Part 7
E così mi trasse ai campi, dove, colla compiacenza d'un autore che rilegge l'ultima sua composizione, mi designava qua prati ridotti, là fossi cavati, più lungi migliaia di pioppi, d'altra parte gelsi, filari di viti, novali. Indi, condottici là dove una brigata di contadini stava mietendo sotto la sferza del sole, eppur cantando allegra, ci sedemmo al rezzo, badando ai lavoratori, e rincorrendo i primi nostri anni, la spensierata contentezza d'allora, i condiscepoli che poi la fortuna balzò uno qua, uno là, chi al bene, chi al male; i maestri, gli studj. — Or dimmi in tua fede (così esso), da quegli studj come fosti tu avvantaggiato? Al pensar mio, al pensar d'un uomo che s'intende di grano e di fieni, e non punto dei vostri Ciceroni, gli studj dovrebbero versare su cose che importino poi nella vita, che formino il carattere. Caspita! Sono gli anni più belli, è un campo allor allora dissodato; non farei io stranezza col seminarvi soltanto erbe che poi deva sbarbare quando ne vorrò frutti degni? Or che monta per la vita il vagliare e rivagliare le regole da parlar bene come parlavasi duemila anni fa, da gente che non c'è più? Ci abborravano poi la mente con tanti nomi di paesi, di monti, di fiumi, con tanta geografia che in molti anni io non ne ho mai compreso tanto, quanto un bel giorno che salii in cima di quella montagna là, e stetti a vedervi il sole dal nascere al tramontare. Veniva poi la storia a esporci quel che fece il tal re, poi il tale imperatore e il tal capitano: le guerre, le paci, la politica, come se noi fossimo stoffa da far ministri o sovrani o generali: erano Pelopidi, Epaminonda, Timoleoni, che uccidono o cacciano i signori dalla patria loro, quasi fossero esempi a poter imitare. Da quella storia poi, da que' loro autori mi veniva una certa morale che non so come accordarla col Vangelo e colla pratica società. Que' loro eroi famosi per uccidere gente, non li chiameremmo noi a buona ragione assassini? Ed ecco qua Spartani, per cui sono un obbrobrio le arti e l'industria; che non hanno contanti; vanno a vedere le fanciulle a combattere ignude; si ricambiano le mogli, e per divertimento od esercizio danno la caccia agli Iloti. Ecco un continuo declamare contro l'oro; i poeti venirci a dire che bisogna buttarlo giù nel mare che fu sacrilegio l'inventare la navigazione, che è un depravamento il volere che i ragazzi imparino l'un via uno... Ma sono queste massime d'accordo collo stato della società presente, cui base è la proprietà? e al levar delle tende, qual pro faranno a chi ha da vivere nella società qual è adesso, che certo non è peggiore di quel che fosse? Non dico altro dei precetti che ci davano per fare i periodi o per legarli in bel discorso. Ed io non sono mai stato sul loro calendario perchè scrivevo naturale e come mi veniva alla penna. — Ma guardate zucca! mi dicevano. Cotesto non si direbbe nè più nè manco parlando: è triviale: non v'è dignità.» Io per contentarli, m'ingegnavo di far diverso, ma allora sbagliavo le concordanze, storpiava il senso, azzoppavo il periodo, e tra quelle ambiziose vanità dicevo più o meno di quello che avevo in cuore. Lascio a parte che i soggetti di quegli esercizj erano ancora i soliti: guerre, aringhe di persone le quali chi sa come la pensavano tutt'altro da noi? mentre a noi toccava di lambiccare il cervello per indovinare come avrebbe ragionato Veturia per dissuadere Coriolano dal devastare la patria, o Annibale per esortare i suoi soldati a venire a depredar il paese delle uve e degli aranci. Io, che di studj non mi son più impacciato, qualunque volta ora m'occorre di parlare per interessi miei o del nostro Comune, nel mio studio o nel convocato, credi mi manchino in bocca le parole? o che commetta nello scrivere que' peccatacci da staffile? o che il mio scrivere sappia di ribollito? Ma qui conosco la materia che ho fra le mani; possiedo a fondo questi affari; mi formo in capo un'idea chiara di quello che ho ad esporre. E però ti confesso ingenuamente e, se non senza rossore, almeno senza rimorsi, che di quanto imparai con tanta fatica in otto anni di scuola, se togli il leggere e lo scrivere, mi son dimenticato di tutto, nè m'è fin qua accaduta occasione dove io mi compiangessi d'avere disimparato. E tu, che n'hai tu ritratto?
[Illustrazione: .... ci sedemmo al rezzo, badando ai lavoratori, e rincorrendo i primi nostri anni, la spensierata contentezza d'allora.... (_Pag. 103_).]
— Io? (gli rispondeva): Oh quanto a me, la cosa andò d'altro passo; e dopo esser rimasto una dozzina d'anni su per le scuole abballottando quanto te, mi dovetti rifare da capo a studiarle, come non ne avessi mai inteso parlare, affine di impancarmi a insegnarle, e potermene buscare pane prima, e poi dispiaceri.»
E sospiravo. Egli, mi comprese, strinsemi la mano, s'attese un poco, indi continuò: — Ma dimmi in verità: ti ricorda che mai si curassero que' gran maestri nostri d'ispirare onoratezza, lealtà, quel franco obbedire che non avvilisce, quella cortesia che non fiacca l'anima?[3] di farci conoscere il mondo fra il quale dovevamo vivere un giorno? d'insegnarmi quel che è l'uomo, donde viene, ove va? come è veramente questo garbuglio della società? e che non si trova bene se non a far il bene? Or senza di ciò, cos'è ella, se quando si passa alla educazione sociale, devesi, per lo meno, disfare tutta quella ricevuta nelle scuole? Ora qui nei campi, come vedi, spendo meglio il tempo e il denaro. Pativo di salute, e adesso non so che sia male: dallo studiar me stesso e quei pochi che mi son d'attorno, parmi ritrarre assai più che dalla conoscenza degli eroi di Cornelio e di Plutarco. L'accordi?»
Di questo e d'altro discorrendo, ci eramo rivolti verso casa, dove c'invitavano le squille del mezzogiorno, e mentre approvavo il suo dire colle riserve che dee sempre fare chi vive di lettere, senza riserve lodavo in cuor mio i genitori di esso, che non si fossero, come tant'altri, ostinati a voler torcere a studj liberali chi era nato per le arti d'industria. N'avrebbero avuto un tristo legulejo, o un letterato dappoco, o un basso aspirante a impieghi affollati, quando così ne trassero un vero ed assennato galantuomo.
Vedendo quel gioverreccio fanciulletto correrci festivo all'incontro, — E questo fanciullo (gli chiesi), come l'educherai tu?»
— I suo primi anni (rispose) sono commessi a persona che non potrà se non ispargervi semi eccellenti: sua madre. Oh, le ginocchia d'una madre! avvi pedagogica finezza che agguagli gl'insegnamenti ottenute su quelle? Quanto sarà da me, l'educherò alla vita, alla probità, all'amor de' suoi simili. L'abitare in campagna mi agevola il modo di farlo trovare più spesso con coloro ai quali potrà giovare, che non con quelli da cui egli aspetti giovamento e puntelli: e di fare che nessun'altra ambizione in lui si sviluppi, se non quella della bontà che fece nominare mio padre e mio nonno. L'istruzione poi non gli costi una lacrima. Quando saprà leggere, scrivere, far di conto, parlar la lingua della nostra nazione, imparerà le altre che sempre giovano; imparerà le matematiche, la fisica e quelle cognizioni che tornano utili in qualunque stato, finchè potrà da se determinarsi ad una via, per la quale lo dirigerà un'educazione speciale. Ma ti dico il cuore, non ho premura di metterlo sotto maestri, perchè mi pare che i primi anni sono da abbandonare allo sviluppo del corpo, senza la cui sanità, che può mai una mente colta? Imparerà poi, non ne temo, imparerà di voglia in un anno quello che avrebbe appena in tre imparato con noja. Intanto il tempo che egli passa fra noi non lo credo perduto.»
E di questo m'ebbi a convincere per alcune sensate risposte che il fanciulletto fece a domande, postegli da me innanzi come a caso.
Entrati nel salotto, noi discorrevamo ancora, quando fummo interrotti da un canto semplice, affettuoso, di voci infantili. Erano i due fanciulletti, che sopra un'aria popolare modulavano una canzonetta, composta da una loro amica, e diceva così:
Da chi nacqui? e il nutrimento Chi mi diede pargoletto? Fu la mamma. Oh quanto affetto Alla mamma porterò!
Chi mi fa carezze e baci? Chi mi stringe sul suo cuore? È la mamma. Oh quanto amore Alla mamma sempre avrò!
Chi per me tanto s'affanna? Chi per me veglia e lavora? È la mamma. Quanto ognora Grato, o mamma a te sarò!
Chi sospesa sta fra il sonno, Ed accorre al pianto mio? È la mamma. Oh un giorno anch'io Il tuo pianto asciugherò!
Quand'io grande sarò fatto, Tu dagli anni indebolita Già sarai; ma a te la vita, Cara mamma, io sosterrò.
Non fia mai che in abbandono Io ti lasci e a te sia ingrato; E così d'essere amato Dal mio Dio meriterò.
Intenerito sin al fondo dell'anima, io baciai con immenso affetto quei due bambini, invidiando i genitori, nel cui amore crescono alla benevolenza fraterna.
In tale compagnia ben puoi credere che il minor piacere furono le vivande, imbanditeci dalla buona nonna, la quale esultava nel ridirmi come fossero frutti, questo della sua bassa corte, quello del suo orto, ma il cui condimento più squisito erano gl'ingenui ragionamenti e gli atti di schietta bontà.
Avevo, tra il desinare, osservato che il fanciullo riponeva una parte di sua pietanza, senza che i genitori mostrassero farvi mente. Poi quando si fu allo sparecchio, egli si levò; susurrò non sapevo che cosa all'orecchio della madre; ond'ella — Se il signore lo permette, va pure.» E come io glielo consentii, involse nel tovagliuolo quel che aveva risparmiato del suo mangiare, e andossene saltellando.
— Ove va?» chiesi io alla madre. «Forse ai trastulli? ad una merendina coi camerata?»
— Non già» mi rispos'ella. «Abbiamo qui d'accanto una povera vedova inferma, per la quale esso avanza ogni dì alcuna cosa del suo piatto, e ogni sabato il vino.»
Ed ecco fra poco egli ritornò tutto gajo, tutto vivace, come un angelo che riporta al cielo l'anima, stata commessa alla sua tutela nel pellegrinaggio della vita.
Io sentiva di diventar migliore fra tanta bontà abbracciai l'amico, e — Te beato! ma lo meriti.»
Se quella fu una delle liete giornate, non me lo domandare. Ed ho voluto serbarne memoria, e mandartela, perchè tu la riponga fra le altre che conserviamo a vicenda delle semplici avventure, il cui ricordo ci consoli in anni più tardi e forse più desolati. Al leggere questa, ti correrà per avventura al labbro la domanda, se io trovai solamente dei buoni? Oh se de' cattivi ho pur trovato! e tanti, e tali, che qualche volta, nell'amarezza dell'anima mia, discredetti la bontà dell'uomo, e correvo ad esclamare, — No! l'uomo è veramente la peggior fattura del Creatore; superbo insieme e vigliacco, raggirato e fraudolento, invidioso e calunniatore, razza d'odio, d'egoismo, di perfidia».
Se non che allora io mi richiamava a mente le tante anime benefiche, amorevoli, sante, scontrate sul cammino di mia vita, e la bestemmia convertivasi in inno al Creatore, di cui tutte le opere sono buone. Di questo ben ti posso accertare, che i cattivi non gli ho trovati mai fra coloro che stavano lungi dalle irrequiete ambizioni, dagli avidi interessi, dalle arroganti vanità; mai fra i poveri, fra i laboriosi; mai fra coloro che patiscono.
Dunque benedetto Iddio nella povertà, benedetto nella sventura!
Al soggetto della precedente novella si riferisce il seguente brano d'un lungo lavoro sull'educazione.
LA MADRE
.... Deh, che non ho io potente ispirazione quanta basti a dipingere una madre quale la conobbi e la conosco?
Ai bambini suoi non soffrì che un seno venale porgesse il primo nutrimento; gelosa che una mercenaria vigilanza non dovesse usurpare qualche parte della tenerezza materna e dell'amor figliale. E perchè io l'ammirava del suo abbandonare, così giovane, così bella, gli spassi e le pompe del mondo, per badare al suo lattante, — Non fu nulla più che il mio dovere,» mi rispondeva con semplicità. «La natura mi avvisò del voler suo col colmarmi il seno e colle malattie che, altrimenti, mi potrebbero sopravvenire, quand'anche poi fosse vero che costasse noje l'adempiere le intenzioni della provvidenza, e il nutrire da noi stesse quella vita che noi abbiamo data, oh quanti compensi non le alleggeriscono! Quante dolcezze! Può trovare la donna diporto migliore che l'osservare la tenera innocente gioja del suo bambino? v'ha gusti preferibili alle sue carezze? o musiche più soavi che il primo suo cianciugliare? o fantasie più lusinghevoli che le speranze che danzano alla culla d'un fantolino? Le tenerezze che insieme prodighiamo al frutto del nostro amore crescono il reciproco affetto e la stima fra me e lo sposo, riempiono que' momenti di vacuo che lascia l'amore anche più sentito. I figlioletti già cresciuti s'adunano intorno al nuovo fratellino con sollecita cura, avvezzandosi, già così piccini, ad avvincersi un l'altro col legame del benefizio, de' reciproci bisogni e sussidj, e aprendo il cuore a quell'amicizia franca e sincera che, crescendo cogli anni, sarà loro di tanto ristoro ne' casi avversi e che, mostrandoli buoni fratelli, sarà alla società un pegno come essi riusciranno pure buoni cittadini[4]. E poi, e poi, — oh voi non sapete tutte le tempeste che passano qui, dentro il cuore d'un donna. E allora, oh allora, stringersi al seno un suo bambolino, è il sorriso dell'angelo che calma ogni procella, che sostenta e raddoppia la virtù.»
Non la vidi mai, questa buona madre, indispettirsi pel tafferuglio de' suoi pargoletti, pel disordine chiassoso dei loro trastulli! anzi li guarda come altrettante prove dello sviluppo progressivo di loro forze, un elemento di quella età così vitale: e tanto le parrebbe strano l'esigere dal bimbo la tranquillità matura, come il cercare in un vecchio l'irrequieta agitazione del fanciullo. Contenta dunque di dirigere e vegliare questa vivacità, ben si guarda dal comprimerla coll'insistenza di uggiosi rimproveri, nè coi gravi precetti, i quali fomentano l'ipocrisia, come tutto ciò che contrasta all'ordine della natura.
Conformandosi dunque a ciò che conviene a ciascuna età, rimuove i pericoli, ma più la paura de' pericoli; reprime gli eccessi, abitua a vita frugale e, se non disagiata, non dilicata però, e quale torna bene a rinforzar la costituzione, a prevenire i tanti mali cagionati dalla mollezza, a rendere più libero perchè con minori bisogni. L'ho sovente sorpresa mentre pigliava parte ai giocherelli de' suoi bambini collo spasso dell'innocenza, a guidarli col proprio esempio a fruttuosi trastulli, come a educare un par di tortore, nutrire un canarino, coltivar fiori, seminare un quadro del giardino, piantare ed innestare un albero che crescerà con essi; arte eccellente, ella diceva, per avvezzarli a non pretendere domani il frutto della fatica d'oggi, ad avere pazienza nell'aspettare il meglio.
Tanto maggior cura essa pone a formar l'intelletto ed il carattere di que' suoi bambini, in ognun de' quali non vede un balocco de' genitori, ma rispetta un membro della società, destinato a divenire cittadino, sposo, padre, magistrato; a camminare, per la via delle prove, ad una sublime destinazione. Sarà illustre od oscuro? sarà tra i felici o tra gli sventurati? Questo, ella dice, sta nelle mani della provvidenza: dover mio è formarne un galantuomo.
Conseguentemente si farebbe coscienza di dire ai figlioletti la più leggiera, la più innocente bugia, se bugia e innocente possono mai concordarsi. Chi sa se quell'errore non possa diventar seme di torti giudizj nella ricerca del vero, nella pratica della vita? Bisognoso di tutto sapere, il fanciullo vorrebbe saper tutto; ma incapace insieme di apprendere per sè quanto vorrebbe, è agitato da un'insaziabile curiosità, è pieno di memoria quanto scarso di raziocinio; e ne' primi cinque anni impara, chi ben vi guardi, più di quello che imparerà poi in tutta la vita. Uopo è dunque coltivarne molto la memoria[5], sobriamente il giudizio. Quante volte io mi trattenni con diletto e con frutto a udir la madre di cui parlo appagare le domande de' suoi bambini in modi semplici, piani; osservare con loro, far da idea germogliare idea; sollecitarne i giudizi, cui applaudire poi se conformi al retto senso, raddrizzare se difettivi; interrogare precisamente, rispondere, ma lasciando pur sempre alcuna cosa a desiderare, per aver sempre alcuna cosa da insegnare! Quel bisogno di conoscer la verità sa essa dirigere in modo che, senza soverchiamente stancarli colle discussioni, ne eserciti quanto basti il buon giudizio, qualità essenziale in qualunque stato, in qualunque occorrenza della vita. La curiosità portò più d'una volta quei cari fanciulli a questioni che li toccano ben da vicino, ma che non è opportuno il soddisfare[6]. Ben si guarda essa però dal rinviarle con ciance, nelle quali il fanciullo, che riflette più di quel che crediamo, ravvisa la bugia, e quindi è stimolato a cercare il vero di cui gli si fa mistero. Semplicemente ella risponde: — Queste le sono cose che tu non potresti ora intendere, e le capirai quando, cresciuto, profitterai negli studj»[7]. Il fanciullo, pago d'una soddisfazione datagli da colei che ama e stima, ritorna a' balocchi suoi, alle sue occupazioni, portandovi inoltre il desiderio di crescere e di profittar negli studj, per esser in grado di scoprire queste verità bramate.
Quanto però è meglio un uom dabbene che un uomo d'ingegno, tanto più importa il coltivare il cuore che l'intelletto. E chi a ciò più opportuno della madre, la quale, sin dai primi momenti avendo avuto sott'occhio il proprio pargoletto, ne conosce il carattere, e sa quindi eccitarne le virtù che più proprie gli sono, ovviare i vizj a cui lo vede inclinare? Quella di cui io parlo, intenta a conoscere le gradazioni del carattere di ciascun suo figliuolo, non lasciasi entrare la pretensione di cangiarlo, il che suole e non riuscire e far perdere, nel carattere fittizio, tutti i vantaggi del naturale; atteso che nessuno rappresenta bene un personaggio se non è il suo proprio. Col contradire ai gusti, nel che alcuni genitori sembrano riporre la teorica di tutta l'educazione, a qual cosa si riesce se non a stancare e sviar il genio, porre ostacoli all'ingegno e all'attività, fare d'uno che poteva elevarsi grande, un mediocre al più?
Per dare poi a conoscere al fanciullo i suoi doveri, in ogni azione essa lo abitua a ragionare del perchè, delle convenienze con sè, con altrui, singolarmente poi coi precetti del supremo legislatore. L'idea di Dio viene associata a tutta la vita; naturata, direi quasi, col cuore e collo spirito in modo da non abbandonar più quell'uomo. L'ho intesa alcune volte, allorchè la sera aduna attorno a sè i suoi bambini per sollevare la preghiera a quel Padre che è ne' cieli. Già qualche discorso precedente, o lo spettacolo additato del firmamento, o il ricordo d'una bella azione dispose que' teneri cuori ad innalzarsi al sommo vero, al sommo bello. La preghiera è breve, è semplice, è tutta unzione, aumentandone l'effetto la pietà, di cui si mostra compresa la madre; ma in quella preghiera non manca mai una commemorazione delle persone più care, dei cari estinti, dei cari lontani e della cara patria; dei sofferenti, dei poveri, che sono i fratelli prediletti di Cristo. Oh! queste prime idee, questi primi religiosi sentimenti possono ben essere repressi dal frastuono del mondo, dal cozzo delle passioni, dal viluppo degli interessi, dall'ebbrezza della fortuna, ma svelti non mai. E traverso alle vicende della vita, e nei momenti della sventura, e quando l'anima trova necessario il rientrare in sè stessa, parlano altamente, affidano il buono alla virtù, risvegliano i rimorsi nel traviato.
Sui primi momenti ch'io la conosceva, volli sfoggiare alquanto della presunzione che ispirano la lettura e il crederci di sapere; e le ragionai sulla poca convenienza del parlar di Dio a fanciulli teneri ancora, i quali non possono formarsi se non un'idea materiale dell'esser suo, falsa ed incompleta de' suoi attributi. — Non fo questo» mi rispose ella: «a' miei bambini insegno amar Dio più che a conoscerlo; e a farlo amare serve ogni cosa che hanno intorno; serve il dono della vita ch'ei diede, ch'ei conserva loro; serve la tenerezza dei parenti. Quando amino Dio, sono ben certa che potrò senza errori guidarli facilmente a conoscerlo.» E poichè io voleva rinfiancar il mio sentimento con quell'appoggio, che non manca neppure alle più assurde dottrine, l'autorità, e parlavo dell'_Emilio_, e ne citavo qualche passo, ella tolse d'in su la tavola un libriccino dove suol notare quel che più la tocca nelle letture, e mi additò queste parole di un autore, come diceva essa, amicissimo degli uomini, e perciò degno d'essere amato. — Sono i casi personali di nostra infanzia, accompagnati dalle materne lezioni, che più profondamente si scolpiscono nella memoria, perchè penetrano fino nel nostro cuore; son le lezioni delle madri che danno tanto vigore alle nostre operazioni religiose durante tutta la vita. Istillate col latte, si perfezionano colla nostra ragione; e dopo aver giovato intorno alla cuna nell'età dell'innocenza, ci sostengono nell'età delle passioni. Per ciò vorrei che il sentimento della divinità, innato nell'uomo, vi fosse sviluppato prima non da un precettore, ma da una madre. Il Dio d'una madre è sempre indulgente e buono come quello della natura: un precettore insegna, una madre fa amare. E vorrei che questa porgesse le sue lezioni non in una città, ma alla campagna, non in una chiesa, ma sotto la volta del cielo, non sopra libri, ma sopra i fiori e i frutti»[8].
Mal s'apporrebbe chi in una madre tale temesse quella austerità, che nasce dall'intolleranza e dall'aspirare alla perfezione, e che il vulgo crede propria della virtù, mentre invece è miserabile retaggio di chi vuole affettarne le apparenze. Reprime ella i vizj, compatisce ai difetti; sa che la perfezione non è dell'uomo, meno ancora del fanciullo. In quell'età, che il simulare è affatto ignoto, agevole riesce a tutti, tanto più ad una madre, il conoscere al vero le torte inclinazioni de' bambini; quindi prontezza ad accorrere al rimedio, con fermezza disposta a rompere i capricci del fanciullo, senza neppur lasciargli balenare la possibilità che l'ostinazione soggioghi il materno volere, fondato sulla giustizia. Ai castighi ricorre tardi e pacatamente: non la tema della punizione, ma sì l'amore della virtù deve formar l'uomo onesto. Questo solo potrà perfezionare l'educazione, mentre l'altro rende pusillanime, simulato, irrita e scoraggia, e lascia senza freno il giovane, non sì tosto uscì di soggezione.
Un punto però dove la sua austerità è irremovibile si è la veracità. Il suo trattare franco ed aperto coi figliuoli gli avvezza a considerarla come una confidente, un'amica, agevolandole così il modo di dar loro de' consigli: ad un fallo confessato mai non manca il perdono, come non manca mai il castigo ad una menzogna. Il castigo, l'ammonizione però non recano mai sembiante di escandescenza, di rabbia; è la ragione che illumina, è l'amicizia che persuade. Il secreto vi presiede sempre, sollecita troppo di non abituare il fanciullo allo svergognamento, col vituperarlo in faccia ai parenti, ai visitanti. Una parola di disapprovazione, un escludere il tristanzuolo dall'ascoltare un racconto, un collocarlo ad un deschetto apparato, sono castighi che a lei pajono più opportuni che non il negare l'abitino nuovo, od il privar d'un lacchezzo: questi possono essere fomenti dell'ambizione e della leccornia; quelli stimolano l'onore, e riescono all'effetto, perchè la madre è amata, è stimata. Applicato il castigo, la madre è la prima a dimenticarlo: troppo premendole d'accorciare que' momenti terribili per un ragazzo, in cui sono sospese le amorose cure materne.