Rafaella

Part 7

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L'Imperatrice gli disse:--Sire di Mozzatorre, la Provvidenza trasse presso di me questa buona giovine, che voi conoscete. Ciò basta perchè intendiate ch'io non ignoro il danno che cercaste di recarle. Ma siccome un errore, per quanto sia grave non iscancella sempre in un valentuomo tutta la sua virtù, nutro desiderio ad anzi fiducia, che la virtù vostra sia tale da rendervi così sollecito della pace di questa giovine, quanto foste corrivo a turbargliela. La sua pace dipende ora dal destino di suo fratello. Sottraetelo dalla rovina; la vostra Imperatrice ve lo chiede.

Villigiso rispose:--La maestà vostra mi giudica benignamente, e non s'inganna. Forse le parrei anzi più giustificabile, s'ella sapesse, ch'io non avrei mai pensato a porre la figliuola di Berardo nel castello di Mozzatorre, qualora, all'occasione d'un incendio, ella non fosse stata rapita da masnadieri e portata a me da questi, per averne guiderdone.

--Voglio crederlo, disse l'Imperatrice.

E Villigiso rispose:--Ma non sì tosto fu nel mio castello, che io da Saluzzo, dove mi ritrovava, fui costretto a partire immantinente per l'esercito. Imposi allora a' servi, ch'io reputava fedeli, di renderla a' genitori; ma gli scellerati disobbedirono; nè di quanto avvenne dappoi io ho colpa veruna.

Dicendo queste parole, Villigiso guardò Rafaella, e impallidì sembrandogli di scorgere un amaro sorriso d'incredulità e di disprezzo. Nomato di nuovo Eriberto dall'Imperatrice, Villigiso si scusò di non poter far nulla per lui, allegando che l'ufficio datogli dall'Imperatore non lo costituiva giudice, ma invigilatore sopra l'equità de' giudici.

--Sarei un fellone, soggiunse, ove dessi opera a distorre i giudici dal pronunciare secondo la coscienza. Se Eriberto è innocente, i giudici nol condanneranno. Quanto a me, bramo, più di così non posso dire, bramo di salvarlo.--Egli pronunciò queste parole coll'apparente energia della sincerità, e sembrava significare: «Non posso dirvi d'esser pronto a salvarlo, s'anco egli sia reo, ma pur non dicendolo, il farò.»

L'Imperatrice prese un contegno meno freddo, e movendo un passo verso lui:--Cavaliere, gli disse, non vi chiediamo promessa maggiore di quella che fate, e l'espressione che ponete nel farla ci rassicura.

--Da voi pende il concedermi l'accesso al carcere d'Eriberto, soggiunse Rafaella. Deh, appagatemi in ciò!

Villigiso esultò d'udirsi da lei pregato con sì supplichevole accento, e disse che, sebbene tali visite fossero vietate a tutti i congiunti de' rei, avrebbe provveduto perchè fosse soddisfatta. Beatrice lo congedò con quelle parole di benignità che più sarebbero state atte con ogni altro ad eccitare un'ambizione generosa; ma nell'ipocrita prevaleano troppo i rei affetti ond'era viziata quell'anima.

La prima volta che Rafaella tornò a visitare Eriberto era accompagnata da Guglielmo. Nol trovarono più nel carcere salubre, ove stava dianzi, ma in orrendo sotterraneo, ove appena dall'alto penetrava debole raggio di luce, e ove l'umidità era tale che le pareti gocciolavano. Il custode disse essergli stato imposto questo mutamento, nè saperne il perchè.

Eriberto l'attribuiva ad artifizio de' giudici, per accrescerne le angosce, e così indurlo a mercare la salute con supposte rivelazioni. Nel luogo di prima egli avea il conforto di vedere in lontananza dai cancelli l'amico Ottolino; d'udire il suo canto e di scambiare qualche cenno o parola con lui. Qui invece la solitudine era piena. Oh quanto orrenda parve anco a Rafaella, e per compassione di lui, e perch'era a lei pur sì dolce il vedere dai cancelli Ottolino e udire la sua voce!

L'intenzione supposta da Eriberto ne' suoi tormentatori non era la vera cagione del traslocamento. Villigiso voleva operare nuovo terrore in Rafaella, e così farle sentire maggiore bisogno di sè. Ella intese l'arte furbesca; e però tornata dall'Imperatrice proruppe in dirottissimo pianto, scongiurandola di salvare il fratello, la cui sorte vedeva oggimai disperata. Beatrice pianse con lei, e fremette d'aver meno potere sopra l'animo dell'Imperatore, che scellerati simili a Villigiso. Allora Rafaella, nell'impeto del suo dolore, manifestò all'Imperatrice le sue angosce eziandio per Ottolino.

--Oh mia diletta, sclamò Beatrice, stringendola fra le sue braccia. Che mai mi rivelarono quel tuo sguardo e quella tua voce affannosa! Tu ami Ottolino? oh doppia sventura!

--Non oso negarvelo, ripigliò Rafaella, singhiozzando e nascondendo il suo volto nel seno di lei: ma oh me infelice! me infelice!

--No, Rafaella! sclamò l'Imperatrice vivamente commossa. Avrò io assunto indarno di fare la tua felicità? Tu non osavi di supplicare se non per la vita del fratello; ma la sua e quella di Ottolino debbono esser salve. Chiederò a Federigo questa grazia con tale e tanta insistenza, che la strapperò a viva forza dal suo cuore. Domattina partiremo per Bologna.

La partenza fu decisa. L'Abate di Staffarda l'approvò; e Villigiso udì, il giorno appresso, con istupore, che Beatrice e Rafaella non erano più in Pavia.

CAPO VIII.

_Ottolino._

Poco mancò che le trepide speranze di Rafaella non fossero tronche per sempre. Imperocchè Villigiso non dubitando che l'Imperatrice fosse ita a Bologna per impetrare clemenza da Federigo ai due accusati, divenne furibondo e mosse ogni pietra, acciocchè ambidue venissero tosto sentenziati come felloni ed autori della zuffa ingaggiata nel campo cesareo. E il reo intendimento gli sarebbe riuscito, se Guglielmo non avesse con preghiere e minaccie indotti i giudici a non eseguir nulla sopra i due imputati, senza darne prima contezza all'Imperatore.

Beatrice giungendo a Bologna, fu ricevuta dallo sposo colle usate dimostrazioni d'amore: ma quando ebbe aperto il motivo della venuta, e riferite le colpe di Villigiso verso Rafaella, l'Imperatore s'accigliò, quindi rispose:

--Se io dovessi punire tutte le pazzie de' miei guerrieri, non avrei più chi militasse con me. Quanto ai due giovani, di cui mi parlate m'informerò della loro condotta dai giudici, e dove sarà possibile userò loro clemenza.

Il giorno appresso come Beatrice tornò a parlargli d'Eriberto e d'Ottolino, egli le fece leggere il foglio che recava la sentenza capitale pronunziata contro di essi e la risposta, colla quale egli commutava loro la pena con quella del perpetuo carcere nel castello di Gramborgo in Isvevia.--Più di questo, soggiunse, non mi è sembrato di poter fare senza iattura della giustizia.

Questa fera notizia lacerò il cuore di Rafaella, se non che il sapere assicurata la vita de' suoi diletti, la confortò pure a nuove speranze. Quali furono pertanto le sue nuove angosce, allorchè dopo non molti giorni intese che i due prigioni, insieme con altri, prima di uscire d'Italia, aveano incontrato una squadra mandata da Turisendo, la quale tentò di liberarli, e ad alcuni era riuscito di profittare del tumulto della pugna, per fuggire! Più tardi le fu noto ch'Eriberto non era stato degli avventurati, bensì Ottolino. Questi afflittissimo che l'amico fosse rimasto fra i prigioni, appena potea gustare la dolcezza d'essere libero. Egli mosse i suoi liberatori a nuovi assalti, ma il drappello che conducea le vittime s'era rinforzato di numero, e rimase vincitore. Ottolino si ritirò finalmente alla rocca di Garda, e fu accolto dal capitano con amore.

La rocca veniva assediata ogni giorno più strettamente da Bergamaschi, Bresciani, Veronesi e Mantovani comandati dal Conte Marquardo. Ottolino, in parecchie sortite, ebbe opportunità di mostrare non minore prodezza che senno; talchè traeva talvolta sè ed i compagni da pericolose insidie, e rapiva vittorie che sembravano disperate. Natura avealo inclinato al mestiere dell'armi, ed ora aumentavano il suo desiderio di gloria due passioni divenute violente: l'ira contro Villigiso, e l'amore, che le sventure e la lontananza di Rafaella rendeano vieppiù vivo, fervido, immaginoso.

Ottolino, sebbene non immune da alcuni pregiudizii del suo tempo, rendeasi nondimeno notevole per una vita dignitosa, pia e cristiana. Per che tutti i suoi compagni lo amavano; e per quasi un anno, che durò ancora l'assedio, ebbero campo di ammirare in lui, come possono unirsi un animo altamente pio ed un esimio valore. Alcuni poi di loro, fatti prigioni, ricantavano a' cavalieri di Federigo, e citavano con orgoglio i suoi detti e i suoi fatti.

I versi del guerriero saluzzese pareano forse migliori che non erano a cagione della stima che spandeasi dalle sue virtù. I trovadori li imparavano e portavanli per diverse parti d'Italia; nè guari andò che le sue cantiche furono note alla corte dell'imperatore. E chi le cantava ridicea l'odio d'Ottolino alle male arti e a tutte le passioni volgari. E Rafaella inteneriasi: e le dame la guardavano quali con occhi di giubilo, quali con invidia: e Beatrice sorrideale, poi scrutava coll'occhio i pensieri di Federigo, e vedea che pur fingendo di applaudire, ne concepiva dispetto. Specialmente egli fremea, quando Guelfo sclamava:--Bravo il mio Ottolino! hai fatto egregiamente a spezzare le tue catene. In Gramburgo non avresti poetato così!

Federigo tralasciando per allora l'impresa di Puglia, era tornato nell'Italia settentrionale; e benchè vedesse quanto il terrore tenea mute le città vinte, non era senza sospetto per l'audacia stranissima de' guerrieri di Garda, e per quella ch'indi sembrava potersi destare in altre città. Nondimeno l'assedio progredì tant'oltre, che Turisendo trovossi ridotto alla fame. Ma prima d'arrendersi volle fare un'ultima prova, e mandò segretamente nuovi legati a Verona, a Brescia, a Piacenza ed a Tortona. A quest'ultima andò Ottolino; e se quelle genti fossero state pronte a sorgere insieme, Turisendo sperava di non essere obbligato a cedere. Ma la sua speranza fu delusa; giacchè i soggiogati prometteano di sorgere e niuno voleva essere il primo; sì che giunse il giorno in cui Turisendo consentì a capitolare.

Il suo nome era sì formidabile, ch'egli ottenne d'uscire della rocca a patti onorevoli. Egli ritirossi alle sue castella ne' monti del Veronese; e i suoi compagni trassero in diversi luoghi, come meglio loro venne concesso. Parecchi presero arme al servizio di Venezia, la quale era in guerra con Ulrico Patriarca d'Aquileia. E fu allora che, assalito il Patriarca per mare e per terra venne sconfitto e fatto prigione nell'ultimo mercoledì del carnevale. Onde seguì quel ridicolo accordo, che il Patriarca accettò per riacquistare la sua libertà: e fu di pagare ogni anno in tributo al Doge dodici porci grassi e dodici grandi pagnotte. E Venezia fe' statuto che a que' dodici porci e ad un toro, figurante questo il Patriarca e quelli i suoi consiglieri, si tagliasse ogni anno la testa nel giorno del giovedì grasso sulla pubblica piazza; il qual uso durò sino al cadere della repubblica.

Dolse ad Ottolino, quando giunsegli a Tortona la notizia della resa di Garda; ma ben avea veduto essere evento inevitabile, dacchè niuno osava d'alzare gl'invocati stendardi. Frattanto ch'egli esitava a qual partito s'appiglierebbe, e meditava se alcuna via se gli aprisse per rivedere Rafaella; i Pavesi comprarono dall'Imperatore il diritto di smantellare Tortona. Essi gli rappresentavano ch'era stata riedificata in obbrobrio di lui; tuttavia egli non consentì che diroccassero altro che le mura.

Era un mattino, ed ecco venire precipitosamente a cavallo un profugo Milanese il quale gridava:--Apprestatevi alla difesa, o alla fuga. Tutta Pavia corre a questa volta, a sterminarvi!--Il tristo nuncio fu condotto innanzi ai magistrati, e riferì loro d'essere uscito di Pavia nel medesimo tempo che usciva la turba de' devastatori, e di precederla quindi di poco. Sperarono i Tortonesi un istante ch'egli delirasse; ma la sua favella e le sue lagrime erano tali, che spiravano fede; sì che la città s'empiè di spavento e di grida miserande.

Non molto dopo una scolta, dalla cima d'una torre vide brulicare la turba nemica, e gridò all'armi. Uomini, donne e fanciulli corsero allora, gli uni a svellere le pietre dalle strade e portarle sulle mura, gli altri ad assestarvi i mangani. Già una volta questo infelice popolo avea veduta rasa al suolo la sua città, nè volgevano più che sette anni dacchè i Milanesi l'avevano rifatta più bella di prima. E que' dolci focolari, quelle superbe torri, quelle venerande chiese sparirebbero di nuovo dalla faccia della terra? Questo crudele presentimento toglieva il coraggio dal cuore di tutti, e fra le urla di disperazione udiansi sclamare:--Sottomettiamoci a condizione che non si dirocchi l'intera città!

I più bellicosi deploravano di non avere ascoltato gl'inviti che a nome di Turisendo era venuto a fare Ottolino. Se Tortona si fosse mossa pochi dì avanti, altre città l'avrebbero forse imitata; ed allora i nemici assaliti da più punti, non avrebbero avute forze per distruggerla. Ottolino fu consultato, e rispose:--Poniamoci in sulle difese, e se l'intento de' nemici è di sterminare la città, moriamo prima che cedere.--Le parole corsero per tutto il popolo, e questi gridò:--Sì! sì!--Ma come prima giunsero i Pavesi, un orrendo prorompere d'imprecazioni e di minaccie fu il massimo sforzo che fece il popolo. Passato quell'impeto d'ostentazione, appena ebbe udito annunciarsi da un araldo che l'Imperatore permetteva solo lo smantellamento delle mura e l'abbassamento delle torri, i più avvisarono doversi cedere, piuttosto che attrarsi maggiore danno. Fu dimandato giuramento a' Pavesi che non saccheggerebbero, nè diroccherebbero alcuna abitazione, e questi lo prestarono. Allora i cittadini abbandonarono le mura, e si raccolsero ne' loro tetti e ne' loro templi a pregare Dio che la fede fosse tenuta. Senonchè i capitani pavesi voleano tenerla, ma la turba non obbedì. Antico odio ed avidità li spinse immantinente al saccheggio. Indi il fuoco venne appiccato in varie parti della città; e gli oppressi pensarono, ma troppo tardi a difendersi. Una feroce battaglia empì di strage le rovine, nè una casa fu salvata. I vinti errando desolati per le campagne, e volgendo il capo a mirare il luogo ove ieri stava la loro patria, diceano:--Oh misera Tortona! Milano il cui possente braccio ti rialzava dalla polvere, ora non è più.

Ottolino fremeva: il suo cuore era straziato dallo spettacolo di tanta miseria. Non sapendo che farsi e pur desiderando di rivedere Rafaella, prese le mosse verso Pavia, meditando tristamente sopra i mali onde ingombra è la terra, e chiedendosi se brillerebbe mai lampo di felicità per lui.

Dopo lungo cammino annottò, e sopravvenne pioggia dirotta: ond'egli consigliossi di ricovrare ad un tugurio, ov'anco invitavalo la strana cosa che era, per quei tempi, l'udir uscir di colà lieti viva e suoni di strumenti nuncii di festa nuziale. Venne accolto ospitalmente e condotto in cucina, perchè s'asciugasse e scaldasse al focolare. Ivi la madre dello sposo gl'imbandì una fetta di polenta di miglio ed un bicchier d'acqua, giacchè il vino era stato bevuto al povero banchetto di nozze. Poi la buona donna invitollo a passare nella stalla, ove si ballava ed ove il cavallo di lui era già allogato in un angolo, accanto alla vacca ed all'asino. Ottolino ito nella stalla stupì vedendo la pienissima gioia, cui s'abbandonava quell'innocente brigata; e poich'ebbe salutato cortesemente la festeggiata coppia, s'assise sopra una panca, fra la madre dello sposo, ed un vecchietto, nonno della sposa:--E' pare, disse Ottolino, che le sciagure, onde ogni terra intorno è desolata, siano state più miti che altrove sul vostro tetto, lo spettacolo della vostra allegrezza allevia il mio cuore oppresso da lunga mestizia.

--Oh Santissima Vergine! disse la donna. Abbiamo patito la nostra parte anche noi; e Dio sa come andrà in avvenire! ma finchè ci è dei giovani sulla terra, che volete ne facciamo? Bisogna pur maritarli.

--Se abbiamo patito! disse il vecchio. Ecco là quella poveraccia di Maria (accennando la sposa): è tutto ciò che avanza della mia casa. Suo padre era il mio primogenito. Egli e sei altri figliuoli mi furono rapiti dalle guerre, e voi vedete come venni trattato io, per aver tentato di portare vettovaglie a' Milanesi durante l'assedio (e ciò dicendo traeva di sotto il giubbone un braccio monco). Il mio casolare fu bruciato, una volta da' ribelli ed un'altra dagl'imperiali. La moglie, di buona memoria, perì nelle fiamme; e non la ricordo senza lagrime! ch'era una moglie amorevole e laboriosa e piena di timor di Dio. La mia comare lo sa. Ed oh! anche la mia comare ha la litania di dolori. Se sapeste come quegli omicidi, ott'anni sono, le strapparono dalle braccia il marito e tre figliuoli, e.... Basta. Preghiamo misericordia a tutti, uccisori ed uccisi. _Il Signore diede, il Signore tolse e fu fatto come volle il Signore. Sia benedetto il nome suo!_

--Sia benedetto! sclamò Ottolino. Il Signore è mirabile in ogni cosa e più nell'animosa pazienza che dà ai buoni infelici. Ma forse perchè io sono meno buono di voi, i mali che incontrai finora m'hanno scorato e quella pazienza che mi resta è senza gioia!

--Non la mia! non la mia! gridò il vecchio, asciugandosi gli occhi.--Ed alzatosi dalla panca, corse zoppicando alla nipote, e coll'unica mano che a lui restava, l'impalmò e disse.--Tu dimentichi il nonno, figliuola. Tocca a me a far teco il ballonchio. Animo, sonatori! soffiate in quelle pive, che se non c'è vino, beveremo acqua; e coraggio!--Tutta la brigata rispose con viva e grida di gioia, e lunghi schiamazzi di risa seguirono, sicchè Ottolino per simpatia diessi a ridere anch'egli. La madre dello sposo ridea più forte di Ottolino, e stringendogli famigliarmente la mano lo guardava, gli mostrava i lazzi del nonno e raddoppiava lo sghignazzo, e balbettava parole ch'ella non potea terminare. Ottolino non capiva perchè costei ridesse così cordialmente, nè che dicesse, e scoppiava anch'egli in risa ognora più sgangherate. Un tal ridere quando avviene fra molti e si prolunga qualche tempo, diventa infrenabile, quand'anche niuno sappia donde sia mosso, ed in appresso tutti sieno stupiti d'aver goduto tanto spasso.

Nelle feste de' contadini quegl'impeti d'allegria poco eleganti ma benefici, si destano facilmente. Ottolino aveali conosciuti tra i contadini del suo paese, ed or gli parve d'essere trasportato ne' felici anni della puerizia. Egli e la vecchia ridendo si dondolavano l'uno più stranamente dell'altro, si stiracchiavano per le mani, battevano or con questo or con quel piede la terra, e così, senza accorgersene postisi in moto di danza, finirono per seguire il vortice de ballerini. E così si sarebbe continuato chi sa fino a quando, se alcuni non si fossero accorti che gli sposi non erano più nella stalla; sgombrò così la lieta brigata; ed Ottolino, contento d'un'altra fetta di polenta e d'un bicchier d'acqua, andò a dormire sopra il fenile.

La mattina congedossi da' buoni ospiti, e durò fatica a far loro accettare qualche moneta. Quel tugurio spirava povertà; e nondimeno tutti v'erano sì gioviali, sì discreti ne' loro desiderii, sì poco solleciti dell'avvenire! Non è questa la vera saviezza? Piangere un momento sotto i più aspri colpi della sventura indi riconfortarsi con innocenti risa, e benedire sempre Iddio nel dolore come nella gioia, finchè gli piaccia di coronare la nostra pazienza e il nostro amore cogli eterni guiderdoni che egli promise a tutti i buoni, e più particolarmente a coloro che molto patirono? Questa sì è vera saviezza; ed Ottolino, venerandola, sentiasi sollevato.

Egli cavalcava fischiando e cantarellando, e comandava a sè stesso di voler essere d'indi innanzi come costoro. Ma è più agevole dire--Voglio esser savio--che essere. Un fermo perenne volere, non s'acquista ad un tratto; è opera di lunghi sforzi, e vacilla ad ogn'ora, finchè non è mutato in abitudine. Tornava Ottolino a sospirare e dicea: Que' poveri contadini almeno fanno in pace i loro matrimonii; rari contro ciò sono gli ostacoli. Allora tanto e tanto si possono soffrire in pace le sventure. Ma amare Rafaella e non poterla ottenere! ed essere profugo e ribelle, mentre essa è alla corte del Principe, contro cui strinsi le armi! oh questa sì che è sventura importabile. E saperle vicino il perfido barone di Mozzatorre, che già una volta ardia di rapirla, che non cesserà d'insidiarla! Eppure vo' rivederla e udire da lei ciò che mi debba fare di quest'inutile vita che or sì mi pesa, ma che ridiverrebbemi cara se ella mi dicesse: Ecco una meta; volgila a quella!--Ma tosto gli si affacciava il certo pericolo, a cui si esponeva coll'andare dove assai era conosciuto, e dove non altro poteasi aspettare che il carcere e la morte come fuggitivo e ribelle.

Tra questi contrarii pensieri egli camminava lunghe ore, indeciso del luogo, a cui dovesse trarre, e stanco della vita. Giunto in una foresta udì il suono d'una campana, e ricordò la foresta di Staffarda e la campana del monistero, ov'era stato educato col suo diletto Eriberto, e tutte le dolcezza d'un'età di speranze carissime, niuna delle quali s'era verificata. Oh avess'egli potuto cancellare alcuni anni della sua vita e ritornare a quell'età! Come le soavi reminiscenze attristano ed incantano l'infelice! Com'egli sente che l'esperienza del mondo non è altro, se non esperienza di molti mali e di pochi beni!

Seguì il suono della campana e giunse ad un monistero.--Qui mentre le città cadono, è vera pace! gridò. Benedetto chi seppe apprezzarla fin dalla gioventù! Benedetto chi non pose, come io, la sua gioia nelle pugne, ma nel rendere lode a Dio, e pregare per gli sventurati, e dividere santamente il proprio pane con essi!

Gli parea che il rinunciare quivi, nonchè a tutte le umane fortune, ma perfino all'amor suo per Rafaella, e finire il resto della vita ignorato da' popoli e da' principi fosse un sacrifizio che il Cielo domandasse da lui. Entrò nella foresteria, e postosi a favellare col padre Cellerario, gli aperse i suoi dolori, e i nuovi suoi desiderii.--Qual frutto coglie l'uomo quaggiù dai suoi lunghi aneliti? Massimamente quando le città sono divise, i popoli in guerra tra loro, l'iniquità e la perfidia trionfano, non è egli prudente consiglio ritrarre il piede da un secolo si corrotto affine di non restarne insozzato? Me illuso! il quale credetti essere mia vocazione il combattere per la giustizia, mentre giustizia nel mondo non può trovarsi, se non fuggendolo e ricovrando nelle solitudini, e lasciandoti sgozzare appo gli altari da chi ti assalga, anzichè aumentare il numero delle vittime assumendone vana difesa. Dove la società umana è tutta disordine e violenza, e gli sforzi de' migliori non bastano a guarirla, il ritirarsi nella solitudine non può essere chiamato codardia, ma pietà e saviezza. Chi cammina fra giacenti feriti che non vogliono rimedio, e si squarciano con furore a vicenda le piaghe, non è egli pio se si ritrae per almeno non calpestarli co' suoi piedi? Ovvero colui che per ogni via trova bande invincibili di masnadieri, è egli vigliacco se retrocede?