Part 3
Eccoti dunque destinato per la Francia, povero dottore per esservi inchiodato in una fortezza. Deh come tutto in un lampo si cangiò! Quando stavi assettato nella tua soffitta da poeta, girando gli occhi sopra i tetti vicini; quando leggevi Plutarco o la gazzetta, tirando quietamente una presa di tabacco, che cosa mai poteva turbare la tua pace? Poi finita la giornata, date le lezioni, tu andavi a fianco della tua Giulietta, a ragionar con lei delle speranze e dell'avvenire, o nella tua poetica solitudine scrivevi nuovi cantici guerrieri.
A ciò mi corsero in mente gl'inni delle vittorie prussiane, che tenevo sempre in tasca: onde cacciai a mano lo scartafaccio, mi guardai attorno per vedere se ero osservato, e lo gettai sul fuoco. Canti di trionfo, canti pieni di rabbia e di spregio contro Napoleone e gli eserciti suoi, poteano nella mia prigionia costarmi nientemeno che la pelle. Dunque li vidi perir tra le fiamme, quasi col piacere stesso onde, in momenti più felici, io gli aveva partoriti. Nè la mia gioja fu sminuita per avere nella furia gettata con loro anche la mia nomina di capellano.
Alcuni soldati mi s'accostarono ben tosto; quelli appunto che mi avevano fatto cascar di cavallo, e mi domandarono: — Cosa bruciate costì furtivamente?» e parlavano di spionaggio, di moschettare. Io, imbarazzato a rispondere, davo cartacce, il che non migliorò la mia situazione. Que' mariuoli, me n'accorsi ben io, cercavano di attaccar bega; m'insultarono, mi condussero in una camera del corpo di guardia, ove dovetti deporre la giubba e gli stivali; essi se li presero e via, nè più rividi i mariuoli nè la giubba.
Fuori pel giorno fui interrogato molte volte sulle carte bruciate; e perchè io stava sul tirato, sostenendo che erano miserie, carte di famiglia, lettere private, fui condotto al quartier generale da due uomini, che in mia presenza caricarono il fucile.
Senza giubba, mal in arnese, e in una giornata brusca d'ottobre, dovetti seguitar le mie guardie per una passeggiata di tre ore. Impillaccherato, stracciato, mezzo svestito, stavo peggio d'un pitocco, perchè non aveva la mia libertà: anzi la mia vita stessa non valeva in quel punto cinque soldi, perchè i Francesi in campagna amano i processi spicciativi. Un povero diavolo accusato di spionaggio essi l'impiccano e lo fucilano caldo caldo, senza curare s'egli se l'abbia a male.
CAPITOLO XIV.
Le montagne stanno al posto, gli uomini si trovano.
Al cader della notte, una linea di fuochi mi si scoperse allo sguardo: a avvicinandoci, trovammo un campo considerevole. Fui condotto in una bella casa di campagna fuor del villaggio; dove stavano alla porta guardie a piedi, guardie a cavallo: uffiziali d'ogni arma, in belle divise, uscivano ed entravano continuamente. Condotto innanzi all'uffizio militare si lesse il rapporto sopra di me, mi fu chiesto il nome, il grado, e poi ordinato — Portatelo di là cogli altri prigionieri.»
Uno de' primi uffiziali disse: — L'hanno spogliato in guisa, che è una vergogna.»
Un altro volgendosi a me soggiunse: — Andate pure; sarà mio pensiero procurarvi abiti decenti.»
Mi condussero nel campo, e là fui consegnato ad un uffiziale, incaricato di custodire i prigionieri. Questi, seduti accanto al fuoco, godevano la loro cena, ed io mi posi fra loro. Ma indovinereste quali furono le prime faccie che distinsi? Sparapane, e allato a lui Carlomagno, che mangiavano ambedue una minestra spessa in un badiale lavamano che la regina Elisabetta reggeva sulle ginocchia, invece di tavola. — Potenzinterra! gli è proprio il mio generale!» esclamai io, fuor di me dal contento. «È cotesto il pasto che avevate a fare all'Eliso con Ziethen, Schwerin, Winterfeld e Federico il Grande?»
Il tenente, al sentir la mia voce, alzossi tripudiante, e mi serrò teneramente fra le braccia. — Come, signor ajutante? vivo ancora? sia lodato Iddio! Rimane adunque ancora un eroe al nostro re. Deh quanto vi piansi! Ma voi, perchè non saper moderare il vostro ardore? Ho ben visto come cacciaste in fuga i tre cacciatori, e come essi vi trascinarono dietro di sè. L'esempio vostro ravvivò la mia gente, un tantino scoraggiata; incrociammo le bajonette contro il nemico; morti e feriti a furia da ambe le parti: combattemmo come leoni una buona mezz'ora, poi ci fu forza metter giù le armi. Venite, ajutante del cuor mio, venite a parte della nostra cena.»
Il prode tenente m'abbracciò ancora dalle tre volte in su: il valoroso Sparapane non sapea finire le fratellanze e i complimenti: la regina Elisabetta m'offrì un cucchiajo di stagno, e così posi in oblìo _la noja ed il mal della passata via_.
Forse mezz'ora dopo, l'uffiziale di guardia comparve con un caporale: — Chi di lor signori è l'ajutante generale?»
Carlomagno sorrise di contentezza, e m'accennò col dito proteso, perchè non era molto forte nel parlar francese.
— Signor ajutante, (aggiunse l'uffiziale) mi piange il cuore ch'ella sia stata trattata sì indecorosamente. Le mandano dal quartier generale questi vestiti da addossare, con due bottiglie di vino per rifocillarsi. La stia sicura che i Francesi sanno stimare i loro nemici come uomini d'onore, e che i mariuoli e i ladri sono eccezioni alla regola.»
Io feci al mio nobile nemico la più gentile risposta che sapessi immaginare, ed è un vero peccato che non abbia potuto, lì sui due piedi, trovar una frase migliore di questa: — I conquistatori dell'universo oggi m'hanno vinto due volte.»
Noi tedeschi abbiamo un bel fare; ma, è forza dirlo, i Francesi sono il popolo più ingegnoso del mondo: sono proprio i Greci del nostro tempo. Fino i soldati semplici hanno un esteriore grazioso e amabile, che non si trova da noi se non sul teatro: una battaglia animata li rapisce, un buon pensiero li ricompensa, il sentimento dell'onore gl'infiamma: in questo popolo v'è dello spirito; non solamente patate e birra.
CAPITOLO XV.
Un bel fuggir salva la vita ancora.
Al domani fummo tradotti a Francoforte sull'Oder. Io conosceva da cima a fondo quella città, anzi v'avevo degli amici a rotoli, ma nel caso presente questi amici mi riuscivano affatto inutili, se non anco dannosi. Un onesto Francofortese poteva trovarsi per caso sull'ingresso di sua casa nel momento appunto del nostro arrivo, e alluciarmi: e riconoscendomi, salutar l'ajutante generale col nome di «Caro mio dottore;» e forse domandarmi conto delle mie odi guerriere.
Perciò, all'arrivar dinanzi alla porta, oh come il cuore mi faceva ticche tocche! Tirai giù il cappello, e su la cravatta fino agli occhi; mi sentivo vergognoso di entrare come un malandrino, fra mezzo a prigionieri, in una città che conoscevo; e davvero cominciava a mangiare del pan pentito, perchè, diciamolo, un po' di colpa ce l'avevo io coll'arrogarmi gradi e onori militari che aveano a far con me come il papa colla Cina.
Ci prese in mezzo un nugolo d'oziosi, — ma no; sì duro nome non s'addiceva a quella buona gente; venivano, mossi di compassione, o forse cercando fra noi un amico, un parente.
Benchè già buiccio, io mi rimpiccinivo il più che poteva: la mia coscienza era certo irreprensibile, ma una virtù involontaria somiglia al delitto. Infine giungemmo ai nostri quartieri di notte, e, parola d'onore promettemmo di non fuggire.
Lo confesso, questa parola d'onore, non era gran fatto onorevole per me, giacchè mentre la dava, rifletteva tra me e me: — L'ajutante generale può ben legare la sua promessa, ma senza che ciò formi alcuna obbligazione pel signor dottore e _magister_.
Appena fatto scuro, chiesi licenza d'andar a visitare certi amici: n'ebbi un bel no; ma quando volli uscire nessuno mi fermò, nessuno mi chiese, _Dove va?_ nessuno per le strade mi volse la parola; onde vedendomi libero a metà, volli esser libero affatto sgusciando fuori della città, e la sentinella mi tolse per un uffiziale francese.
CAPITOLO XVI.
Questi furo gli estremi onor renduti Al domatore di cavalli.
Senza guardarmi ai piedi, corsi per forse un'ora a rotta di collo, poi sfiatato m'accôrsi d'aver lasciate le strette e miserabili callaje de' sobborghi: una sabbietta copriva la strada sotto gli stanchi miei piedi: intorno a me nell'oscurità si stendeva un bosco di pini, e sovra il mio capo la luna inargentata scintillava attraverso le nubi.
Trovai la situazione mia poeticissima: eppure, che volete? una prosaica cena presso una cuccetta di paglia non mi sarebbe dispiaciuta.
Ed ora che fare? ove drizzarsi? Io non sapeva cosa rispondere a queste mie domande. La fame non si fa mai sentire così viva come quando non si sa come calmarla: nè la vita è mai sì cara come nel momento che è in pericolo. Questi tristi pensieri ingombravano il mio spirito; onde rimisi in moto i miei piedi a benefizio di fortuna, curioso di sapere cosa diverrei, e dove infine mi condurrebbe la mia sorte avversa.
Sentii cani abbajare; qualche lume mi apparve da lontano, alla cui scorta arrivai spedato ad un villaggio. Innanzi all'osteria stava un carozzino di posta a tiro a due, voltato proprio verso la direzione ch'io intendeva seguire. Guardai attorno: il sottopiede dietro al cocchio non aveva nulla che mi impedisse di accomodarvimi d'incanto, e di attaccar un sonnellino intanto che la vettura mi trascinerebbe lontano assai. Il padrone era ancora nell'osteria: io, cercandomi nelle tasche, non mi trovai allato nemmeno la croce d'un quattrino: eppure avrei comprato sì volentieri una pagnottina, perchè la vedevo in aria. In qualità d'uffiziale non potevo batter l'accattolica; potevo bensì goder a isonne mettendo a contribuzione: onde risolsi di tentare la fortuna, ed entrai nella casa.
Sopra un truogolo di avena erano posati un cappello rotondo, un palandrane ed un frustino. Risoluto di cavarne le mani dal mestiero dell'armi, senza esitare gettai in là il mio cappello gallonato, deposi la giubba turchina sull'avena, e presi il palandrano: se avessi avuto la sciabola, di tutto cuore l'avrei barattata col frustino, che non ostante presi in mano per sicurezza, se non altro, contro i bottoli del villaggio. Non occorre dire che in tale arnese non potevo più pensare a cenar in quella casa onde attaccai la voglia ad un arpione: ma andava in solluchero pensando che ormai potrei viaggiare incognito tra mezzo ai Francesi.
Stavo ancor ritto e fermo come un termine a piè dell'uscio, cercando cogli occhi un cantuccio, dove ripormi ad agguatar la vettura, che non la se ne andasse senza me, quando a un tratto una voce francese mi sonò dietro, che fece su me l'effetto di un fulmine. — Andiamo, ghiotto; lesto, andiamo,» gridò il Francese, che mi aveva tolto pel suo cocchiere, lo rimaneva lì intra due di cascar morto, o di darla alle gambe come un ladro: ma il Francese non voleva nè l'uno nè l'altro: e ghermitomi pel colletto con una forza prodigiosa, mi trasse presso il cocchio, e mi intronò nell'orecchio: _Sitzen dich auf_: poi balzando egli stesso nella carrozza, aggiunse: — Presto, frusta; avanti.»
Alla buon'ora: pensai io nel sedermi sulla cassetta: e sferzando i cavalli uscimmo dal villaggio, tirando via di pratica.
CAPITOLO XVII.
Altre pugne, altre stragi.
Più io toccavo su, e più il degno mio padrone ripeteva; — Buono! bravo!» Pareami arcifrettolosissimo, e a giudicar dalle parole che d'ora in ora gli scappavano di bocca, la sua coscienza non era più netta della mia.
Al chiaro di luna credetti scorgere ch'ei fosse uno di quegli importanti personaggi che in francese si chiamano _impiegati_; avendo abiti troppo borghesi per un militare, e troppo militari per un borghese.
La nostra conversazione riducevasi a monosillabi, perchè egli non parlava quasi punto il tedesco; io per restare in carattere, doveva ignorare totalmente il francese. Mi domandò; — Quanto star da qui a Posen?» ed io: — Molto ancora.» Egli aggiunse: — Essere molti Prussiani là? — Oh molto,» rispos'io: al che egli come forsennato gridò: — Andare, camminnare, sempre:» ed io faceva galloppar i cavalli colla pancia a terra.
M'indussi poi a fargli intendere che avevo bisogno di mangiare col domandargli se aveva de' viveri seco; intese che gli domandassi di viver seco. Gli parlai di avermi compassione; credette che parlassi di commissione. Dissi che avevo _hunger_, cioè fame, e pensò che parlassi degli Ungheresi. Infine ripetei _brod_, e questa parola e il gesto onde l'accompagnai fece l'effetto, sì che mi diede un bel quarto di pagnotta, che fu meglio d'una sassata.
Contento come un giubileo, sbocconcellai pane e pane in sulla cassetta, lodandomi del posto mio che mi forniva di tutto quanto potevo desiderare. Capellano o palafarniere, ajutante generale o maestro, dottore o vetturale, cos'importa? l'uomo sta sempre bene sotto qualunque abito: peggio per lui se l'abito è il solo bene che possiede.
Io prendevo la strada di Polonia, dicendomi: Chi sa ch'io non vada in riva alla Vistola a trovar il comando d'un corpo d'armata? E non ci mettevo nè pepe nè sale, e per quanto oscura fosse la mia sorte, io la vedevo chiara come un'ambra.
Mi sentiva nella migliore disposizione di spirito per comporre un sermone, quando a chiaro di luna distinsi alcune sentinelle sulla strada. Il mio commissario le vide al punto stesso, sfoderò la sciabola, impugnò una pistola che inarcò. Lo scatto d'uno scodellino mi coprì d'un sudor freddo da capo ai piedi.
— Corpo e sangue, lesto, presto, avvia, tocca su,» gridava lui.
— Fermo là. Chi viva! Alto là: chi viva?» gridarono alcuni soldati, presentandomi al petto la punta delle bajonette.
A qual dei due obbedire? Io speravo che una bugia officiosa mi trarrebbe d'imbarazzo: onde credendo che i soldati fossero Francesi, avviati a raggiungere il loro reggimento, dissi loro: — Signori, il mio padrone è un generale francese.»
— Alto là; rendetevi,» gridarono più voci ad un tratto.
— Un canchero che ti roda,» urlò il mio preteso generale, e balzando di netto dal calesso, stramazzò due di costoro: sparò; gli risposero; di qua, di là, _da destra da manca sentivo le palle fischiando volar_. I miei cavalli furono spaventati anche più di me; onde, senza dire addio nè a diavolo morsero, il freno, e presero un galoppo disperato. Ed io certo non li teneva. Sentii ancora l'urtarsi delle sciabole e qualche scoppio; poi non intesi più nulla. Io mi trovavo salvato, grazie alla prudenza e alla velocità de' miei cavalli.
— Maledetto accidente,» pensava io tastandomi dal capo alle piante, perchè dapprima mi credeva tutto crivellato dalle palle, e di perdere il sangue a catinelle, ma in fatto non avea tocca neppure una scalfitura.
Tanto meglio. Ma del mio padrone che n'era? Doveva io tornar indietro a cercarlo? Sì! a rischio di farmi sciabolare. Ah, la fedeltà e la generosità mia non arrivavano a tanto. Quel che avvenne del commissario di guerra, Dio vel dica; per me non n'ebbi nè nuova nè ambasciata.
Continuai pacificamente la mia strada, ma i cavalli erano spossati. Un villaggio mi si scoperse dinanzi; cosa dovevo fare? passarvi la notte, o tirar di lungo? Una voce mi diceva sommesso: — Va innanzi, va innanzi: perchè, sai tu di chi erano la carrozza ed i cavalli?» È ben vero che non gli avevo nè rubati, nè requisiti io, ma per questo dovevo tenermi l'altrui?
In tale perplessità arrivai all'osteria, che già era un pezzo di là di notte. Lo stalliere affacciossi; io smontai, chiesi avena pei cavalli, birra per me, e mi accomodai nel salotto.
Non avevo neppure un bezzo: ma ad un bisogno io pensava dar in pagamento il cappello e il palandrano: l'uno m'era troppo piccolo, l'altro troppo grande.
CAPITOLO XVIII.
Compagnia compromettente.
L'ostessa, donna guarnita di ciccia in abbondanza, venne a sedermisi a lato, appoggiò i gomiti sulla tavola, e domandò se intendevo passar la notte sotto il suo tetto. Come risposi di no, mi chiese se voleva continuare il viaggio, sta sera fino alla piccola città di ***.
Risposi di sì, stracontento che la curiosità di questa buona cristiana contentasse la mia, insegnandomi in qual parte del mondo mi trovassi. Mi domandò pure se non mi rincrescerebbe toglier meco una giovine che era giunta a piedi, e che gustava un po' di riposo, resole necessario da questa camminata.
Io accettai a bocca baciata, sì per la mancia che mi darebbe, e sì pel piacere di sua compagnia.
L'ostessa aggiunse che farei bene ad aspettar la punta del giorno per partire, giacchè la notte non era gran fatto sicura in questi tempi di guerra: molti Francesi ronzavano là intorno e i Prussiani che cercavano scappare, non erano un incontro meglio augurabile. Nessun giorno passava che non si sentisse parlar d'assassinio o di furto. Queste notizie mi fecero scrollar la testa con aria di malcontento e fu stabilito che sveglierebbe me e la signorina un pajo d'ore avanti giorno: per me era abbastanza presto, il mio padrone non c'era pericolo che mi rabbufasse; e quel riposo tornerebbe utile a' miei cavalli, ed anche alla signorina. Risolsi però di partire di buon mattino, atteso che, da bravo fisiologo, calcolavo che le strade doveano in quell'ora essere meno pericolose, perchè quelli che le rendono mal sicure durante la notte si ritirano o stanchi o paurosi dell'avvicinarsi del chiarore; e quelli che vogliono batterle di giorno, non si sono ancora messi in campagna.
Il letto, cioè una materassuccia fatta colle fedi di miserabilità, non mi lusingò molto, e all'orologio scoccavono le quattro, ch'io stava aggiogando i cavalli. Feci trambusto per la casa finchè lo stalliere si svegliasse; esaminai colla lanterna il carrozzino, mia nuova proprietà. Dentro v'era un fodero di sciabola, vuoto; una delle tasche conteneva una bella pipa di schiuma, guarnita d'argento, una borsa da tabacco in seta ricamata, con queste tenere parole, _souvenir d'amitié_. Era senz'altro una galanteria di qualche giovinottina tedesca, conquista dell'impiegato, mio riveritissimo padrone. Il baule della vettura era chiuso, e l'impiegato avea tenuto seco la chiave.
L'ostessa venne a portarmi il conterello sì pei cavalli, sì pel mio. — Madamigella pagherà per me,» le diss'io, e mi ribadii al posto, ove jeri sedeva il mio padrone. Vi so dire che ci stavo più caldo e più agiato che non a cassetta; oltre che speravo d'aver una amabile conversazione colla mia compagna di viaggio.
Essa comparve al fine: salì nella carrozza al mio fianco; e detto addio all'ostessa, partimmo.
Ma la nostra conversazione non fu sì piacevole quanto me l'ero immaginata. La giovane si abbiosciò nell'angolo della vettura, il più possibile discosto da me; e a tutte le mie riflessioni sulla frescura del mattino, sull'oscurità del crepuscolo, e sulla noja del viaggiare, ella non rispondeva che con un _sì_ o un _no_ secco secco. Rimasi adunque immerso nelle mie riflessioni, che diventavano di più in più curiose, mano mano che l'addormentata mia compagna veniva ravvicinata dal trabalzare della vettura. Il bujo rendeva ancora più potenti sull'immaginazione mia le sue invisibili attrattive. Poco a poco la testa della mia compagna si trovò sulla mia spalla: io passai pian pianino il mio braccio sinistro attorno allo svelto suo corpicciuolo, e me la strinsi contro il seno. Ma i battiti accelerati del cuor mio non la turbavano ne punto nè poco, mentre io tremava come un delinquente. Per la prima volta un'addormentata giovinetta stavasi appoggiata al mio seno; per la prima volta io teneva tra le braccia una creatura di quel sesso incantevole... Ah! perdona, Giulietta, se in quell'istante... Ma no, il cuor mio non fu infedele; anzi era con te. E mi immaginavo d'aver te per compagna: a te era dedicato il delizioso bacio che deposi sulla fronte della bella sconosciuta. Deh qual uomo resisterebbe ad una donna, il cui cuore batte sul suo cuore, il cui respiro si mesce col suo? Bisognerebbe esser di ghiaccio, non un celibatario di trentanove anni.
CAPITOLO XIX.
Sei pur bella cogli astri sul crine, Porporina foriera del dì.
La vettura ruzzolava pianamente sulla sabbia, ed io lasciava andar i cavalli al loro passo, stringendo l'innocente mia compagna fra le braccia; e chiudendo gli occhi, m'abbandonai alle dolci visioni, che un benefico sonno mi offeriva. Giulietta, la mia parocchia, la più intera felicità, erano le fantasie tra cui il mio spirito andava rapito.
La fanciulla ed io ci svegliammo nel momento stesso, nel momento che la vettura, lasciando la subbia, entrava sopra una strada ciottolata.
Già schiariva il giorno, e la più bella aurora spiegava all'orizzonte dinanzi a me i suoi fuochi, _scintillanti tra i vivi zaffiri_. Gettai lo sguardo prima su' miei bravi cavalli, poi sulla mia compagna. — Ci guardammo per un po' l'un l'altro come stupefatti: ella fregò gli occhi, io altrettanto, pensando che il sole levante m'avesse abbagliato. Ma no! tornai a guardarla, e allora rimasi convinto ch'io sognava ancora della Giulietta, perchè mi pareva che fosse lei, seduta al mio fianco in petto e in persona.
— O buon Dio! signor dottore, siete proprio voi?» domandò essa colla sua gentil voce argentina, esaminando ora il mio volto e i baffi, avanzo della divisa d'ajutante generale, ora il mio vecchio pastrano tutto a strambelli.
— Giulietta! (gridai io.) Come! voi qui? possibile che voi siate al mio lato, voi?»
Ma le domande cessarono: lacrime di felicità ne oscurarono gli occhi, e lasciai cascarmi le redini. Nell'eccesso della nostra gioja dimenticammo il mondo, dimenticammo tutto quel che ne circondava, e chi sa fin quando restavamo in quell'estasi deliziosa, vera beatitudine celeste, se una violenta sciacca non fosse venuta a richiamarci sulla terra.
Ripresi le redini in mano, e allora fu una furia di bôtte e risposte.
Giulietta era più bella che mai, ed i primi raggi del sole la facevano sfolgorare in tutta la sua gloria: sicchè lasciai cascare le briglie di nuovo.
La informai delle mie avventure guerresche, già ben conosciute a voi, o lettori; e che ella ascoltò con attenzione più grande di quella di voi, o lettori. Molto più semplice era l'istoria dell'amica mia. La sua padrona, sgomenta dall'avvicinarsi dei Francesi, le aveva dato il congedo, lasciando Berlino per fuggire a Stettino, e per di là Dio sa dove Giulietta rimase sulla croce nell'incertezza de' fatti miei, sinchè ricevette da sua madre l'ordine di venirla a raggiungere. Da fanciulla obbediente partì detto fatto, lasciando le opportune spiegazioni per me, ove mai tornassi; e prese una vettura sino Francoforte. Di là, non avendo potuto trovar una carrozza, o perchè i Francesi le avessero requisite tutte, o perchè nessuno avesse voglia di muoversi in que' tempi, erasi eroicamente avventurata a piedi L'jeri sera, morta di fatica, era giunta nel villaggio, dov'ebbi la fortuna di scontrarla.
CAPITOLO XX.
E qui finì la dolorosa storia.
Ci fermammo a fare un boccon di colazione in un albergo, poco lontano dal luogo ove la madre di Giulietta abitava. Là un bravo rasojo cancellò le ultime vestigia del mio grado d'ajutante generale.
Giulietta mi comprò una bella giubba e un cappello, sicchè potei risalire il cocchio rinfronzito, e in un arnese più degno d'una bella giovinetta elegantemente vestita, e seguitammo la strada. Il sole ci saettava co' suoi raggi, e il cuor nostro non era men giulivo che tutta la natura. Da un pezzo erano state fatte le nostre pubblicazioni, sicchè nulla più impediva di sposarci; e ben tosto ci accordammo sul giorno.
Nel frattempo io doveva scrivere a Francoforte per informarmi del conte dell'impero e della capellania cui dovevo essere nominato, benchè avessi bruciato la mia vocazione nel campo, insieme co' miei pindarici canti di trionfo. Giulietta aveva messo da banda cento talleri fumanti, che, a buoni conti, erano un bel principio. E poi, se la sventura ci bersagliava, io poteva rizzar una scoletta; pane e acqua, noi lo sentivamo, poteano bastare e anche troppo alla nostra felicità, purchè non fossimo l'un dall'altro separati.