Racconti umoristici: In cerca di morte; Re per ventiquattrore

Chapter 2

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--Vengo, diss'egli presentandosi al direttore della Società, ad assicurare la vita della baronessa Emilia Rosen-Strafford, mia moglie, nativa di Dublino, senza figli e dell'età di ventidue anni.

--Sta bene, rispose il direttore, ma è d'uopo prima di addivenire a qualunque trattativa che il signor barone si assoggetti ad una visita medica. E indicandogli una porta a destra sulla quale era scritto: _Certificati sanitarii_, gli accennò d'entrarvi.

Rosen ne uscì pochi istanti dopo tenendo tra le mani un documento che presentò al direttore, il quale lesse ad alta voce: «Dichiariamo che il barone Alfredo di Rosen, nativo di Londra, e dell'età di anni ventinove, presenta tutti i requisiti di una costituzione sanissima; ha temperamento sanguigno un notevole sviluppo muscolare, membra esatte e ben conformate; ha subíta vaccinazione, e promette di giungere ad età molto avanzata. Interrogato da noi, ha dichiarato tenere sistema di vita regolarissima, ciò che apparisce dal suo stato di salute attuale, e viene a confermare, per quanto lo permettono i limiti ristretti della scienza, la sopra fatta asserzione.»

Il direttore si mostrò soddisfatto di questa lettura, e disse rivolgendosi al barone:

--La maggior rendita vitalizia che la nostra Società si assume di assicurare è di trenta mila sterline all'anno, per la quale, tenuto conto della di lei età e costituzione, non che di quella della signora sua moglie, occorre che ella si obblighi al pagamento di rate annuali anticipate di cinquecento e settantadue sterline e due scellini e mezzo, come può scorgere dal disposto degli articoli 32, 42 e 44 del nostro Regolamento.

Rosen non avrebbe mai osato sperare condizioni sì miti e sì favorevoli; convenne su tutto, stipulò definitivamente il contratto, versò la prima rata, ne ricevette la quietanza, e si accomiatò dal direttore che gli diceva:

--Crediamo superfluo raccomandare al signor barone di Rosen la scrupolosa osservanza dell'articolo 54, il quale prescrive la maggior cura possibile della salute delle persone assicurate, e proibisce di esporre una vita così preziosa alla Società, se non per qualche dovere di umanità universalmente riconosciuto, o per qualche legge di onore.

Giunto a casa, Rosen si presentò a sua moglie con un sorriso che era inusitato, e abbracciandola con tenerezza le disse:

--Mia cara Emilia, sono succedute nella nostra economia domestica le complicazioni più strane e più impensate. Ho perduto stanotte al giuoco della mosca e dei quadri il tuo parco e il tuo castello di Littleford, non che gran parte delle mie terre di Kingston, ma per altro lato, ho trovato modo di assicurarti una rendita annuale vitalizia di trenta mila sterline, decorribili da quest'anno medesimo; ed io mi sono impegnato a fare un viaggio in Italia dal quale ritrarrò difinitivamente la mia prosperità e la mia pace. Ti prego di osservare il silenzio più assoluto su questa confidenza e su questo progetto, e concedermi che io ometta di dartene i dettagli. Riceverai fra pochi giorni il contratto formale che ti assicura la rendita di cui ti ho parlato, e la mia prima lettera da Dover dove prenderò imbarco per Calais. Abbracciami, mia cara moglie; io ho molti torti verso di te, ma spero di ripararli; abbracciami con tenerezza; io partirò in questa sera medesima, e benchè un viaggio come questo che sto per intraprendere, non offra nulla di pericoloso e di strano, l'Italia è una terra di furfanti, piena di donne infedeli e di uomini di cattiva fede, e non si sa quel che possa accaderci, visitandola.

Così dicendo, Rosen, commosso suo malgrado, si strappò dalle braccia di sua moglie, e rinchiusosi nella sua camera, scrisse al suo amico Edoardo Barth la lettera seguente;

«Mio caro amico,

«Ti do con questa lettera il mio ultimo addio. Mi sono rovinato al giuoco, e non mi resterebbe che uccidermi, se l'art. 54 del Regolamento sulla Assicurazione della vita non m'imponesse di morire di morte naturale. Io parto stassera per l'Italia. Ti raccomando mia moglie, la buona Emilia Strafford, di cui ho consumata la dote, e alla quale sto per assicurare col sacrificio della mia esistenza una rendita vitalizia di trenta mila sterline. Il regolamento che ti acchiudo ti spiegherà tutto; io vado a farmi uccidere, non so ancora da chi, nè in che modo; ma immagino che non mi riuscirà difficile poter morire in guisa da eludere le importune disposizioni di quell'articolo.

Credo che mia moglie abbia qualche simpatia per te; quando io sarò morto obbligherai la mia anima sposandola, e facendole conoscere come io mi sono ucciso per rimediare allo stato in cui l'avevano posta le mie dissipazioni, e disobbligarmi della perdita della sua proprietà di Littleford che ho giocato stanotte _alle mosche_.

_Il tuo amico._

«ALFREDO DI ROSEN.»

* * *

In quella sera medesima Rosen prese un biglietto di prima classe per Dover, e rannicchiatosi nell'angolo della vettura, si tirò il bavero del soprabito fin sulle guance, si calò il cappello sugli occhi, rintascò ben bene le mani, si lasciò cadere il capo sul petto come una testa di fantoccio snodata, e incominciò a pensare in che modo gli sarebbe riuscito di morire, e se gli convenisse più l'indugiare fino al suo arrivo in Italia, o approfittare subito delle prime occasioni che gli si sarebbero offerte nel suo viaggio. Dopo molte esitazioni pensò di attenersi a quest'ultimo partito.

Ma era presto detto--approfittare delle prime occasioni.--Queste occasioni non sarebbero venute da sè, bisognava cercarle, prevederle, procurarsele; e, ciò che era più, fare tutte queste cose in modo che non vi apparisse ombra di premeditazione e di colpa. Rosen conobbe che non era tanto facile. Bisognava tentare di essere provocati, e in ciò le vie erano molte; bastava assumere un contegno aspro e insultante, e si sarebbero trovati di quelli cui sale presto la senapa al naso; ma egli non avrebbe voluto uccidere un uomo innocente, nè compromettere la sua fama di schermitore; e oltre ciò l'art. 54 sembrava non giudicar validi quei duelli che non fossero stati provocati da una questione di onore. Rimaneva l'implicarsi in qualche pericolo, dare in un'imboscata di ladri, trovarsi trascinato in una rivolta, gettarsi in un incendio o in fiume con pretesto di volervi salvare una persona pericolante, l'essere travolto nella rovina di qualche edificio, procurarsi un'affezione contagiosa, una caduta, una ferita mortale... ma tutto ciò dipendeva in gran parte della fortuna, e, diciamolo pure, Rosen non temeva per fermo la morte--gran chè se ci aveva pensato due volte in quel giorno!--ma egli abborriva il dolore, avrebbe voluto morire, sì, lo voleva fermamente, ma avrebbe voluto morire ad un tratto e senza soffrire.

La morte non è cosa sì arrendevole come la si crede, e la vita è più tenace e più salda di quanto non sia universalmente giudicata.

Mostratemi una cosa che sembri avvicinarsi alla morte più del dolore, e tuttavia mostratemi un dolore del quale si possa morire. Si dice spesso: «io morrò di questo affetto, io morrò di questa sventura, io morrò di questa o di quell'altra cosa», e non si muore mai di quelle cause che credevamo doverci condurre alla morte. Sembra che tutta la natura sia animata da una forza di contrasti, da una legge, da uno spirito di contraddizione immutabile. Gettate gli sguardi sul vostro passato, e vedrete che la vostra vita, le vostre opere, i vostri affetti non sono stati che una serie di contraddizioni continue. Volete vivere? morrete. Desiderate la morte? avrete una vita lunga e affannosa. Che cosa è questa infelicità di cui gli uomini si lamentano? A che allude questa eterna elegia di dolore che l'umanità innalza da secoli al cielo, se non a questa formidabile potenza di contraddizioni che ci governa? La contraddizione è l'urto, è il moto, è la lotta, è il risultato di due forze misteriose nella cui azione è forse riposto il segreto della vita universale. Certo se dalla conoscenza dei nostri destini noi possiamo attingere alcune idee di quelli che governano gli altri mondi e le altre creature, e avventarci con esse nell'ignoto, possiamo asserire che l'universo non è che un'enorme contraddizione.

Mentre Rosen volgeva nell'animo questi pensieri, allungò macchinalmente una gamba, e pose il piede, senza volerlo, su quello d'un viaggiatore che gli sedeva di fronte. Egli se ne avvide, ma, pensando che ciò avrebbe potuto dar luogo a qualche diverbio favorevole a' suoi progetti, non lo ritrasse, e volse al suo vicino uno sguardo pieno di rancore che voleva dire: E osereste lamentarvi?

Il vicino tirò indietro il suo piede, e guardando il barone di Rosen con espressione di dolcezza e di deferenza:

--Perdonate, gli disse, se aveva posto inavvertentemente il mio piede sotto il vostro.

--Non siete voi, rispose Rosen risentito, che abbiate posto il vostro piede sotto il mio; sono io che ho posto il mio sopra il vostro. E comprendendo quanto questo appiglio fosse puerile e ridicolo, chinò il capo sul petto per nascondere il rossore che si sentiva salire alle guancie.

--Gran Dio, riprese l'altro, e potrà egli accadere che due uomini assennati abbiano a bisticciarsi per questo? Del resto, perdonate se insisto, ma se voi avete asserito d'aver posto il vostro piede sul mio, è segno che il mio si trovava evidentemente di sotto, e questo punto è appianato. In quanto all'altro, il mio piede era lì da un pezzo, il vostro ve lo avete posto ora allungandovi, ed è chiaro come la luna che fu primo il mio a cagionare questo scontro e a porsi sotto del vostro. Ma io vedo che voi siete preoccupato da qualche pensiero affliggente. È un pezzo che vi sto osservando, e che mi sento nel cuore il più vivo interessamento per voi. Che cosa avete? Posso io farvi questa domanda? E sarei mai tanto fortunato da potervi giovare?

Così dicendo quell'ottimo signore prese una mano del suo vicino, la strinse tra le sue e, togliendosi gli occhiali dal naso, lo guardò con tale aria di affetto che Rosen si sentì subito rappattumato e disposto, per quel sollievo che ci procura la confidenza d'un grande dolore, a dividere il suo segreto con lui.

E poi quello sconosciuto aveva un aspetto sì dolce, sì leale e sì aperto che avrebbe inspirato anche ad un uomo diffidentissimo la fiducia più illimitata.

Egli pareva essere sui cinquant'anni, aveva favoriti lunghi e canuti, gli zigomi sporgenti, e i pomelli d'un rosso vivo, gli occhi grigi e scrutatori. Due solchi laterali incavati dagli occhiali sul naso indicavano in lui una persona d'affari. Vestiva lindo, ma severo; portava un'ampia cravatta bianca che gli fasciava due volte la gola, e le cui due punte giungevano a stento a riunirsi in un piccolo nodo davanti; aveva un panciotto verde a rigoni, un ampio soprabito col bavaro di pelo--e faceva passare continuamente da una mano all'altra una lunga canna di zucchero sormontata da un grosso pomo dorato.

--Sì, voi potreste certamente giovarmi, gli disse Rosen, rispondendo alla sua offerta.

--E in che modo?

Rosen si chinò presso di lui, e gli disse all'orecchio una sola parola che lo fece trasalire.

--Cielo! esclamò l'altro, e lo dite voi seriamente? E per quali motivi?...

--Ascoltate, riprese il barone, e tornò a parlargli all'orecchio.

Il colloquio fu lungo e animato; quello sconosciuto si mostrava afflitto e sorpreso di ciò che intendeva da lui, e spesso gli avea detto alcune parole che sembravano accennare a una disapprovazione o ad un consiglio. Ma alla fine incominciò a dimostrarsi quasi convinto e soprafatto dalla logica stringente di Rosen che continuava a parlargli all'orecchio con calore; e discostandosene un poco, come fosse stata esaurita quella parte della sua confidenza che importava segretezza e silenzio, gli chiese ad alta voce:

--Ed ella lo ignora?

--Lo ignora.

--Ma converrà che lo sappia.

--Ne ho incaricato un amico.

--Bene, mi sarei assunto io stesso questo mandato, ma se a voi non è discaro, vi seguirò, e potrò parlarle del modo con cui avrete compiuto il vostro progetto.

--È ciò che io desidero. Vi incaricherò d'una lettera per lei e dell'esatto racconto del mio fine.

--Ve ne ringrazio. Ove andate?

--Non ho direzione fissa... pensava di andare in Italia, ma quasi... E voi?

--Io pure non ho un piano premeditato, viaggeremo di concerto.

--Come vi chiamate?

--Benvenuto Lamperth.

--Siete un uomo che mi va a genio.

--Ve ne sono obbligato, e mi duole che vi abbia a perdere sì presto. Ma dove contate di sostare stassera?

--A Dover.

--Ecco appunto la stazione di Dover, disse Lamperth ascoltando il fischio della locomotiva; e avvicinandosigli, aggiunse a bassa voce: È un paese di litigiosi questo Dover, vi troverete a far qualche cosa di buono.

Così dicendo il convoglio si era arrestato. Rosen ne discese col suo compagno, si buttò con lui in una vettura, e si fece condurre al _Chicken's hotel_ (Albergo del Galletto).

Giunti in camera, egli disse a Lamperth:

--Tant'è, il morire è lo stesso che farsi estrarre un dente; dal momento che ci duole e che deve essere estratto è meglio che ciò avvenga presto che tardi; e giacchè voi mi dite che questo è un paese di accattabrighe, io conto di tentare in questa sera medesima qualche cosa di decisivo.

Rosen tirò il campanello, ordinò carta, penna e calamaio, e scrisse la lettera seguente:

Mia cara Emilia,

Il signor Benvenuto Lamperth ti consegnerà questa lettera che ti scrivo da Dover. Il mio amico Edoardo ti avrà fatto conoscere le condizioni di quel progetto, mediante il quale ho potuto sottrarti alle terribili esigenze del nostro dissesto economico. Lamperth ti completerà queste notizie ragguagliandoti distesamente sulla mia morte. Spero che questo mio sacrificio ti farà perdonare tutte le crudeli ingiustizie di tuo marito.

ALFREDO DI ROSEN

E piegata la lettera in quattro la porse al suo compagno dicendogli:--Mi sento appetito, scendiamo; odo laggiù delle voci di bevitori, e ho in animo di cimentarne qualcuno e di mettermi tosto alla prova.

E discesero nella sala da pranzo.

* * *

Era una sala elegante e spaziosa, illuminata da alcuni vecchi lampadarii guarniti di ciondoli di rame e di prismi di cristallo, e decorata di alcune marine di Viardot mezzo scolorite dal tempo. Intorno alle pareti erano disposte delle lunghe tavole di quercia coperte di tappeti a dadi oblunghi, di un colore alternato tra il rosso di mattone e l'azzurro--quei vecchi tappeti di Germania così in uso fino a questi ultimi anni, che si può dire non esservi stata famiglia che non ne abbia avuto uno--e a ciascuna di quelle tavole sedeva buon numero di persone, tra le quali alcuni crocchi di viaggiatori e di negozianti, e alcuni ufficiali di marina addetti alle navi di trasporto pel tragitto dello stretto.

Quando Rosen e Lamperth entrarono nella sala, tutti i posti erano occupati, Rosen girò attorno lo sguardo, e mormorò tra sè stesso:--Incominciamo bene, è un appiglio, li costringerò a restringersi per cedermi un lato del loro tavolo: vo' vedere se avranno l'arditezza di rifiutarsi.

E si approssimò ad uno di essi.

Alcuni marinai francesi che vi stavano seduti discutendo calorosamente di certi loro viaggi, troncarono all'istante la loro conversazione, portarono la mano ai loro berretti, si alzarono; e restringendosi alla meglio, fecero cenno a Rosen e a Lamperth di sedersi.

--Maledetta questa compitezza parigina, disse Rosen fra sè stesso, che mi toglie ogni pretesto per bisticciarmi onestamente con questi paltonieri; ma.... e' sono francesi, li toccheremo nel loro orgoglio nazionale.... già, in fatto di brighe c'è da ripromettersi molto da questa sorta di gente.

Il barone e Lamperth sì sedettero, ed ordinarono la loro cena: i loro vicini ripresero la loro conversazione interrotta.

--Vogliono del Bordeaux Laffitte, del Saint Julienne, dello Champagne, o del vino legittimo di Boullon o di Abbeville?

--Vogliamo del vino inglese, disse Rosen vivacemente, nient'altro che del vino inglese; già... in quanto a me abborro tutti i vini di Francia, e aggiunse ad alta voce, tutte le cose che ci vengono dalla Francia.

Così dicendo, guardò involto a' suoi vicini, ma essi o non aveano udito, o avevano fatto le mostre di non udire.

--Miserabili! bisbigliò Rosen all'orecchio di Lamperth, non sono pur suscettibili d'un risentimento sì doveroso.

Poco dopo il cameriere avendo collocato dinanzi a loro alcuni piatti dipinti, su cui erano rappresentati i principali episodii della vita di Napoleone, Rosen ne prese uno e presentandolo al suo compagno, gli disse in modo da essere udito:

--Che ve ne pare? Eccovi qui un uomo che in Inghilterra sarebbe divenuto tutt'al più un tamburino, e che in Francia è stato creduto un gran generale. Ma non importa, tutti sanno che a Waterloo le ha buscate dagli inglesi.

Anche queste parole non ebbero l'effetto che egli si aspettava; uno solo de' suoi vicini si volse e vedendo Rosen che lo guardava, e immaginando forse che volesse prender parte alla loro conversazione gli chiese:

--Il signore ha viaggiato?

--Sì, rispose Rosen sono stato un'altra volta da Dover a Calais, passando per l'arcipelago greco.

--Avete detto?

--Da Dover.

--A Calais?

--A Calais, precisamente, e attraversando l'arcipelago greco.

Tutti gli astanti diedero in uno scoppio di risa, e lo stesso Lamperth fece mostra di chinarsi a raccogliere il tovagliolo cadutogli dalle ginocchia, per nascondere il prurito che si sentiva di ridere, e non guastare i progetti del suo compagno.

--Signori, disse Rosen gravemente, a meno che voi non abbiate navigato sopra una conca di cartone in una vasca artificiale del vostro giardino, o vestiate in questo momento l'uniforme della marina francese per fare una comparsa da teatro, dovreste sapere che si può partire da Dover, attraversare tutta la terra, non solamente l'arcipelago greco, e giungere a Calais dopo aver compiuto il viaggio più semplice e più naturale del mondo.

--Voi avete delle cognizioni geografiche molto profonde, disse uno dei viaggiatori, ma io vi consiglierei a non manifestarle pubblicamente, se v'importa che non si rida di voi, e a difenderle con meno calore se non desiderate di trovare qualcuno che v'abbia ad accorciare le orecchie.

--Per il cielo, esclamò Rosen sollevandosi e battendo del pugno sul tavolo, mentre si rallegrava internamente del buon esito del suo tentativo e si sforzava di dissimularne la gioia, non sarete certamente voi quello che saprà tagliarmi le orecchie, ed è ciò che potremo vedere sull'istante, appena io sia giunto all'osso di questo _beefteack_, se avete tanto ardimento nei fatti quanto avete arroganza nelle parole.

--Uscite, uscite, disse il francese cui erano salite le fiamme sul viso...

E Rosen dando una strappata al suo _beefteack_ come per affrettarsi, si curvò all'orecchio di Lamperth, e gli chiese:

--Vi pare che il pretesto sia valido? Già... si tratta di amore nazionale... di una questione di scienza, che...

--Oh! senza dubbio, validissimo, interruppe Lamperth stringendosi nelle spalle.

Rosen gettò allora il resto del suo _beefteack_ nel piatto, quasi in atto di compiere un ultimo sacrificio, e riprese:

--Giacchè io sono lo sfidato e sta a me la scelta delle armi, scelgo la spada, chè da noi non si amano le scalfitture della sciabola, e si sanno fare gli occhielli a dovere... Questo gentiluomo, mio compagno di viaggio, sarà mio padrino: ma ove ci batteremo?

--Vi è qui presso, lungo la spiaggia, un terrapieno che non potrebbe essere più adattato a questo bisogno, andiamo.

--Vi seguo.

Rosen e i suoi compagni giunsero dopo pochi momenti sul luogo.

Inutile dire che Rosen aveva deciso di non difendersi che per quel tanto che era necessario a nascondere il suo disegno, e a scoprirsi appena il suo nemico avesse saputo drizzargli un colpo decisivo.

Furono recate le armi: i due avversari posero mano alla spada, e si avventarono l'uno contro l'altro. Il francese si batteva con fuoco, faceva delle _finte_ rapidissime, era uno spadaccino brillante.

Rosen lo respingeva con calma, e sorrideva seco stesso, benchè si arrovellasse di non poter mostrare tutta la valentía in quel giuoco. La lotta durò alcuni istanti. Rosen era sul punto di lasciarsi ferire, quando s'avvide che il suo avversario si ostinava a tener alta la punta per sfregiarlo nel viso. Questa circostanza fu causa che egli perdesse tutta la sua freddezza, e si dimenticasse dello scopo di questo duello, per non ricordarsi più che di colpire il suo nemico. Proseguirono con accanimento; il francese aveva già sfiorata una spalla a Rosen, quando, scoprendosi a un tratto nel ritirarsi, fu colpito nel petto e cadde.

Rosen si avvide allora del suo fallo, ma era troppo tardi. Lamperth gli si avvicinò, e gli disse:--Che avete fatto? voi avete ucciso un uomo innocente.

--Sì, disse Rosen, ma sarà l'ultimo; che volete? sono un insensato... partiamo subito per la Francia: giuro al cielo che al primo scontro che io potrò avere in quel paese, mi lascerò sparare come un coniglio.

E al domani s'imbarcarono per Calais, e presero la via di Parigi.

* * *

Strada facendo, Rosen pensava con dolore al triste risultato di quella sua prima avventura. Egli aveva ucciso un uomo in duello; ciò non era poi letteralmente un omicidio, ma questo duello era stato provocato da lui, non v'era discolpa, quel giovine era stato costretto a battersi, e doveva a Rosen la sua morte.

Egli è uno strano e insensato apprezzamento questo che noi sogliamo fare d'un omicidio secondo il modo e le cagioni per cui è avvenuto. Non ne facciamo tanto una causa di umanità di principio morale quanto ne facciamo una causa di forma: lo stesso atto ci solleva alla gloria o alla fama, o ci abbassa fino al delitto più turpe ed alle punizioni più atroci; può essere eroismo o assassinio, così nella guerra e nelle contese private; può essere coraggio ed onore, così nel duello.

Rosen, lungo la via, ritornava colla mente su questi pensieri, e meditava con dolore su quella triste avventura di Dover.

--Che ne pensate? diss'egli rivolgendosi a Lamperth che dormicchiava rannicchiato in un angolo della vettura.

--Di che cosa?

--Del mio duello di ieri.

--Male, male; se avete intenzione di farvi uccidere, non dovete però uccidere gli altri; vi sono mille maniere di morire; vi confesso che fui dolorosamente impressionato da questo fatto.

--Avete ragione, soggiunse Rosen con aspetto mortificato, non mi cimenterò più in duello, vi è qualche cosa d'istintivo che ci spinge nostro malgrado a difenderci; ma, giacchè la natura ci ha dato una sola via al nascere--come a cosa triste--e ce ne ha aperte mille al morire--come a cosa molto più dolce--io approfitterò in altro modo di questa prodigalità della natura. Dite. Credete voi che non mi sarà difficile il morire? Lo sperate?

--Speriamolo, sì, disse Lamperth; se il voto di una persona che vi ama può avere qualche influenza sul vostro destino, vi giuro che io faccio voti al cielo perchè il vostro desiderio venga esaudito.

--Vi ringrazio, rispose Rosen scuotendo la mano che il suo amico gli aveva sporto senza voltarsi, come a meglio rassicurarlo della sincerità del suo voto, vi ringrazio dal più profondo dell'anima: e pronunciò queste parole quasi commosso, e colla più schietta effusione di cuore.

In quella sera stessa Rosen e Lamperth giunsero ad Amiens. Alla porta del paese Rosen, essendosi arrestato per contemplare lo spettacolo della città, come è costume d'ogni buon inglese, vide affisso alla parete un ampio cartellone decorato da alcune figure d'animali in inchiostro rosso, e vi lesse queste parole:

«_Grande serraglio di belve viventi del signor Gustavo Lachard. Due tigri, quattro pantere, una grande varietà di scimmie, un elefante, e due leoni africani. Alle ore otto vi sarà il pasto delle fiere. Mezz'ora prima il rinomato domatore Gustavo Lachard entrerà nella gabbia dei leoni._»