Racconti storici e morali

Part 19

Chapter 193,563 wordsPublic domain

Fra tanto battagliare di parti, grand'opera rimaneva ai frati. Già al tempo delle crociate, molti si davano attorno a calmare le risse, persuadendo a volgere piuttosto contro il comune inimico questo bisogno d'azione. Nel che Iddio con mirabili effetti di paci prosperò san Bernardo di Chiaravalle, che mentre bandiva la cacciata de' Saraceni da Terrasanta, venne a comporre in concordia Milano, Genova, Pavia, Cremona. Il beato Alberto mise in accordo i paesani delle due sponde dell'Adda, fra Brivio e la val san Martino, quand'erano già per venire ai ferri. Il qual beato Alberto aveva fondato il convento in Pontida, ove poi, ad insinuazione di frati, venne conchiusa la Lega Lombarda, formidabile al Barbarossa; e donde alla guida di un frate (frà Jacobo) si mossero le città per ricostruire la distrutta Milano, e redimere la patria dagli stranieri.

In Genova ferveano le contese fra nobili, e un figlio di Rolando Avvocato era stato ucciso dagli arcieri di Marchese di Volta; marchese di Volta fu trucidato poco poi; sangue per sangue, nè fu il solo. Invano i consoli si adoprarono per rappattumare i feroci, onde finsero di voler risolvere il litigio con sei duelli. Accorsero le madri e le spose dei trascelti per impedir quel sangue; il che già disponeva a una pace ch'essi dissimulavano di desiderare. Perchè fosse più solenne il giudizio di Dio, invitarono l'arcivescovo; nel mezzo dell'adunanza le reliquie del Battista; attorno il clero in pontificale; croci alle porte della città: tutto che incuteva un insolito rispetto. Allora l'arcivescovo parlò di Dio e del precetto suo nuovo, la carità; cavò le lagrime: quei ch'erano venuti per uccidere si confusero in un abbraccio di fratellanza; e uno scampanìo universale e un fragor di _Te Deum_ annunziò la pace (1169).

Quei di Gubbio conservano la tradizione che sant'Ubaldo, vescovo nel XII secolo, non potendo impedire le frequenti risse tra' cittadini, proibisse loro di usare armi o sassi, ma le risolvessero solo a pugni, nel che continuarono fin a tempi civili. Specialmente in tutta l'ottava dopo Pasqua, i quartieri di S. Giuliano e S. Martino combattevano contro quelli di S. Andrea e S. Pietro, cercando cacciarsi dai rispettivi quartieri e dalle abitazioni a forza di pugni: e chi rimaneva vinto e pesto non imputava l'emulo, ma la propria debolezza o sfortuna[37].

Grandi concordie conchiuse Francesco d'Assisi: e udito esser risse fra i magistrati e il vescovo della città sua, mandò i suoi frati a cantare al vescovado il suo _Cantico del sole_, al quale aggiunse allora questi versetti:

_Lodato sia il Signore in quelli che perdonano per amor suo, e sopportano patimenti e tribolazioni._

_Beati quelli che perseverano nella pace, perchè saranno coronati dall'Altissimo._

Tanto bastò per mitigare gli sdegni. — Il dì dell'Assunta del 1222 (scrive Tommaso arcidiacono di Spalatro), stando io a studio in Bologna, vidi Francesco predicare sulla piazza davanti al pubblico, dove tutta quasi la città era raccolta. E fu esordio al suo predicare il parlar degli angeli, degli uomini e dei demonj: intorno ai quali spiriti tanto bene propose, che a molti letterati ivi presenti recò non poca meraviglia un parlare sì giusto di persona idiota. Ma tutta la materia del suo ragionare tendeva ad estinguere le nimicizie, e stabilir patti di pace. Sordido d'abiti, spregievole d'aspetto, di faccia abbietta, pure Iddio aggiunse tanta efficacia alle parole di lui che molte tribù di nobili, fra cui inumana rabbia d'inveterate inimicizie aveva con molta effusione di sangue infuriato, vennero ridotte a consiglio di pace».

D'altre paci fu autore il seguace suo sant'Antonio da Padova, che affrontò l'orrido ceffo di Ezzelino _immanissimo tiranno_, per campare dalle costui zanne i vinti Camposampiero. Sul costoro esempio, Ugolino cardinale di Ostia pacificò Genova con Pisa (1217), nel tempo stesso che altri religiosi riconciliavano Milano, Piacenza, Tortona ed Alessandria. Poco poi (1229) il vescovo di Reggio rimetteva in concordia i Bolognesi coi Modenesi; il cardinal Giacomo, vescovo di Preneste (1232) accordava in Verona i Montecchi coi Capuleti, fazioni troppo note per la ricantata avventura di Giulietta e Romeo; frà Gherardo da Modena acquietò i suoi concittadini: i Vicentini il beato Giordano da Forzaté: frà Leone da Perego (1233) riconciliava i nobili co' plebei milanesi: frà Latino de' Predicatori (1278) i Geremei co' Lambertazzi in Bologna: in Faenza gli Acarisj coi Manfredi: in Ravenna i Polenta co' Traversari; frà Guala bergamasco riamicò i Bolognesi co' Modenesi nel 1229: e nel 1233 i Trevisani coi Bellunesi, dopo divenuto vescovo di Brescia. Anzi frà Bartolomeo da Vicenza istituì l'ordine militare di Santa Maria Gloriosa, intento a mantenere in armonia le città italiane.

Siena ricorda sempre con pia tenerezza la sua Caterina, la sposata da Cristo, che con questo divino nome cominciava e finiva tutte le lettere, da essa dirette a re, a papi, a condottieri; da essa, povera fanciulla del popolo, per ispirare concordia e mitezza. I Fiorentini, cui un tratto era parsa più preziosa la libertà che la religione, presto ravveduti pregarono Caterina a riconciliarli col pontefice. E la pia, fattasi apostolo di misericordia, scriveva a Gregorio IX: — Pace, la pace, la pace per amor di Cristo crocifisso, e non ponete mente all'ignoranza, all'acciecamento, all'orgoglio de' vostri figliuoli. La pace sospenderà la guerra; distruggerà l'ira nei cuori e la scissura, riunirà tutti gl'interessi».

In Milano, quando si contrastavano le fazioni de' nobili e dei popolani, (1257) vennero compromesse le differenze in quattro frati, e tutti stettero al lodo di loro: poi novamente essendo scoppiate, i discordi si raccolsero a Parabiago, ove due frati dettarono le condizioni della pace. Più tardi qui venne a predicare la legge d'amore il beato Amedeo, cavaliere portoghese mutato in francescano, che fabbricò di limosine la chiesa di Santa Maria della Pace, nuovo titolo pietoso, aggiunto ai tanti onde il medioevo incoronò la regina del dolore e dell'amore.

Molte risse contumaci nel Milanese, in Valtellina, pel Comasco aggiustò pure frà Venturino da Bergamo, che giunse ad indurre oltre diecimila Lombardi a pellegrinare fino a Roma per la perdonanza. Vestiti in cotta bianca e mantello cilestro e perso, e sovra al mantelletto una Colomba bianca con tre foglie d'uliva nel becco, a schiere di venticinque o trenta, colla croce innanzi, procedevano di città in città gridando _pace e misericordia_, e venuti nelle chiese, nudavansi dalla cintola in su, e si flagellavano. Giovanni Villani li vide arrivare a Firenze, e mangiare fin cinquecento alla volta in piazza di Santa Marta Novella, provvisti per carità. Sull'uscire di quel secolo operò a quest'intento la compagnia dei Bianchi a Firenze, a Pistoja, a Genova, altrove.

Nelle Provincie lombarde profittò assai quel Bernardino da Siena che veneriamo sugli altari. Meglio ancora frà Silvestro da Siena minor osservante, cui i magistrati di Milano avevano chiamato perchè attutisse i dissidj fra cittadini, al che, Dio ajutante, riuscì. Più clamoroso fu il componimento, a cui egli indusse i Comaschi. All'invito de' loro capi, condottosi sulle rive di quel lago, tolse a predicare con molto fervore e gran frutto, incominciando la riforma delle leggi, come ognora si dovrebbe, dalla riforma dei costumi. Indi piovendo sugli animi preparati la parola del Vangelo cioè della carità, fece abolire i maledetti nomi Guelfi e Ghibellini, sotto i quali gl'italiani si straziarono lungo tempo, favorendo chi la Chiesa, chi gl'imperatori, dimenticando intanto la patria e la libertà. Poi ad un giorno deliberato (fu il 13 dicembre 1439) impose che tutti, dalla città e dai contorni, convenissero sullo spazzo che si dilata dinanzi alla porta Torre. Ivi con parole piene di spirito e di carità infervorò gli animi così, che fra tutta la folla accorsa era un piangere, un singhiozzare, un picchiar di petti e deporre i rancori in fratellevoli abbracciamenti. I nomi di tutti furono iscritti sul libro della _Santa Unione_, e intimato l'anatema del cielo ed il castigo degli uomini a chi violasse le pacifiche promesse.

Non vi sarà meraviglia che uomini così fatti, strascinando a loro arbitrio le popolari volontà, facessero e disfacessero a loro talento, riordinassero le leggi e gli statuti: essi in più luoghi riscossori delle gabelle; essi talvolta podestà e gonfalonieri. Nè pur sempre a mettere pace ponevano l'ingegno: ma qualora il meglio paresse, ricordavansi che Cristo ha portata in terra la spada.

A chi è ignoto frà Giacomo de' Bussolari di Pavia? Uscito, al superiore comando, fuor del romitaggio che s'era eletto per servire a Dio, e condottosi in patria a predicare la pace, cominciò ad inveire contro i vizj onde erano lordi i suoi compatriotti, e più i più ricchi: nè perdonandola a stato o grado o fortuna, rinfacciava la viltà alla plebe, la tirannide ai potenti. Accadde in quei giorni che i Visconti, tiranni di Milano, volessero sommettere al loro comando Pavia, togliendola al dominio dei signori Beccaria. Il popolo, per un fiacco sentimento che sovente si onesta col nome di amor dell'ordine, scoraggiato porgeva il collo al giogo, allorquando il frate, coll'impeto di sua eloquenza, lo scosse, e ne ravvivò l'amor di patria sopito. Facendosi egli medesimo a capo dei cittadini, li condusse a rompere gli avversarj che invano forti nel numero cessero al valore inspirato nei Pavesi. Nè ristette: ma deliberato di tornare in cuore de' suoi l'antica virtù, eccitava in questi l'abborrimento ai tiranni, cioè all'ingiustizia; fece cacciare anche i Beccaria, armò il popolo, indusse i cittadini a frenare il lusso, e col superfluo risanguare il pubblico erario. Le donne, prime sempre negli esempj di disinteresse e sacrifizio, recarono gli abiti loro di maggior valuta e i giojelli, restando contente a poco più che un mantello nero ed uno zendado. Gli uomini esultanti avventaronsi fra pericoli, a cui era proposto per guiderdone il cielo e la libertà della patria.

Ma anche allora la forza materiale prevalse, e il frate, scorgendo il precipizio delle fortune, entrò mediatore di pace. Nella quale, onorate condizioni ottenne per la sua Pavia; nulla a proprio vantaggio pattuì, neppure la vita. I Visconti giurarono i patti, e, costume dei violenti, appena ottenuto il fine, li violarono; il frate, mandato a Vercelli, fu sepolto nel _vade in pace_ di un convento, ove terminò la vita.

Il più splendido esempio di paci operate da frati fu quello di Giovanni da Schio vicentino, de' Predicatori. A' suoi giorni la Marca Trevisana e tutta Lombardia sossopravano fra le risse di tirannetti, parteggianti chi a favore, chi contro dell'imperatore. Perchè s'accordassero, e così non fosse lusingato d'aiuti Federico II, che allora meditava ridurre tutta Italia in soggezione de' Tedeschi, Gregorio papa inviò frà Giovanni ad apostolare la pace. Fattosi egli prima a Bologna, non è a dire che frutti coglie: dovunque arriva, eccogli incontro tutto il popolo coi gonfaloni e le croci, con bandiere ed incensi; ogni parola sua è accolta come di più che uomo: felice chi tocca il lembo di sua tonaca! chi ne ottiene un filo! I Bolognesi per pubblico decreto lo seguitarono, e qualora egli si restasse, piantavangli attorno uno steccato, acciocchè la folla incomposta, accalcandosegli soverchiamente addosso, non gli nocesse. Corse con questa maniera di trionfo Belluno, Feltre, Conegliano, Treviso: i Padovani gli uscirono incontro fino a Monselice col carroccio, e fattolo su quello salire, il condussero in città fra una esultanza di devozione. Ivi nel Prato della Valle stivavasi il popolo ad ascoltarlo, e così egli componeva dissidj, riformava statuti, ridonava la libertà a prigionieri; la patria a fuorusciti.

Poichè ebbe in tal guisa pellegrinata tutta la Marca Trevisana, ordinò che un tal giorno, tutti convenissero a giurare, innanzi a Dio e a lui, concordia ed amistà. Per quest'ordine, il 28 agosto del 1233, presso tre miglia di Verona, in un'estesa pianura che chiamano la Paquara, s'accolse un'infinità di persone di Lombardia e della Marca. Qui Verona Mantova, Brescia, Vicenza, Padova erano venute co' loro carrocci, il che vuol dire col popolo tutto: Feltrini, Bellunesi, Trevisani, Ferraresi, Veneziani, Bolognesi cogli stendardi; e tutti, quant'era lungo il cammino, cantando le lodi del Signore. Convenuti erano pure quindici vescovi delle città là intorno, e tutti i baroni delle vicinanze; qui i conti di Sanbonifazio; qui i signori di Camino; qui i Camposanpiero; qui il tremendo Salinguerra; qui più tremendi ancora, que' gran nemici dell'uman genere, Ezzelino ed Alberico da Romano erano venuti per udire dal frate le esortazioni di pace, di carità. Così ne' favolosi tempi alla canora voce dei poeti o degli incantatori traevano leoni ed orsi, fatti mansueti.

Ai cronisti non bastano immagini per descrivere tanto concorso di gente; chi li somma a quattrocento migliaja: chi dice che da Cristo in poi non erasi veduta radunanza sì numerosa: chi la rassomiglia a quella futura nel gran giorno in val di Giosafatte. Ed erano persone, che unico diritto conoscevano la spada: nemici un dell'altro giurati; avvezzi a non incontrarsi che coll'ingiuria sul labbro, col pugno sugli stocchi: oltraggiati ed offensori, soverchiatori e soverchiati, emuli di nimicizie ereditarie, d'odj inespiati, inespiabili: sospendevano al fianco le daghe, su cui era impresso ancora un sangue, ond'era stata giurata la vendetta. — Ed ora venivano insieme; venivano alla voce di un povero frate; venivano a giurarsi perdono ed amicizia!

Il qual frate, salito sopra altissimo pulpito, esordendo da quelle parole del Vangelo _La pace mia vi do_, _la pace mia vi lascio_, pronunziò un'esortazione alla moltitudine perchè ritornasse alla concordia del Signore. La voce sua, ne assicurano i cronisti, sonava quel giorno più che mortale: sicchè era intesa perfettamente da un popolo immenso, mugghiante a guisa di fiotti marini. Ma non è mestieri ricorrere a miracoli; giacchè, in que' solenni casi, se l'orecchio non ode, l'animo intende: intende al modo onde i soldati capiscono le arringhe dei loro capitani. Nè gli stupendi prodigi di commozione, che i simili mai non ottennero Demostene e Cicerone, e che sappiamo aver seguìto alle parole di Pietro eremita, di Bernardo di Chiaravalle, dei due santi d'Assisi e di Padova, non erano già effetto di ben accordate parole o d'invincibili ragionamenti. Rustici parlatori, in un latino tralignato od in un vulgare ancora inesperto, con argomento e distinzioni sofistiche, ne porgono la miglior riprova come l'eloquenza non consista tanto in chi parla, quanto in chi ascolta. L'opinione della bontà, intesa da tutti anche quando le idee di giustizia e di dovere sono stravolte, d'una bontà semplice a segno da sottrarsi all'invidia, amata perchè propizia e tutrice, venerata perchè impressa del marchio della religione, disponeva gli ascoltatori in favore del predicante.

Coll'entusiasmo proprio dei secoli robusti, traevano essi per essere commossi: non udivano, ma vedevano: ed ogni gesto dell'oratore, interpretato da ciascuno a suo modo, ed esposto al libero volo dell'immaginazione, veniva a dire assai più che non avrebbero potuto le parole. E come il pio contadino, qualora devoto recita orazioni in lingua ignota, pure sa che sono preghiere, e crede in quel linguaggio ed in quell'unica formola, esprimere qualunque bisogno al suo padre che è ne' cieli, così sapendo che il frate predicava la pace, ciascuno vi faceva i commenti che al suo caso meglio convenivano, credea sentirsi chiamare col proprio nome, rinfacciare il proprio delitto. Che dirò poi di quando il frate rompeva in lagrime e singhiozzi, e si prostrava a terra, e scintosi il cordone dalla cintura, cominciava battersi in penitenza? Allora più nulla non limitava quell'elettrica possa che da uno in uno si propaga nelle moltitudini, e fa divenire di tutti quel che era impeto, curiosità, convincimento d'un solo.

Poichè dunque frà Giovanni ebbe commossi gli animi colle dottrine generali della pace, della carità, scese a casi parziali, dalle idee agl'individui: ed ai campioni che gli stavano attorno, impose le leggi, secondo cui voleva si mettessero in accordo; questi rilascerebbe i prigioni, quegli rimanderebbe gli ostaggi, l'altro darebbe sua figlia in isposa al figliuolo dell'emulo.

Indi, valendosi dell'autorità senza limite concessagli dal sommo pastore, nel nome di Cristo e del suo vicario pronunziò benedizioni ed anatemi sovra chi osservasse o no que' patti: e — Benedetto (esclamava) benedetto chi osserverà questa pace! benedetto chi la farà conservare! benedetto chi toglierà di mezzo le discordie! benedetto chi amerà il prossimo suo come si deve i fratelli!»

E migliaja, migliaja di voci rispondevano, — Benedetto!»

Indi pronunziava: — Oh maledetto e rubello a Cristo ed alla Chiesa chi seminerà zizzania fra gli amici! maledetto chi primo infrangerà i patti giurati! maledetto chi primo sguainerà la spada contro del fratello! maledetto e rubello a Cristo ed alla Chiesa chi inviterà le armi straniere fra le dissensioni della patria!»

E migliaja migliaja di voci echeggiavano, — Maledetto!»

Tale dovette apparire la vallea Palestina fra l'Ebal e il Garizim, quando a tutto Israele raccolto vi si promulgò la legge; ed un alterno coro di sacerdoti dalle due opposte montagne acclamava benedetto chi ne adempisse i precetti, maledetto chi vi fallisse; e un mondo di popolo rispondeva, — Così sia».

Fra quei gridi, fra le lagrime, si gettavano al collo l'un dell'altro; baciavansi; confondevano i palpiti due cuori, che si erano odiati a morte. Il popolo vedendo i magnati abbracciarsi, e dimenticando che è proprietà dell'uomo poter piangere anche mentre il cuore medita il tradimento, il popolo credeva, sperava; — vicenda del popolo; credere, sperare, trovarsi deluso.

Perocchè, credereste dovessero a lungo durar quelle paci? Erano frutto di momentaneo commovimento, sfrondavano i rampolli, anzichè svellere le radici de' mutui scontenti. Appena il paciere se n'era ito, ecco rinfocarsi peggio che prima gli sdegni, le vendette, le battaglie, le ambizioni: ecco sonare ancora d'armi il paese. Nè a diverso fine riuscì la riconciliazione di frà Giovanni. Erano corsi pochi giorni da quei solenni abbracciamenti, e in tutta la Marca divampava incendio di guerra. E frà Giovanni? Dopo che ebbe in tre dì fatto bruciare da sessanta ragguardevoli Vicentini, come sozzi d'eresia, ruppe all'ambizione, e si tolse il dominio di Vicenza. Ma ben presto dovette scontentarsi del non essere rimasto pago al dominio dell'opinione e della parola: giacchè vinto, imprigionato, indi espulso, vide pochi giorni appresso il trionfo di Paquara risolversi in sua vergogna, e quella pace in nuove sanguinose battaglie.

Così soavissimo è il lume dell'iride succedente alla burrasca: ma un lieve soffio d'aria dissipa la nube da cui era rifranto[38].

DELL'ATTACCAR LITE

Io vo gridando pace, pace, pace

PETRARCA.

— Conoscete l'abate di Saint-Pierre?

— Oh, chi nol conosce? l'autore della _Pace perpetua_; l'inventore della parola _bienfaisance_; un utopista....

— Sì, ma l'avete letto?

Davanti a questa domanda ammutolisce troppo spesso un uomo sincero: e, se sinceri, ammutolirebbero i tanti i quali sentenziano di libri che non conoscono se non di nome, o, ch'è ancor peggio, se non pel giudizio che ne diedero i giornalisti, i quali le più volte non li leggono, o col proposito di leggervi soltanto il bene o il male.

Eppure l'opera più conosciuta del Saint-Pierre meritò di essere analizzata da quel cupo Gian Giacomo Rousseau; e un ministro, famoso per tutt'altro che per bontà, la definì «il sogno d'un uomo dabbene»; nè l'un nè l'altro giudici competenti, perchè la candidezza e la rettitudine non possono comprendersi se non da chi le possiede.

Ed oggi che, sotto il nome di pace, freme continua la guerra o la minaccia di guerra, e si ripone il progresso della civiltà nel raffinare i modi di straziare ed ammazzare il maggior numero d'uomini e di beni nel minor tempo, è dolce buttarsi sui sogni della pace: — sogni forse anche dopo che gli uomini si saranno disubbriacati.

Certo a chiunque vede l'animale detto ragionevole lacerarsi cogli orribili modi della guerra, vien in proposito di cercare un riparo a questa frenesia: e l'abate di Saint-Pierre credette trovarlo, e l'espose nel _Progetto di pace perpetua_. A Utrecht era adunato nel 1712 un congresso per istabilire la pace, da lunghi anni sbandita per le ambizioni di un re, e vedendo da quanti sofismi e paralogismi fosse ritardato l'accordo tra' principi, il nostro abate stese il suo _Progetto_. Lo so anch'io che il migliore sarebbe di dire: «O uomini, siate buoni; o principi, moderate la vanità; o ministri, non operate di puntiglio»: ma ciò varrebbe come indicare che il miglior rimedio alla febbre è l'ordinare: «Fate battere regolarmente il polso».

Il Saint-Pierre era persuaso che gli uomini intendano i proprj interessi: e perciò dimostrava che la pace è più utile della guerra; dimostrazione strana per animali ragionevoli! Nè io voglio divisarvi il suo _Progetto_: basti dirvi che, fatto un nuovo scomparto più razionale dell'Europa, onde conservarla in assetto proponeva un congresso permanente ed arbitro, che giudicasse delle vertenze tra le nazioni, e che sancisse le paci e le mantenesse, dichiarando nemico pubblico chi ricusasse star alle decisioni di esso. Nella _città della pace_ deve risedere un ufficio perpetuo di _giureconsulti osservatori_ per avvertire continuo quai regolamenti e ordini giovi aggiungere ai vecchi, quali modificazioni introdurre, o emendazioni del diritto; giacchè è follia cercare la pace di fuori quando si stia male dentro.

Ma queste le sono questioni da politici, nè i politici leggeranno di certo questo povero racconto fatto pel popolo, di cui essi non si danno pensiero. La semenza di Caino però germina anche fra noi privati; e pur tacendo i miserabili accapigliamenti della stizzosa ed invida razza de' letterati, ogni giorno risse, dispute, processi raddoppiano i mali di questa già infelice esistenza. Chi ha un possesso senza aver litigio? qual testamento si applica senza avvocati? qual eredità si addice senza baruffe e nimicizie tra i coeredi?

I Milanesi di quel medioevo che alcuni credono solo feroce e ignorante, nel XII secolo fabbricando i tribunali in Piazza de' Mercanti, posero una iscrizione proprio al cominciar della scala, che in lettere gotiche ed in latino esprime: «Nelle controversie delle cause nascono corporali nimicizie, si fa getto delle spese, si cresce l'angustia dell'animo, si stanca ogni giorno il corpo, molti delitti ne derivano, si pospongono le buone ed utili opere e quelli che sperano trionfare spesso soccombono, o se trionfano, calcolate le fatiche e le spese, nulla si trovano in pugno».