Rassegnazione: Romanzo

Chapter 11

Chapter 113,765 wordsPublic domain

E il pianto venne, straziante, abbondante, con singhiozzi che pareva volessero soffocarmi. Ma quando fu il momento di comporla nella cassa che doveva custodirla per l'eternità, tornai improvvisamente tranquillo, quasi inconsapevole di quel che operavo. Mia madre l'aveva fatta rivestire col bianco abito nuziale. Il viso di Fausta aveva assunto un'espressione di placido sonno. Cereo, un po' più affilato dell'ordinario, conservava, ciò non ostante, tutta la delicatezza dei lineamenti, con qualcosa di severo che ella soleva prendere in rare occasioni quando il suo cuore si indignava per le ingiustizie della sorte e della prepotenza degli uomini.

Io la sollevai, insinuando le braccia sotto il corpo rigido e appesantito; la collocai con precauzione, quasi temessi di destarla da benefico sonno, dentro la cassa, aggiustando le pieghe della veste, sospingendo un po' il guanciale perchè la testa vi si adagiasse comodamente, e--lo ricordo bene--mi chinai a parlarle sommesso vicino alle labbra:

--Dormi, cara! Sogna, cara! Sogna!

E non mi parve assurdo che io le dicessi così.

Mia, madre aveva fatto recare una cesta di rose, e cominciò a spargergliele addosso a piene mani.... Ne versai a piene mani anch'io, lasciando libero soltanto il viso.... E ripetei sommessamente:

--Dormi, cara! Sogna, cara! Sogna!

Soltanto al ritorno dal cimitero io ebbi coscienza del gran vuoto che la morte di Fausta aveva fatto nel mio cuore e nella mia casa. Mi sembrava quasi impossibile che la presenza di quell'esile corpo avesse potuto occupare tanto posto, e animare ogni cosa col suo sorriso, col suono della sua voce. Mi sembrava quasi impossibile che tutti gli oggetti del suo salottino, della nostra camera fossero rimasti dov'ella li aveva collocati con squisito senso di arte; che niente del mio dolore si rivelasse nelle linee delle loro forme, nello scintillìo dei loro colori. Il pianoforte era aperto come lo aveva lasciato lei il giorno fatale, e sul leggìo stava la «Cavalcata delle Walchirie», quasi le ultime pagine attendassero ancora le mani che dovevano riprendere ad eseguirla.

E tutto è rimasto così com'ella lo aveva lasciato; e tutto, ancora per qualche tempo dopo la mia morte, sarà religiosamente conservato così. Poi.... Anche nel mio cuore, nei miei ricordi non avverrà altrimenti. Fausta, diventerà una dolce visione lontana, verso la quale gli occhi del mio spirito si rivolgeranno, di tanto in tanto, in certi momenti di sfiducia, di tristezza. La vita ci sopraffà; scancella o appiana tracce che abbiamo creduto incancellabili, profonde; altri dolori, altre gioie si sovrappongono a quelli che ci sono stati più cari, e il gran mondo fluisce, fluisce, e finalmente porta via pure noi, versandoci nel cuore l'oblìo.

XXI.

Bissi era accorso, appena conosciuta la mia disgrazia. Era arrivato, il giorno dei funerali, anche Roberto fratello di Fausta; ma aveva dovuto ripartire quasi subito per Roma dove aveva lasciato sua madre malata e ancora ignara della perdita della figlia.

Bissi, mio ospite, non mi abbandonava un solo minuto. Tentava di distrarmi, e con gentile avvedutezza mi parlava anche di Fausta; avea capito, col suo cuore d'artista, che questo era l'unico modo di consolarmi un po'. Sapeva poi far deviare con arte la conversazione, se poteva chiamarsi tale quella in cui io dicevo qualche parola, qualche breve frase, e che si riduceva, il più delle volte, a un suo lungo soliloquio. Egli non si interrompeva neppure quando si accorgeva che la mia attenzione gli era già venuta meno. Allora sentivo attorno a me il suono della sua voce quasi errasse per lo studio, in alto, in basso, a destra, a sinistra, smanioso di penetrarmi nell'orecchio, senza riuscirvi; e i miei occhi guardavano intenti, o abbassavano le palpebre, in una specie di annullamento di ogni facoltà per quell'interruzione della luce di penombra che le imposte socchiuse raccoglievano specialmente nell'angolo dov'era la scrivania e dove noi sedevamo.

Mia madre, a intervalli, veniva a prender parte alla conversazione.

--E non si annoia in quel paesetto di confine?--domandava a Bissi.

--Lavoro; non sono mai solo. I fantasmi della mia immaginazione mi tengono compagnia giorno e notte. Sono le uniche persone con cui mi compiaccio di vivere. Godo, soffro con loro, rido con loro talvolta, quasi siano persone reali. La casetta che abito è situata in piena campagna, in mezzo agli olivi, e la mia camera ha due finestre che dànno in un orto. Per arrivarvi, dal mio ufficio, faccio una bella passeggiata zufolando, canterellando, cogliendo alcuni fili di erbe pel mio passerotto che, appena, mi scorge in fondo al viale, cinguetta, pigola, si arrampica alle stecche della gabbia per festeggiarmi. È la mia delizia. Intelligentissimo, addomesticato, ammaestrato anzi, mi serve di svago quando sono stanco di lavorare nei giorni di festa. Lo trovai una mattina, cascato dal nido e appena rivestito di piume. Ora, quando scrivo, lo lascio libero per la stanza; e vedendo che non mi occupo di lui, vola su la scrivania, viene a darmi fitti colpettini di becco alle dita, tenta di strapparmi la penna, quasi capisca che sia essa la sua rivale nel mio cuore. E--tu non lo crederai, Dario--pare che capisca talvolta, che sto per scrivere una sciocchezza, e mi ammonisca:--Bada! Rifletti!--E siccome mi distrae, mi fa riflettere davvero e mi fa accorgere. Insomma, è il mio collaboratore. Per un passerotto non c'è male.

--Avrà altre.... distrazioni....

--Oh, no, signora mia! Vivo da eremita.... Ed è curioso il vedere come tutti i ricordi, tutte le osservazioni del tempo che stavo qui mi rifioriscano nella memoria e riprendano vita nella mia opera d'arte con intensità che mi maraviglia. È un'evocazione inconsapevole. Figure che credevo dimenticate, che mi eran sembrate senza interesse quando le avevo sotto gli occhi mi si affollano davanti con qualche lor segreto da comunicarmi: una passione, una speranza, un'illusione, un dolore, una follia, un gesto disperato, una smorfia. Così la mia solitudine si popola, e non ho tempo di annoiarmi. Non sono stato mai tanto accompagnato come da che vivo lassù solo solo!

Povero Bissi, se avesse potuto immaginare che male mi facevano al cuore quelle sue parole pronunziate con intonazione indefinibile, tra seria e scherzosa! Povera mamma, se avesse sospettato che la esclamazione--Beato lei!--con cui gli aveva risposto forse pensando a me, mi era parsa un'irritante inutile commiserazione contro la quale sdegnosamente mi ribellavo!

Dal dolore rampollava a poco a poco il rancore, e al rancore teneva dietro l'odio di tutto e di tutti. Mi sentivo rinascere nella mente le aspirazioni giovanili e nello stesso tempo la convinzione della loro piena inanità. Il mio desiderio era volato alto, nello spazio infinito, come un'aquila incontro al sole, e quasi immediatamente lo avevo sentito piombar giù, colpito da un proiettile arrivato all'improvviso a stroncargli un'ala. E provavo di nuovo il dolore della ferita e la vertigine del precipizio!... Dopo la gran delusione dell'arte, l'altra, quasi più triste, della famiglia! Perchè mai la Natura, che si era compiaciuta di darmi un'intelligenza non comune, i mezzi per coltivarla, la forte volontà di raggiungere lo scopo intellettuale verso cui mi sentivo attratto e che reputavo l'unico pel quale avrei potuto credermi degno del nome di uomo; perchè mai, nello stesso tempo, mi aveva negato quella facoltà d'immaginazione creatrice prodigata a tanti altri, senza sostituirla con la profonda riflessione che crea essa pure, divinando, dall'immensa moltitudine dei piccoli fatti, le ampie intime leggi dell'Universo?

Perchè mai la Natura mi aveva concesso una intelligenza capace di formarsi la grandiosa illusione di una potenza dominatrice del Caso, e si era poi accanita a distruggerla, quasi l'orgogliosa idea che avrebbe voluto eliminarlo, almeno una volta, dell'atto supremo della generazione, fosse stato un tentativo di diminuire il suo dominio, di circoscrivere la sua libertà, di impedire il suo capriccio?

E nell'impeto dell'indignazione dimenticavo Fausta, mia madre, tutti i nobili sentimenti che mi avevano guidato e sostenuto fin allora; e mi lasciavo sopraffare dalla nausea di dover vivere una vita così vacua, così meschina, così immeritevole fin del sacrificio delle basse gioie e dei vili piaceri, principale occupazione della maggior parte degli uomini. A che cosa mi era valsa la rinunzia a quei piaceri, a quelle gioie, che aveva reso grave ed austera la mia giovinezza? E perchè mai dovevo continuare a persistere in tale rinunzia senza ragione e senza scopo, senza compensi di sorta alcuna?

Bissi poteva benissimo rassegnarsi alla solitudine della sua vita di provincia. Quel gran silenzio di cose e di uomini attorno a lui era incitamento alla produzione, allo svolgimento libero e geniale della sua bella facoltà di narratore che forse, in un centro diverso, avrebbe risentito influenze mortificatrici, tentazioni di ravvicinamenti che le avrebbero nociuto; ma io, io che cosa dovevo farmene di un'esistenza a cui era venuta meno ogni ragione di continuare?

Se non avessi avuta mia madre (ridotta un fantasma di se stessa, incanutita, infiacchita, sembrava si trascinasse per le stanze in cerca della Morte che tardava a venire), io avrei accolta la idea del suicidio balenata a insidiarmi in quei mesi di impetuosa ribellione contro la spietata violenza del mio Destino. Pensavo di essere nel diritto di rinunziare alla vita che non avevo chiesta, che mi era stata imposta e che era risultata una serie di delusioni, di dolori, di inutilissimi sacrifizi.

La vista di mia madre mi impediva di fermarmi a riflettere su quell'idea. Volevo però far atto di ribelle, mostrare i pugni al Destino, ridergli vittoriosamente in faccia, gridargli:--Tu mi hai inoculato un vacuo senso di dignità umana, un'irrisoria aspirazione alle più pure gioie dell'intelligenza; ed io voglio diventare un bruto, per farti oltraggio, per sputarti in viso il mio disprezzo, per mostrarti che ho una volontà superiore alla tua, che sono forte quanto te, più di te!

Ma non sapevo decidermi dopo la risoluzione presa; c'era ancora dentro di me qualcosa che resisteva, che mi inceppava, che mi faceva stupire, in certi momenti, di aver potuto pensare, formulare quella risoluzione così opposta a tutto il mio passato, così contraria alla mia indole, al mio carattere; e lo stupore m'irritava, m'incitava, senza mai arrivare al punto di spingermi, con un salto, di là dall'ostacolo che mi si elevava dinanzi.

Una lettera di Lostini fu come un grande urto alle spalle che mi fece balzare oltre l'ostacolo quasi mio malgrado. Inaugurava gli uffici della sua «Nemesis»; voleva che almeno fossi presente col corpo, se mi ostinavo ad essere assente con lo spirito, cioè con la collaborazione.

«Non mi privare di questo piacere; anche Bissi sarà qui. E pensa che un po' di vita agitata, in questo centro di attività di ogni specie, farà certamente molto bene al tuo animo esulcerato. La vita è triste; perchè commettere la stoltezza di volercela volontariamente peggiorare? Vieni; conduci con te, se è possibile, la tua buona mamma. La mia casa di scapolo può offrirvi una modesta ospitalità. Vieni! Non ammetto scuse nè pretesti. «Nemesis» ti attende!»

--Va'--disse mia madre.--Lostini ha ragione. Io ti accompagnerò col cuore, ti sarò vicina col pensiero. Sarei un impiccio per te e per lui.... Mi scriverai ogni giorno, una parola, due righe; e mi farai avere i giornali che parleranno della vostra festa. Voglio annunziargli io la tua partenza, ringraziarlo dell'invito e mandargli i miei augurii. Come gli sono grata!

E mentre il treno mi portava via, mi sembrava di lasciarmi dietro, anzi di sfuggire non solamente un posto di orrore, ma un «me» che abbandonavo alla sua sorte, quasi non mi appartenesse più, e col quale non sapevo come mai avessi potuto convivere tant'anni!

Affacciato al finestrino, respiravo a pieni polmoni l'aria che mi sferzava il viso, e gli occhi bevevano lo spazio, trionfanti in quella improvvisa libertà, in quella rapidissima corsa che mi dava la deliziosa sensazione di veder accorrere incontro a me alberi, case, colline, montagne, paesetti, città! Avrei voluto che il viaggio non avesse avuto soste; ogni minuto di ritardo nelle stazioni intermedie mi faceva spazientire. E, nella notte, che ansia, che trepidazione, quasi il treno avesse potuto smarrire la via, e allontanarmi dalla meta! I fischi della locomotiva, mi sembravano gridi angosciosi, di appello, gridi sinistri, di minaccia; e quando l'alba cominciò ad imbiancare l'orizzonte, e il paesaggio a uscire dalla penombra, ebbi un senso di soddisfazione puerile, e trassi un respiro di gioia.

Alla stazione di Milano, ero un uomo nuovo! L'espressione non è esagerata.

Ah, quel Lostini! Maraviglioso addirittura. Che aria di sufficienza, di indulgenza benevola, di cordialità che si concedeva e non si profondeva, di protezione paterna!

--Come non ti senti formicolare le mani? Come non ti viene l'impeto di afferrare una penna?

--Non mi parlare di cose intellettuali,--gli dissi.--Voglio imbestialirmi.

--Se non cerchi altro! È la cosa più facile.

Mi guardava stupito.

--T'intendo però,--soggiunse,--e ti invidio. Io comincio ad essere stufo. Tu invece puoi gustare il piacere con la ingenua ingordigia del collegiale; non ti offenda il paragone. Corri forse il pericolo di prenderlo sul serio; non ne vale la pena. Il vizio è come la virtù; non bisogna abusarne, ma usarne discretamente; levarsi da tavola con un resto di appetito è prezioso dettato di igiene. Dico vizio per modo di dire, perchè i moralisti han ribattezzato così il piacere, forse per disgustarne gli altri e serbarselo tutto per loro. I moralisti, caro mio, sono capaci di ben altro. Quando ne incontro uno che predica le grandi attrattive della virtù, penso a quei negozianti che fanno la réclame ai fondi di bottega, per darli via al più presto. Io non sono precisamente un virtuoso, figurati! E perciò ti dico che fai bene a voler divertirti. Ma sono anche uomo di esperienza, e ti posso dare qualche prudente consiglio.

--Zitto; vo' andare incontro all'impreveduto!--lo interruppi.

--No, caro; anche il piacere deve essere un calcolo. Su questo soggetto ho tutta una teorica che potrebbe far la fortuna di un pensatore. Non ci tengo, e non ne ho preso la privativa. E prima di ogni cosa sappi che non ci sono piaceri di prima, di seconda, o di terza classe, come i vagoni della ferrovia. Ne hanno l'etichetta, ma è bugiarda, per canzonare i creduloni. Io ho trovato, per esperienza, che è meglio pei viaggi corti prendere un biglietto di terza; e il piacere è un viaggio corto, cortissimo; non mette conto di prendere per esso un biglietto di prima. Coloro che parlano di piaceri raffinati sono, come dicono qui, dei «bagoloni» che si vogliono dare aria di intenditori. Il piacere non è una raffinatezza, è anzi--se vuoi che ti dica la mia schietta opinione--una grossolanità. Tant'è vero che l'uomo ha sentito il bisogno di lardellarlo--non ti dispiaccia la parola, hegeliano mio--di lardellarlo d'ideale! Ed ha fatto malissimo: l'ha ridotto un'altra cosa, come quei cuochi sciagurati che a furia d'intingoli....

--Eh, via, Lostini!

--Tu m'interessi come un'esperienza scientifica; voglio studiarti; intravedo un bel soggetto di romanzo; un raro caso di osservazione diretta. Sarà la tua indiretta collaborazione a «Nemesis», se arriverò a scrivere quel che tu stai per fare. E lo intitolerò.... Come potrò intitolarlo?

--«Vanitas vanitatum!»--gli suggerii scherzando.

--Ben trovato; grazie!

--Certe sciocchezze è molto farle; sarebbe troppo scriverle.

--Specialmente dovendo scriverle io, tu pensi.

--Oh, niente affatto!

--Guarda!--mi disse, additandomi una donna che ci veniva incontro in carrozza, sotto i riflessi di un ombrellino azzurro, elegantemente vestita, con un gran cappello piumato posato con bizzarria su i capelli troppo biondi da esser di color naturale.--Guarda!... Biglietto di prima classe, che non ne vale uno di terza.... Dio ti preservi dalle sue pari!

XXII.

Vorrei cancellare dalla mia memoria il ricordo dei sei mesi passati a Milano. Arrossisco ripensando quella specie di frenesia di godimenti di ogni sorta a cui mi abbandonavo con ansiosa avidità che talvolta raggiungeva l'acuta sensazione di violentissima sofferenza. Ne rimanevo prostrato per parecchi giorni, con gran maraviglia di Lostini e dei nuovi amici della redazione di «Nemesis», tra i quali avevo trovato un compiacente iniziatore.

Questo personaggio di età incerta, che vestiva con pretenziosa eleganza, e affettava la rigidezza quasi meccanica delle maniere inglesi, da principio mi aveva ispirato un senso di diffidenza e di repugnanza per lo straordinario cinismo delle sue opinioni. Sembrava avesse adottato l'istigazione di Otello a Jago:--Esprimi la tua peggiore idea con la tua peggior parola.--Ma quando capii che era un deluso della vita mio pari, mi divenne simpatico.

Lostini aveva detto parlando di me:

--Non c'è peggio di coloro che non si sono mai permessa qualche piccola follia in gioventù. Hanno fretta di riguadagnare il tempo perduto.

--È un inganno--aveva risposto Grigoni (si chiamava così).--Il tempo perduto non si riguadagna mai. Le follie non valgono per loro stesse, ma pel sentimento con cui noi le apprezziamo. A vent'anni l'amore, il piacere sono assolutamente diversi da quel che ci appaiono a trenta, a quarant'anni; e la loro diversità consiste soltanto nell'animo nostro. Essi rimangono immutati, misera e spregevole occasione di sensazioni irritanti che la nostra immaginazione trasforma ed esalta. La deficienza dell'educazione attuale sta appunto nel divieto che quasi interdice il godimento sensuale, come se nella vita ci fosse qualcosa di meglio. La vita è fango, e la maggior soddisfazione di vivere dovrebbe ridursi unicamente nell'avvoltolarcisi bene. L'animale più ragionevole è, senza dubbio, il maiale. Io ho un gran rispetto per esso; e quando ne mangio le carni fresche o salate, mi par di praticare un atto religioso, una comunione, augurandomi di poter divenire altrettanto maiale quanto lui.

--Ci sei riuscito!--gli gridò Lostini dalla scrivania dove correggeva, alcune bozze.

Grigoni non gli rispose; e rivolgendosi a me, soggiunse:

--Lo compiango, caro signore, se è vero quel che ha detto di lei il nostro amico. Egli, vede? ha il suo particolar modo di avvoltolarsi nel brago: s'immagina, o finge di immaginarsi, che la letteratura sia qualcosa.... di superiore, di elevato. E se gli dico che essa è un brago come un altro, protesta; ma ciò non significa niente. Abbiamo il brago dell'arte, il brago della politica, il brago della filosofia o delle filosofie, perchè credo che ce ne siano parecchie per comodo dei diversi temperamenti; abbiamo in fine il brago della Scienza che stimo il più delizioso di tutti. Ah! La Scienza è furba; si tiene bene afferrata al reale, al positivo. Ed io, così dimesso come le appaio, li ho provati un po' quasi tutti questi e gli altri braghi che non ho enumerati. Ora però il mio residuale godimento è di guardare in che modo vi si ravvòltoli la gente. Ed è la ragione della mia frequenza in questo ufficio messo con tanto lusso e tanta eleganza dall'amico Lostini, a cui voglio bene.... non so perchè. Romanzieri, poeti, critici--tutti questi bravi giovani qui si stimano tali, e, più o meno, sono tali o ne hanno l'apparenza; io non giudico--mi consentono di assistere allo spettacolo del loro brago letterario. Vo poi a godermi, nei ricevimenti eleganti, nei circoli, lo spettacolo, non meno interessante, del brago mondano. Oh! Non ho voluto specializzarmi. Dovrebbe fare così anche lei. È romanziere? No? Poeta? No? Filosofo.... No!

--È stato,--lo interruppe Lostini che rideva.

Ridevano anche gli altri che gli facevano corona, in piedi, fumando, stando ad ascoltarlo con deferenza non ostante le risa.

Mi era parso di udir predicare un nuovo vangelo, quello del Fango. Mi era parso, anzi, di sentir formolare chiaramente quel che si trovava nel mio spirito in istato di incubazione, e di confusione. E fummo amici inseparabili; lui maestro, io discepolo. L'amarezza delle sue parole mi produceva un appagamento che mi gonfiava, il cuore con senso di tenerezza puerile. Mi compiacevo di sentir vilipese da lui tutte le cose belle e sante che avevo adorato, e che non avrei saputo vilipendere neppur ora che mi apparivano inutili e vane.

E nel primo mese era stato un oblìo intenso, quasi avessi sorbito un possente filtro che aveva addormentato dentro di me ogni sensazione, ogni idea del passato. Mi sembrava di ricominciare a ogni istante una vita novella, di rinascere giorno per giorno con la invincibile curiosità di scoprire il mistero della esistenza che mi si preparava dall'istante in cui aprivo gli occhi stanchi alla luce alta del sole, fino alla tarda ora notturna che me li avrebbe richiusi nella spossatezza del sonno.

Grigoni mi ammoniva:

--Non bisogna avere entusiasmo neppure pel piacere; se ne esaurisce presto la virtù. Centellinare è profonda sapienza....

Questo io non lo intendevo. Inconsapevolmente proseguivo la mia idea di un tempo: Raggiungere anche nel piacere il grado supremo. Soltanto così mi sembrava che mettesse conto di ricercarlo. E giacchè, secondo la teorica di Grigoni, il piacere era qualcosa di amorfo a cui la nostra immaginazione doveva dar forma, volevo foggiarmelo in guisa che anche quella bassissima cosa riuscisse, sì, una bassa opera d'arte, ma creazione vissuta, in azione.

Nel delizioso quartierino che avevo mobiliato per la Savina, questa bella, umile e quasi sentimentale creatura, si trovava come sperduta. Mi guardava con occhi stupiti, non sapeva rispondere alle mie interrogazioni, aveva paura dei miei scatti, delle mie pretese che la facevano strabiliare.

Mi piaceva appunto per questo. Mi aveva raccontato la sua triste storia; non le avevo creduto, per suggerimento di Grigoni.

--Non credere a quel che raccontano coteste infelici, mentiscono tutte; ma fingi di crederle. È un modo di godimento anche l'ascoltare la menzogna che fiorisce su le loro labbra, specialmente quando, a furia di ripeterla, finiscono col credervi esse pure.

E se in certi momenti mi persuadevo che la Savina fosse sincera, esclamavo:

--Tanto meglio! Sarà più arrendevole al mio scopo di trasformazione.

Forse, se avesse potuto intendermi, ella si sarebbe piegata ad assecondarmi nell'opera di raffinamento--di pervertimenti dovrei dire--a cui volevo ridurla. Invece mi resisteva con inconcepibili ritrosie, con inattesi pudori, che qualche volta assumevano, involontariamente, atteggiamenti di rimprovero.

Fu in uno di questi momenti che io ebbi l'impressione di una scossa, di un lampo, di non saprei dire che cosa che mi spinse a rigettare indietro Savina, col gesto e con l'espressione di un uomo colto in fallo e che vorrebbe nascondersi.

--Perchè?--mi domandò, stupita del mio atto.

Io la guardavo come chi non presta fede ai suoi occhi. E, da prima, credetti proprio a una allucinazione. Appena però potei riflettere, mi spiegai facilmente la sensazione provata. Savina aveva fatto un'insolita mossa delle pupille e delle labbra.... E immediatamente....

Ne fui atterrito. In quei primi mesi di intenso oblìo, poche volte il fantasma di Fausta mi si era affacciato alla mente. Mi era perdurata l'impressione di quel «me» malato che mi era parso di lasciarmi addietro partendo per Milano; mi era perdurata anche la impressione di sentirmi divenuto affatto un altro appena arrivatovi.

--Ed ora?--mi domandavo.

Mi accomiatai bruscamente, senza darle nessuna spiegazione del mio contegno. Quella mossa delle sue pupille e delle sue labbra era stata così identica alle mosse di pupille e di labbra che Fausta adoprava in certe circostanze, per dar maggiore evidenza al ragionamento, che io stetti parecchi giorni senza tornare da Savina.