Part 4
Mentre così abbellivamo la nostra povertà, Giulietta coll'immaginare de' pasti economici, io parlando sul mio zelo come maestro di scuola, un tintinno si fece sentire al fondo della vettura, come se qualche cosa ne cascasse ai piedi. Cercammo, ed era un marengo d'oro lampante.
— T'è cascato a te?» chiesi alla Giulietta.
— A me no: io non ne ho dell'oro», mi rispose ella.
Prendemmo questo amabile dono come un avanzo del signor impiegato. Ma un momento dopo non rotola un altro marengo a' nostri piedi?
— Da senno (diss'io) noi abbiamo qualche buon genio, o qualche fata benigna, che intese la nostra conversazione.»
Allungai le mestole a levar anche questo; cercai minutamente se non avesse altri compagni, ma non trovai nulla, il che m'increbbe al cuore.
Ma a poco andare, il fenomeno si rinnovò per la terza volta.
— Cattadedina, questo non viene dalla vettura!» gridai io, e rattenni i cavalli.
Allora un quarto ruspo d'oro brillò a' miei occhi, traverso una sfenditura del cofano, su cui stavamo seduti. La fonte aurea era dunque scoperta. Forzai il cofano, e trovai che, quel che dapprima avevo creduto il tintinno d'una catena, era un rotolo di marenghi che si era sgruppato, e presso a quello un sacchetto d'argento meglio chiuso.
In che modo il mio impiegato fosse divenuto possessore di questo tesoro, io nol so; e, appartenesse a lui o ad altri, poco m'importava. Ma sì io, sì Giulietta conoscemmo che questa somma era troppo considerevole pei nostri modesti desiderj; nè potevamo tenercela in coscienza. Riponemmo dunque i tre marenghi presso gli altri, rinserrammo il cassetto, e toccammo innanzi come se nulla fosse accaduto.
La vecchia madre di Giulietta, contentona di abbracciarci, ne ricevette con mille benedizioni. Il nostro tesoro fu dato a lei in deposito; ma, per quanti avvisi io facessi affigere sui cantoni e sulle gazzette, mesi e mesi passarono senza che alcuno comparisse a reclamare sia il cavallo e il calesso, sia il denaro.
Al termine dunque delle avventure mie, rimasi più ricco che mai non l'avessi sperato, e con Giulietta per moglie.
Mandai al mio amico di Berlino un lauto compenso per quella tal vettura che il signor Maggiore, m'avea menata via, senza tanti complimenti: rinunziai alla cura d'anime; una bella campagna, in situazione deliziosa, e all'ombra di tigli e di castani, una casetta grande abbastanza per Giulietta, sua madre e me, ecco il mio paradiso.
1845.
UNA FIGLIA DI GALILEO GALILEI
Se vi è titolo a scusare i romanzi storici, gli è l'introdursi che fanno nella vita privata, vorremmo dire nel cuore di coloro, di cui la storia non ci mostra che il braccio o la testa. Ma se la storia cesserà di essere un mostro convenzionale, se si convincerà che, di tutte le arti belle, ma di essa principalmente, la materia vera è l'uomo; l'uomo coi sentimenti, coi pensieri, colle speranze sue proprie; essa potrà raggiungere appieno l'intento suo d'essere l'immagine della vita, e non farà più bisogno di ricorrere a quelle ibridi composizioni, dove si è incerti anche del poco vero che serve d'intelajatura al molto finto.
E che la storia possa riccamente soddisfare a questo bisogno, lo mostrarono que' pochi che seppero, ai dì nostri, farla discendere dall'epico suo sussiego, perchè versasse nella vita; scapitando forse in dignità di procedimento, ma guadagnando in verità. E noi oggi vogliamo sfogliare alcune di queste pagine prosastiche della vita d'un grand'uomo. Non sono i contrasti che fan il bello (dico il bello formale) de' quadri? Non è per questo che si accostano sempre Marte e Venere, Otello e Desdémona, satiri e ninfe, santi e demonj; e in un'arte più plateale quegli spazzacamini, quei servitori mori, quelle scimmie?
Or noi, a canto all'austera figura di Galileo Galilei, che rammenta tanto senno, tanta perseveranza, tante contrarietà, ne abbiamo riscontrata un'altra, pura, ingenua, religiosa, che protegge quasi di candido velo gli occhi sfolgoranti che scopersero macchie nel sole, e circondano di carezze la risoluta volontà che, a fronte dei sofisti potenti, esclamava, _Eppur si muove_.
È noto che Galileo ebbe la disgrazia d'aver più d'una creatura fuor di matrimonio, e il conforto di poter confessarle. Due figliuole si resero monache in San Matteo d'Arcetri col nome di suor Arcangela e suor Maria Celeste. Di quest'ultima, a lui prediletta, rimangono da 120 lettere nella biblioteca Palatina di Firenze, donde alcune furono messe nell'edizione delle opere di quel grande, che, a cura di Eugenio Alberi e a spese del granduca, fu fatta in Firenze.
Abbiamo creduto non dovesse che piacere il trovarne qui alcune, di cui la religiosa mestizia e la candida affezione speriamo toccheran il cuore ai lettori come toccarono il nostro: vedendo questa pia soccorrere a tutti i dolori del padre con quei conforti, con quell'affetto, con quella dirittura di sentire, che la solitudine claustrale è così atta a ispirare in coloro che non vi si struggono di tristi repetìi, o di sollecitudini mondane.
Dal convento di San Matteo in Arcetri, 10 maggio, 1623; a Bellosguardo.
Sentiamo grandissimo disgusto per la morte della sua amatissima sorella e nostra cara zia (_Virginia Landucci_). Ne abbiamo dico, grave dolore per la perdita di essa, e ancora sapendo quanto travaglio ne avrà avuto V. S., non avendo lei, si può dir, altri in questo mondo, nè potendo quasi perder ogni cosa più cara, sì che possiamo pensar quanto gli sia stata grave questa percossa tanto inaspettata. E come gli dico partecipiamo ancor noi buona parte del suo dolore, sebbene dovrebbe esser bastato a farci pigliar conforto la considerazione delle miserie umane, e che tutti siamo qua come forestieri e viandanti, che presto siamo per andare alla nostra vera patria nel cielo, dove è perfetta felicità, e dove sperar dobbiamo che sia andata quell'anima benedetta. Sicchè, per l'amor di Dio preghiamo V. S. a consolarsi, e rimettersi nella volontà del Signore, al quale sa benissimo che dispiacerebbe facendo altrimenti, e anco farebbe danno a sè e a noi, perchè non possiamo non dolerci infinitamente quando sentiamo che è travagliata e indisposta, non avendo noi altro bene in questo mondo che lei. Non gli dirò altro se non che di tutto cuore preghiamo il Signore che la consoli e sia sempre seco.
Salì in quel tempo al trono papale Urbano VIII, ch'era grand'estimatore e amico di Galileo; sicchè questi ne esultò, e mandò a leggere a sua figlia le lettere che, in diversi tempi, n'avea ricevute. Suor Maria Celeste gli rispose a' 10 agosto 1623:
Il contento che mi ha apportato il regalo delle lettere che m'a mandate V. S., scrittegli da quell'illustrissimo cardinale, oggi Sommo Pontefice, è stato inesplicabile, conoscendo benissimo in quelle qual siasi l'affezione che le porta, e quanta stima faccia della sua virtù. Le ho lette e rilette con gusto particolare, e gliele rimando come m'impone, non l'avendo mostrate ad altri che a suor Arcangela (_la sorella_), la quale insieme meco ha sentito estrema allegrezza nel vedere quanto lei sia favorita da persona tale. Piaccia al Signore di concederle tanta sanità quanta gli è di bisogno per adempire il suo desiderio di visitare Sua Santità, acciocche maggiormente possa V. S. esser favorita da quella; e anco vedendo nelle sue lettere quante promesse gli faccia, possiamo sperare che facilmente avrebbe qualche ajuto per nostro fratello. Intanto noi non mancheremo di pregar il Signore, dal quale ogni grazia deriva, che gli dia d'ottener quanto desidera, purchè sia per il meglio.
Mi vo immaginando che V. S. in questa occasione avrà scritto a Sua Santità una bellissima lettera per rallegrarsi con essa della dignità ottenuta; e perchè sono un poco curiosa, avrei caro se gli piacesse di farmene vedere la copia. La ringrazio infinitamente di queste che ha mandate e ancora dei poponi, a noi gratissimi. Le ho scritto con molta fretta, imperò la prego a scusarmi se ho scritto sì male. La saluto di cuore insieme con le altre solite.
Pare che Galileo le facesse alcun rimprovero di quest'ultima parte della lettera; ond'essa gli replicava a' 13 agosto 1623, sempre a Bellosguardo.
La sua amorevolissima lettera è stata cagione che io a pieno ho conosciuto la mia poca accortezza, stimando io che così subito dovesse V. S. scrivere a una tal persona, o per dir meglio al più sublime signore di tutto il mondo. Ringraziola adunque dell'avvertimento, e mi rendo certa che (mediante l'affezione che mi porta) compatirà alla mia grandissima ignoranza, ed a tanti altri difetti che in me si ritrovano. Così mi foss'egli concesso il poter di tutti esser da lei ripresa ed avvertita, come lo desidero, che io avrei così qualche poco di sapere, e qualche virtù che non ho; ma poichè, mediante la sua continua indisposizione, ci è vietato di poterla qualche volta rivedere, è necessario che pazientemente ci rimettiamo nella volontà di Dio, la quale permette ogni cosa pel nostro bene. Io metto da parte e serbo tutte le lettere, che giornalmente mi scrive V. S.; e quando non mi ritrovo occupata, con mio grandissimo gusto le rileggo più volte, sì che lascio pensare a lei se amo volontieri leggere quelle che gli sono scritte da persone tanto affettuose ed a lei affezionate. Per non la infastidire di troppo farò fine, salutandola affettuosamente insieme con suor Arcangela e l'altre di camera.
Quanto affetto, e quanta venerazione per l'illustre genitore! Sette giorni dopo, le giunge nuova ch'e' si trovi indisposto, ond'essa gli scrive:
Stamattina ho inteso dal nostro fattore che V. S. si ritrova a Firenze indisposta, e perchè mi par cosa fuora del suo ordinario il partirsi di casa sua (_a Bellosguardo_) quando è travagliata dalle sue doglie, sto con timore e mi vo immaginando che abbia più male del solito. Pertanto la prego a dar ragguaglio al latore acciocchè, se fosse manco di quello che temiamo, possiamo quietar l'animo. Ed in vero ch'io non m'avveggo mai d'esser monaca se non quando sento che V. S. è ammalata, poichè allora vorrei poterla venire a visitare e governare con tutta quella diligenza, che mi fosse possibile. Orsù, ringraziato sia il Signore Iddio di ogni cosa, poichè senza il suo volere non si volta una foglia. Io penso che in ogni modo non gli manchi niente, pur veda se in qualche cosa ha bisogno di noi, e ce l'avvisi, che non mancheremo di servirla al meglio che possiamo; intanto seguiteremo, conforme al nostro solito a pregare Nostro Signore per la sua desiderata sanità, e anco che conceda la sua santa grazia.
Or viene la volta di confidare al padre i proprj malucci e invocarne l'assistenza; pur mandandogli nuove cortesie di regalucci, e quella cortesia che agli scrittori è giocondissima, il parlargli de' suoi libri.
21 novembre 1623.
L'infinito amore ch'io porto a V. S., ed anche il timore che ho, che questo subito freddo, ordinariamente a lei tanto contrario, gli causi il risentimento dei suoi soliti dolori e d'altre sue indisposizioni, non comportano ch'io possa star più senza aver nuove da lei; mando adunque costì per intender qualcosa, sì dell'esser suo, come anche quando V. S. pensi partire. Ho sollecitato assai in lavorar i tovagliolini, e son quasi al fine; ma nell'appiccare le frange trovo che, di questa sorte che gli mando la mostra, me ne manca per due tovagliolini, che saranno quattro braccia. Avrò caro che le mandi quanto prima, acciocchè possa compirli avanti che si parta, che per questo ho preso sollecitudine in finirli.
Per non aver io camera dove stare a dormire la notte, suor Diamante, per sua cortesia mi tiene nella sua, privandosi della propria sorella per tenervi me; ma a questi freddi è tanto cattiva la stanza, che io, che ho la testa tanto infetta, non credo poterci stare se V. S. non mi soccorre prestandomi uno de' suoi padiglioni, di quelli bianchi che adesso non deve adoperare. Avrò caro d'intender se può farmi questo servigio; e di più la prego a farmi grazia di mandarmi il suo libro, che si è stampato adesso, tanto che io lo legga, avendo io gran desiderio di vederlo.
Queste poche paste che le mando, l'aveva fatte pochi giorni sono per dargliele quando veniva a darci addio: veggo che non sarà presto, come temevo, tanto che gliele mando acciò non induriscano. Suor Arcangela seguita ancora a purgarsi, e se ne sta non troppo bene con due cauterj che se le son fatti nelle coscie. Io ancora non sto molto bene, ma per essere omai tanto assuefatta alla poca sanità, ne faccio poca stima; vedendo di più che al Signore piace di visitarmi sempre con qualche poco di travaglio, lo ringrazio e lo prego che a V. S. conceda il colmo d'ogni maggior felicità. E per fine, di tutto cuore la saluto in nome mio e di suor Arcangela.
_PS._ Se V. S. ha collari da imbiancare, potrà mandarceli.
19 dicembre 1625.
Del cedro, che V. S. m'ordinò che dovessi confettare, non ne ho accomodato se non questo poco, che al presente le mando, perchè dubitavo, che per esser così appassito, non dovesse riuscir di quella perfezione che avrei voluto, come veramente non è riuscito. Insieme con esso le mando due pere cotte, per questi giorni di vigilia; ma per maggiormente regalarla gli mando una rosa, la quale, come cosa straordinaria in questa stagione, dovrà da lei esser molto gradita, e tanto più che, insieme con la rosa, potrà accettare le spine, che in essa rappresentano l'acerba passione del nostro Signore, e anco le sue verdi fronde, che significano la speranza, che (mediante questa Santa Passione) possiamo avere di dover, dopo la brevità ed oscurità dell'inverno della vita presente, pervenire alla chiarezza e felicità dell'eterna primavera del cielo; il che ne conceda Dio benedetto per sua misericordia.»
Quest'affetto non è passeggero; ma come di figlia, non si altera cogli anni; e a' 4 marzo 1627 essa gli scriveva ancora a Bellosguardo un amorevole lamento.
Credo veramente che l'amor paterno inverso dei figli possa in parte diminuirsi, mediante i mali costumi e portamenti loro, e questa mia credenza vien confermata da qualche indizio che me ne dà V. S., parendomi che più presto vada in qualche parte scemando quel cordiale affetto, che per l'addietro ha inverso di noi dimostrato; poichè sta tre mesi per volta senza venire a visitarne, che a noi pajon tre anni, ed anche da un pezzo in qua, mentre si ritrova con sanità, non mi scrive mai, mai un verso. Ho fatto buona esamina per conoscere se dalla banda mia ci fosse caduto qualche errore, che meritasse questo castigo, ed uno ne ritrovo (ancorchè involontario), e questo è una trascuraggine, o spensierataggine ch'io dimostro verso di lei, mentre non ho quella sollecitudine, che richiederebbe l'obbligo mio, di visitarla e salutarla più spesso con qualche mia lettera. Onde questo mio mancamento, accompagnato da molti demeriti che per altra parte ci sono, è bastante a somministrarmi il timore sopra accennatole; sebbene appresso di me non a difetto può attribuirsi, ma piuttosto a debolezza di forze, mente che la mia continua indisposizione mi impedisce di poter esercitarmi in cosa alcuna; e già più d'un mese ho travagliato con dolori di testa tanto eccessivi, che nè giorno nè notte trovavo riposo. Adesso che (per grazia del Signore) sono mitigati, ho subito preso la penna per scriverle questa lunga lamentazione, che, per essere di carnevale, può piuttosto dirsi una burla. Basta insomma che V. S. si ricordi che desideriamo di rivederla quando il tempo lo permetterà, intanto le mando alcune poche confezioni, che mi sono state donate; saranno alquanto indurite, avendole io serbate parecchi giorni colla speranza di dargliele alla presenza. I berlingozzi sono per l'Anna Maria e suoi fratellini (_figli di Michelangelo fratello di Galileo_). Gli mando una lettera per Vincenzo (_fratello_), acciò questo gli riduca in memoria che siamo al mondo, poichè dubito ch'egli se lo sia scordato, poichè non ci scrive mai un verso. Salutiamo per fine V. S. e la zia di tutto cuore, e da N. S. le prego ogni contento.
Pretendono che il cervello non si sviluppi se non a scapito del cuore, e che perciò le persone di testa non siano le più amorevoli. Rimettiamone la decisione al dottor Faust; questo noi sappiamo, che Galileo non rispondeva abbastanza alle sollecitudini di sua figlia, o almeno non quanto essa desiderava. E però, sempre con religiosa rassegnazione, essa gli rinnuova il lamento agli 11 novembre dell'anno seguente:
Essendo io stata tanto senza scriverle, V. S. potrebbe facilmente giudicare ch'io l'avessi dimenticato; sì come potrei io sospettare ch'ella avesse smarrita la strada per venir a visitarmi, poichè è tanto tempo che non ha per essa camminato. Ma siccome poi son certa che non tralascio di scriverle per la causa suddetta, ma si bene per penuria e carestia di tempo, del quale non ho mai un'ora che sia veramente mia, così mi giova di creder ch'ella, non per dimenticanza, ma sibbene per altri impedimenti, lasci di venir da noi; e tanto più adesso che Vincenzo nostro viene in suo scambio, e con questo ci acquetiamo, avendo da esso nuove sicure di V. S. le quali tutte mi sono di gusto, eccetto quella per la quale intendo ch'ella va alla mattina nell'orto. Questa veramente mi dispiace fuori di modo, parendomi che V. S. si procacci qualche male stravagante e fastidioso, siccome l'altra invernata gl'intervenne. Di grazia, privisi di questo gusto, che torna in tanto suo danno, e se non vuol farlo per amor suo, faccialo almeno per amor di noi suoi figliuoli, che desideriamo di vederla giugnere alla decrepità, il che non succederà s'ella così si disordina. Dico questo per pratica, perchè ogni poco ch'io stia ferma all'aria scoperta, mi nuoce alla testa grandemente: or quanto più farà danno a lei?
Quando Vincenzo fu ultimamente da noi, suor Chiara gli domandò otto o dieci melarancie; adesso ella torna a dimandarle a V. S., se sono mediocremente mature, avendo a servirsene lunedì mattina. Gli rimando il suo piatto; dentrovi una pera cotta, che credo non le spiacerà, e questa poca pasta reale. Saluto V. S. e Vincenzo molto affettuosamente, e il simile fanno l'Arcangela e le altre di camera. Il Signore gli conceda la sua grazia.
Sono uno dei temi favoriti agli scherzi della _buona società_ i regalucci delle monache; ma qui prendono un carattere solenne, e noi godiamo pensando n'avrà goduto quel grand'uomo di Galileo. Il Vincenzo, di cui qui si parla, era un altro figlio di lui, il quale nel 1629 menò moglie, e la fece conoscere alle sorelle. In quest'occasione suor Maria Celeste scriveva al padre con affetto ancor più espansivo, quasi (oseremmo cercar un bruscolo mondano in quella candida anima?) temesse che le cure della nuora lo distraessero alquanto dall'amor delle figliuole.
Restammo veramente tutte sotisfatte della sposa, per esser molto affabile e graziosa; ma sopra ogni altra cosa ne dà contento il conoscere ch'ella porti amore a V. S., poichè supponghiamo che sia per fargli quegli ossequi, che noi le faremmo se ci fosse permesso. Non lascieremo già di fare ancor noi la parte nostra inverso di lei, cioè di tenerla continuamente raccomandata al Signor Iddio, che troppo siamo obbligate, non solo come figliuole, ma come orfane abbandonate che saremmo se V. S. ci mancasse. Oh se almeno io fossi abile ad esprimerlo il mio concetto, sarei sicura che ella non dubiterebbe ch'io non l'amassi tanto teneramente, quanto mai altra figliuola abbia amato il padre; ma non so significarglielo con altre parole, se non con dire che io lo amo più di me stessa, poichè, dopo Dio, l'essere lo riconosco da lei, accompagnato da tanti altri beneficj che sono innumerabili, sì che mi conosco anche obbligata e prontissima ad espor la mia vita a qualsivoglia travaglio per lei, eccettuatone l'offesa di Sua Divina Maestà. Di grazia V. S. mi perdoni se la tengo a tedio troppo lungamente, poichè talvolta l'affetto mi trasporta.
Non mi ero già messa a scrivere con questo pensiero, ma sibbene per dirle che, se potesse rimandare l'oriuolo sabato sera, la sagristana che ci chiama a mattutino l'avrebbe caro; ma se non si può mediante la brevità del tempo che V. S. l'ha tenuto, sia per non detto che, meglio sarà l'indugiare qualche poco, e riaverlo aggiustato, caso che n'abbia bisogno.
Vorrei anco sapere se ella si contentasse di far un baratto con noi, cioè ripigliarsi un chitarrone, ch'ella ci donò parecchi anni sono, e donarci invece un brevario a tutte due, giacchè quelli che avemmo quando ci facemmo monache, sono tutti stracciati, essendo questi gl'istromenti che adopriamo ogni giorno; talchè quello se ne sta sempre alla polvere, e va a rischio d'andar a male, essendo costrette, per non fare scortesia, a mandarlo in presto fuor di casa qualche volta. Se V. S. si contenta, me ne darà avviso, acciò possa mandarlo: e quanto ai breviarj non ci curiamo che siano dorati, ma basterebbe che vi fossino tutti i santi di nuovo aggiunti, e avessino buona stampa, perchè ci serviranno nella vecchiaja, se ci arriveremo.
Volevo fargli della conserva di fiori di ramerino, ma aspetto che V. S. mi rimandi qualcuno de' miei vasi di vetro, perchè non ho dove metterla; e così se avesse per casa qualche barattolo o ampolla vuota, che gli dia impaccio, a me sarebbe grata per la bottega.
Sopraggiunse intanto il 1630, l'anno della peste; e in tali pericoli la lontananza cresce gli sgomenti, quand'anche siasi certi che la presenza non diminuirebbe i pericoli. È in questi casi che la voce della religione vien di conforto più presentaneo, e viepiù se esca da labbra amorevoli.
18 ottobre 1630, a Bellosguardo.
Sto con l'animo assai travagliato e sospeso, immaginandomi che V. S. si ritrovi molto disturbata mediante la repentina morte del suo povero lavoratore. Suppongo eziandio ch'ella procurerà con ogni diligenza possibile di guardarsi dal pericolo, del che la prego caldamente; e anco credo che non gli manchino i rimedj difensivi, proporzionati alla presente necessità, onde non predicherò altro intorno a questo. Bensì con ogni debita riverenza e confidenza figliale l'esorterò a procurar l'ottimo rimedio, quale è la grazia di Dio benedetto, col mezzo di una vera contrizione e penitenza. Questa senza dubbio è la più efficace medicina, non solo per l'anima, ma pel corpo ancora; poichè, se è tanto necessario, per ovviare al male contagioso, lo stare allegramente, qual maggiore allegrezza può provarsi in questa vita, di quello che ci apporta una buona e serena coscienza? Certo che, quando possederemo questo tesoro, non temeremo nè pericoli nè morte; e poichè il Signore giustamente ne castiga con questi flagelli, cerchiamo noi con l'ajuto suo di star preparati per ricevere il colpo da quella potente mano la quale avendoci cortesemente donato la presente vita, è padrona di privarcene come e quando gli piace.