Raggio di Dio: Romanzo

Chapter 23

Chapter 233,691 wordsPublic domain

--S'io sono un Fiesco, domandate? Per tutt'altri che ne volesse dubitare avrei pronte le prove. A voi, Gian Aloise, tanto più vecchio di me, non ne bisogna nessuna; e voi già, umano e cortese signore, vi pentite in cuor vostro d'avermi fatto ingiuria. Per essere un Fiesco, bisognerebbe dunque non sentir altro che ira di parte? e d'una città che crebbe a grandezza per la santa concordia della _compagna_ giurata, voler fare un patrimonio esclusivo di nobili? Che cosa io pensi dei nobili, e dei popolari, vorrei poterlo dire alle due parti congregate, sulla scalinata di San Lorenzo, dove non c'è da chieder perdonanza a nessuno, ma da dire a tutti la verità. Nobili e popolari, siam pure i gran sciocchi. Un giorno, stanchi e rifiniti, saremo tutti pari nell'impotenza davanti ad una plebe qual si sia, che troverà gusto a sbranarci. Oggi letichiamo per diversità di sangue. Ma che? Essi e noi discendiamo da un barbaro soldato, franco o longobardo, unghero o goto, oppure da un liberto figlio di schiava greca o siriaca, che piacque un'ora al padrone. Nessuno, nè qui nè altrove, nessuno, sia pure il più antico nelle cronache, può collegarsi a quella nobiltà romana che prima ha stampato della sua orma il paese. La quale, finalmente, nella sua folle ambizione si mostrava più accorta di noi, non volendo altro alle sue origini che dèi o dee, Marte, Venere, Ercole. I Greci, poi, tutti da Giove; onde fu necessario fare del padre degli Dei un grande scapestrato. Gli antichi, come vedete, avevano modo di nobilitare il sangue, facendolo di qualità diversa dalla comune degli[tn346] uomini. Noi no; tutti di sangue rosso, mortale, di pari composizione; al più al più (lasciatelo dire ad un Fiesco, che ha studiato medicina a Pavia) guastato da qualche umore maligno, per effetto di troppe unioni in famiglia. Ma torniamo al fatto. Quando saranno qui tutti nobili al governo, e i popolari distrutti, o mandati al remo, o legati alla gleba, non avranno i Fieschi da fare i conti coi pari loro, con gli Spinola, ad esempio, coi Grimaldi, coi Doria? E dove andrà allora il bel sogno di una vasta signoría? Vorranno i tre emuli restare amici a noi, come son oggi per necessità, di contro a dugento cinquanta famiglie della fazione popolare? Non troveranno man forte in quella ventina di famiglie nobili della prima classe, o in quell'altra ventina della seconda, per costringerci un giorno o l'altro a lasciare il troppo largo dominio? e non solamente quello che voi possedete per autorità di vicario, ma ancora quello che possedete per diritto feudale? Una cosa potrebbe pure tirar l'altra, cadendo, e tutte rovesciarsi ad un modo. Nè vi parrebbe più saggio che una famiglia, giunta per fortuna al colmo della potenza, regnasse invidiata e sicura nella mediocrità forzata di trecento, fra maggiori e minori, di nobili, di mercanti, d'artefici, tutti ammessi alle medesime cariche, uffici ed onori? Ma questo appartiene all'arte di governo, ed io non ne sono maestro. Perdonate, eccelso cugino, la mia intemerata. Non lo farò più, come è vero che sono un Fiesco. E da Fiesco d'onore vi prometto che fin dove giunga il mio braccio, saprò far rispettare questo nome onorato, che ho comune con voi.

--Abbiatelo forte, quel braccio!--ribattè Gian Aloise, con accento sarcastico.--Abbiatelo tanto più forte, quanto più volete esser solo, mentre spira un'aria così poco favorevole ai nostri, in questa disgraziata città. È l'augurio d'un parente che vi ama, ad onta delle vostre.... Come chiamarle?... Mi lascerete dir bizzarríe?

--Dite pure stravaganze;--rispose il capitano Fiesco.--Tutto sopporterò di buon grado, fuorchè la taccia di debolezza e viltà.--

Salutò, detto questo, e se ne andò invelenito; tanto invelenito, che non chiese nemmeno licenza di andare ad ossequiare madonna Caterina.

Uscito dal palazzo, e fatti in un minuto i cento gradini della cordonata famosa, voltò a manca, per non dover risalire da Rivalta a porta Soprana, luogo troppo affollato. Più libera la via verso quel tratto della spiaggia che gli eruditi del tempo avevano già incominciata a chiamare il seno di Giano; liberissima e tranquilla sotto i suoi occhi la distesa del mare turchino, su cui sonnecchiava col capo un po' inclinato a levante il maestoso scoglio Campana, vecchio testimone di tante sfilate trionfali del naviglio genovese, dallo _stolo_ di Terrasanta ai ritorni della Meloria, di Portolongo e di Ponza. Lo scoglio Campana era un suo grande amico, fin dagli anni lontani della sua adolescenza; col quale, o davanti al quale, era uso meditare sulle passate grandezze della patria; e quella volta il capitano Fiesco, masticando male una frase del suo eccelso cugino Gian Alvise, non degnò il vecchio amico neppure d'uno sguardo fuggevole, mentre saliva per Campo Pisano all'erta di Sarzano. Sempre borbottando e sbuffando, dai fianchi dell'antico Castello, sede e baluardo del municipio Genuate, già da un pezzo convertito in un ceppo di conventi e di chiese, calò verso le case degli Embriaci, donde, girando attorno a quelle dei Giustiniani, voleva difilarsi a San Lorenzo, dove sorgevano quelle dei Fieschi.

Gran gente fin allora non aveva incontrato: fra conventi, chiese e palazzi che parevano fortezze, in un quartiere alto, donde la città era presto calata a distendersi nel piano verso ponente, non era il caso di trovar banchi o botteghe, nè per conseguenza la calca delle strade operose. Un po' di animazione incominciava dai Giustiniani; il brulichio della folla lo aspettava nella contrada e nella piazza del duomo di San Lorenzo. Colà si accoglieva in gran parte la vita cittadina; colà nei primi secoli dopo il Mille si adunava il popolo a parlamento; colà il Cintraco, venendo dal Palazzo del Comune, che sorgeva alle spalle del Duomo, veniva a leggere i bandi dei consoli. E colà, cessati gli uffici politici della storica piazza, si adunavano ancora i cittadini a conversare, magari a far baccano, sommosse e principio di rivoluzioni; colà, finalmente, come è sempre avvenuto intorno alla casa di Dio, fin dai tempi di Cristo, si teneva un po' di mercato.

In quella calca doveva cacciarsi il capitano Fiesco per riuscire a casa sua. La pazienza non era il suo forte, a dir vero; ma egli, in momenti quieti e ad animo riposato, sapeva dominarsi col raziocinio, che gli suggeriva le frasi della cortesia non ancora stizzita: "vi prego.... con licenza, cittadini.... scusate, amico", e lo aiutava a passare. Ma i momenti non erano quieti, per allora, nè egli aveva l'animo riposato; ed egli e quel popolo, tra cui si cacciava, erano in uno dei loro giorni più cattivi; e mal volentieri si scomodava la folla per lasciarlo passare; ed egli, coll'amaro in corpo, non si sentiva di far bocca dolce.

Frattanto, correvano intorno a lui certi discorsi, che non erano fatti per rabbonirlo.--Fallatutti, ci siamo?--È giusta di sale.--Bisogna scodellarla.--Magari! è ora di finirla.--Vedremo al friggere, se saran pesci o anguille.--Giù dalle gronde, i gatti, e vivano le cappette.--

Il gatto era emblema araldico dei Fieschi, insieme col drago, detto anche basilisco. E per l'ora corrente, essendo i Fieschi a capo della nobiltà, l'accennare al gatto era un intendere tutta la genía dei nobili. Quanto alle cappette, si alludeva con questo nome al popolino. "Erano poverissima gente (lasciò scritto negli _Annali di Genova_ monsignor Giustiniani), artigiani e servitori di artigiani mal vestiti, con le calze di tela e con una stretta e cattiva cappa; perciò furono nominati cappette".

Più in là era un crocchio di ragionatori più sodi, ma non meno sediziosi.--Ve l'ho a dire, cittadini? La va come sulle galere. Si può disputare del più e del meno finchè il nemico è lontano: ma quando il cómito ha gridato arme in coperta, non c'è più da discorrere; da poppa e da prora, all'arrembata e all'impavesata, ogni uomo prende il suo posto di combattimento. E non si parli di pace, mentre siamo venuti a mezza lama. O loro o noi, qualcheduno ha da andare di sotto.

--Bravo!--pensò il Fiesco.--Questo si chiama ragionare; ed anche insegna a sragionare.--

Frattanto lavorava di gomiti, per avanzare di qualche passo verso il suo tratto di strada. Ma intoppò in due che gli voltavano le spalle, e non si davano per intesi delle sue sollecitazioni. Si rammentò allora d'un bel giuoco, che gli era tante volte riuscito con amici per via. Toccò leggermente uno di quei due sulla spalla sinistra, e l'altro sulla spalla destra. Si voltarono ambedue, ognuno dalla parte dove si sentiva toccato; così, senza volerlo, gli fecero posto, ed egli guizzò lestamente nel mezzo. S'intende che avvedutisi dell'artifizio, non volevano tollerare la celia.

--Fate largo! è qua lui!--gridarono, con accento di scherno donde trapelava la collera.

--Lui! chi, lui?--gridò egli a sua volta, fermandosi a guardarli.

S'era voltato a deboli avversarii, o mal preparati all'attacco. Non rifiatarono; anzi, pareva che non dicesse a loro. Ond'egli era già per ripigliar cammino, quando all'orlo della gradinata di San Lorenzo, e sotto alla famosa statua che porta il nome dell'Arrotino, vide un omaccione dalle spalle quadre e dal collo erculeo, che lo guardava a squarciasacco. Ed anche lo udì, che diceva ad un vicino: "bisogna insegnargli, a questi prepotenti". La guardata, l'atteggiamento, le parole di quell'uomo, gli dettero noia. E forse non era da farne caso, potendo quelle parole non esser dette per lui; ma egli, come attratto dal pericolo, si avvicinò d'un passo, per sentire dell'altro. Frattanto, eccogli tra' piedi un contadino della Polcevera, che mettendogli sotto il naso un canestro di ceppatelli di macchia, gli grida coll'accento largo e spaccato della sua valle:

--Vitella di bosco! vitella di bosco!--

Fece un gesto di persona seccata, torcendo il capo, ma ancora tendendo l'orecchio per sentire quell'altro. E il contadino ripigliava, insistente come un moscone:

--Ma li guardi, come son belli! non par che dicano: mangiami?--

Non sapendo come liberarsene, domandò il prezzo: ma ancora e sempre guardava il suo nonno.

--Per Vostra Signoria, quattro soldi la libbra.--

Quattro soldi! Facciamo ad intenderci. Il soldo era la ventesima parte della lira: ma la lira genovese d'allora valeva tre lire e quattro centesimi della nostra moneta d'oggidì; il soldo valeva dunque un po' più di quindici centesimi dei nostri; e ciò senza contare il ragguaglio diverso fra la derrata e la moneta d'allora.

--Troppo cari;--notò il capitano.

--Eh, per lor signori!...

--Troppo cari, grazie!

--Grazie!--ripetè il contadino.--E ci ho perso il mio fiato, per un grazie della sua bella bocca. Vedete un po' voi, Ghiglione!--proseguì, volgendosi all'omaccione dalla torva guardatura.--Ma già, con questi signori morti di fame non c'è altro da aspettarsi.

--No, caro, c'è dell'altro!--rispose il Fiesco, non vedendoci più lume.

E voltatosi di schianto, gli sferrò a pugno chiuso un tal colpo sul mostaccio, che lo mandò rovescioni sull'orlo della gradinata.

Fu un putiferio. Quell'altro, levatosi con la faccia tutta sanguinante, a gridare: così trattano i signori, spalleggiati dal re di Francia! E l'omaccione dal canto suo: già bella prodezza, contro la povera gente! ma non son chi sono, se non gli metto le budella al collo!

E brandiva uno spiedo, che portava appeso alla cintola. Un macellaio! Fosse pure; ma non aveva per quella volta un agnello da scannare, nè un bue da accoppare.

--Bravo, Ghiglione! Dàlli, al gatto! dàlli!--

Il capitano Fiesco aveva pronto e sicuro il sentimento delle grandi occasioni. Era in ballo, voleva ballar bene. Per intanto, con un calcio poderoso cacciò indietro parecchi, facendosi largo quanto bastasse per isguainare la spada. Come l'ebbe in pugno, la menò attorno con forza; e chi ne toccasse, suo danno.

--Questa val più del tuo spiedo!--gridò, tirandone un colpo al minaccioso avversario, a cui cadde l'arma dal pugno.

--Popolo! popolo!--si vociava d'ogni parte.--È un nobile che fa il prepotente. Dàlli al gatto! morte al gatto!

--Che gatto?--si rispondeva.--Che morte? E non è ancor preso, il gatto! e lavora assai bene con l'unghie! A noi! a noi!--

Queste voci venivano dall'alto della strada. E colle voci i ferri; e davanti ai ferri si apriva la calca, bestemmiando, piangendo, urlando, gridando misericordia.

Messer Bartolomeo s'era fatto intorno un gran cerchio. La sua spada, non tagliando più, per aver perso il filo, lacerava e ammaccava. E mentre lavorava così di puntate e manrovesci, stava coll'occhio attento ad ogni moto della folla; e a chi, col coltello nel pugno, strisciando a terra s'ingegnava di venirgli sotto, allungava pedate, più forti ancora dei colpi di spada.

--Eccolo qui, il gatto! prendetelo, se vi riesce, mascalzoni!--gridava.

E giù fendenti, giù manrovesci e puntate, quello che gli veniva meglio, facendo fronte da tutti i lati, con le mani e coi piedi. Certo, non poteva durar lungamente così. Ma durò tanto, che il soccorso gli venne. Da tutte le case vicine avevano veduto il tafferuglio: erano case di nobili, e in gran parte della gente dei Fieschi. Tutti quei cavalieri avevano afferrate le armi, scendevano sulla strada, e ancora il capitano Fiesco non aveva toccato altro che qualche scalfittura, quando gli giunse man forte, e primo fra tutti il frate scudiero, che per far più svelto aveva scalato una doppia fila di spalle, trattandole come spaldi nemici; dond'era balzato nel vallo con la spada sguainata. Altro che gatto! quello era stato peggio d'una tigre.

--Ben venuto in refettorio!--gli disse il capitano, ripigliando il suo buon umore.--Ce n'è ancora una scodella per te, frate Alessandro.

--Che! arrivo tardi;--rispose il frate scudiero.--Non vedete come scappano?

--Per andar fuori del tiro, sì; ma ora voleranno sassi, mio caro.

--E allora sotto, prima che pensino a farci fare la fine di Golía.

--Sì, sotto, sotto!--gridarono i cavalieri venuti in soccorso.--Ma da che parte si comincia?

--Di qua!--rispose il capitano, additando verso il coro della chiesa.--Si faticherà di più, risalendo la strada; ma avremo libere le case nostre, e ci saremo anche accostati al palazzo del governatore. Messer Roccabertino non vorrà mica starsene con le mani alla cintola.--

Consigliava bene, il capitano Fiesco. E la caccia, incominciata di là, ebbe l'effetto di spinger la folla sotto gli arcieri della guardia, già usciti dal palazzo al rumore della zuffa. Messer Roccabertino (ritornato da Acqui, manco male!) occupò con la sua gente il campo di battaglia. Non c'erano morti; ma i feriti abbondavano. E furono rimandati alle case loro quei che potevano andarci; gli altri portati a braccia, aiutando gli stessi cittadini, che per tal modo si levarono più presto di lì. Mezz'ora dopo, tranne le chiazze di sangue che imbrattavano il selciato, si vedeva piazza pulita.

Sciolto l'assembramento, e chetate alla meglio le ire cittadine, venne la volta di una severa inchiesta. L'inchiesta, si sa, è sempre severa. Il capitano Fiesco, eroe della giornata, non aveva nulla da nascondere; narrò tutto per filo e per segno. Nè dal suo racconto dissentì troppo quello che narrava il Ghiglione, mostrando il suo braccio affettato. Il naso rotto del Polceverasco era andato a farsi ristagnare il sangue alla fontana di Soziglia, nè fu il caso di chiamarlo in giudizio. Degli altri feriti la prudenza del luogotenente aveva anticipatamente sottratti a quel sommario processo i guasti e le querele. La giornata era tutta a vantaggio dei Fieschi; e i Fieschi, amici del governo di Francia, non si potevano trattar troppo male; tanto più ch'erano stati provocati. Anche l'eccelso Gian Aloise, avvertito in fretta dell'accaduto, era sceso dalla sua ròcca di Vialata con un drappello di cavalieri, e portava a palazzo il peso della sua autorità. Raccomandava anch'egli concordia; voleva anch'egli giustizia; ma sopra tutto che si levasse ogni argomento di nuove dissensioni in città, insegnando a tutti il rispetto delle leggi. Intanto lodava il cugino, che non si era lasciato sopraffare, mostrando come i Fieschi si sapessero guardare da sè contro le violenze dei mascalzoni.

--Per avventura, cugino Bartolomeo,--diceva egli sottovoce al valoroso parente, mettendogli l'eccelsa mano sulla spalla,--sono stato io, con certe parole un po' matte, che vi ho fatto saltar la mosca al naso? E non mi pento di averle dette, se mai. Per opera vostra sapranno i villani che a toccare i Fieschi ci si scottan le dita.--

Il capitano Fiesco sorrise, pensando che proprio a lui, nemico giurato d'ogni discordia, era toccato di dare il mal esempio alle turbe. Ma in verità, lo avevano tirato pei capelli.

A proposito di esempi, ce ne voleva uno, e terribile. Il luogotenente Roccabertino non ebbe ritegno a darlo, sbandendo dalla città il conte Bartolomeo Fiesco e il macellaio Ghiglione. Era la giustizia, sebbene attenuata di molto, del cadì d'Alicante, di burlesca memoria, che sentiva attentamente le ragioni dell'ebreo e quelle del cristiano; poi, chiunque avesse ragione dei due, faceva somministrar loro venticinque legnate per uno. Il Roccabertino, sangue spagnuolo, non arabo, sopprimeva le legnate, contentandosi di bandir le due parti. Per altro, non si fidassero troppo della sua grande bontà; a chi rompesse il bando era minacciata la morte. E con ragione; che i banditi del mese innanzi rientravano tutte le sere in città, e la giustizia n'aveva avuto uno smacco.

--Intendiamoci, dunque;--diceva il signor luogotenente, nell'atto di scendere dal suo tribunale.--Chi rompe paga; e a chi rompe il bando, è pena la testa.

--Per quel che mi risguarda, non dubitate;--rispose il capitano Fiesco.--Parto oggi stesso, e vado lontano, molto lontano, a condir con le lagrime il duro pane dell'esule.

--Sta bene, sta bene;--borbottò il Roccabertino, passandogli accanto accigliato.

Ma sotto voce aggiungeva:

--A Gioiosa Guardia, non è vero? Così potessi seguirvi!--

CAPITOLO XX.

Raggio di Dio.

Gioiosa Guardia! Gioiosa Guardia! E voi stavate là, bella ròcca dalle cinque torri e dall'alta bandiera sventolante nel sereno, tra il Graveglia e l'Entella, aspettando i vostri signori, ed annoiandovi parecchio, nè più nè meno di don García, vostro grigio ed allampanato custode. Ma quando la nobile coppia fu annunziata dal frate scudiero, che faceva da battistrada, quando ella giunse alla vista delle cinque torri, che gazzarra di falconetti dai vostri bastioni! che allegro scampanío dal battifredo, e che gaio andirivieni di sagola, lunghesso l'asta della bandiera, per dare ai ritornanti il triplice saluto del drago nascente e del gatto sedente, affrontati sullo scudo bandeggiato d'azzurro e d'argento!

La veneranda madonna Bianchinetta strinse lungamente al seno i suoi figli, baciandoli e ribaciandoli. "Mi ridate dieci anni di vita" esclamava la nobil signora, piangente di gioia. Nè a lei raccontarono tutto ciò che avevano sofferto in quei tre mesi di assenza. Perchè turbar la sua pace col racconto dei pericoli incontrati? Alla vecchiezza adorata, che abbellisce la nostra casa dopo averla fatta prosperare, noi non dobbiamo offrir altro che immagini ridenti, in tributo di devozione, in ricambio di benefizi. Un soave tramonto è così caro compenso alle nostre faticose giornate!

Ma del passato doloroso si ricordavano ben essi, che tanto ne avevano sofferto. E si guardavano in viso, quasi per assicurarsi scambievolmente della loro felicità. "Siamo noi?" dicevano. "Proprio noi, qui, nella nostra pace, che è stata messa a così grave rischio laggiù? Tu l'hai sopportato con animo forte, o Fior d'oro! E tu l'hai scongiurato con ogni poter tuo, o Damiano, che non avresti saputo sopravvivermi! Ma confessiamo, giunti alla riva, d'esserne scampati per un vero miracolo. Anima del mio cuore, come dicono così bene di là dai Pirenei! anima dell'anima mia!"

Nè solamente pensavano a sè stessi, come fanno nel loro egoismo tante coppie felici. Si rattristavano ancora, e spesso, pensando al signor Almirante, anima grande su tutte, raggio di Dio, così dolorosamente sparito dalla faccia del mondo.

--Io gli ergerò un tempio nel mio cuore;--diceva Juana.--Egli ha data la sua vita per benefizio del genere umano; ma a nessuna creatura mortale è stato più cortese dispensatore che a me. Se egli non era, se l'ingegno suo non divinava un mondo di là dai mari sconosciuti e terribili, se la sua costanza non vinceva ogni difficoltà, se non superava ogni ostacolo, ti avrei conosciuto io, bel conte? Un po' matto, non è vero?--soggiungeva la bellissima donna, ridendo di quel suo bel riso che invitava ai baci.--Ma io ti amo così. Troppo gravi e severi, vi fanno santi, e andate ad abitar nelle nuvole. Anch'egli, il Giocomina, di cui forse noi soli in Haiti abbiamo inteso il carattere divinamente paterno, anch'egli ha amato, come ogni mortale; e felice tra tutti, nella medesima grandezza delle sue sventure, ha meritato l'amore d'una Beatrice di Bovadilla.--

Povera Bovadilla! meritava bene di non essere dimenticata, da due cuori amanti, da due anime elette. Le avevano detto, innanzi di lasciare la Spagna: "marchesa, venite con noi; parleremo ogni giorno di lui." Ed ella aveva tristemente risposto: "no, amici, no; la mia vita è infranta. Laggiù, nel mio monastero di Siviglia, raccolta nell'ombra, parlerò di lui ogni giorno con Dio; con Dio che riceve i cuori afflitti, e nel dolore li affina, per renderli degni di quell'amor vero e profondo, che, non senza il suo consiglio, era nato e cresciuto."

Dal suo convento di Santa Chiara la dolente signora scriveva nell'ottobre di quell'anno ai suoi buoni amici di Gioiosa Guardia:

"Penso che davvero non vi vedrò più in Ispagna. Il re Ferdinando trionfa: chi l'avrebbe mai detto? Sapete che dopo un colloquio con Filippo suo genero, colloquio dal quale non era uscito senza vergogna, egli aveva presa la via d'Aragona, lasciando ogni sua pretensione alla reggenza di Castiglia. Di là, s'era imbarcato per Napoli, volendo pagare Consalvo di Cordova della stessa gratitudine onde aveva pagato il nostro immortale Colombo. Ma ecco, mentre il generoso Ferdinando è in viaggio, il 25 settembre, muore a Burgos il re Filippo; Giovanna impazzisce del tutto, la poveretta! e il virtuoso Ximenes persuade i miei Castigliani a riconciliarsi col re d'Aragona, unico che possa prender le redini dello Stato. Sicuro; e si è giunti a questo, di richiamar Ferdinando. Questi, come vi ho detto, era in viaggio; i venti contrarii avevano obbligato il suo naviglio a cercare un rifugio in un punto della spiaggia di Liguria, che dovrebb'essere molto vicino a voi, e che si chiama Portofino. Avvisato laggiù, non si degna di rispondere; vuole dar tempo al tempo, il gran furbo. Arriva a Napoli, dove lo raggiungono altre preghiere; fa il sordo; ma fino a quando? Io son sicura che al terzo scongiuro si commuoverà la grande anima sua, e noi riavremo quella gioia di re."--