Part 6
Chi deriderà queste minuzie d'intimità, tal sia di lui; nol farà certo l'uomo che conobbe mai la vita del cuore, ma solo chi ha testa ancor meno che cuore dirà che queste frivolezze potessero combinarsi cogli spasimi della prigionia e della tortura, a cui cianciano sottoposto il Galilei. Però nel placido convento d'Arcetri dovette far gran colpo la nuova sparsasi che il Galileo, quel sapiente insigne, quel vecchio venerato, il padre di due consorelle era stato condannato, non già d'eresia, ma per aver trasgredito il precetto datogli nel 1616 di non trattare della mobilità della terra se non come ipotesi, nè appoggiarla a testi sacri. E questa fu novella prova all'affetto di suor Maria Celeste, che se ne traeva felicemente mediante l'irremovibile fidanza in Dio.
2 luglio 1633, Roma.
Quanto mi è arrivato improvviso e inaspettato il nuovo travaglio di V. S. tanto maggiormente mi ha trafitto l'animo di estremo dolore il sentir la risoluzione, che finalmente si è presa tanto sopra il libro quanto nella persona di V. S.; il che dal signor Gerri mi è significato per la mia importunità, perchè, non tenendo sue lettere in questa settimana, non potevo quietarmi, quasi presaga di quanto era accaduto. Carissimo signor padre, adesso è il tempo di prevalersi più che mai di quella prudenza che gli ha concessa il Signore Iddio, sostenendo questi colpi con quella fortezza d'animo, che la religione, professione ed età sua ricercano. E giacchè ella per molta esperienza può aver piena cognizione della fallacia ed instabilità di tutte le cose di questo mondaccio, non dovrà far molto caso di queste burrasche, anzi sperar che presto sieno per quietarsi e cangiarsi in altrettanta sua soddisfazione. Dico quel tanto che mi somministra il desiderio, e che mi pare ne prometta la clemenza che Sua Santità ha dimostrato inverso di V. S. in aver destinato per la sua carcere luogo così delizioso, onde mi par ch'io possa sperar anco commutazione più conforme al suo e nostro desiderio; il che piaccia a Dio che sortisca, se è per il meglio. Intanto la prego a non lasciar di consolarmi con sue lettere, dandomi ragguaglio dell'esser suo quanto al corpo, e molto più quanto all'animo; e io finisco di scrivere, ma non giammai d'accompagnarla con il pensiero e con le orazioni, pregando S. D. M. che le conceda vera quiete e consolazione.
Cotesto luogo delizioso era la villa Medici sul monte Pincio: dove pure rimase pochissimo, e giacchè non potevasi restituirlo a Firenze ove durava la peste, fu lasciato andar a Siena presso l'arcivescovo Piccolomini suo amico. Colà gli scriveva la figlia; e per intender quanto segue, è a saper che la penitenza inflitta a Galileo dalla feroce Inquisizione fu di recitare una volta per settimana i salmi penitenziali. La buona Maria Celeste si consola di poter alleviare il grand'uomo di questo peso col recitarli ella stessa in sua vece.
3 ottobre 1633.
Sabato scrissi a V. S.; e domenica, per parte del signor Gherardini, mi fu resa la sua, per la quale sentendo la speranza che ha del suo ritorno, tutta mi consolo, parendomi un'ora mill'anni che arrivi quel giorno tanto desiderato di rivederla; e in sentire ch'ella si ritrovi in buona salute accresce e non diminuisce questo desiderio di avere duplicato contento e soddisfazione di vederla tornare in casa sua, e di più con sanità. Non vorrei già che dubitasse di me, che per tempo nessuno io sia per lasciare di raccomandarla con tutto il mio spirito a Dio benedetto, perchè questo mi è troppo a cuore, e troppo mi preme la sua salute spirituale e corporale. E per dargliene qualche contrassegno, gli dico, che ho procurato e ottenuto grazia di veder la sua sentenza, la lettura della quale, sebbene da una parte mi dette qualche travaglio, per l'altra ebbi caro di averla veduta, per aver trovato in essa materia di poter giovare a V. S. un qualche pocolino. Il che è con l'addossarmi l'obbligo che ella ha di recitare una volta per settimana li sette salmi, ed è già un pezzo che comincia a soddisfarlo, e lo fo con mio gusto, prima perchè mi persuado che l'orazione, accompagnata da quel titolo di obbedire a Santa Chiesa, sia assai efficace; e poi per levare a V. S. questo pensiero. Così avessi io potuto supplire nel resto, che molto volontieri mi sarei eletta una carcere più stretta di questa in che mi trovo per liberarne lei. Adesso siamo qui e le tante grazie già ricevute ci danno speranza di riceverne delle altre, purchè la nostra fede sia accompagnata dalle buone opere, che, come V. S. sa meglio di me, _fides sine operibus mortua est_.[2]
22 ottobre 1633.
Non saprei come darle dimostrazione del contento che provo nel sentire ch'ella si va tuttavia conservando con sanità, se non con dirle che più godo del suo bene che del mio proprio, non solamente perchè l'amo quanto me medesima, ma perchè vo considerando che, se io mi trovassi oppressa da infermità, oppure fossi levata dal mondo, poco o nulla importerebbe, perchè a poco o nulla son buona, dove che nella persona di V. S. sarebbe tutto l'opposto per moltissime ragioni, ma in particolare (oltre che giova e può giovare a molti) perchè con il grande intelletto e sapere che gli ha concesso il Signore Iddio, può servirlo ed onorarlo infinitamente più di quello che non posso io: sì che con questa considerazione io vengo ad allegrarmi e goder del suo bene più che pel mio proprio.
9 dicembre, a Siena.
Intendo che in Firenze è voce comune che V. S. sarà qua presto; ma fino che io non l'intendo da lei medesimo, non credo altro, se non che gli amici suoi cari dican quel tanto che l'affetto e il desiderio lor detta. Io intanto godo grandemente sentendo che V. S. abbia così buona ciera, quanto mi disse maestro Agostino, che mi affermò non averla mai più veduta colla migliore. Tutto si può riconoscere, dopo l'ajuto di Dio benedetto, da quella dolcissima conversazione ch'ella continuamente gode di quell'illustrissimo monsignor arcivescovo, e dal non si strapazzare nè disordinare, com'ella fa qualche volta quando è in casa sua. Il Signore Iddio sia sempre ringraziato, il quale sia quello che la conservi in sua grazia.
10 dicembre 1633, a Siena.
Appunto quando mi comparve la nuova della spedizione di V. S., avevo preso in mano la penna per scrivere alla signora ambasciatrice per raccomandarle questo negozio, il quale vedendo io andare in lungo, temeva che non fosse spedito anco quest'anno, sì che l'allegrezza è stata tanto maggiore quanto più inaspettata; nè siamo soli a rallegrarci, ma tutte queste monache, per loro grazia, danno segni di vera allegrezza siccome molto hanno compatito ai miei travagli. La stia aspettando con grande desiderio, e ci rallegriamo di vedere il tempo tanto tranquillo. Il signor Gerri partiva stamane con la Corte per Pisa, ed io a buon'ora l'ho fatto avvisare del quando V. S. torna qua; che quanto alla spedizione, egli la sapeva e me n'aveva dato parte jersera. Gli ho anco detto la causa per la quale V. S. non gli ha scritto, e sonomi lamentata perchè egli non potrà ritrovarsi qua all'arrivo di V. S. per compimento delle nostre allegrezze, essendo veramente persona molto compita e di garbo.
Altro non posso dire per carestia di tempo, se non che a lei ci raccomandiamo affettuosamente.
In fatto Galileo fu presto restituito alla patria e alla sua cara villa d'Arcetri. Oltre la consolazione di trovarsi libero di sè e fra' suoi cari amici e discepoli, avrà goduto di poter conversare frequente colla figlia, nel vicino convento. Ma nell'aprile seguente l'angelica creatura tornava al cielo. Così Dio dispose. Ostinandoci a cercare l'uomo di casa sotto lo scienziato, non sappiamo tenerci dal riferire due suoi biglietti casalinghi. Da Arcetri, il 16 agosto 1636 scriveva al ben noto frà Fulgenzio Micanzio:
Ho ricevuto una lettera da Monaco da Alberto Cesare mio nipote, la quale mi ha fatto lacrimare nel leggere il caso memorabile successogli nel fuoco di quella città; mentre, oltre al perder la madre con tre sorelle fanciulle, e un fratello, il poco che avevano andò tutto in fiamme e fuoco; ond'egli con un suo minor fratello restarono ignudi... È mirabile nel suono del liuto. Venendo lo tratterrò più che potrò appresso di me, sperando che debba essermi di sollevamento alla malinconia che, da alcuni giorni in qua, più del solito mi aggrava in questa mia solitudine, dove le sole lettere della S. V. R. mi sono di notabile refrigerio; come anco altre che da remote regioni mi pervengono in testimonio della mia in quelle bande conosciuta innocenza, e del manifesto torto che mi vien fatto.
In altra lettera allo stesso, 12 novembre 1636:
Quando succeda di riscuotere il semestre della mia magra pensione in Brescia, mi sarebbe caro che il denaro fosse investito là in tanto refe da cucire, dove lo fanno candidissimo e bello al possibile, e lo desiderei di diverse grossezze; e con esso mi sarebbe caro che fossero mescolate alcune cordelline e cordoncini, che alcune monache li intrecciano e annodano in alcune figure di gigli e altre bizzarrie bellissime, che poi qua per me saranno regali graziosi per presentare a mie parenti monache e fanciulle secolari.
Noi fummo sempre fedeli a quelle che Carlyle intitola _The hero-worship_, il culto de' grand'uomini: e piuttosto che il divertimento de' piccoli di rovistare le debolezze di questi, ci parve che l'umanità guadagni ogni qualvolta una grande si mostra meritevole della stima, disputatagli da falsi testimonj.
Come ci piacque, tra la magnifica fierezza di Roma imperiale, cercar la solitudine della Tebaide, e là requiara l'animo _facendo la carità_ insieme coi pii e forti romiti: come dalle fragorose grandigie di Luigi XIV ci riposarono i dotti e fermi solitarj di Porto Reale, così dal turgido stile, e dalla pomposa vanità del Seicento ci consolò il candido scrivere di questa fanciulla, pari alla quale non so se saprebbe idearne una il genio fecondo del miglior romanziere. Ed è pura storia.
1856.
TECLA
— Tecla! Tecla!» Ode il grido, dal letto Balza Tecla, al verone s'affaccia. È l'oggetto d'adultero affetto Cui promise fra l'armi seguir. — Vieni, o bella, d'amor fra le braccia; Vieni, e godi del lungo desir».
Sciagurata! al marito le ciglia Volge; ei dorme nel talamo in calma. Un bambino, una tenera figlia Nella cuna baciò, ribaciò. Move, ondeggia, ristà; nella palma Cela il viso che il pianto inondò.
— Tecla! Tecla!» Si spicca: la porta Zitta schiude: un saluto, un amplesso Di novello vigor la conforta; Addio tutti! a cavallo salì. Egli sprona, ella il segue d'appresso; Mezzanotte in quel punto s'udì.
Via per campi, per ville galoppa, Ma ai lasciati suoi cari sospira. Sta su lieta: d'amore la coppa Lene obblio ti diffonda nel sen. Dell'amor nell'ebbrezza delira, Ti prometti un perpetuo seren.
S'apre l'alba. — In quest'ora la mano Il marito a cercarmi protende, Nè mi trova: i miei pargoli invano Mi chiamâr». Sgombra l'ansia dal cor: Non se' in grembo al guerrier che t'accende? Sta su lieta, e t'inebbria d'amor.
Mezzo un anno varcò. Dall'amante Repudiata, confusa, avvilita, Tecla, fuor d'una tenda festante, Lagrimando, ululando si sta; Dal guerrier, traditrice tradita, Invan chiede mercede, pietà.
Senti, senti un urtar di bicchieri, Gavazzare un tripudio d'evviva. Senti; un brindisi ai fausti piaceri D'un'amica novella si fè. Dall'ambascia cascò semiviva; Mezzanotte in quel punto battè.
Scarna, atrita, cenciosa, al soggiorno De' suoi primi innocenti contenti Sconosciuta fa Tecla ritorno, Là seduta rimpetto a soffrir Di mendica in aspetto i tormenti D'un atroce ma tardo pentir.
Chi rimira la squallida, avvolta D'irto vel, la sovviene d'un tozzo, Ma addoppiare i suoi gemiti ascolta. Non è pane che all'egra fallì: Non di fame è il profondo singhiozzo; D'altro cibo sostenta i suoi dì.
Ferve un denso tumulto di genti, È un volar di cavalli, di cocchi; Tutt'intorno festive o gementi Squille e trombe le alternano il suon: Nulla ascolta la misera, gli occhi Sempre intesi all'offesa magion.
Note voci là dentro ella ha udito, Ma nessuna più suona per lei. Mesto uscir dalla casa il marito, Mesto il vede rivolgervi il piè. Del suo core l'ambascia tu sei, Alla gioja egli è morto per te.
Fra i cancelli una bimba, un fanciullo Folleggiar nel giardino ha veduti, Che, sospeso l'ingenuo trastullo, Vispi incontro del padre si fan: A lui baci e carezze e saluti; Per te vezzi e lusinghe non han.
Come trista del verno la sera Piove il gel dalle stelle serene! Insistente un'algenta bufera Fischia a Tecla fra l'ispido crin, Che disfoga le acerbe sue pene Gemebonda sul trito cammin.
Al suo sguardo fra i vetri scintilla Una vampa di fuoco vivace Dalla sala, ove cara, tranquilla Collo sposo, tra i figli sedè. — O bei giorni! o miei gaudj! o mia pace! Più per me quel contento non è.»
Ecco un lume alla stanza procede, Stanza un tempo a sereno riposo. È il marito: gli sguardi lo vede Verso il ciel, sopra i figli girar, Poi sul vedovo letto pensoso Affisarli, e dal cor sospirar.
Tutti dormon. Soave bambina Rompe il sonno, esclamando fra i pianti — Mamma! mamma!» L'udì la tapina, — O mia figlia, o mia figlia!» gridò. Sorse, cadde alla soglia davanti; Mezzanotte in quel punto sonò.
Al mattin, di traverso alla soglia, Mercenaria pietade ritolse D'un'ignota l'esanime spoglia Che la fame, che il freddo sfinir; Indistinta una fossa l'accolse Senza un pianto, un suffragio, un sospir.
1834.
[Illustrazione: Al mattin, di traverso alla soglia... (_Pag. 97_).]
UNA BUONA FAMIGLIA
Hai tu ancora a mente quel Baldassare, nostro compagno di scuola, insieme col quale, nei giorni sì belli e sì mal conosciuti dell'adolescenza, noi si discorreva spesso, spesso si passeggiava? Era pur buono! ma ci conveniva dissimulare il bene che gli si voleva, perchè l'amicizia riusciva sospetta ai superiori; — sospetta quell'affezione ch'è il ristoro migliore fra i travagli della vita, ed alla quale io devo tutto quel poco di dolce che si mescolò fra l'assenzio onde fu satollo. Particolarmente con questo mal gradivano essi di vederci uniti, perchè lo giudicavano un perditempo, stante che era debole nel latino, non sapea figgersi a mente la prosodia, non traccheggiava sonori i periodi, e non accozzava bene negli esametri i dattili cogli spondei.
Dopo quel tempo, balestrato lontano di qua, io non l'avevo più veduto, e neppur mai intesone notizie, benchè assai me lo ricordassi, come ricordo quelli tutti che una volta ebbero poco o assai del mio affetto. Or fa pochi giorni, mentre andavo, come soglio, scorrendo pedestre nuovi paesi, una mattina capitai a ***, e fermatomi un tratto sul piazzuolo a guardare certi devoti dipinti antichi della chiesa e cert'altri moderni strillanti e vani, ecco venirmi incontro uno, ed — Oh, sonate campane»; abbracciarmi, baciarmi: era Baldassare.
Io paragonava le sue cortesie alle gelate accoglienze che mi usarono tant'altri condiscepoli dopo che si trovarono più elevati di me: tanto più gelate quanto la sventura mi gettò più sotto. Mi domandò de' casi miei; glieli esposi in poche parole; — sono così semplici quelli che posso narrare, come sono lunghi e complicati quelli che si ascondono, che devono ascondersi, e rodermi dentro, e accelerarmi la tomba, ove saranno sepolti con me. E quando seppe che io andava così girellone per cercare divagamento ed oblio, — Dunque oggi almeno devi restare con me: sì, se mi ami»: ed aggiunse parole di tale spontanea cortesia, che non seppi ricusare l'invito. E deh se me ne trovai soddisfatto! Quando Dio volle premiare il buon figliuolo d'un buon padre, che cosa gli mandò? un fedele amico pel viaggio, che lo condusse a ospitare presso una buona famiglia.
Ed una buona famiglia veramente era quella del nostro Baldassare. — Appena mio padre (dicevami egli) s'accorse ch'io non era fatto per gli studj, persuaso che, anche senza di questi, uno possa riuscire galantuomo, mi tenne in casa, e m'avviò negli affari, dove, trovandomi nel mio elemento, non gli cagionava più que' disgusti che provava egli qualora, addomandandone i nostri precettori, s'udiva rispondersi che non profittavo, che scaldavo le panche e nulla più. Eppure a me parea di valere quanto altri, se non nel loro latino, almeno in altre cose. Menai moglie, accudii alle campagne, ed il Signore mi prosperò.»
Fra questo parlare, entravamo in casa: una casa di quella semplice pulitezza che usa in campagna; e il primo aspetto che noi si offerse fu la moglie di lui, con un bambino al seno.
Cittadine, i vostri adorni gabinetti, ove su comodi lettucci, tutte linde, svolgete libri d'eleganti vanità o di profumata corruzione, ovvero intendete ad opere oziose, mentre date ascolto agli studiati nonnulla di chi strascina la sua noja di visita in visita, porgono essi veruna immagine tanto bella quanto la vista d'una madre che allatta il proprio bambino? Tanto bella che, quando la religione vuol esporre alla devozione l'effigie di Colei che è più vicina a Dio, ed ispirarcene amore e confidenza, non sa meglio rappresentarla che in questo atto.
Come l'amico a lei mi nominò, ella sorse al mio incontro tutta festosa, e — L'ho inteso ricordare delle volte assai dal mio Baldassare, siccome un giovane studioso....»
— E non un giovane buono?» la interruppi io.
— Sì, anche questo,» ella soggiungeva.
Ed io: — Or bene: questa è la lode che più mi lusinga.»
Una bimba in sui cinque anni, che trescava giuliva per casa, mi fece la festa più ingenua, facilmente allettata da qualche zuccherino onde la regalai. Ma come, avviandomi a veder la casa, passai nello stanzone vicino, ecco la fanciulletta che era corsa a far parte del dono a suo fratello, garzonetto su gli otto anni, il quale aveva interrotto lo scrivere per dare ascolto alla sorella.
Visitammo un orto non così piccolo, che l'amico mio coltiva di propria mano, e vi fa i suoi esperimenti prima di proporli ai contadini, a ragione cautissimi in ciò che non hanno provato, e che riguarda la propria sussistenza. Le camere erano da campagna, ma pulitamente addobbate, le più con mobili vecchi, una o due con nuovi, che al loro tempo cederanno il luogo ad altri più nuovi d'un'altra coppia di sposi. Uno scaffale custodiva pochi libri, ch'esso mi mostrò con compiacenza, dicendo, — Che tu non creda ch'io abbia fatto voto d'ignoranza.» Erano pochi ma buoni, come si vorrebbero gli amici, ed oltre la Bibbia e diversi di religione, vi notai le opere di Franklin, il Robinson, Paolo e Virginia, i Promessi Sposi, qualche giornale di cognizioni utili, alcune storie, alcune novelle, e qualche composizione d'amici suoi.
Mi portò quindi a salutare sua madre, vecchierella rubizza, sulla cui fronte leggeasi la serenità di chi passò bene la gioventù. Colla schietta cordialità che rimane soffocata fra le convenienze ed i garbi cittadineschi, ella accolse il vecchio camerata del suo Baldassare, poi cominciò le lodi di questo.... Ah! le lodi in bocca de' proprj genitori vagliono ben più di qualunque incenso sappia tributare la vanità. Ma poichè la modestia di lui l'interruppe, ella si volse ad encomiare la nuora, così caritativa, così amorevole, così rispettosa, così casalinga, che fa tutti contenti, perchè ella è contenta di sè stessa. Baldassare se ne mostrava commosso, e le stringeva la mano colla schiettezza d'affetto che traspira dagli atti, non suona nelle parole.
— Se io verrò da te (così egli), tu mi mostrerai libri, edizioni, stampe, lavori tuoi: io, vuole ragione che ti mostri quelle che sono faccende mie.»