Racconti storici e morali

Part 5

Chapter 53,854 wordsPublic domain

Accetti V. S. queste poche parole proferite con uno svisceratissimo affetto, e anco resti consapevole della disposizione nella quale, per grazia del Signore, io mi ritrovo, cioè desiderosa di passarmene all'altra vita, poichè ogni giorno veggo più chiaro la vanità e miseria della presente; oltrechè finirei di offendere Dio benedetto, e spererei di poter con più efficacia pregare per V. S. Non so se questo mio desiderio sia troppo interessato; il Signore, che vede il tutto, supplisca per sua misericordia ove io manco per mia ignoranza, e a V. S. doni vera consolazione. Noi qua siamo tutte sane del corpo, ma ben siamo travagliate dalla penuria e povertà; non in maniera però che ne patiamo detrimento nel corpo, con l'ajuto del Signore.

Scrivo a ore sette; imperò V. S. mi scuserà se farò degli errori, perchè il giorno non ho un'ora di tempo che sia mia, poichè all'altre mie occupazioni s'aggiunse l'insegnare il canto fermo a quattro giovinette, e per ordine di Madonna ordinare l'uffizio del coro giorno per giorno: il che non mi è di poca fatica, per non aver cognizione alcuna di lingua latina. È ben vero che questi esercizj mi sono di molto gusto, s'io non avessi anco necessità di lavorare; ma da questo ne cavo un bene non piccolo, cioè il non stare in ozio un quarto d'ora mai mai; eccetto che mi è necessario il dormire assai per causa della testa. Se V. S. m'insegnasse il secreto che usa per sè, che dorme così poco, lo avrei molto caro, perchè finalmente sette ore di sonno, ch'io mando a male, mi pajon pur troppo. Non dico altro per non tediarla, se non che la saluto affettuosamente insieme con le solite amiche.

E conforti la Maria Celeste inviava al padre in altri dispiaceri di esso.

2 novembre 1630, a Bellosguardo.

So che V. S. sa meglio di me che le tribulazioni sono la pietra del paragone, ove si fa pruova della finezza dell'amor di Dio, sicchè tanto quanto le piglieremo pazientemente dalla sua mano, tanto potremo prometterci di posseder questo tesoro, ove consiste ogni nostro bene. La prego dunque di non pigliare il coltello di questi disturbi e contrarietà per il taglio, acciò da quello non resti offesa, ma piuttosto prendendolo a diritto, se ne serva per tagliare con quello tutte le imperfezioni, che per avventura conoscerà in sè stesso, acciò levati gl'impedimenti, siccome con vista di lince ha penetrato i cieli, così penetrando anche le cose più basse, arrivi a conoscere la vanità e fallaccia di tutte queste cose terrene; vedendo e toccando con mano che nè amor di figli, nè piaceri, onori o ricchezza ci possono dar vera contentezza, essendo cose per sè troppo instabili, e che solo in Dio benedetto, come in ultimo nostro fine, possiamo trovar vera quiete. Oh che gaudio sarà il nostro quando, squarciato questo fragil velo che ne impedisce, a faccia a faccia godremo questo gran Dio? Affatichiamoci pure questi pochi giorni di vita, che ci restano, per guadagnare un bene così grande e perpetuo; ove parmi, carissimo signor padre, che V. S. s'incammini per dritta strada, mentre si vale delle occasioni che si gli porgono, e particolarmente nel far di continuo benefizj a persone che la ricompensano d'ingratitudine; azione veramente, che, quanto ha più del difficile, tanto è più perfetta e virtuosa. Anzi questa, più che altra virtù, mi pare che ci renda simili all'istesso Dio, poichè in noi stessi esperimentiamo, che, mentre tutto il giorno offendiamo S. D. M., egli all'incontro va pur facendone infiniti benefizj; e se pur talvolta ci castiga, fa questo per maggior nostro bene, a guisa di buon padre che, per correggere il figlio prende la sferza: siccome par che segua di presente nella nostra povera città, acciocchè, almeno mediante il timore del soprastante pericolo, ci emendiamo.

V. S. mi perdoni se troppo l'infastidisco con tanto cicalare, perchè, oltre che ella m'inanimisce col darmi indizio che gli sieno grate le mie lettere, io fo conto ch'ella sia il mio devoto (per parlare alla nostra usanza), con il quale io comunico tutti i miei pensieri, e partecipo i miei gusti e disgusti; e trovandolo sempre prontissimo a sovvenirmi, gli domando non tutti i miei bisogni, perchè sarieno troppi, ma sibbene il più necessario di presente, perchè venendo il freddo mi converrà intirizzirmi se egli non mi soccorre mandandomi un coltrone per tenere addosso, poichè quello che io tengo non è mio, e la persona se ne vuol servire, come è dovere. Quello che avemmo da V. S. insieme con il panno, lo lascio a suor Arcangela, la quale vuole star sola a dormire, e io l'ho caro: ma così resto con una semplice sargia, e se aspetto di guadagnar da comprarlo, non l'avrò nè manco quest'altro inverno. Sicchè io lo dimando in carità a questo mio devoto tanto affezionato, il quale so ben io che non potrà comportare ch'io patisca. E piaccia al Signore (se è per il meglio) di conservarmelo ancora lungo tempo; perchè, dopo di lei, non mi resta bene alcuno nel mondo. Ma è pur gran cosa ch'io non sia buona per rendergli il contraccambio in cosa alcuna! Procurerò almeno, anzi al più, d'importunar tanto Dio benedetto e la Madonna santissima, ch'egli ci conduca al paradiso, e questa sarà la maggior ricompensa ch'io possa dare per tutti i beni che mi ha fatti e fa continuamente.

Gli mando due vasetti di lattovaro, preservativo dalla peste. Quello che non vi è scritto sopra è composto di fichi secchi, noci, ruta e sale, unito il tutto con tanto mele che basti. Se ne piglia la mattina a digiuno quanto una noce con bervi dietro un poco di greco o vino buono, e dicono che è esperimentato per difensivo mirabile; è ben vero che ci è riuscito troppo cotto, perchè non avvertimmo alla condizione dei fichi secchi, che è di assodare. Anco di quell'altro se ne piglia un boccone nell'istessa maniera, ma è un poco più ostico. Se vorrà usare dell'uno o dell'altro, procureremo di farli con più perfezione.

18 febbraio 1631.

Il disgusto che ha sentito V. S. della mia indisposizione dovrà restare annullato, mentre di presente gli dico che io sto ragionevolmente bene circa al male sopraggiuntomi in questi giorni passati, che, quanto alla mia antica oppilazione credo che farà bisogno di una efficace cura a migliore stagione; intanto mi andrò trattenendo con buon governo, siccome ella mi esorta. È ben vero ch'io desidererei, che del consiglio che porge a me, si valesse anche per sè stesso, non immergendosi tanto ne' suoi studj che pregiudicano troppo notabilmente alla sua sanità. Che se il povero corpo serve come strumento proporzionato allo spirito nell'intender e investigare le novità con sua gran fatica, è ben dovere che se gli conceda la necessaria quiete; altrimenti egli si sconcerterà di maniera, che renderà anco l'intelletto inabile il gustar quel cibo che prese con troppa avidità.

Non ringrazierò V. S. dei due scudi e altre amorevolezze mandatemi, ma sibbene della prontezza e liberalità con la quale ella si dimostra tanto e più desiderosa di sovvenirmi, quanto io bisognosa di esser sovvenuta.

Resto confusa sentendo ch'ella conservi le mie lettere, e dubito che il grande affetto che mi porta gliele dimostri più compite di quello che sono; ma sia pure come si voglia, a me basta ch'ella se ne soddisfaccia: con che gli dico a Dio, il quale sta sempre con lei, e gli fo le solite raccomandazioni.

E questa vada in contraddizione al dottor Faust, poichè vediamo che quest'austero Galileo, occupato de' pianeti e in lotta con tanti avversarj e invidiosi, siccome è la sorte degli uomini grandi, non è vero che abbia sagrificato alla testa il cuore; e siane prova il conservar che fa le lettere della sua monacella.

Frugando nelle quali, procediamo, e vediam come ella si condolga della morte dello zio Michelangelo.

11 marzo 1631.

La lettera di V. S. mi ha apportato molto disgusto per più ragioni. E prima perchè sento la morte dello zio Michelangelo del quale mi duole assai, non solo per la perdita di lui ma anco per l'aggravio che perciò ne viene a lei, che, veramente questa non credo che sarà la più leggiera fra le altre sue poche soddisfazioni, o per dir meglio tribulazioni. Ma poi che Dio benedetto si mostra prodigo con V. S. di lunghezza di vita e di facoltà più che con suo fratello e sorelle, è conveniente ch'ella spenda l'una e l'altre consolare benemplacito di S. D. M. che ne è padrone.

Sento anco grandissimo disgusto di non poterle dare quella soddisfazione che vorrei circa il tener qua in serbo la Virginia, alla quale sono affezionata per essere ella stata di sollevamento e passatempo a V. S., già che i nostri superiori si sono dichiarati non voler in modo alcuno che pigliamo fanciulle nè per monache nè per inserto, perchè essendo tale la povertà del convento quale V. S. sa, si rendono difficili a provveder da viver per noi che già siamo qua, non che vogliano aggiungercene dell'altre. Essendo adunque questa ragione molto plausibile, e il comandamento universale per parenti ed altri, io non ardirei di ricercar da Madonna o da altri una tal cosa. Assicurisi bene che provo una pena intensa mentre mi trovo priva di poter in questo poco soddisfarla, ma finalmente non ci vedo verso.

Dispiacemi anche grandemente in sentire ch'ella si trovi con poca sanità, e, se mi fosse lecito, di molto buona voglia piglierei sopra di me i suoi dolori; ma poi che non è possibile, non manco almeno dell'orazione, nella quale la preferisco a me stessa; così piaccia al Signore di esaudirla!

Io sto tanto bene di sanità, che vo facendo quaresima, con speranza di condurla sino al fine, sicchè V. S. non si pigli pensiero di mandarmi cose da carnevale; la ringrazio di quelle già mandatemi, e, per fine di tutto cuore me le raccomando insieme con suor Arcangela e le amiche.

Questa suor Arcangela era di salute ancor più disfatta; e di lei scriveva il 12 agosto:

Suor Arcangela, che tanto m'ha dato da pensare, per grazia di Dio sta alquanto meglio, e sebbene assai debole e fiacca si ritrovi, comincia a sollevarsi; e perchè avrebbe gusto di mangiare qualche pesciuolo marinato, prega V. S. che gliene faccia provvisione di qualcuno per questi prossimi giorni magri.

Di lei stessa si occupava in una del 30 agosto, sempre diretta a Bellosguardo.

Se la misura o indizio dell'amore, che si porta ad una persona, è la confidenza che in lei si dimostra, V. S. non dovrà stare in dubbio se io l'amo di tutto cuore, come è in verità, poichè tanta confidenza e sicurtà piglio con lei, che qualche volta temo che non ecceda il termine della modestia e riverenza figliale, e tanto più sapendo ch'ella da molti fastidj e spese si trova aggravata. Nondimeno la certezza che ho, che V. S. sovviene tanto volentieri alle mie necessità quanto a quelle di qualsivoglia altra persona, anzi alle sue proprie, mi somministra ardire di pregarla che si compiaccia di alleggerirmi di un pensiero, che molto m'inquieta mediante un debito che tengo di cinque scudi, per la malattia di suor Arcangela; essendomi convenuto in questi quattro mesi spendere alla larga, in comparazione di quello che comportava la povertà del nostro stato. E ora che mi trovo all'estremo, e in necessità di soddisfare a chi devo, mi raccomando a chi so che può e vuole ajutarmi. E anco desidero un fiasco del suo vino bianco, per farlo acciajato per suor Arcangela, alla quale credo che più gioverà la fede che ha in questo rimedio, che il rimedio istesso. Scrivo con tanta scarsezza di tempo, che non posso dirle altro, senonchè vorrei che questi sei calicioni fossino di suo gusto, e me le raccomando.

Fra ciò arrivarono i tempi grossi pel Galilei. Figuriamoci l'animo di una monacella, tutta innamorata di suo padre e superba della gloria di lui, e che tutt'inaspettatamente lo vede accusato d'eretico, e chiamato a Roma a scagionarsi o a ricredersi, da quel papa appunto, dalla cui protezione ella si era ripromesso tanti vantaggi per suo padre. Per quanto ella il sapesse trattato coi riguardi dovuti a grand'uomo e alle raccomandazioni del granduca, ella non poteva non restarne in sospeso: ma la sobrietà del dolore di essa, i lamenti che mai non accusano, l'interesse che non trascende mai ci fanno stimare infinitamente suor Celeste.

Mentre dunque Galileo stava a Roma, essa gli scriveva, ai 12 marzo 1633:

L'ultima sua lettera mi ha apportato gran consolazione, sì per sentire ch'ella si va mantenendo in buon grado di sanità, come anco perchè per quella vengo maggiormente certificata del felice esito del suo negozio, che tale me l'hanno fatto prevedere il desiderio e l'amore. E sebbene veggo che passando le cose in questa maniera, si andrà prolungando il tempo del suo ritorno, reputo nondimeno a gran ventura il restare priva delle mie proprie soddisfazioni per un'occasione, la quale abbia da ridondare in benefizio e reputazione della sua persona, amata da me più che me stessa. E tanto più m'acqueto, quanto che son certa ch'ella riceve ogni onore e comodità desiderabile da cotesti eccellentissimi signori, e in particolare dalla eccellentissima ambasciatrice, mia signora e padrona, la visita della quale se avessimo grazia suor Arcangela e io di ricevere, certo che sarebbe favore segnalato, e a noi tanto gradito quanto V. S. può immaginarsi. Quanto al procurare ch'ella vedesse una commedia, io non posso dir niente, poichè bisognerebbe governarsi secondo il tempo nel quale ella venisse; sebbene io veramente crederei che stessimo più in salvo lasciandola in quella buona credenza, in ch'ella deve ritrovarsi mediante le parole di V. S.

Suor Arcangela sta alquanto meglio, ma non bene affatto. Io sto bene perchè ho l'animo quieto e tranquillo, e sto in continuo moto, eccetto però le sette ore della notte, le quali io mando a male in un sonno solo: perchè questo mio capaccio così umido non ne vuole manco un tantino. Non lascio per questo di soddisfare il più che io posso al debito che ho con lei dell'orazione, pregando Dio benedetto che principalmente le conceda la salute dell'anima, poi le altre grazie ch'ella maggiormente desidera.

Non dirò altro per ora, senonchè abbia pazienza se troppo la tengo a tedio, pensando che io restringo in questa carta tutto quello che io le cicalerei in una settimana. La saluto con tutto l'affetto insieme con le solite.

Come poi udì ch'egli era stato per alcuni giorni nel Sant'Uffizio, lo consolava:

20 aprile 1633.

Dal signor Gerri mi viene avvisato in qual termine ella si ritrovi per causa del suo negozio, cioè ritirato nelle stanze del Sant'Uffizio; il che per una parte mi dà molto disgusto, persuadendomi ch'ella si ritrovi con poca quiete dell'animo, e fors'anco non con tutte le comodità del corpo; dall'altra banda, considerando io la necessità del venire a questi particolari per la sua spedizione, e la benignità colla quale fino a qui si è costà proceduto verso la persona sua, e sopratutto la giustizia della causa e la sua innocenza in questo particolare, mi consolo e piglio speranza di felice e prospero successo, con l'ajuto di Dio benedetto, al quale il mio cuore non cessa mai di esclamare e raccomandarla con ogni affetto e confidenza possibile.

Resta solo ch'ella stia di buon animo, procurando di non pregiudicare alla sanità con il soverchiamente affliggersi, rivolgendo il pensiero e la speranza in Dio, il quale, come padre amorevolissimo, non mai abbandona chi in lui confida e a lui ricorre. Carissimo signor padre, ho voluto scrivergli adesso, acciò ella sappia ch'io sono a parte de' suoi travagli, il che a lei dovrebbe essere di qualche alleggerimento, ma non ne ho già dato indizio ad alcun altro, volendo che queste cose di poco gusto sieno tutte mie, e quelle di contento e soddisfazione sieno comuni a tutti. Che però tutti stiamo aspettando il suo ritorno, con desiderio di goder la sua conversazione con allegrezza. E chi sa, che, mentre adesso sto scrivendo, V. S. non si ritrovi fuori d'ogni frangente e di ogni pensiero? Così piaccia al Signore, il quale sia quello che la consoli, e con il quale la lascio.

Quanta delicatezza! E che stacco fanno questi sentimenti dagli irosi di coloro, che, contro ogni testimonianza e probabilità, si ostinano a ripetere che Galileo dal Sant'Uffizio fu sottoposto alla tortura! Codardie, degne di que' materialoni, che computano solo i gusti come i tormenti del corpo, ed hanno bisogno d'aggiungere nuovi torti a questa patria, ch'essi poi ostentano di amare sviscerati.

Suor Celeste si rallegrò quando intese vôlto in meglio l'affare, e al padre scriveva a' 7 maggio:

L'allegrezza che mi apportò l'ultima sua amorevolissima lettera fu tale, e tale alterazione mi causò, che con questo e con l'essermi convenuto più volte leggere e rileggere la medesima lettera a queste monache, che tutte giubilavano sentendo i proprj successi di V. S., fui sorpresa da gran dolore di testa, che mi durò dalle ore quattordici della mattina fino a notte, cosa veramente fuori del mio solito. Ho voluto dirgli questo particolare, non per rimproverargli questo poco mio patimento, ma sibbene perchè ella maggiormente possane conoscere quanto mi siano a cuore, e mi premano le cose sue, poichè causano in me tali effetti; effetti che, sebbene generalmente parlando pare che l'amor figliale possa e deva causare in tutti i figli, in me ardirò di dire che abbiamo maggior forza, come quella che mi do tanto di avanzare di gran lunga la maggior parte degli altri dell'amare e riverire il mio carissimo padre; siccome all'incontro chiaramente veggo ch'egli supera la maggior parte de' padri in amare me sua figlia, e di ciò basti.

Rendo infinite grazie a Dio benedetto per tutti i favori che fino a qui V. S. ha ricevuti, e per l'avvenire spero riceverà, poichè tutti principalmente derivano da quella pietosa mano, siccome V. S. giustamente riconosce. E sebbene ella attribuisce in gran parte questi benefizj al merito delle mie orazioni, questo veramente è poco o nulla; ma è bene assai l'affetto con il quale io li domando a S. D. M., la quale avendo riguardo a quello, tanto benignamente prosperando V. S. mi esaudisce, e noi tanto maggiormente gli restiamo obbligati: siccome anco grandemente siamo debitori a tutte quelle persone che a V. S. sono in favore ed ajuto, e particolarmente a cotesti eccellentissimi signori suoi ospiti[1]. Io volevo scrivere all'eccellentissima signora ambasciatrice, ma sono restata per non la infastidire con replicarle sempre le medesime cose, cioè rendimenti di grazie e confessioni di obblighi infiniti. V. S. supplirà per me con farle reverenza in mio nome: e veramente, carissimo signor padre, la grazia, che V. S. ha avuta del favore della protezione di questi signori e tale essa sola, che è bastante a mitigare, anzi annullare tutti i travagli che ha sofferti.

Mi è capitata alle mani una ricetta eccellentissima contro la peste, della quale ho fatto una copia, e gliela mando non perchè io creda che costà vi sia sospizione alcuna di questo male, ma perchè è buona ad ogni altra cattiva disposizione. Degli ingredienti io ne sono tanto scarsa, anzi mendica per me, che non gliene posso far parte di nessuno, ma bisogna che V. S. procuri di ottener quelli, che per avventura gli mancheranno, dalla fonderia della Misericordia del Signor Iddio, con il quale la lascio.

La peste in fatto durava per la Toscana, e suor Maria Celeste ne riferiva a suo padre in questo tenore:

18 giugno 1633, a Roma.

Quando io scrissi a V. S. dandogli conto del male che era stato in questi contorni, già era cessato quasi del tutto ogni sospetto, essendo scorsi molti giorni, anzi settimane, senza sentirvisi niente; e come allora gli aggiunsi, me ne dava intera sicurtà il vedere che tutti questi gentiluomini se ne stavano qua in villa, come seguitano ancora di starci tutti: e quel che è più, nella medesima città di Firenze si sentiva che il male andava tanto diminuendo, che si sperava che presto dovesse restar libera del tutto; onde con questa sicurtà, mi mossi ad esortarla e sollecitarla per il suo ritorno, sebbene nell'ultima che gli scrissi, sentendo che le cose erano peggiorate, mutai linguaggio, come si suol dire. Perchè sebbene è verissimo che desidero grandemente di rivederla, desidero nondimeno molto più la sua conservazione e salute; e riconosco per grazia speciale del Signore Iddio l'occasione che V. S. ha avuta di trattenersi costà più lungamente di quello che lei e noi avremmo voluto. Perchè, sebbene credo che gli dia travaglio il trattenersi così irresoluta, maggiore gliene darebbe forse il ritrovarsi in questi pericoli, i quali tuttavia vanno continuando, e forse aumentando, e ne fo conseguenza da una ordinazione venuta al nostro monastero, come ad altri ancora, da parte dei Signori della sanità, ed è che, per lo spazio di quaranta giorni, dobbiamo, due monache per volta, star continuamente giorno e notte in orazione, e pregare S. D. M. per la liberazione di questo flagello. Avemmo dai suddetti Signori scudi 25 in elemosina; e oggi è il quarto giorno che demmo principio.

Ora per darle avviso di tutte le cose di casa, mi farò dalla colombaja, ove fino da quaresima cominciarono a covare i colombi, ma il primo pajo che nacque fu mangiato una notte da qualche animale, e il colombo che li covava fu trovato dalla Piera sopra una trave, mezzo mangiato e cavatone tutte l'interiora, che per questo si giudicò che fosse stato qualche uccello di rapina; gli altri colombi spauriti non vi tornavano, ma seguitando la Piera a dargli da mangiare si sono ravviati, e adesso ne covano due.

Gli aranci hanno avuto pochi fiori, i quali la Piera ha stillati, e mi dice averne cavato una metadella di acqua. I capperi quando sarà tempo si accomoderanno. La lattuga, che si seminò secondo che V. S. aveva ordinato, non è mai nata e in quel luogo la Piera vi ha messo dei fagiuoli, che dice essere assai belli, e similmente dei ceci, dei quali la lepre ne vorrà la maggior parte, avendo già cominciato a levarli via.

Delle fave ve ne sono da seccare, e i gambi si danno per colazione alla muletta, la quale è diventata così altiera, che non vuol portar nessuno, e alcune volte ha fatto fare dei salti mortali al povero Geppo, ma con gentilezza, poichè non si è fatto male. Ascanio fratello della cognata, la domandò una volta per andar di fuora, ma dopo poco gli convenne tornarsi indietro, non avendo mai avuto forza di scaponire l'ostinata mula acciò andasse innanzi, la quale forse sdegna di essere cavalcata da altri trovandosi senza il suo vero padrone.

Ma ritornando all'orto, gli dico che le viti mostrano assai bene, non so poi se proseguiranno così mediante il torto che ricevono di esser custodite dalle mani della Piera in cambio di quelle di V. S. Dei carciofi non ve ne sono stati molti, con tutto ciò se ne seccherà qualcuno.

In cantina le cose passano bene, andandosi il vino conservando buono. In cucina non manco somministrare quel poco che fa bisogno per la servitù, eccetto che nel tempo che ci viene il signor Rondinelli, che allora ci vuol pensare lui; anzi che in questa settimana volle che una mattina noi stessimo in parlatorio a desinar da lui. Questi sono tutti gli avvisi che mi pare di potergli dare...