuore mi stupiva grandemente; non sapevo a che cosa attribuire l'impressione negativa di quei giorni, quantunque mia madre, immaginando di farmi piacere, mi parlasse spesso di Fausta, con voce piena di lacrime, con tenerezza profonda.

La giornata era grigia, senza sole. In quell'ora mattutina, pei viali del cimitero non si incontrava anima viva. Mia madre mi precedeva con passo affrettato. La modesta tomba di Fausta, era sparita sotto un gran cumulo di fiori; emergeva soltanto, tra le rose gialle e bianche, la breve colonnina sormontata da una piccola urna di porfido. Al cancello di ferro battuto si erano, torno torno, avviluppati rami di piante rampichine con penduli fiori di colore amaranto; otto grossi ceri già ardevano agli angoli.

Mentre mia madre, inginocchiata sul gradino sporgente dalla base pregava in gran raccoglimento, io, rimasto in piedi dietro a lei, mi sentivo invadere da un tormentoso senso di invidia per Colei che dormiva sotterra il sonno da cui nessuno si desta. Non riuscivo a immaginarmela disfatta, ridotta orrido scheletro, irriconoscibile. Ora mi si ripresentava proprio quale l'avevo veduta allora appena da me composta nella cassa mortuaria, col viso cereo, con gli occhi chiusi, e le labbra smorte, serena; e mi sembrava che avesse dovuto continuare a dormire, forse a sognare come io le avevo affettuosamente sussurrato nell'istante del distacco.

--Felice te!--pensavo.--Vorrei già poter dormirti accanto, ora che non ho più niente che mi lega alla vita!

E a poco a poco quel tormentoso senso di invidia si calmava per dar luogo a un sentimento di compassione di me stesso, che tornava a farmi zampillare nel cuore inaridito la sincera e copiosa onda di affetto di cui era stato capace negli ultimi mesi della vita di Fausta, quando l'avevo amata umanamente, senza sottintesi, senza secondi fini, per la sua bellezza, pel suo affetto, pel suo sacrifizio; e avevo tremato dall'angoscia di perderla, dal rimorso di aver affrettato sconsigliatamente la sua misera fine; e l'avevo pianta come non avevo mai pianto fino allora, nè dopo.

E così Colei, che nei giorni scorsi mi era parsa assente da ogni angolo della casa, rientrava trionfatrice nella riposta intimità dell'anima mia; consolatrice anche, suaditrice di andarle incontro con la stessa ferma volontà con la quale ella aveva affrontato il terribile enimma da cui dipendeva per lei la vita e la morte.

Mia madre mi rivolse un'occhiata supplicante, allorchè, rientrati in casa, le dissi:

--Lasciami qualche ora solo con lei!

Sentendomi parlare di Fausta come di persona ancora viva, ella esitò un istante, temendo forse per la mia ragione; la indifferenza dei giorni scorsi doveva esserle parsa uno sforzo per ingannarla intorno al vero stato dell'animo mio. La rassicurai con una stretta di mano; ed entrato nel salottino, chiusi l'uscio dietro a me.

Spalancai la finestra. Il sole, diradato il fitto velo di nuvole che lo aveva nascosto nella mattinata, penetrava nella stanza infondendo un palpito di vita su tutti gli oggetti sparsi attorno che la sapiente mano di Fausta aveva disposti sui tavolinetti, su le mensoline, alle pareti, con squisito senso di armonia. Fin i fiori, già inariditi nei vasi senz'acqua, sembravano rinverdire i brevi rami e rianimare il colorito delle foglie risecchite e ingiallite.

Non ostante la diffusa luce, io guardavo attorno come chi entrato in un luogo mezzo buio strizza gli occhi per scorgere gli oggetti che vi si trovano, e li vede a poco a poco quasi venir fuori dalla penombra per virtù di tenue propria luminosità. Non mi bastavano la forma, il colore degli oggetti; volevo che essi mi rivelassero qualcosa delle mani che li avevano toccati, e disposti qua e là: il profumo, la essenza vitale che avean dovuto rimanere attaccati ad essi nei ripetuti contatti.

E, quasi come una realtà, Fausta si aggirava pel salotto, ripetendo nella mia memoria gesti, atteggiamenti, mosse che ora mi rappresentavano tanti lieti e tristi momenti della nostra vita di sposi; si aggirava pel salotto, muta però, perchè io non riuscivo a produrmi, ricordando, l'illusione di udirne la voce, allo stesso modo che mi riproducevo un movimento delle mani, un passo, un sorriso, un balenar di occhi, un cruccio che le aveva velato improvvisamente la dolce serenità del viso, un'espressione di dolore che le aveva contratto le labbra.

Avrei voluto che mi fosse avvenuta una compiuta allucinazione; i soli ricordi non mi appagavano. E se, anche per un istante, avessi potuto vedermela comparire davanti, le avrei gridato:--Portami via, portami via con te! O dammi la forza di venir volontariamente a raggiungerti!

Era stata sublime. Se non era arrivata precisamente alla decisione di voler morire, aveva dato prova di eroico coraggio affrontando l'incognita del pericolo preavvisato dal dottore. Aveva dovuto dubitare qualche volta, e certamente esclamare:--Che importa? In ogni caso, meglio così!--Era stata sublime!

Io, invece, avevo commesso la vigliaccheria di rinnegare ogni mio ideale, la profanazione di stringere tra le braccia quasi consacrate dal suo bellissimo corpo, di baciare con le labbra che erano state ribaciate dalle sue, vilissimi corpi e impure labbra insozzati dell'imbrattamento di altri contatti non meno vili ed impuri. Mi sentivo soffocare dalla nausea di esser potuto giungere a tanto. La grande idealità che aveva rallegrato e confortato la mia giovinezza, che mi aveva preservato da ogni bassa azione ed era stata il mio unico grandissimo orgoglio, mi rigurgitava nuovamente nell'intelletto e nel cuore, operava nel mio spirito un misterioso purificamento, adempiva la redenzione iniziata poche ore addietro dall'influsso di Fausta davanti alla sua tomba infiorata.

Oh! Se lei non veniva a portarmi via, ora mi sentivo degno di andarle incontro nell'indefinita serenità dell'Ignoto, che in questo momento la fantasia mi animava, contro ogni mia convinzione, di persistenti forme di vita.

--Dario!--chiamò mia madre, picchiando leggermente all'uscio e aprendolo a mezzo.

Mi riscossi e le feci cenno di entrare.

--Senti:--disse dopo di aver guardato tristamente attorno.--Io credo che noi dobbiamo pensare ai nostri morti senza dolore e senza rimpianto. Se è vero, che essi ci stiano attorno, vivano, invisibili, la stessa vita di una volta o almeno ritornino di tanto in tanto per aiutarci e ispirarci qualche buona azione--ho questa fede, da donna mezza ignorante, e non la cambierei con la opposta certezza di voialtri sapienti--se ciò è vero, noi non dovremmo affliggerli con lo spettacolo di un dolore inconsolabile, che non giova ad essi nè a noi. Senti, Dario: tu mi dai una gran pena restando così chiuso con me; mi sento come esclusa dal tuo cuore.

--Oh, mamma!--esclamai.

--Poco fa,--ella proseguì,--hai avuto il coraggio di dirmi:--Lasciami solo con lei!--Perchè? Non le ho voluto bene anche io? Non l'ho pianta anche io? Parliamone insieme, Dario. Onoriamone la memoria con una bell'opera di carità. Ho fatto qualche cosa a tua insaputa, e non soltanto per conto mio. Prendi ora tu una generosa iniziativa.

--Ho pensato appunto a questo!--risposi, mascherando con un sorriso il tetro significato delle mie parole.

XXIV.

In pochi giorni l'idea del suicidio mi aveva talmente invasato, che io ne sentivo una specie di esaltazione, di ebbrezza gioconda. Non dovevo fare nessuno sforzo per ingannare mia madre e il signor Bardi che avevano voluto informarmi di alcuni particolari di amministrazione, e consultarmi intorno allo impiego di un grosso capitale inaspettatamente recuperato.

--Sono stato uno sciupone nei mesi scorsi,--avevo detto scherzando.

--Se tutti gli sciuponi somigliassero a lei! Di tanto in tanto è bene però dare una scossettina alle rendite, per impedire che ammuffiscano.

Era una delle tante curiose teoriche del signor Bardi. L'altra, più savia, era questa:

--Sapere come si fa il denaro è il miglior insegnamento per goderselo.

Io, secondo il signor Bardi, ero per ciò un cattivo goditore.

--Dovresti sollevarmi un po' dal peso della responsabilità....

--Quale responsabilità, mamma?--la interruppi.--Non ne hai nessuna. Tu sei padrona assoluta in questa casa, ed io mi stimo felicissimo di poter rimanere ancora figliuolo di famiglia e nient'altro.

L'idea della morte volontaria ha un fascino incredibile. Stordisce o annulla la nostra sensibilità; forse lusinga anche il nostro amor proprio o, meglio, la nostra vanità col farci credere superiori alla maggioranza degli uomini così attaccati alla vita. Quel che dà la spinta verso la morte è il meno, nella più gran parte dei casi. Il coraggio, la freddezza nell'esecuzione provengono dall'anestesia morale che tien dietro alla decisione di finirla con la esistenza. Non so spiegarmi altrimenti la serenità, la imperturbabilità con cui facevo i preparativi senza badare menomamente al dolore che avrei cagionato a mia madre, senza sentirmi commosso dalla vista della povera donna che mi voleva tanto bene e che aveva tanto sofferto per me. Pensavo solamente di evitarle lo spettacolo del mio corpo insanguinato; e per questo avevo risoluto di prendere il pretesto di andare a sorvegliare gli urgenti lavori di riparazione nella casa dei contadini a Villa Fausta. Precauzione superflua, perchè mia madre non aveva nessuna ragione di sospettare di me. Infatti non sospettò neppure quando io, sul punto di partire, l'abbracciai e la baciai con insolita insistenza.

Oh come mi parve che Fausta mi venisse incontro per l'ombrato viale! Oh come mi parve di rivederla sotto il portico, su per la rampe della scala esterna, o affacciata alla terrazza tra i vasi di azalee in fiore che la ornavano! Così l'avevo vista più volte in quel mese della luna di miele che rimaneva tuttavia il più puro, il più eccelso, il più commovente ricordo della mia vita coniugale.

E mi sembrava, nei primi momenti, che io fossi andato colà non per cercarvi la morte, ma per rivivervi quasi realmente, con l'immaginazione, le ore, i giorni, le settimane passativi insieme, a rinnovare con essi il mio cuore e la mia intelligenza, e a prendervi nuove forze per impiegare la vita in modo assai più degno che non pel passato.

E trascorsi tutta la giornata, cercando di qua e di là, frugando i posti consacrati dalle nostre deliziose passeggiate, dalle nostre soste sull'erba, all'ombra degli alberi e delle siepi; dolcemente scosso dalla scoperta di un fiore di campo nello stesso punto dove allora ne avevo raccolto uno simile per lei, contento di sedermi sul ciglione di un sentiero dove mi ero seduto accanto a lei; maravigliato di scorgere che l'aspetto dei luoghi e la vita vegetale erano poco o niente cambiati, quantunque già cominciassi a riprendere coscienza che intanto tutto era cambiato, e irrimediabilmente, dentro di me.

--Oh! signor Dario! Buon giorno!

Era il medico condotto di campagna, vecchietto grasso, rubicondo, sempre di buon umore, grande amico di mia madre da lui chiamata la «Tesoriera dei poveri», o pure il suo «braccio diritto» nelle opere di carità.

--Solo, questa volta? Peccato!

--Mia madre,--risposi,--mi ha investito delle sue funzioni di «Tesoriere»; disponga di me.