Racconti storici e morali

Part 2

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Il lento passo della sua rôzza, le lusinghe dell'acquavite e il suo ascendente sovra i soldati, la rendevano il vero capo nostro, tuttochè marciasse alla coda: e per non isfaticar il suo ronzino, non facevamo più di dieci o dodici miglia al giorno. La notte ci fermavamo nei villaggi, dove i soldati godevano tutta la libertà: ogni due giorni si teneva consiglio.

Per dire il vero, di questo passo non s'andava innanzi gran che: ma di giorno in giorno l'esercito aumentava di alcuni soldati che s'intruppavano con noi, in modo che arrivammo a contare dugento uomini, fra i quali due dragoni e quattro trombetti.

CAPITOLO VIII.

L'Ajutante generale.

La sera del quarto giorno Carlomagno mi trasse in disparte: aveva capito da un pezzo che in quel suo capaccio maturava qualche magnanimo disegno.

— Sor dottore (mi disse), alla guerra si fa passata. Io sono tenente già da otto anni: oggi sarò generale, o mai più. Comando dugento uomini a un bel circa: innanzi di arrivare all'Oder, ne avrò probabilmente uniti duemila, che conduco al nostro re. Ma prima qualche eroica impresa. Piombo colla mia truppa sulla Sassonia, e detto fatto prendo il nemico alle spalle.

— Come, come, non volete andare a Berlino?» l'interruppi io, pensando alla mia povera Giulietta.

— No: io volto a diritta, verso Mittenwalde. Dottore, il posto di cappellano non vi sta bene: ho pensato che sareste un bravo soldato. Vi do un cappello militare, un mantello turchino, una brava spada e un buon puledro; e sarete mio ajutante generale. So che conoscete le matematiche e disegnate a meraviglia: vi adopererò nelle ricognizioni ed a levare i piani.»

Avrei io osato contraddirgli? Accettai il posto di ajutante generale, perchè mi procurava il bene di sedere sul dosso di un cavallo, col cui mezzo speravo veder più tosto la Giulietta: lodai la confidenza di Carlomagno, e mutai il mio abito nero collo spadone di san Paolo. La sera stessa il generale passò in rassegna il suo esercito, nominò nuovi capitani, caporali, tenenti e tutto; mi presentò come suo ajutante generale, e sviluppò il suo disegno ai Prussiani meravigliati.

— Sì, camerati miei, (gridò alzando ambe le braccia) il dado è gettato. Noi colle imprese nostre faremo il nome prussiano terribile per sempre. Lo spirito del gran Federico ci anima: la patria insanguinata e deserta ci guarda... Camerati, e noi soffriremo d'essere ridotti ad un indegna servitù? Quale sceglieremo? vittoria e fama nell'universo, od una miserabile esistenza sottomessi a stranieri? Quelli che vogliono essermi fedeli, che vogliono seguirmi per vendicar il loro Dio, il loro re, la patria loro, ripetano con me: Vittoria o morte.»

Infiammati a questo discorso, sbolgettato con nobile ardore, i più gridarono — Vittoria o morte.» Solo alcuni, ustolando gli alberghi di Berlino, gridarono con un comico entusiasmo — Vittoria o pane.»

La regina Elisabetta era fra i malcontenti: tutta versata per questa risoluzione presa senza consultarla, trasse fuori la tabacchiera, la rotolò fra le dita, l'aperse, poi la guardò con aria cupa e minacciosa.

Il domattina eramo poco lontani da Brandeburgo: Carlomagno camminava innanzi con una maestà proprio imperatoria; io dietrogli giù giù sopra una rôzza che l'ultimo villaggio dove pernotammo era stato costretto a fornirci. A mancina stendevasi la strada grossa di Berlino; a destra il sentiero che dovea menarci alla gloria e all'immortalità.

Il generale e me, benchè il mio cuore sanguinasse, voltammo eroicamente a dritta: l'esercito ne seguì: la vivandiera chiudeva la marcia cantilenando sul suo baroccio, ma arrivata che fu al crocicchio infilò bravamente la strada di Berlino.

Non appena la retroguardia vide il bariletto dell'acquavite in quella direzione, voltò fronte, e lo seguitò senza proferire parola. L'esempio trascinò poco a poco tutti i soldati, che rinunziarono all'immortalità per l'attraente baroccio; sicchè alla fine ci trovammo soli il generale e me, esso involto ne' fumi suoi e negli umor bravi, io struggendomi dal desiderio della mia povera fidanzata.

Il dispetto di Carlomagno quando vide la sua truppa sparita, voglio lasciarlo pensare a voi. Essa, volgendoci le spalle, camminava in coda al diletto barile; a capo le stava Elisabetta, assisa sul suo botticino come sur un trono, cantando in quilio: _Viva Bacco e l'allegria_. L'imperatore mandava faville: corremmo dietro ai disertori, comandammo con voce tonante, _Alto là!_ L'orgogliosa Elisabetta si compiacque di fermar il baroccio, e i soldati obbedirono: allora l'eroico tenente buttò fuori con energica voce la sua filippica. Oh, che ci hanno mai a che fare le parlate degli eroi di Senofonte e del Guicciardini? I commilitoni ascoltavano con tanto d'orecchi la pifferata: pure ebbi ad osservare che poteano tenersi di gettare tratto tratto uno sguardo amorevoluccio sulla carriola d'Elisabetta, temendo vederla sguisciar via. Nè so bene a che sarebbe andata a riuscire l'eloquenza del nostro generale, atteso che la regina Elisabetta rialzava la cresta con aria disdegnosa; ma tutt'a un tratto un nuovo incidente trasse la nostra curiosità.

CAPITOLO IX.

Marcia dell'esercito.

Un tenente di ussari, _sforza_, _sprona_, _divora la via_ venendo dalla direzione di Berlino, e, senza altro preambolo ci dirige, le parole seguenti dal più lungi che potè farsi ascoltare: — Corpo di tre legioni di diavoli, dove andate per di qua, canaglia berrettina? I Francesi sono entrati in Berlino con tanta gente che nulla è floge: noi abbiamo dato volta: il re è a Kustrin nella Prussia occidentale, bisogna procurare di salvarci in Slesia dietro l'Oder.»

— Viva Dio!» gridò Carlomagno con gran prosopopea; noi siamo Prussiani, signor mio, e non scappiamo; no, perdinci: noi, piuttosto, noi passeremo a traverso dei battaglioni.»

Tale risposta fece metter la berta in seno al tenente, che si carezzò la barba corvina, e salutò con profondo rispetto il nostro generale. — Se volete unirvi alle mie truppe che ho raccozzate per conservarle al re (soggiunse Carlomagno maestosamente) sarete il benvenuto. Io vi do il comando della cavalleria sotto i miei ordini. Guard'a voi! in riga! per fianco destro! Il primo che parla di Berlino sarà trattato da disertore ed appiccato. Marsc.»

L'esercito nostro così riprese il cammino di Mittinwald, senza che alcuno volgesse la testa verso Berlino, non mica per paura d'essere impiccato, ma per paura dei Francesi. Elisabetta stessa tenne dietro mogia mogia, discesa dal suo trono, e cessati i suoi canti di trionfo. Tutto l'esercito era preso da un certo terrore. I Francesi già a Berlino! Ma per dove diavolo sono passati? Che sian fioccati dal cielo?

Io chinai anch'io la testa: Napoleone aveva in poter suo metà della monarchia prussiana, la città capitale del regno del gran re, e la mia Giulietta. Oh! l'aveva pur ragione la povera tosa quando, animata di profetico spirito, m'aveva detto tra gli scapigliati congedi, — Giammaria, non ci vedremo più!

Qual improvviso rovescio! Alquanti giorni bastarono a tutto sovvertire: la Prussia, i cui eserciti erano testè lo sgomento dell'universo, un regno così florido, distrutto da una sola battaglia: la mia sposa prigioniera in potere del popolo più galante e più prode d'Europa: il mio protettore conte dell'impero, in una città che era già stata incendiata da Tilly: la mia parrocchia Dio sa dove; ed io pacifico _dottor in filosofia_, io _magister bonarum artium_, di tutti i miei titoli non mi restava più che quello di ajutante generale di Carlomagno.

Allorchè, galoppando fra questo e il suo comandante di cavalleria Sparapane, mi abbandonavo alle illusioni, passando in rivista le mie memorie antiche, l'immagine di Giulietta, la mia stanzuccia di Berlino, eccettera, uno scapuccio del mio cavallo veniva a trarmi di botto dalle dorate visioni: e volgendo attorno gli sguardi inquieti, quelle contrade sconosciute che traversavamo, quelle strane figure che mi circondavano, tutto pareami un sogno, ed era obbligato a stropicciarmi gli occhi per assicurarmi che non dormivo.

Di fatto io era un osso fuori di posto. Quanto meglio avrei fatto a fuggire a Berlino sull'ali dell'amore! O che i marescialli di Francia volevano prendersi la briga d'un povero maestruccolo? e poi, i miei canti di vittoria non m'erano usciti ancora di tasca. — Sì, ma cos'avrei fatto per vivere? Le mie lezioni sarebbero preoccupate da altri; i miei canti non potevano veder più la luce. Come ajutante generale sono spesato; sono alloggiato: e po' poi, chi sa ch'io non riesca meglio a pan che a farina? chi sa ch'io non faccia fortuna nella carriera delle armi? Moreau non era che un avvocatello, e più tardi, in qualità di generale, eseguì una ritirata da far la barba a Senofonte. Chi sa mai che il dottore in filosofia non faccia un giorno meravigliar l'universo colle sue imprese? S'ella coglie coglie: o Cesare o niente.

Sospinta dal cattivo vento de' Francesi, che da Berlino ci soffiava in faccia, la nostra truppa si dirigeva sempre verso mezzodì. Fra noi non si parlava altro che d'eroi, che d'imprese, ma in fatto Sparapane non aveva tutti i torti quando ci insinuava di fuggire. Non ci avanzavamo che con precauzione e pe' tragetti, schivando le città e le borgate considerevoli, non fermandoci che in miserabili cascinali, e spesso facendo marcie forzate; simili piuttosto ad una masnada di ladri, che ad audaci conquistatori. I paesani ci tenevano informati delle notizie, e ci fornivano di viveri in abbondanza; ma tutti ci dicevano ad una voce: — Combatterete nella Slesia, perchè i Francesi sono già a Francoforte sull'Oder.»

CAPITOLO X.

Fu il vincer sempre mai laudabil cosa.

— In somma delle somme (mi diceva il generale la seconda sera dopo esserci spiccati dalla via di Berlino, intanto che prendevamo i quartieri in un povero casale, e postavamo le guardie). In somma delle somme ho condotta la cosa sì bene, che piglio Napoleone a rovescio.»

E sorrise con un'aria che dava a pensare; poi si mise a riflettere ancora.

— Potrebbe anche essere (disse Sparapane), purchè egli non ci pigli noi domani.»

Quest'objezione mi fe' raggricciare, perchè naturalmente io pensava al figliuol di mio padre. Tutti e tre meditabondi serbammo il silenzio, poi di scatto ci levammo dalle seggiole come sbigottiti, perchè nel villaggio s'era intesa una fucilata di allarme, e tutti i soldati esclamavano: — I Francesi! i nemici! all'armi!» La trombetta sonò il tutti a cavallo; i tamburri batterono: Sparapane fecesi pallido come un panno lavato, ed io, per mascherare la mia spaventosa agitazione, mi gettai come forsennato nella sala dell'albergo, gridando a quanto me n'usciva dalla gola: — Allò, bravi Prussiani, suvvia: presto all'armi.»

Cercai la porta, ma non la sapevo trovare, sì ero sgomentato; e battendo il capo di qua, di là, rovesciai l'armadio della nostra vecchia ostessa continuando: ad urlare — Prussiani, all'armi! Bravi Prussiani non mi abbandonate.»

L'ostessa si lamentava: i bambini piangevano; cane e gatto saltarono, in mezzo al trambusto sulla tavola. Il qual tramestìo crebbe viepeggio il mio delirio, sicchè credendo i Francesi già in camera, supplicavo il cielo d'avermi pietà, promettendo a me stesso, se la campavo, di non esser mai più ajutante generale, mai più.

Il mio turbamento e le lagrime mie, che fortunatamente Carlomagno e Sparapane interpretarono a mio favore, istillarono ad essi nuovo coraggio; trassero fuori le durindane, e ci recammo al posto ov'erano adunate le truppe. Deh qual fortuna fu il trovarmi al bujo! Nessuno mi vedea, onde potevo, se caso occorresse, sgabellarmene, facendo incognito una ritirata alla Moreau od alla Senofonte. Io non son vile no, pure quel giorno un terror panico mi aveva preso: e poi in generale io sono più inquieto di notte che di giorno. — Ajutante! avanti, con venti uomini verso il cimitero: il nostro posto vi fu attaccato: se avete bisogno di soccorsi, mandate, e vi condurremo dei rinforzi. Finora non è che una scaramuccia dei posti avanzati.»

Così perorò Carlomagno: i venti uomini si difilarono dietro a me, ed io li dovetti condurre. Povero _magister bonarum artium_, che cera facevi tu nel cavar dal fodero la spada! — Al diavolo il tenente, pensava io. Guarda mo'! non si ricorda più che a Berlino io abitavo al quinto piano?»

Ma bastava che si fidavano del mio coraggio, e l'amor proprio me ne dava. Quando fummo arrivati al cimitero, i miei occhi si copersero di profonda tenebrìa, perchè ci avanzavamo verso un muro alto assai. Ma io scambiai il muro per truppe francesi, e facendomi da una banda, gridai, come se vedessi degli spettri! — Fuoco! fate fuoco!»

Al lampeggiare della polvere ci chiarimmo che s'attaccava battaglia con un muro. Ma, indovinate un po'? sentimmo a un tratto molte voci gridare: — Perdono! quartiere! la vita!» e sette uomini di fanteria leggera francese, uscendo di dietro il muro, ove s'erano rannicchiati, vengono al mio piede _gettan l'armi e si danno prigioni_. Balordi! se fossero rimasti zitti e cheti noi non ce ne saremmo accorti per insogno. Così vennero da sè in bocca al gatto: e come prigionieri furono disarmati e condotti al quartier generale. Vi lascio pensare quanto mi pavoneggiassi arrivando dinanzi a Carlomagno, come l'ammazzasette, fra lo splendore di torchi e di fanali. Esso mi abbracciò al cospetto di tutto l'esercito, dicendomi: — Ajutante, il coraggio e la prudenza vostra vi fanno un immortale onore. Dirigerò un rapporto a Sua Maestà il Re, in cui gli presenterò la vostra condotta in questo affare sotto l'aspetto più favorevole.»

Dai prigionieri spillammo che una compagnia di fanteria leggera, mandata a prendere i quartieri nel villaggio, avea avuto paura al sentire che Prussiani v'erano in grosso numero; il gran batter delle casse, la gran quantità delle sentinelle, i grandi strombettamenti nostri gli aveano convinti, a non dubitarne che fossimo chi sa quanti. I sette prigionieri s'erano avanzati un po' troppo nell'andar a scoprir paese. Io non toccava terra dal piacere: erano i primi uomini in mia vita che facessi prigionieri; i primi soldati di Napoleone che vedessi in muso. Li feci refiziare di quel poco che si potè avere, e coloro non vi s'addormentarono sopra. Alle mie domande sul numero dei Francesi che si trovavano nei contorni, risposero che un intiero corpo, sotto gli ordini di Davoust, era in cammino per Berlino.

Io tradussi questa risposta al mio degno generale, ed esso, inorgoglito del primo esito delle sue armi, alzò le mani e gridò; — Corpo e sangue! è dunque vero che piglio l'esercito francese alle spalle.» Sparapane al contrario divenne smorto, cogli occhi invetriati.

CAPITOLO XI.

Secondo scontro e sue conseguenze.

Quel che più mi lusingava nella mia prima impresa militare era la persuasione di non aver fatto versare una stilla di sangue. È ben vero che non era mia colpa: ma il merito del generale, nelle grandi battaglie come nelle più piccole scaramuccie, mi pare affatto dubbioso. Il più spesso, particolari circostanze, la felice idea d'un caporale, l'arguzia d'un tamburrino, l'accordo d'un reggimento, che altro so io, influiscono più che il genio del comandante sull'esito d'una mischia. I reggimenti, i battaglioni e le compagnie sul campo non sono più macchine affatto, siccome si suol credere: e non so quanto pagherei a leggere le battaglie di Maratona, di Farsaglia, di Marengo, di Jena descritte in modo filosofico da un testimonio ben informato.

Non appena s'imporporò l'aurora, fummo all'ordine per la partenza: faceva gran freddo, e il nostro generale pensava che avremmo una giornata calda. I paesani narravano che il villaggio era circondato di truppe nemiche, onde fu risolto nel consiglio di guerra di sfilare traverso alla foresta.

Usciti dal villaggio, ecco venirci contro da tutte le parti Francesi, sbucando fino dal bosco ove contavamo passare. Ma il tenente non si sconcertò: con calma stoica dispose in battaglia l'esercito: l'ala sinistra appoggiata ad un pantano, la dritta contro un noce antico. — Camerati, oggi non v'esca di mente che siete Prussiani: bandiera non abbiamo, ma tenete fisso lo sguardo al pennacchio bianco del mio cappello, che sarà dovunque siavi gloria da acquistare.

Questo pensiero mi richiamò a mente Enrico IV, che, in un caso men disastroso, pronunziò alcuna cosa di consimile.

— Se non possiamo vincere, possiamo almeno, da veri Prussiani, non esser vinti, continuò esso. Il peggio che ci possa accadere gli è di dormire sta sera con De Ziethen, Schwerin; Winterfeld e Federico il grande, invece di dormire nelle nostre miserabili caserme.»

Certamente Leonida non parlò meglio alle Termopile, incoraggiando i suoi a morire per la patria. L'amico mio Carlomagno faceva le più bizzarre parodie del re spartano, e certo senza saperlo. Ma le nostre truppe mostravano di preferir i cavoli e le rape al _duro prandio_ e _alla terribil cena_ dei Campi Elisi. Quanto a me, un tozzo di pane di man di Giulietta mi sarebbe somigliato mille volte più prezioso, che tutta l'ambrosia in compagnia degli eroi dell'antichità.

Era un tristo spettacolo a vedere le colonne francesi avanzarsi a rilento e il sentire tratto tratto lo squillo di loro trombe. Io stava alla peggio sul mio cavallo, non lungi dal noce, all'ala destra, e tremavo a verga a verga. Il buon Sparapane posto alla sinistra, ove le sue cornette facevano un fracasso di casa del diavolo, non parea guari più sicuro.

Per l'ultima volta, prima d'ingaggiar il sanguinoso combattimento, Carlomagno mi s'accostò: — Signor ajutante generale, ecco il giorno di spiegare il genio vostro. Ma in nome di Dio, vi prego, non abbandonatevi all'impeto del vostro coraggio. Conservatevi calmo. S'io cado in battaglia, assumete voi il comando. Il nemico è troppo forte: se siamo battuti, ci ritireremo nel villaggio, e là morremo tutti fino ad uno nel cimitero.»

Dopo questo breve discorso si ritrasse, lasciandomi al turbamento e alle angoscie mie.

Fra ciò la regina Elisabetta aveva scelto per la sua vettura un posto molto opportuno, donde agevolmente potea trovare via di scampo. Tale posizione doveva impacciare i movimenti di Sparapane, giacchè esso la respinse scortesemente, e costrinse la vivandiera piangente a volgersi verso di me, passando innanzi alla fronte della linea.

Questo movimento accidentale decise la sorte della battaglia prima che fosse cominciata.

CAPITOLO XII.

Già di mezzo sparito è il terreno, Già le spade respingon le spade.

Mentre l'esercito nostro fissava occhi d'amore e di desiderio sul barile amato, che gli rullava dinanzi, il primo colpo di cannone si fece intendere, ed, ahi tenor d'inique stelle! la palla diede giusto nel mezzo alla botte dell'acquavite, sicchè il néttare delizioso schizzò d'ogni parte, mentre il cavallo sgomentito se ne portava il carretto.

Col liquore divino ogni coraggio disparve: e la retroguardia fece un movimento addietro verso il villaggio.

Carlomagno urlò: — Avanti;» ma sì! ogni entusiasmo era sparito: neppure un soldato s'avanzò. Tra la furia egli aveva dimenticato che la sua penna bianca doveva indicare il cammino della gloria; e giusto quella penna cascava al dietro della testa, onde i soldati si diedero a intendere che il cammino della gloria conducesse al villaggio.

Un secondo colpo bombò: il mio cavallo, già rintronato dal primo tuono di quelle artiglierie così malsane, cominciò a partecipare all'inquietudine del suo cavaliere, che non potè lasciar di volgere la testa per assicurarsi se il cammino del villaggio fosse libero tuttavia.

Allora i nemici cominciarono un fuoco di moschetteria, e tosto come un pazzo io mi posi a gridare: — Fuoco! fate fuoco! sparate!:» calcai il cappello sugli occhi, strinsi i denti, e pensando — Dio v'ajuti,» volli battermela minchion minchione verso il villaggio. Ma prima di trovar via nè verso di fare dar di volta alla mia rôzza capricciosa, i soldati obbedienti fecero fuoco, il mio cavallo n'ebbe spavento non minore di me, e mi portò in sua balìa dietro il noce. Tre cacciatori francesi mi spararono contro, e non vedendomi cascare, ed avendo paura della sciabola, che io teneva in mano, voltarono le spalle, e gambe. Il mio Pegaso, per quanto facessi per frenarlo, col capo fra le gambe seguitava il nemico; ond'io a giurare, a piangere, a gridare: — Fermo là! — Brrr — Quieto!»

[Illustrazione: Il mio Pegaso, per quanto facessi per frenarlo, col capo fra le gambe seguitava il nemico; ond'io a giurare, a piangere, a gridare: Fermo là! — Brrr! — Quieto! (_Pag. 38_)]

Ma niente era del fermarsi. I cacciatori presero uno stradello tra due fratte; e il mio bellicoso corridore dietro. Allenati, furono essi côlti da un vero spavento, perchè io era loro senza posa alle coste: spronavano i cavalli stanchi, ma il mio ronzino scaldato raddoppiava di celerità. Sicuramente mi tolsero per un diavolo incarnato, che avesse giurato di bevere il sangue loro; perchè tratto tratto si voltavano a guatarmi con aria costernata. Ah se que' buoni cristiani avessero saputo quanto questa vittoria mi pesava!

Sbucati da una foresta di abeti, ci trovammo in un vasto piano, dov'era un campo di Francesi. Là perdetti le staffe, i miei fuggiaschi svanirono, e alcuni soldati mi trassero delle fucilate, onde il cavallo fece una capriola, e mi gettò là lungo e disteso come una pera cotta.

Addio, Giulietta! addio, conti senza l'oste! addio a chi resta! addio, mondo ingannatore! io dicea fra i sospiri: giacchè la mia caduta fu sì violenta che i soldati mi credettero morto, anzi sepolto e corsero a me coi tre fuggitivi sghignazzando. Sorsi tremante come avessi la quartana; mi domandarono la spada, ed io la cedetti: i tre fantaccini volevano schioppettarmi lì per lì, ma i cacciatori mi tolsero in protezione, giurando ch'ero uom d'onore e prode. Una lode sì poco meritata, in bocca d'un nemico, mi fece andar in brodo, principalmente quando m'accorsi di non essere ferito.

CAPITOLO XIII.

Me prigioniero.

Ora eccomi prigioniero di guerra. Mi condussero in una casa da paesani isolata, e lungo il cammino feci penitenza cedendo l'orologio, la borsa e l'anello d'oro che portavo, memoria della Giulietta.

Un capitano, che stava trincando e scuffiando a due palmenti con diversi ufficiali in essa casa, mi domandò qual fosse il mio grado, dopo che fu narrato come qualmente io aveva inseguito i cacciatori fino nel campo. Cosa rispondere? Capellano? maestro d'arti? dottore in filosofia? M'avrebbero riso sul muso. Carlomagno non m'avea sollevato al grado d'ajutante generale? Senz'esitare adunque risposi: — Ajutante generale.»

L'abito fa il monaco; ed anche i titoli. Mi fecero prender posto a tavola; c'era dell'arrosto rifreddo, del malaga, fior di rosolio; il capitano mi drizzò parole di consolazione sul caso mio: — È il destino della guerra. Cinquant'anni fa voi avevate Federico il Grande, e a noi toccò Rosbach; oggi noi abbiamo Napoleone il Grande, e a voi tocca Jena.»

Gli uffiziali montarono a cavallo, ed io fui messo in arresto nel campo. Il brivido della paura non m'era passato ancora, onde il trovar fuoco al corpo di guardia mi tornò da morte a vita.

Che ne sarà del tenente Leonida e de' suoi magnanimi? che sarà divenuta la regina Elisabetta col suo barile traforato? che diverrò io stesso?

Questi pensieri m'invadevano lo spinto. M'era stato detto che sarei condotto a Francoforte sull'Oder, e che là mi unirei ad un convoglio di prigionieri per la Francia. Offrii di giurare sull'onor mio che non porterei più le armi contro sua Maestà Imperiale e Reale l'Imperatore de' Francesi, ma l'offerta non era stata accettata dal capitano, il quale diceva che la mia sorte doveva essere decisa dalle autorità superiori.