Rafaella

Part 5

Chapter 53,715 wordsPublic domain

Guglielmo e frate Uguccione si fecero dunque presso il letto dell'infermo mentre l'Imperatore, trattosi altrove col Conte palatino, Corrado suo fratello, col Re di Boemia, con Manfredo di Saluzzo, Obizzo da Este e altri, si diede con esso loro a favellare de' tumulti di quel giorno e della sorte di Milano.

Venne allora annunziato l'antipapa Vittore IV, e l'imperatore mosse a riceverlo nella vicina sala.

--Io vi credevo in cammino per Roma, gli disse questi.

--Nè la Maestà Vostra mal s'apponeva, rispose l'antipapa; ma le vie sono impraticabili, a cagione dei masnadieri.

--O piuttosto avrebbevi fatto retrocedere la voglia di godere anche voi dello spettacolo terribile che appresto?

--Quale spettacolo?

--Quello che voi desiderate: la distruzione di Milano.

--Ciò che io desidero ben lo sa il nostro augusto figliuolo; io non ambisco che la distruzione dello scisma cagionato da Alessandro. E ove ciò possa conseguirsi senza che Milano perisca, io sono anzi venuto per implorare sul vinto la misericordia del vincitore.

--Papa Vittore, voi implorate così trepidamente, che quasi pare abbiate paura d'essere esaudito. Ma non abbiate timore. Alla brama espressa dal prudente labbro, non concederò nulla: ma tutto concederò alla brama onde palpita segretamente il vostro cuore.

--L'Augusto Federigo pone lo scherzo là dove io parlo seriamente.

--Bene, Papa Vittore! bene! La vostra accortezza mi piace. Far dire che siete venuto ad intercedere pei vostri nemici è degno di lode. La fama della vostra paterna carità si spargerà dappertutto; i popoli vi benediranno; e ciò varrà più assai d'un concilio per dichiararvi successore legittimo di S. Pietro. Ma ciò basti. Qui, come vedete, siamo tutti tali da poterci parlare senza visiera.

L'antipapa guardò bene intorno, poi si lasciò sfuggire un mezzo sorriso. Tuttavia non volle che alcuno potesse accusarlo d'aver consentito allo sterminio di Milano, e mettendo un profondo sospiro sclamò:

--Misera città! avrei dato me stesso per redimerti! Ma sia fatta la volontà del Cielo.

--E sarà fatta (disse l'Imperatore) come fu fatta da Tito sulla reproba Gerusalemme.

Udiva Guglielmo dalla vicina stanza questi discorsi, e sdegnavasi della viltà dell'antipapa i cui freddi inviti alla clemenza pareano anzi fatti ad arte per maggiormente accendere l'ira del monarca. Udiva l'andare e il venire dei principi, che riferivano all'Imperatore l'operato da loro e da altri nelle agitazioni di quel giorno. Parlavasi spesso di Guelfo con detti tronchi, o misteriosi. Finalmente l'Imperatore, preso sotto il braccio l'Arcivescovo cancelliere, s'appartò presso l'uscio. Indi entrarono nella stanza del malato, e senza badare ad alcuno, si diedero a passeggiare, parlando sottovoce. Pareva che si trattasse ancora di Guelfo. Rinaldo avea sembianza d'adoprarsi a rasserenare il suo Signore. Questi disse.

--Basta, non si cessi di vigilare. Guai a lui, se... guai!.... Il sangue che corre nelle sue vene nol salverebbe.--Poi soggiunse:--Quanto ai facinorosi arrestati, non si miri alla condizione d'alcuno; s'impicchino tutti domani.

L'astuto ministro gli fece notare che il ritardo della loro morte potea giovare. Molti di loro farebbero forse importanti rivelazioni per aver salva la vita.

--È vero, disse Federigo. Dunque si serbino i più notevoli; e tosto s'impicchi ciò che sembra inutile.

--Questo non è paese per me (pensava modestamente frate Uguccione) se qui s'impicca ciò che sembra inutile. E chi più inutile di me fra questi grandi che non mi dicono una parola? Chi più inutile di me a questo letto, ove l'illustre gemebondo non ha parola se non per l'abate, e si cura di me, come se non ci fossi?

Intanto Federigo e Rinaldo erano nella sala, e venutovi il sire di Mozzatorre, Guglielmo l'intese dipingere con nerissimi colori il procedere d'Eriberto e d'Ottolino, e chiamarli autori principali dell'accaduto conflitto e dire che aveali fatti carcerare.

--Bravo il mio Villigiso! disse l'Imperatore: fa che svelino tutte le trame che si nascondono sotto questo fatto. Ma poco dopo apparve con faccia irata il Duca Guelfo, cui tutti salutarono con apparente serenità. «Vi prego, cugino, egli disse all'Imperatore, di farmi rendere due guerrieri, miei famigliari, che vennero per isbaglio sostenuti in carcere. Ve ne rispondo io.»

Federigo gli rispose con cortese sorriso:

--Non vi dispiaccia, Duca, ch'io m'informi prima della cagione di questo carceramento. Se saranno innocenti, vi farò dare ampia soddisfazione.

Questo rifiuto dolse assai al Duca. Il quale nondimeno giunto presso il letto, e presa la mano di Guido, si condolse con parole dolcissime della ferita da lui ricevuta, e parve non avere al mondo altra sollecitudine.

Frate Uguccione trasecolava, udendo parlare con tanta soavità, dopo averlo veduto entrare con faccia da basilisco.--Se non temessi di far giudizio temerario (pensava egli) direi che in queste pareti v'è poca carità e molta finzione.

Stupiva pure che l'Abate paresse non accorgersi di nulla e favellasse con ilarità di varie cose indifferenti. Parea ad Uguccione che sarebbe stato meglio il dimenticare ogn'altro interesse, e parlare subito della povera città di Milano. Quella leggerezza lo scandolezzava, ignorando, come semplice ch'egli era, che in certi tempi e in certi luoghi conviene mostrare leggerezza, affinchè gli animi si tastino prima l'un coll'altro, innanzi di manifestare il fine per cui si è venuto. Così facea Guglielmo; studiava i moti del volto di Guelfo, il suono della voce, gli sguardi e lasciava che altri facesse lo stesso sopra di lui. Ma approfittando poi d'un istante di romore che faceasi nella sala per la venuta dell'Imperatrice, l'Abate disse sottovoce a Guelfo:--Adopratevi, duca, ma con tutta prudenza per salvare que' due Saluzzesi; essi mi stanno molto a cuore!

Guelfo strinse all'Abate la mano e risalutato l'infermo, passò nella sala ad ossequiare l'augusta Beatrice.

Ella dicea, con affettuoso sorriso, all'Imperatore:

--Vostra Maestà quest'oggi mi sfugge, ma io sono ardita e vi perseguito. So che Federigo è un cavaliere, a cui una dama può ricorrere, senza timore di venire respinta.

Federigo pregiavasi infatti d'essere il modello dei cavalieri. Inoltre amava teneramente la sua sposa. Le porse dunque la mano, e facendola sedere le disse:

--M'è dolce fuggire, se ciò muove la mia signora a cercarmi.

E allora l'egregia donna, con ragionamenti pieni di senno e di grazia, cominciò a perorare a favore dei vinti, e a dipingere in nobilissima guisa la gloria che rifulge sulla corona de' sovrani clementi. Ella scusava o fingea di scusare lo sterminio d'altre città, dicendo che senza dubbio quel rigore era stato necessario per umiliare l'insolenza de' ribelli. Ma soggiungea, che ora quell'insolenza era atterrata, e che l'eccidio di Milano avrebbe tutta l'odiosità d'una vendetta non cristiana.

Abilissima poi, com'è proprio delle donne, a commuovere con viva rappresentazione delle cose, ella mostrava tutti i lagrimevoli errori d'una tale barbarie, i molti innocenti che sarebbero colpiti co' rei, l'esacerbazione di questi e di quelli: esacerbazione pericolosa, forse fatale, forse aiutata da prodigi del Dio di misericordia: se la misericordia fosse spenta nell'uomo.

Federigo l'ascoltava con un misto d'ammirazione e di tormento. Ma sempre opponea ragioni di Stato coonestando la sua implacabile ferocia col nome venerando della giustizia. Più insistea Beatrice e più Federigo le opponeva in termini variati le stesse ragioni, che lo teneano fermo nel proposito di distruggere Milano.

L'Imperatrice afflittissima di nulla ottenere, chiuse in petto il suo dolore, e tacque. Volse poi alcune parole cortesi al Vescovo di Frisinga e ad altri, ed intanto parea loro significare cogli sguardi il desiderio di venire da loro secondata, nell'espugnare il cuore del feroce imperatore. Chiese poi della salute del conte di Biandrate, e detta di lui qualche parola benevola, si ritirò.

Tutti nella sala rimasero allora per alcuni istanti in silenzio. Il sorriso che, per urbanità cavalleresca era stato fino a quel punto sul labbro di Federigo, disparve. I cortigiani non vedeano più in lui che un Imperatore corrucciato, il quale senza parlare dicea:

--Guardatevi dall'eseguire ciò che gli sguardi della sconsigliata mia donna vi chiesero; non soffrirei la vostra insolenza!

Vittore, stanco dal viaggio, prese commiato. Federigo lo mirò con disprezzo; indi congedò gli altri principi e disse ad Arnando suo segretario, e al cancelliere Arcivescovo di terminare le lettere incominciate ai Re di Francia e d'Inghilterra, per la convocazione d'un nuovo concilio. Entrò poi nella stanza del Conte, e passeggiò alcuni minuti colle braccia incrocicchiate.

Frate Uguccione l'adocchiava di soppiatto, cacciava via il sonno, ripensando un curioso fatto, raccontatogli, anni sono, da un pellegrino. Cioè come nella dieta Generale, tenutasi in Roncaglia nel 1115, essendo stati interogati i famosi dottori delle leggi dello studio di Bologna, Martino Gossia, Bulgaro, Iacopo ed Ugone da Porta Ravegnana, di chi fossero i ducati, i marchesati, le contee, i consolati, le zecche, i dazii, i porti, i mulini, le pescagioni, ed insomma quanto comprendesi sotto il nome di regalie, quei grandi dottori aveano concordemente sentenziato:--Tutto, tutto è dell'Imperatore!--Uguccione ricordava pure d'aver inteso, come cavalcando un giorno Federigo fra due di que' sapienti, Bulgaro e Martino, li avea interogati s'egli fosse giuridicamente _signore del mondo intero_. Ed avendo Bulgaro risposto di no, e Martino impudentemente di sì, smontato di cavallo l'Imperatore donò all'adulatore Martino il suo palafreno e a Bulgaro un bel nulla. Il perchè disse poi quest'ultimo le scherzose parole: _Amisi equum, quia dixi aequum; quod non fuit aequum._

Frate Uguccione pensava:--Signore dell'universo mondo, veramente a me pare, che sia il solo Dio. Eppure anche Bulgaro, che non peccava d'adulazione, non dicea poco ammettendo che a Federigo appartengono tutt'i ducati, i marchesati, le contee, i consolati, le zecche, i dazi, i porti, ecc. Quanta potenza! Pure se debbo dire quello che mi pare, non ci vuol molto a capire che io sono più contento di lui. Guarda come allunga il labbro inferiore, e poi lo ritorce indietro, mordendolo, e muta colore di quando in quando e freme che pare quasi impazzito.

L'Imperatore essendosi intanto fermato a guardare il conte di Biandrate, questi gli disse:--La mente di vostra maestà è ingombra di gravi pensieri.--Mio caro Conte, rispose Federigo; parvi poca noia la necessità d'affrontare il biasimo di molti per esser fermo nel rigore della giustizia. Sin dalla mia prima calata in Italia, io vidi che Milano non sarebbe doma, se non dal ferro e dal fuoco. Essa mi chiese pace; ed oh avessi io allora resistito alle preghiere dell'Imperatrice e vostre; quanto sangue e rovine di città si sarebbero risparmiate. Ma ora che la nuova ribellione ha messo il colmo alla sua perfidia, non sarò sì stolto e effeminato che dia luogo a improvvida pietà. Milano sarà distrutta.

Il Conte disse, ma con voce sì debole che non potè proseguire:--Parlavamo appunto dianzi di ciò l'Abbate di Staffarda ed io......

--E che dicevate? chiese il Monarca volgendosi a Guglielmo.

--Dicevamo, rispose questi, che allora quando la Maestà vostra concesse pace ai Milanesi, essi erano stati domi non tanto dalle armi, quanto dal fiero contagio che avea spopolato la loro città. Ritornata la salute ed essendo affluito in Milano un gran numero di partigiani dalla campagna e dalle altre vicine città, sentirono di nuovo la superbia della forza e tornarono credersi non vincibili. Questo delirio potè sorgere allora perchè una lunga pruova non aveali ammaestrati: ma ora siffatte illusioni svanirono. Nella miseria in cui Milano precipitò per le sconfitte ricevute, nulla ha più che possa sedurla. Resta dunque a decidere se quando tutto dimostra che una città non è più in grado d'insolentire, il vincitore debba esterminarla. Ed io dico aperto, e la Maestà vostra mi permetterà questa libera parola, qual si addice al mio carattere, che sì fiera vendetta non è scusabile in un monarca cristiano.

--Abate di Staffarda, questa franchezza che in altri forse non tollererei, negli uomini come voi mi piace. Ma voi errate a partito credendo che io voglia spenta Milano per cieco impeto di vendetta. Io son mosso da ragione di Stato e da debito di severa giustizia. A voi, come è facile in persone di Chiesa, la compassione fa velo alla mente. Ma la compassione agl'infelici non è sempre ragionevole nè virtuosa. O il parricida che va al patibolo, perchè è infelice, cessa d'essere un mostro? E il giudice sarà vendicativo e crudele, perchè non lo assolve?

--Cesare, l'intelletto umano è sì fecondo di giustificazione per qualsiasi opera, che se un corruccioso potesse distruggere l'universo, non gli fallirebbero motivi, in apparenza insufficienti a ciò compiere. Ma la fecondità dell'intelletto nell'adulare alle nostre passioni ci torrebbe sempre la via di conoscere quando siamo giusti od ingiusti, se ne' casi gravi non interrogassimo un oracolo più fido, più sicuro, quello che Dio pone nella coscienza di tutti. Chi dice di seguire la sua coscienza, ed opera il male, o non l'ha interrogata non l'interrogò sinceramente. Nè interroga sinceramente la propria coscienza chi non ode i franchi consigli che la religione gli dà per mezzo dei suoi ministri.

Niun altro che l'Abate di Staffarda avrebbe potuto far udire all'orgoglioso Barbarossa sì ardite parole. Ma Guglielmo era non meno modesto che venerabile, e sì nella presenza come nella voce aveva un mirabile potere d'avvincere, almeno per un istante, il cuore anche più ritroso ed indomito. Federigo volea sdegnarsi e non potea. Fissava nell'Abate le pupille attonite, e dimandava a sè stesso come avesse pazienza d'udire tal favella da un uomo. Egli non avea provato da gran tempo cosa simile. Sarebbevi mai in alcun mortale una virtù superiore alla parola, una virtù esercitantesi imperiosamente dall'anima loro sopra l'anima altrui, cosicchè mentre, se bene osservansi, i loro discorsi nulla abbiano di trionfante, nondimeno chi li ha pronunciati trionfa? Tali certo dovevano essere gli Apostoli. Il mondo conosceva oratori più eloquenti di loro, e tuttavia il mondo, benchè riluttante alla loro dottrina, l'abbracciava. Quando quella virtù, superiore alla parola, opera non solo sopra i rozzi, ma sopra coloro che lungo uso di ragionare e lunga superbia ha fatto astuti, è impossibile non riconoscervi un'efficacia maravigliosa, un dono segreto di quel Dio che si comunica ad alcuni eletti perchè adempiano il voler suo in guise straordinarie.

Siffatti pensieri volgeansi nella mente di Federigo mentre Guglielmo favellava, ed erano un'ispirazione celeste che lo stimolava a non resistere alla grazia. Ma niuna ispirazione costringe. Federigo sentì l'incanto amabile e gagliardo della santità apprendersi da lui come la presa della mano paterna sul figliuolo temerario in mezzo a' dirupi. Ma egli era a quel grado d'orgoglio, in cui l'uomo si vergogna di non essere costante nella malvagità, e senza avere consultato altro che inique passioni, dice d'aver consultato e ragione e coscienza, e si forma una grandezza infernale ed illusoria ch'egli scambia coll'eroismo. Allora non evvi alcuna verità che non si travolga, alcun principio evangelico che non si profani, torcendolo a conclusioni scellerate.

--_I franchi consigli della religione e dei suoi ministri!_ disse l'imperatore. Egregiamente! Appunto quelli mio caro abate, mi sforzerò di seguire. La religione comanda di recidere le membra infette, piuttosto che di lasciar perire l'intero corpo. Essa vieta di fomentare l'iniquità tollerandola, laddove m'è facile estirparla. Estirpare Milano m'è facile, lo vedrete, lo vedrete.

--Deh, ve ne scongiuro, dissegli Guglielmo, ritardate almeno l'esecuzione di questo tremendo disegno! Fate più lungo esame; spogliatevi prima d'odio, accostate l'anima vostra a quel Dio che sulla terra rappresentate. Ho fiducia che, se lo interrogate, egli non vi dirà d'estirpare Milano. Egli forse vi mostrerà, che una seconda clemenza, è per ottenere l'effetto non ottenuto dalla prima, e che da questa clemenza, e non da severi castighi, pende la pace delle generazioni avvenire.

--Abate di Staffarda, voi ed io consulteremo ancora il Signore, per non errare ne' nostri giudizii. Vedrete che egli dirà a me «Estirpa»; e a voi «Rassegnati!»

Lo salutò con un cenno di mano; salutò nello stesso modo il conte; e se ne andò. Guglielmo mosse un passo, quasi per seguirlo. Federigo gli disse imperiosamente:--Restate.--Passando nella sala sottoscrisse le lettere che gli presentarono Arnando e Rinaldo, e si ritirò fremendo nella sua stanza.

Il Conte di Biandrate, tutto commosso, disse a Guglielmo:--Uomo di Dio voi avete adempiuto un gran dovere! Possa il duro cuore di Federigo approfittarne!

Indi sentendosi alquanto sollevato, chiamò uno scudiere, e volle che i due monaci andassero a dormire.

--_Sit nomen Domini benedictum_, disse frate Uguccione.

CAPO VI.

_La Distruzione di Milano._

Sorgeva l'aurora del giorno 19 Marzo; e già arrivavano da Pavia i messi imperiali, latori ai consoli di questo fiero comando:

--«Noi Federigo, per la grazia di Dio, Re di Germania e Imperador de' Romani, intimiamo a tutti coloro che sono nella città di Milano, maschi e femmine, di uscire nel termine d'otto giorni, con ciò che possono portar seco.»

In pochi istanti l'orribile novella fu nota a tutti i cittadini, e l'aere echeggiò di lamenti e di maledizioni. Alcuni, svegliandosi non volevano credere ciò che udivano, e speravano di sognare; poi convinti della realtà, non poterono sostenere questo colpo e impazzirono; altri furono uccisi dall'eccesso del dolore; altri si svenarono per essere almeno seppelliti nelle rovine della loro patria.

Le porte della città vennero immediatamente aperte. Un banditore fu spedito dai consoli sovr'ogni piazza e per ogni via, perchè si sollecitassero i cittadini ad obbedire, e si raccomandasse loro il buon ordine, e la mutua carità in sì alta sventura. I consoli stessi, più memori del pubblico bisogno che delle domestiche loro angosce, si videro tutto il giorno in più luoghi della città arringare il popolo e pregare che niuno s'abbandonasse ad inutile disperazione, affinchè almeno i vincitori non disprezzassero i caduti.

Un numero grande di Sacerdoti si sparse per ogni dove, col Crocifisso in mano, a ricordare che era giunto il tempo d'imitar il divino maestro, immolato dalla ferocia delle passioni umane. Le esortazioni veniano spesso soffocate dal pianto de' medesimi esortatori, e non s'udiva allora che una voce: «Oh Milano! oh infelice Milano!»

Quindi ripigliavano quelli a predicare il Dio dei dolori e la brevità delle sciagura mortali, e l'alterno sparire di tutte le grandezze che per un tempo abbelliscono la terra. Simili verità non sono mai sentite così profondamente come nelle afflizioni generali. Ma il grido: «Oh Milano! infelice Milano!» torna a scoppiare; e quelli che alzavano il Crocifisso per invitare a rassegnazione, ripeteano di nuovo anch'essi il grido degli altri.

V'ebbe taluno, o perverso, o dissennato che assalì con vituperio e percosse i consoli ed i sacerdoti urlando non esservi Dio, non esservi giustizia, non esservi se non violenza e stoltezza e dolore. Tali bestemmie erano in sì turpe dissonanza col pensiero comune, che il popolo n'era empiuto di spavento, come se l'inferno per accrescere la desolazione della triste città vi vomitasse i suoi mostri. Allora presi da furioso zelo, gl'inorriditi si scagliarono sui bestemmiatori e li fecero a pezzi. Immense furono le ricchezze abbandonate. Gran numero di sventurati, sformandosi a portar fardelli superiori alle loro forze, stramazzavano pe' trivi e calpestati dalla folla perivano, o non trovavano più il fardello loro, o ne prendeano un altro o sdegnavano di più nulla prendere ed usciano privi di tutto; quali muti, quali urlanti, quali lagrimando in silenzio.

Il maggior numero di coloro che avevano pargoletti, od infermi parenti moveano dalle loro case tenendoli per mano, e portando addosso i bagagli: ma com'erano in mezzo alla moltitudine, o l'infermo o il fanciullo stentava a reggersi in piedi, quelli gettavano via la roba e si caricavano questi sulle spalle.

Tutti coloro che giugneano ad una porta della città voleano ancora toccarla, e sclamavano miseramente--«Addio! addio!»--e questo angoscioso saluto ripeteasi di continuo da tutti gli uscenti e prolungavasi per lungo tratto fuori delle mura. Vane erano le cure dei più generosi cittadini perchè quella moltitudine sgombrasse con ordine. Da mane a sera affollavasi la turba alle porte, e quanta più ne partiva, tanto più densa parea quella che rimanea. Dopo i tre o quattro primi giorni, la popolazione era tuttora sì numerosa, che nacque in molti il timore di non aver campo ad uscire entro il termine decretato. Allora, immaginando che coloro che rimarrebbero sarebbero passati a filo di spada dai saccheggianti od arsi colle loro case, l'ansia d'uscire divenne frenetica. La quantità de' soffocati e de' pesti nella turba fu spaventevole, ad onta che le mura fossero state rotte, onde aprire più largo varco a' fuggenti.

Negli ultimi due giorni restavano pochi nella città, la maggior parte infermi o storpi! senza aiuto. Decisi dapprima di non partire da' loro tetti e di lasciarsi trucidare, il terrore della morte aveali poscia scossi e consigliati di trascinarsi allo scampo.

I principali cittadini si ricoverarono a Piacenza, a Brescia e presso altre genti amiche. Non mancarono tuttavia molti che trassero a Lodi, a Pavia ed a Como, ove l'enormità della loro sventura li fece compiangere ed accogliere umanamente da coloro, che poco prima erano loro nemici accaniti. La plebe si sparse fuori della città a' monisteri di san Vincenzo, di san Celso, di san Dionisio e di san Vittore, e ne' vicini contorni.

Malgrado sì lunghi esperimenti della efferatezza del Barbarossa, le lusinghe della speranza viveano ancora nel cuore di tutte quelle migliaia d'addolorati. Non parea loro inverosimile che l'Imperatore pago del recato spavento desse finalmente adito alla clemenza, e, permutato il castigo in forti somme di denaro, li lasciasse ritornare alle case loro. Vana lusinga! All'alba del dì seguente Federigo, accompagnato da' cortigiani e dalle infinite sue schiere, mosse verso la città da lui maledetta. Egli v'entrò da porta Ticinese, ed uscì dall'opposta, abbandonando la ricca preda all'avidità dell'esercito. Chi può dipingere la gara di tanti rapaci? Palazzi, case, emporii, botteghe, tutto fu invaso, tutto fu spogliato. Neppure le chiese furono risparmiate: l'abbondanza de' sacri arredi che i profanatori si divisero non fu computabile. Un'antica opulenza, e la pietà di migliaia di uomini aveanli accumulati: e tutto fu in breve dissipato! Narrasi che trovati in tale giorno i corpi creduti de' tre Magi, Rinaldo Arcivescovo di Colonia li abbia fatti prendere, per quindi mandarli alla sua diocesi ove tuttora si venerano.

Durò più giorni il saccheggio, e ancora i palpitanti cittadini speravano di riavere almeno i loro nudi tetti. Ma il barbaro editto della totale distruzione di Milano uscì finalmente. I Cremonesi furono destinati ad atterrare il sestiere di porta Romana: i Lodigiani quello di porta Renza; i Pavesi quello di porta Ticinese; i Novaresi quello di porta Vercellina; i Comaschi quello di porta Comacina; e gli abitanti del Seprio e della Martesana quello di porta Nuova. Furono tutte mani italiane quelle che distrussero la regina delle province Lombarde, una delle più belle e più grandi città dell'Italia. E niuno si ritrasse dall'opera nefanda. Che anzi, essi, essi furono che dimandarono questo ministero per soddisfare alla loro scellerata vendetta. E non solo il dimandarono, ma lo comprarono offrendo migliaia di marchi d'argento!