Part 9
Dai 60 agli 80 può considerarsi come il periodo della vita completa. Il soldato lasciò per sempre il campo; l'operajo e il contadino lavorano parcamente; passò il tempo della forza, ma a misura che la civiltà cresce, questi uomini non vengono più rejetti, anzi espettano onori e ricompense. Il negoziante arricchì; il manufattore diede il proprio nome alla fabbrica; il campagnuolo coglie i frutti de' suoi miglioramenti: il dotto, il medico, il giudice, il prete esercitano alte dignità; l'esperienza corona l'integrità: il merito viene inchinato senza invidia; il padrefamiglia è circondato dall'omaggio de' suoi figliuoli, divenuti padri anch'essi. Come la vita buona allora s'attornia di qualcosa di divino, così la malvagia merita gli epiteti che la paura e l'orror popolare crearono per disprezzarla.
Fra gli 80 e i 100 i sensi divengono ottusi; i colori ci si sbiadiscono: le forme, i contorni non si scorgono più nettamente: la voce umana prende somiglianza d'un roco mormorare: il sentimento della vita, le memorie degli anni trascorsi dileguano per sempre. Come una lampada al mancar dell'alimento, la vita dell'uomo arde incerta e singhiozzante, finchè si estingue.
Così lo statista inglese. Al contrario il suddetto Fleurens divide la vita in due stadj eguali: di aumento l'una, di decremento l'altra; e ciascuna in due altri; donde le quattro età dell'infanzia, della gioventù, della virilità, della vecchiaja: ognuna delle quali ancora partesi in due, essendovi una prima e una seconda infanzia, e così via.
La prima infanzia va dalla nascita ai 10 anni, la seconda o adolescenza, dai 10 ai 20; la prima gioventù fino ai 30, la seconda ai 40: dai 40 ai 55 la prima virilità, la seconda da 55 ai 65: allora comincia la prima vecchiaja che stendesi fino agli 85, cui segue la seconda ed estrema.
La prima infanzia è il periodo della dentizione. L'incremento delle ossa dura fino ai 20 anni, quando si congiungono alle loro epifesi, onde si finisce di ingrandire. Tiriamo la gioventù fino ai 40, quando il corpo cessa di crescere in grossezza; grossezza organica io dico, non già l'accumulamento di adipe, ch'è indipendente dall'età. Pure prosegue ancora un lavoro interno profondo, sopra il tessuto intimo delle parti, che le rende più sode, più compiute; e questo si fa dai 40 ai 50, e più o meno si protrae fino ai 65 o 70.
Qui comincia la vecchiaja; ma qual è il carattere che la rivela fisiologicamente?
Gli antichi fisiologi non aveano torto di distinguere nei nostri organi, per dir così, due provisioni di forza: l'una in potenza, l'altra in atto; questa adoperata, quella tenuta in riserva.
Nella gioventù abbondano le forze in riserva, e appunto la diminuzione di queste caratterizza la vecchiaja. Fin tanto che i vecchi adoperano soltanto le forze attive, poco si accorgono d'aver nulla perduto; oltrepassano quel limite? eccoli stracchi, esausti; si avvedono di non aver più la riserva soprabbondante.
L'uomo vuole anzi tutto la sanità; giacchè _Non vivere est vita, sed valere_: dappoi una lunga vita: e giacchè desidera questi beni, giova persuadergli che in parte dipendono da lui.
Gli antichi cercarono la longevità coll'esercizio ginnastico; nel medioevo, cogli elisir di lunga vita, e il più insigne alchimista, Paracelso, proponeva che lunga fosse quella soltanto che va dai 900 ai 1000 anni.
A canto ad un vecchio collocar qualche persona robusta, dalla cui vitalità si rifornisca, fu una cura praticata da David re, e suggerita non solo da Galeno e da Paolo d'Egina, ma fin da Boerhaave. Altri, con crudeltà meno mascherata, proposero di trasfondere nelle vene dei vecchi un sangue men depauperato: Bacone, il legislatore dell'esperienza, prescriveva un composto di oro, perle, gemme, ambra, bezoar, Hufeland, un regime abituale, secondo cui istituiva come scienza particolare la macrobiotica. Nell'età filosofistica, ove non si credeva più a Dio, trovarono dei creduli e Mesmer col suo tinozzo magnetico, e Cagliostro col suo elisir di lunga vita, e il conte di Saint-Germain che si ricordava d'aver assistito alle nozze di Cana, traversato Roncisvalle con Carlo Magno, anzi conosciuti di vista il peloso Esaù e la rejetta Agar.
Oggi ai farmachi non si pensa più; nulla si ripromette da specifici; molto si crede ai metodi, e massime se questi non si ostentino con ciarlanteria. Nè ciarlanteria sarà il dire che la prima cosa per arrivare ben innanzi nella vecchiaja è il non averne paura.
Invecchiare senza che il fisico ne scapiti è impossibile; ma ne vantaggia il morale, e questo è il lato bello della vecchiezza. Dicesi che i vecchi perdono il gusto dell'occuparsi; non sarà duopo andar lontano per trovare esempi del contrario, per rimontare a quel vecchio imperator romano che, la notte che morì, alle sentinelle diede per parola d'ordine, _Lavoriamo_.
Consola il leggere in Cicerone celebrati i vantaggi della vecchiaja con sentimento vero, con abbondanza, con splendore. Luigi Cornaro, che diceva, «La miglior medicina è la vita ordinata,» a 95 anni scriveva: — Io son così sano, allegro e contento, che mangio con appettito, dormo quietamente; i miei sensi son tutti nella loro bontà e perfezione:» e godeva ancora di potere giovar alla sua Venezia, insegnandole a frenar il mare cogli argini, e ridurre a coltivazione campagne paludose, e fortificarsi contro i nemici.
Quant'altre belle cose potrebbero trarsi dal Lessio e da altri che filosofarono intorno alla vecchiaja!
Al dotto Fontenelle, di 95 anni, taluno domandava quali fossero i venti anni di sua vita che più ribramava: rispose che poche cose ribramava, però l'età dov'era stato più felice era dai 55 ai 75 anni; a 55 anni la fortuna è stabilita, fatta la reputazione, ottenuta la considerazione, fisso lo stato della vita, svanite o contentate le pretensioni, incarnati o dissipati i progetti, soddisfatte o raffreddite le passioni; quasi compiuto l'ordito dei lavori che ciascuno deve alla società; meno nemici, o piuttosto meno individui nocevoli, perchè il contrappeso del merito è imposto dalla voce pubblica.
Buffon, che qualche volta irrorava l'aridità di filosofista con assecondare il cuore, a 70 anni scriveva: — La vecchiezza è un pregiudizio, dovuto all'aritmetica; gli animali che non san computare, non s'accorgono d'invecchiare.» E prosegue: — Ogni giorno che io mi alzo in buona salute, non ho il godimento di questa giornata pieno e presente quanto il vostro? Se conformo i moti, gli appettiti, i desiderj miei ai soli impulsi della sapiente natura, non son io savio al pari, e meglio contento di voi? La vista del passato, che cagiona rammarico ai vecchi insensati, non mi offre ella godimenti di reminiscenze, quadri giocondi, immagini graziose, da valer ben più che gli oggetti di piacere? Perocchè dolci sono tali immaginazioni; son pure; nè recano all'anima che un soave ricordo; le irrequietudini, le amarezze, tutta la funesta coorte che accompagna i vostri godimenti di gioventù spariscono dal quadro che me li riproduce; sparir deve anche il repetìo, ch'è l'ultimo lancio di quella pazza vanità che mai non invecchia.»
Dicesi che i vecchi pensano solo al presente e a sè stessi: ma quanti invece s'affaticano a «inserir piante, di cui i nipoti corranno i frutti!» Dicesi che mancano d'immaginativa. Se fosse anche vero, ne li redime la ragione. — Il vecchio (dice il medico filosofo Reveillé-Paris in un libro sulla vecchiaja che, insieme con quello di Cicerone, merita di divenir il manuale di noi vecchi) sorride talora, ride ben di rado. La bontà, che è la grazia della vecchiaja, trovasi spesso sotto apparenze gravi e severe: giacchè la prima vien dal cuore, e le seconde dall'essere fisico, ch'è indebolito. La pazienza è il privilegio della vecchiaja. Un gran vantaggio dell'uomo che visse è il saper aspettare. Nel vecchio ogni cosa è sottomessa alla riflessione.»
Ben detto! e in fatto lo spirito ha due moventi: l'attenzione e la riflessione. Ne' giovani l'attenzione viva, mobile, sempre affrettata, diffondesi su tutto; ma la riflessione difetta. Negli uomini maturi l'attenzione e la riflessione si dan mano, donde la forza loro. Nei vecchi l'attenzione sfugge, cresce la riflessione; il cuore umano si ritorce sopra sè stesso, e si conosce meglio; alla freschezza, alla grazia, allo slancio si surrogano la solidità, l'elevazione, la ponderatezza: perdonsi le illusioni ottiche, s'acquista la verità; s'impara a conoscere il pregio del tempo e a meno esigere dalla vita.
Ma la vecchiaja ha bisogno anch'essa di regole: e un dottore filosofo mi detta le seguenti, ancor più filosofiche che mediche:
I. Sapere invecchiare, e saper che s'invecchia.
II. Ben conoscere sè stessi, e non pretendere dal corpo e dallo spirito più di quel che possono dare.
III. Disporre convenientemente la vita abituale. Il corpo, non men dello spirito, obbedisce alla legge suprema dell'abitudine. Convien dunque conservare le abitudini che si contrassero, per quanto il comporta la natura. L'accordo delle buone abitudini fisiche forma la salute, come forma la felicità l'accordo delle buone abitudini morali: e i vecchi, che fanno tutti giorni la stessa cosa, colla stessa moderazione, collo stesso gusto, vivono sempre.
IV. Evitare gli eccessi di qualunque sieno natura, chè ben riflette Rivarol che, quando si è giovani, bastano tre giorni di riserbo per riparare tre mesi di disordine; quando si è vecchi, a pena tre mesi di astinenza rimediano a tre giorni di disordini.
V. Combatter le malattie all'origine: regola più importante ai vecchi, perchè non abbiamo più quelle tali forze di riserva che accennammo.
VI. Convincersi che alcuni incomodi sono inseparabili dall'età, e che bisogna pure che per qualche organo cominci a sfasciarsi la macchina; tollerar dunque in vecchiaja alcuni mali, come se ne tollerarono altri proprj della gioventù. Troppo noto è l'epitaffio di quel veneziano. — Stavo bene, e per voler star meglio, sono qua:» e un medico, pochi anni fa, illustre nel nostro paese, allorchè qualche persona attempata lo consultava su alcun suo acciacco, le diceva: — Lo tenga molto dacconto: procuri di conservarlo per molti anni ancora: e badi che, col voler cacciare questo male, non se ne vada con esso qualche gran bene.»
VII. Mettersi in mente di viver tutta la vita, ma non di là della vita. Cioè allontanare le cause di morte e di malattia, ma non pretender di vincere la legge di natura: v'ha di molti che muojono della paura di morire, mentre invece vuolsi prender la vecchiaja saviamente, ma con ardire e serenità.
VIII. Schivare le gruccie, ma adoperare il bastone, cioè non ismettere l'attività, Touqueville scriveva alla signora Schwetcine: — Lo sforzo fuor di sè, e ancor più in sè, è necessario quanto più s'invecchia. Paragono l'uomo a un viandante che cammina incessantemente verso un paese sempre più freddo, sicchè deve muoversi di più quanto più avanza. La gran malattia dell'anima è il freddo. E per combatterlo bisogna non solo mantener vivo il movimento dello spirito col lavoro, ma anche il contatto de' suoi simili e degli affari. In vecchiaja principalmente non è più permesso viver solo di ciò che s'è acquistato, ma bisogna sforzarsi di acquistar altro; e invece di riposarsi sopra le idee di cui ci troveremmo ben tosto assopiti e sepolti, mettere sempre in contatto e in lotta le idee che si addottano con quelle che suggerisce lo stato della società e delle opinioni al tempo ove si arrivò.» Infatti l'uomo non è soltanto corpo; ed oltre la natura fisica, vi ha quel non so che d'indefinibile, che ci contenteremo di chiamare forza vitale. La solitudine, l'isolamento sono funesti alla vecchiaja, che non può trarre da sè medesima que' conforti dello spirito e del cuore che abbondano alla gioventù; ha bisogno anzi d'occupazioni, d'affari, di consigli, per mettere a profitto la propria esperienza, per dimenticare i disamorevoli disinganni e le meste lezioni dell'età, e conservare i pensieri benevoli. Qual lieto spettacolo non è trovare in un vecchio la placidezza nell'azione; quell'impero sovra sè stesso che si assoda a misura che si ottende la passione; quell'assiduità laboriosa nel culto della dottrina; quell'indipendenza onorevole che vien limitata solo da doveri volontarj; quella mansuetudine nell'austerità di non importuni consigli; quell'affabilità che concilia la clientela dei giovani serj e pensanti; quella facilità indulgente per gli errori altrui, quando se n'ha men bisogno pei proprj: quella soddisfazione di dominare soltanto coll'autorità d'una lunga esperienza, e di mettere a profitto altrui un fondo inesausto di ricordi, di esperienza, di buoni consigli, di gravi e sobrj insegnamenti!
Oh, in tal caso la vecchiaja reca più guadagno nel morale che perdita nel fisico. Ma per conseguirla siffatta, non bastano le rughe e le canizie, come all'autorità del magistrato non bastano la divisa e gli uscieri, come alla nobiltà non bastano gli stemmi e genealogie. Bensì vuolsi quella dignità, che deriva da una gioventù ben condotta, da abitudini sane, da un tesoro di sensazioni e di pensieri accumulati in gioventù da quel patrimonio di affetti, di cui lasceremo l'eredità: da una dolcezza, che supplisce alla perdita degli altri vezzi del corpo e della conversazione; da una tolleranza, che ricopre anzichè snudare i difetti altrui, e vi trova una scusa quand'anche non possa darne una ragione; che però se trasvola alle debolezze, mai non transige col vizio e colla viltà.
Insomma se non vogliamo che la vecchiaja sia un peso facciamone una dignità. A questo modo guarderemo serenamente il lento spegnersi della vita, come il tramonto d'una giornata d'autunno, consumata a riporre il ricolto; e nella fiducia che al suo termine ce ne sorriderà una che non conosce nè vespro nè sera.
1856.
NOTA.
È uscita nel 1867 un'opera d'un insigne fisiologo, il dottore Schröder, professore all'università di Utrecht, dove, parlando de' rapporti dell'anima col corpo, ragiona che, se il corpo e l'anima fossero la cosa stessa, se la ragione, l'intelletto, la vita morale fossero prodotti di forze materiali, la loro energia dovrebbe esser proporzionale a queste: mentre è il contrario.
— È un inganno il non veder nel vecchio che un uomo logoro, ottuso, fiacco, gelato. La vecchiaja ha i suoi malanni, ma spesso sono gli amari frutti della vita passata. Non bisogna dipinger la vecchiaja sotto la figura d'un vecchio infermo, come non rappresenterebbe la gioventù un giovane tisico, perchè l'etisia s'incontra principalmente fra i giovani... Le pretese miserie della vecchiaja sono il risultato d'una disposizione sapiente e armonica... Ciò che distingue il vecchio è l'esser meno influenzato dal mondo esteriore, e meno operar all'esterno. Non ha più la vivacità del giovane, nè la forza dell'adulto: ottusi gli organi de' sensi, affievoliti i muscoli, le impressioni esterne operano men vivamente su lui; non può nè desidera prender parte alla vita attiva del giovane; cerca silenzio e riposo. A misura che le pulsazioni del suo cuore s'allentano, e il sistema nervoso s'indebolisce, va men soggetto alle passioni: la ragione, più fredda e calma; il giudizio maturato dall'esperienza prevalgono: men s'attacca alle cose esterne; svanisce nella memoria dei fatti ordinari della vita, ma conserva le rimembranze giovanili: di rado s'affeziona a qualcosa di nuovo.
«Le forze diminuiscono, non l'intelligenza. Spesso i capelli bianchi ombreggiano un'intelligenza splendida; sempre alla vecchiaja si attribuì la saviezza e il giudizio. Mal si cercherebbe dietro al gelo del viso un rigido verno; arde ancora di dentro quel fuoco che già sfavillava di fuori: l'io superiore non si fiacca se non quando il corpo diviene fragile e stecchito.
Il vecchio sa per esperienza quanto tutto è passeggero, onde s'appiglia fortemente a ciò che gli pare fisso e durevole: negli ultimi anni, il sentimento della verità del dovere, della virtù della religione vanno crescendo. Prende parte a una decente allegria fra amici, ma in generale è serio, concentrato. I suoi figliuoli son divenuti grandi e indipendenti; quasi tutti abbandonarono la casa. La gioventù viva e spiritosa allontanasi naturalmente da lui, correndo dietro alle distrazioni, gli amici suoi morirono quasi tutti, e la generazione che segue ha meno simpatie con lui, perchè allevata in nuove idee. Laonde egli vive di passato e d'avvenire... Lo scopo costante d'una vita ben adoprata è raggiunto: ha vinto le sue passioni, e gode ora della sua vittoria. Riguardando alla vita trascorsa, sentesi pieno di riconoscenza verso l'Eterno sovranamente buono, che lo condusse alla meta fra tanti benefizj. Il pensiero della vicina sua fine ne eccita i sentimenti religiosi. È convinto che l'interna voce, che mai non cessò affatto d'udire, è reale, onde guarda l'avvenire con calma e confidenza.
«Da quest'aspetto la vecchiaja non è una fine compassionevole, ma la corona della vita umana; essa dà all'uomo la vera libertà. Il corpo invecchiò, non arrestossi lo svolgimento dello spirito.»
IL LETTERATO
Chi vorrà una volta, o colla sentita meditazione del romanzo, o colla potente vita del dramma, o colla profonda leggerezza dell'umorista, rivelarci al vivo la condizione singolare dell'uom di lettere nel nostro piccolo mondo? Essere, la cui sensività fu raffinata dagli studj, chiamati per questo umani; coll'ingegno e la coltura mira a conquistare nella società quel posto decoroso, che ad altri preparano la nascita, le ricchezze, le raccomandazioni; nel conflitto ha bisogno di forza, e la trae dalla convinzione e da una certa fidanza in sè, la quale può prendere l'apparenza, e talvolta anche la natura di superbia. Viene nel mondo coll'idea di giovarlo o almeno dilettarlo: e il mondo l'accarezza e lo strapazza, l'assume strumento alle sue gioje e bersaglio alle sue malignità. I maestri, e quei che lo precedettero nel faticoso cammino, lo incoraggiano fino al momento che dalla palestra non esca sull'arena; gl'imperaticci suoi, i primi versi, i primi racconti, i primi articoli suoi, sono un trionfo. — Chi di noi al suo cominciamento non udì una lode da quelli che poi sempre si sarebbero guardati dal dirci una parola di cortesia?
Ma ben presto anche i maestri gli diventano nemici come i colleghi, e colla folla spettatrice non sanno se non avvertire ogni passo in falso, ogni movimento men grazioso, ogni botta, ogni ferita contro l'arte; i coevi lo invidiano, quando ancora i maggiori lo disdegnano; ne' suoi impeti di nobile e generosa ispirazione egli non trova una parola simpatica che l'incoraggi; nell'ora del dubbio non un consiglio che lo avvii; ne' passi scabrosi non una mano amica che lo sorregga; sentesi solo, non inteso in una società ch'egli deve frequentare per non essere eccentrico, e schivare per non divenire ozioso o vano.
Povero letterato! Un attore, che si presenti sul teatro, sa come può piacere; urli, e non gli mancheranno applausi. La cantatrice, se ha robusto gorguzzule e passa il tetto colla possanza di trilli in cui non s'intenda verbo, è certa di ricevere trentamila lire per stagione. Sa la ballerina come gradire all'universalità: sa lo scultore, sa il pittore come s'abbagli e s'illuda: il povero letterato no. Egli si presenta a un pubblico, ove son tanti i giudizj quanti i cervelli, ed ogni cervello pretende che tutti gli altri pensino al modo suo; eppure due non se ne scontrerebbero, per gran ventura, che vedessero coll'occhio stesso. Chi dunque lo vuol a un modo, chi all'opposto; chi biasima la sentimentalità, chi trova disopportuna l'allegria; chi crede inutile la storia, chi dimostra falso genere il romanzo; chi grida morta la poesia, chi si ostina a canticchiare spose e dottori e principi; questi ama il periodo rotondo, cui l'altro torce il muso; uno vorrebbe il pretto Trecento, l'altro rifiuta ogni voce che non suoni viva sulle labbra e da queste nel cuore; chi vuol la lingua e lo stile ornati, fraseggianti, cortigiani; chi, al contrario, sdegna ciò che non va limpido, trasparente, secondo il cuore, ed
_Où la semplicité n'est qu'un luxe de plus:_
chi giurò di dir male di chiunque non ha la fortuna di esser morto; chi pretende non poter un autore avere merito se non compì i quarant'anni; chi vuole il nuovo, anche a costo di dar nello stravagante; chi abborre ogni novità quand'anche sia bella; chi, immobile come il dio Termine, minaccia agli arditi quelle catene che il pedantismo formò, che il pregiudizio rispetta, e che il genio non osa spezzare; chi invece, nel dar di cozzo alle troppo anguste barriere, urta e fracassa ogni limite di gusto e di ragione; chi vuol l'insulto del libertino, chi la santocchieria dell'ipocrita; chi vuol la letteratura diretta di continuo al bene sociale; chi fa le risa grasse alle parole di coscienza letteraria, di missione, d'apostolato.
Poi vengono i pericoli esterni, poi le necessità personali e patrie, poi i riguardi di tempo e di luogo. Adula i potenti? avrà gli applausi dei vili che son molti; ma se di mezzo a quella turba si leverà pur un guardo severo a dirgli — Tu rinneghi i fratelli», forse gli applausi e l'argento e i posti e le decorazioni gli torneranno in agro sapore. Sostengasi col decoro d'uomo che sente in sè memorie, orgogli, speranze, e vedrete il pubblico compassionare questi inesperti scribacchini così cattivi amministratori del fatto loro, e prendere uno in sospetto per la indecorata condizione in cui è e vuole rimanere per generosità; vedrete, se occorre, un infame sorgere ad infamarlo; e il pubblico illuminato, alle maligne insinuazioni o alle sguajate denunzie di tale a cui rifuggirebbero di stringer la mano, crederà, piuttosto che ad un'intera vita, immacolata alle prove del terrore e delle lusinghe. Foss'egli pure tanto dappoco da contentarsi della sguajata parte di buffone, anche là non troverebbe tutte rose, e fra gli sghignazzi della educatrice taverna e della congiurata malignità gli giungerebbe pure o lo schizzinoso dispetto di chi abborre questo acconciar le Muse da saltimbanco, o il severo dissenso di chi prova dolore e disdegno qualvolta vede nascere un nuovo nemico del bene e dell'operosità.
In un tempo, in cui la critica è reputata la faccenda più agevole del mondo, e siede a scranna chi appena sarebbe da tanto da vergar lettere in un cancello; e prima d'avere studiato, anzi perchè non ha studiato, elevasi a sputar sentenze, e arrogasi tutore e vindice del buon gusto, il povero autore casca in mano di chi, pretendendosi non solo pari, ma maestro, si introna giudice, non con ingegno libero, sciolto, attento, ma con pregiudicato, incolto, meschino; che crede genio la sfacciataggine di ripeter in iscritto il motto che altri lasciossi sfuggire di bocca nella conversazione famigliare, e franchezza il dir ad alta voce ciò che non osa il suo cauto dissimulato suggeritore: — tiranelli che, somiglianti al Turco, non vorrebbero vedersi attorno se non eunuchi, e cominciano il regno loro dal trucidare tutti i fratelli. Costoro, indispettiti ch'egli osi far meglio di loro, dopo che ne avran lodato il primo lavoro, s'affrettano poi a deprimere i successivi, e procurano delle sue ruine formar piedestallo a qualche nano ch'essi predestinano a fargli ombra.
Nè fra noi il letterato s'aspetti di trovare, come in Francia, un De Fontanes che proclami il sorgente Chateaubriand, o Chateaubriand che col suo voto credasi in dovere di proteggere i primi voli di Hugo o di Lamartine. Qui i re o i pretendenti della letteratura, ombrosi taceranno, o guarderanno con indifferenza l'affannoso dibattersi d'un novellino, costretto ad aprirsi da sè stesso la inesperta via tra bronchi d'ogni genere; e quantunque gli conoscano e cuore ed intelletto, non gli direbbero una sillaba di conforto, non soffogherebbero col nobile assenso i garriti della intollerante mediocrità.