Rassegnazione: Romanzo

Chapter 10

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Per espresso desiderio di Fausta, ella ignorava ancora.

--È più igienico,--risposi.

--Tuo padre diceva pure così.

L'espressione dell'accento fu di tale strazio, quasi tutti i dolori della sua desolatissima vita le si fossero ridestati nel cuore in quell'istante, che io infransi la promessa giurata a Fausta, e le rivelai il triste segreto.

Stentava a credermi.

--E la povera figlia?

--Sa, da una settimana. Non riesce a consolarsene. Non vuol convincersi. Dice:--Ma cotesto dottore è forse infallibile?

--Lo dico anche io. Faremo un consulto. Sì, il parto fu difficile; te l'ho taciuto per non angustiarti inutilmente, dopo che tutto era finito bene. Ma da questo, al pericolo che ci annuncia costui.... oh!... ci corre.... e di molto. E tu la prendi così freddamente? Ti sei già rassegnato?

--Come ci si rassegna all'inevitabile!

--Oh, Dario! Ho l'animo riboccante di amarezza. Pesa dunque su questa casa la fatalità che nessuna donna debba esservi amata? Io vedo riprodursi in Fausta la mia sorte: ho ripreso a rivivere e a soffrire in lei tutti i miei dolori che credevo di poter dimenticare davanti allo spettacolo della vostra giovinezza felice! Tu sei un egoista diverso da tuo padre, ma egoista quanto lui; peggio di lui, lasciamelo dire. Quegli sacrificò tutto all'idea di accumulare per un unico figlio la ricchezza, i mezzi da poter renderlo considerato e onorato nella società, benefica forza di azione per via dell'intelligenza, come egli era stato benefica forza di produzione industriale e commerciale. Tu intendi di sacrificare tutto a non so quale superbo tuo sogno, a non so quale delusa vanità, a non so quale feroce idolo della tua immaginazione; e non ti accorgi che stai per commettere l'assassinio della bella e buona creatura che ti ha dato il suo cuore, la sua anima, tutta sè stessa, e che sarebbe pronta infine a immolarti la vita--te l'ha, detto--in ricambio di un po' di affetto sincero! E perchè uno sciocco dottore ti ammonisce:--Bada!--tu chini il capo; cioè no, tu non sai nascondere la tua perversa soddisfazione di essere sciolto da ogni dovere di uomo e di marito.... perchè il tuo orgoglio ha avuto una disfatta, e non vorresti esporti a una seconda!

--Mamma! Mamma!--balbettai protendendo le mani in atto di preghiera.--Non inveire così contro di me. Hai torto! Non sono più quello di prima; ma la sola idea della possibilità di attentare alla vita di Fausta m'ispira tale orrore!...

--Facciamo un consulto. Come non ti è passato pel capo?

--A Fausta repugna fortemente di doversi esporre alla indiscreta curiosità dei dottori.

--I medici sono i confessori del corpo; non bisogna nasconder loro niente, allo stesso modo che a quegli altri.

--Parlagliene tu; convincila tu!

--È ragionevole Fausta.

--Che punizione, mamma, è stata oggi la mia, sentendo parlare con tanta durezza te, che mi avevi detto finora soltanto qualche parola di affettuoso rimprovero, addolcita dalla benignità dell'accento commosso! Ti ho contristata inconsapevolmente. Perdonami, mamma!... Sono un grande infelice!

E parlai a lungo di Fausta e con tale effusione di tenerezza, con tale foga di adorazione, che vidi a poco a poco schiarirsi la fronte e gli occhi della mamma insolitamente rabbuiati, e riapparire il sorriso su quelle labbra poco prima illividite dallo sdegno.

--Peccato che Fausta non sia in un canto ad ascoltarci!--ella disse.

E si affacciò alla finestra per nascondermi le lacrime di consolazione che non poteva più trattenere.

XIX.

Non era stato possibile neppure a mia madre di persuadere Fausta della necessità di un consulto. Il suo pudore si ribellava, indignato; si ribellava anche il suo cuore. Più volte le aveva risposto:

--Ma perchè Dario non vuole accettare il sacrifizio della mia vita?... Sarebbe così bello, mamma!

La sua ostinazione mi irritava. E avrei dovuto essere invece profondamente commosso, orgoglioso, pur respingendo la triste offerta. Ero convinto della sincerità del suo atto, quantunque essa avesse tentato di farmi credere che sacrifizio non sarebbe occorso e che l'avvenire avrebbe smentito le cattive previsioni del dottore.

Questi però, nuovamente consultato da me, era stato più esplicito dell'altra, volta.

--La chirurgia non fonda la sua diagnosi su intuizioni, come la medicina, ma su fatti che si possono ripetutamente osservare.

E aveva parlato a lungo, con qualcosa di compassionante, di ironico nella voce, dopo che io gli avevo risposto:

--È orrendo che la Natura o l'accidente vietino a una donna di esser madre!

--Perchè? È consolante anzi che agli uomini la Natura abbia concesso una cosa da lei interdetta agli animali: il piacere.

--Ah!--risposi col mio hegelismo.--L'istinto è in noi già divenuto ragione; essa deve farne le veci.

--Lasci andare--continuò--cotesti sofismi da metafisici, che la scienza positiva non può ammettere. Il piacere è una gran bella realtà, e il genere umano non sarà mai disposto a rinunziarvi. Gli antichi sapienti ne hanno fatto una Dea; alcune religioni hanno popolato i templi dei loro idoli di sacerdotesse dell'amore. La vita è così piena di tristezze di ogni sorta, che sarebbe follia, delitto il privarla di una gioia che dà il pieno oblìo, non importa se per rapidi istanti. Non assumiamoci il superbo còmpito di correggere la Natura; siamo piuttosto grati ad essa di non aver creata la donna unicamente per la generazione. E per un falso concetto metafisico, lei, a cui la sorte ha dato in dono una delle più belle, fresche e sontuose coppe di amore, vorrebbe astenersi di accostarvi le labbra?

--Le profanazioni mi ripugnano,--risposi con accento severo.

--Lei è vittima del cristianesimo e della metafisica, o, per dire più esattamente, delle loro esagerazioni, che hanno mortificato per tanti secoli l'intelligenza umana e continueranno a mortificarla, fino a che la scienza positiva non avrà fatto rifiorire la schietta coscienza della vita. Vede? Oggi la Natura si vendica. Noi le impediamo il libero svolgimento, ed essa, per ripicco, torna a rimbestialire l'uomo. Il piacere non deve essere vizio, non deve essere eccesso, ma igiene dell'organismo sano. Religione e metafisica non pensano a questo; vi porrà rimedio la scienza, tardi, nell'avvenire, quando potrà. E non è fantasticamente superbo, è anticipazione della realtà ciò che le dico. Un uomo come lei avrebbe dovuto fare queste riflessioni prima che un povero chirurgo mio pari sentisse il bisogno di suggerirgliele per suo conforto e per consolazione della sua buona signora. Stia tranquillo; non oprerà niente di male, d'indegno, di brutto seguendo i consigli che le darò; le parla la Scienza per bocca mia.

--Grazie!--lo interruppi, rizzandomi dalla seggiola e prendendo commiato.--Su questo punto non potremo intenderci mai!

Quella pretesa scienza positiva mi faceva schifo. Immensamente più accettabile mi sembrava il generoso sacrifizio propostomi da Fausta:--Prendi la mia vita! Ti voglio tanto bene!

--E chi sa che non sia il grido sincero, inconsapevole dell'istinto,--pensavo,--che vede ben più in là delle fallaci previsioni della scienza!

Neppur oggi, dopo tanti anni, so dire se sia stata questa lusinga o l'irrompente rigoglio della virilità che mi travolsero e mi spinsero mio malgrado. So certamente che vi contribuì sopratutto la invincibile repugnanza di ridurre mia moglie a coppa di piacere, come si era espresso il dottore. Mi sarebbe parso di diventare, tutt'a un tratto, peggio delle bestie accettando i suoi consigli. Egli aveva parlato da uomo pratico, secondo la sua convinzione, ripetendo a me le stesse cose ridette a tanti altri con la medesima indifferenza con cui prescriveva una cura profilattica, o un'operazione di chirurgia a coloro che andavano a consultarlo.

Alla sua indifferenza scientifica si mescolava, quel giorno, un senso di gaiezza da satiro, che traspariva dallo scintillìo degli occhi, piccoli e arguti, e dal sorriso delle labbra grosse, sensuali, su cui egli passava spesso la punta della lingua, quasi volesse assaporar meglio la voluttà delle parole lentamente pronunziate. E questo avea concorso a rendermi più odiosi i suoi consigli.

Fausta mi attendeva con mia madre in un angolo del giardinetto che circondava la nostra casa. Il sole di quel pomeriggio di autunno inondava di splendore quasi roseo la bianca vestaglia di lana, guarnita di mostre azzurre, che ella indossava. Il bruno della carnagione risultava attenuato dai riflessi della stoffa e della parete della casa investita dal sole.

Arrivato davanti al cancello mi ero fermato alcuni istanti a guardare. Un mucchio di rose gialle, rosse avvampanti, candidissime, era deposto sul tavolinetto di ferro accanto a cui sedeva mia madre, mentre Fausta, in piedi, intenta a comporre diversi mucchietti, assortiva con cura i colori, le forme, la grandezza. Al lieve stridìo del cancello, ella si volse e con impeto di gioia mi lanciò addosso molte delle rose già scelte.

--Non le meriti,--disse ridendo.--Come sei maldestro!

Avevo tentato di afferrarne al volo qualcuna e non ero riuscito. Mi chinai a raccoglierle tutte, e gliele riportai sul tavolino.

--Perchè mi guardi così?--domandò Fausta.

Infatti la guardavo con una specie di stupore e di ineffabile compiacenza, quasi la rivedessi dopo lungo intervallo e la trovassi trasformata. Mai la sua delicata bellezza mi era apparsa tanto attraente dopo il tristissimo avvenimento che aveva portato la desolazione nella nostra casa. In quel momento mi sentivo liberato da ogni rimpianto, da ogni seduzione di alti ideali; mi sentivo uomo e innamorato, senza nessuna ombra di sospetto che tutto ciò potesse nascondere un'atroce insidia della sorte.

--Perchè mi guardi così?--replicò Fausta.

--Osservavo certi effetti di luce,--risposi imbarazzato.

--Ah!--ella fece, un po' delusa.

E si rimise a scegliere le rose, a distribuirle in mucchietti di varia grandezza. Io seguivo il rapido movimento delle sue mani che sconvolgevano il grosso mucchio, affondando le dita tra il verde delle foglie, distrigando i gambi, rizzando ogni rosa per giudicare a qual mucchietto avrebbe dovuto destinarla; e mi pareva di scorgervi tremiti, e vibrazioni che non provenivano soltanto dalla gentile occupazione alla quale ella era intenta.

--E non comunichi a Dario la bella notizia ricevuta da Roma?--disse a Fausta mia madre.

Alzai il capo con vivissima curiosità, fissando Fausta negli occhi.

--Roberto si è fidanzato. Sposerà in ottobre.

--Davvero?--esclamai.--Questa sua risoluzione mi stupisce. Ha detto sempre di voler conservare la sua libertà. Credevo che si preparasse alle lotte della vita politica.

--Il matrimonio glielo impedisce forse?

--No, mamma, non glielo impedisce. Ma per certi ufficii esso, più che un peso, è un ostacolo. Io credo che l'artista e l'uomo politico dovrebbero imitare il missionario: votarsi al celibato.

--Gli artisti e gli uomini politici non cessano di essere uomini come tutti gli altri,--intervenne Fausta.

--Non sono come tutti gli altri, o almeno non dovrebbero esser tali. La loro funzione sociale è più nobile e più elevata: ha scopi assai diversi che non quella delle persone ordinarie.

--Non fanno da artisti o da uomini politici anche quando mangiano e dormono!

--Mangiano e dormono pure le bestie. L'uomo è uomo soltanto quando pensa e agisce secondo che pensa, Ora tra l'artista, l'uomo politico, e il matrimonio, c'è assoluta incompatibilità. Vuol dire, che si può essere uomo mezzo e mezzo. A me però non piace. O Cesare o niente, diceva il Valentino; e aveva ragione.

--Sposa una bella e ricca signorina.

--Lo pensavo; Roberto è uomo pratico.

--Intende giustamente la vita; non si smarrisce tra le nuvole.

--Guarda!--le dissi, additando il cielo verso ponente.

Le nuvole invadevano lo spazio, leggere, rosee, scure, bianchiccie e orlate di oro, spinte in su da un soffio di vento che pareva si divertisse a farle mutare di aspetto. Si allungavano in isolotti nello smeraldo del cielo, si trasformavano in figure di mostri, cavalcati da esseri strani, che la corsa disfaceva; si elevavano in torri, in scalinate, in collinette che si confondevano insieme, annullandosi lentamente, assumendo da lì a poco altri aspetti bizzarri.

--Guarda!--soggiunsi.--Smarrirsi lassù, in mezzo a quel visibile sogno di vapori acquei, dev'essere una gran bella sensazione! Ma il cielo della Intelligenza ha nuvole anche più meravigliose, ed è sensazione infinitamente più bella lo smarrirsi tra esse.

--Io rassomiglio a mio fratello; preferisco la realtà.

--Fantasticare ha, talvolta, il suo vantaggio,--concluse mia madre.--Non bisogna però abusarne.

In quel punto le nuvole del mio fantasticamento assumevano la forma di una bruna creatura, bianco-vestita che mi prendeva per mano e mi portava via con sè, sorridente, felice, col capo abbandonato indietro, con gli occhi socchiusi, le labbra atteggiate a un sorriso di beatitudine intensa.... E non sapevo distinguere se questa visione era accidentale aspetto delle nuvole additate poco prima a Fausta, e che si sarebbe subito alterato e difformato, o se gentile realtà, intraveduta quasi in sogno dal cuore!

Tutto questo era durato pochi istanti. La mia abitudine di riflettere prendeva subito il sopravvento; e osservando Fausta, che, terminato il lavoro di scegliere e di assortire le rose, si era allontanata silenziosamente, protestavo, nell'intimo, contro l'enormità del sacrifizio della sua vita, che io, nell'indignazione contro i consigli del dottore, mi ero sentito quasi disposto ad accettare.

A che scopo avrei immolato quella giovinezza, giacchè (non potevo più dubitarne) l'immolazione era sicura? La vita di una donna, sì, aveva per fine supremo la maternità; ma a quante le condizioni fisiche, le circostanze sociali non impedivano di raggiungerlo?

Agli altri era stato facile sciogliere questo problema della vita coniugale; a me ispiravano orrore tutte e due le soluzioni che mi si presentavano davanti come possibili. Non si muta compiutamente il complesso di sentimenti e di idee che ha formato il nostro carattere, la nostra personalità; allora credevo così. Mi ero rassegnato al mio destino; pensavo soltanto, come a lontanissimo passato, alla orgogliosa illusione sostituita all'altra mancata illusione di riuscire un grande artista. Mi sarei contentato ormai di vivere da umile borghese, tra mia madre, mia moglie e i miei figli.... Ed ecco la crudeltà del caso che sopraggiungeva a interdirmi anche questa ultima, umilissima soddisfazione!

Ero rimasto seduto accanto al tavolino di ferro ingombro di fiori dal lato opposto a quello di mia madre che aveva ripreso a leggere un fascicolo di non ricordo più quale rivista illustrata. Vedevo Fausta laggiù, presso il muro di cinta coperto di piante rampichine; e il bianco della sua vestaglia risaltava sul verde dei fitti rami, come qualcosa di vaporoso che si moveva lentamente. Le sue braccia si alzavano a staccare una foglia inaridita, ad aggiustare un ciuffo di fronde troppo denso, e mi pareva compissero una strana opera d'invocazione e di preghiera nei momenti che indugiavano in alto. La seguivo, intento, conturbato dal suo silenzioso allontanamento. Le mie parole accennanti alle nuvole avevan dovuto ferirla, e si era mossa lentamente lungo il breve viale, avea girato attorno a una aiuola, ed ora seguiva la linea retta del muro di cinta, fermandosi, tornando indietro di qualche passo, riprendendo a procedere con l'atteggiamento rigido di una sonnambula.

E di nuovo, mi sentivo invadere da quello stupore, da quella ineffabile compiacenza che avevo provato trovando Fausta nel giardinetto con quel mucchio di rose davanti. Scattai da sedere e mi avviai verso di lei, quasi accorressi a un suo appello. Al rumore dei miei passi su l'arena del viale, ella si voltò con un incerto sorriso su le labbra, e una timida interrogazione nello sguardo.

--Che cosa vuoi dirmi?--domandò Fausta.

--Voglio dirti,--risposi, e mi tremava la voce,--che sarebbe una grande infamia della Natura se le tristi previsioni del dottore dovessero avverarsi!

--Ah!--esclamò subito.--Credevo che non mi amassi più!

E mi si buttò tra le braccia.

Sussultava di gioia, mormorando il mio nome, sollevando fieramente la fronte in atto di sfida al destino; e in quell'istante mi sentii forte anch'io contro di esso, e quasi mi parve di aver vinto!

XX.

Oso appena di riandare i terribili mesi vissuti sotto l'incubo del dubbio che io avessi commesso un delitto. Non so spiegarmi come mai l'organismo umano possa reggere il tormento dell'ossessione di un orrido insistente inevitabile pensiero, senza che vi si produca una lesione al cervello, o un disordine nelle più delicate funzioni vitali.

Una mattina, su la terrazza, mentre assistevamo armati di cannocchiali alle manovre militari che si svolgevano su la collina lontana, e nella sottostante pianura, Fausta die' un piccolo grido.

--Che cosa è stato?

--Niente!

Ma i suoi occhi brillavano di allegrezza, e le sue guancie si erano improvvisamente imporporate. E, dopo breve pausa, mi sussurrava in un orecchio:

--È arrivato!

--Chi?

--Il Sospirato, l'Atteso!

--Possibile? Senza che nessun sintomo lo abbia preannunziato?

--Qualcuno, sì; ma l'ho taciuto, temendo di ingannarmi.

--E ora?

--L'ho sentito agitare!... Sono certa.

--E ti senti bene?

--Benissimo. Nessuno dei fastidi della prima volta. Non sei contento?

--Sì.... Mi sembra però....

Ero atterrito appunto da quella quasi completa assenza di sintomi. Che giorni! Che settimane! Che mesi! E la povera vittima sorrideva! E si sarebbe detto che la Natura volesse darle il compenso d'una salute eccezionale, e anche d'una bellezza eccezionale! Mai Fausta non era stata così bene, così florida come in quegli ultimi mesi di gestazione che mi tenevano attanagliato da un'angoscia senza nome, perchè dovevo nasconderla a lei e a mia madre, fingendo un'allegria quasi più penosa dell'angoscia che voleva celare.

Ancora un mese, e avrei saputo che la speranza ci aveva ingannati! In quei giorni mi arrivava il nuovo romanzo di Bissi con la dedica affettuosissima a Fausta e a me, augurando che il bel sogno dei nostri cuori diventasse anche più bello nella realtà. Leggendo queste parole mi ero sentito salire le lacrime agli occhi. Fausta, oltre che per l'augurio, era felice di veder stampato il suo nome in testa al lavoro d'arte di un amico già consacrato dalla gloria. Diceva che quell'augurio, ripetuto a migliaia di pagine, letto da migliaia di occhi, e forse pronunziato ad alta voce da migliaia di bocche, non sarebbe rimasto augurio vano. E me lo ripeteva spesso, con espressione di birichineria bambinesca che mi faceva tremare di pietà.

--Eh? Che il bel sogno dei vostri cuori.... diventi anche più bello nella realtà!... Più bello! Capisci?

Aveva divorato il libro, segnando molte parti che le sembravano quasi scritte per me.

--Senti,--rileggeva con enfasi:--«Tentando d'intravedere l'avvenire, l'uomo spesso dimentica la bontà del presente, e si stima infelice».--Senti: «Amare è quasi niente, se non s'intende e non si apprezza in che modo e fino a che punto ci corrisponda il cuore della persona da noi amata».

Ho sotto gli occhi le pagine segnate dalla sua mano col lapis bleu; e mi par di scorgere, dalle linee diritte, vibrate o ondulanti, sui margini, il sentimento che ha prodotto il gesto e la traccia del segno; qualcosa che vive ancora là dopo tanti anni, e non potrà più sparire.

La lettera di ringraziamento che Fausta scrisse a Bissi era un capolavoro di grazia e di finezza epistolare; tra le altre cose gli diceva: «Ho gradito l'onore della sua dedica quanto il cordialissimo augurio, e significa: immensamente. Ma forse esagero un po': per l'augurio vorrei trovare una parola che vada più in là dell'immensamente; la cerchi lei per conto mio. Quando lo riavremo ospite nostro? Venga a convincersi che il suo romanzo non è soltanto un bellissimo libro, ma un vero porta-fortuna».

Povera Fausta!... Neppure un momento di dubbio mi parve che la turbasse in quegli ultimi giorni. La vedevo andare incontro al destino come una vittima coronata di fiori. Ne profondeva in ogni stanza, specialmente nel suo salottino, spargendoli fin per terra con strana soddisfazione. Diceva di voler così infiorare la via all'Atteso, al Nascituro; pensava di ridurre la culla una cesta di fiori, tra cui doveva riposare e dormire il fiore più bello e più raro, Colui che in quegli ultimi giorni la faceva soffrire come non aveva mai fatto durante la gestazione.

E una settimana dopo!...

Mi buttai ginocchioni, davanti a la sponda del letto, baciando la sua mano esangue, quasi fredda per l'invadente gelo della morte.

--Perdonami, Fausta! Perdonami!--balbettavo convulso, senza lacrime.

Ebbe la forza di sorridere e di agitar le labbra, per parlare.

--Addio!... Muoio.... contenta!

Quasi fievole suono di voce che arrivava da lontano, dal confine dell'ignota regione dove ogni esistenza va a perdersi.... E subito un travolger di occhi, un impietrarsi delle pupille, un lieve sussulto.... e poi nient'altro!

Il doppio gran sacrificio, della madre e della creatura, era compiuto!

E non potevo piangere! Non potevo urlare! Non riuscivo a sfogarmi in nessuna maniera!

Ero impietrito dall'orrore di aver contribuito, per debolezza, a quel delitto; e il rimorso, che mi ha avvelenato tutta l'esistenza, mi fa rabbrividire anche oggi, come d'infamia recente.

Avrei dovuto resistere a ogni lusinga, a ogni illusione io che mi reputavo il più forte, il più savio, e non prestar mano a un suicidio qual è stato il sacrifizio di Fausta:--Prenditi la mia vita!--Giacchè (ora lo comprendo) ella ha voluto morire pel dolore, per la disperazione di non poter essere più la donna capace di darmi la gioia per cui l'avevo sposata; ed è andata incontro alla morte sorridendo, fingendo di esser convinta che le tristi previsioni sarebbero state smentite, felice di aver travolto me in un inganno senza il quale non avrebbe potuto attuare il suo reciso proposito di sparire.... Forse, povera creatura, ha avuto dei momenti di illusione, di speranza anche lei; o si è risoluta a scegliere quel mezzo, non sentendosi il coraggio di uccidersi diversamente; lottando col sentimento religioso che le faceva apparire il suicidio come il più imperdonabile dei peccati, transigendo con la sua coscienza e acchetandone la voce col ripetersi nelle esitanze:--Chi sa? Chi sa?

La maggior colpa però è mia; e consiste nel superbo intento di voler mettere la ragione nelle piccole irragionevolezze della Natura; consiste nell'invincibile repugnanza di profanare la donna riducendola soltanto vile strumento di piacere. Ma questo dignitoso sentimento è ora l'unica forza che mi permette di ricordare Fausta con continuo atto di adorazione. Io non ho inflitto alla sua bellezza, alla sua giovinezza, alla sua purezza, quel che giudico anche oggi la suprema mortificazione, il supremo oltraggio che si possa fare mai infliggere a una moglie. E per questo benedico all'inganno di lei. Ella è rimasta santa, immacolata; ella mi ha permesso, a costo della sua vita, di aver l'orgoglio di sentire che la unità della mia intelligenza e dei miei atti non è stata violata un solo istante.

Mia madre era inconsolabile:

--Perchè non ho avuto fiducia nelle parole del dottore? Ho contribuito stoltamente io pure a spingerla, cara figlia, verso la morte!

E vedendomi quasi ebete pel dolore, spaventata da quella falsa calma che mi inaridiva gli occhi, che non mi consentiva neppure il lieve conforto dei singhiozzi, mi passava le mani sulla testa e sul viso, accarezzandomi come un bambino, e ripetendomi, quasi per incoraggiarmi, per determinarmi:

--Piangi, Dario! Piangi!