Part 18
Il Trevisano, come un amante corbellato, si vantò disilluso, giurò non badar più a simili fantasie; parenti e amici fecero giubileo della sua guarigione, per quanto cara gli fosse costata; ma due mesi appena erano trascorsi, e rideccolo al lambicco, alle storte, al farnetico di prima. Persuaso però che alla grand'opera gli fossero indispensabili i consigli di gran sapienti, andò a interrogarli in Ispagna, in Inghilterra, in Scozia, in Germania, in Olanda, in Francia; poi in Egitto, in Palestina, in Persia, culla e sede di quelle arcane dottrine; a lungo s'indugiò nella Grecia meridionale, e visitava principalmente i conventi, depositarj dei libri e delle dottrine tradizionali; e coi più rinomati monaci travagliava alla grand'opera. Così era giunto ai 72 anni, avendo dissipato il ricavo del venduto suo patrimonio; di modo che nel 1472 approdava all'isola di Rodi senza denari nè bagaglio, ma con sempre maggior fiducia nella polvere, cercata tutta la vita. Oh possano averne altrettanta i cercatori di ben più utili spedienti!
A Rodi fermava stanza un religioso, celebrato in tutto Levante come possessore del gran secreto; ma di avvicinarsegli non trovava più modo il nostro Bernardo, sprovvisto com'era del gran passa-pertutto, il denaro; se non che un mercadante veneziano, conoscente della famiglia di lui, gli prestò ottomila zecchini, e raccomandollo a quel professore. Tre anni lo tenne costui in istudj e sulle suste, onde preparare il magistero per mezzo d'oro e d'argento amalgamati con mercurio; alfine lo ammise al sommo secreto dell'arte ermetica; e nel gran codice della verità gli mostrò questo assioma:
Natura si fa giuoco di natura, E natura contiene la natura.
L'avete capito, lettori dabbene? ma se volete che ve lo butti in moneta, ciò significa che bisogna gettare alle spalle le illusioni, non impigliarsi in ciurmerie, e persuadersi che per far oro ci vuol oro, e tutta l'alchimia non giunse mai od ottenerne in fine più di quello che adoperò in principio. Crediamo che a simili conclusioni arriveranno gli odierni eterogenisti.
Perdere a 77 anni l'illusione di tutta la vita, è pure straziante! Ma il conte Trevisano volle almanco giovare agli innumerevoli adepti della scienza ermetica occupando i sette anni che ancora sopravisse nello scrivere diversi trattati intorno a quella scienza: il più celebre dei quali è il _Libro della filosofia naturale de' metalli di messer Bernardo conte della Marca Trevisana_, che ognuno può leggere, ma che pochissimi leggeranno nel tomo II della _Bibliothèque des philosophes chimiques_.
L'acquisto della verità è così penoso, che molti ripugnano a manifestarla chiara, limpida com'essi la colsero, e far così fruttare agli altri la propria sperienza. Anche il nostro conte, invece di palesare e confessare schietto i suoi inganni, si rinvolse per modo che molti cercarono in esso la scienza ermetica; e lo credono, volli dire, lo credettero un de' migliori maestri della grand'opera. Ma quell'assioma fondamentale, intorno a cui egli si raggira continuamente, induce noi a tutt'opposta credenza, e se c'inganniamo, ci è di conforto questo passo del libro suddetto:
«Onde che io conchiudo, e credetemi. Lasciate le sofisticazioni e chi vi crede; fuggite le loro sublimazioni, congiunzioni, separazioni, congelazioni, preparazioni, disgiunzioni, connessioni, ed altre decezioni. E taciano quelli che vanno spacciando e preconizzando altro solfo che il nostro, il quale è latente nella magnesia; e che vogliono trarre altro argento vivo che dal servitore rosso, od altra acqua che la nostra, la quale è permanente, e non si congiunge che alla propria natura, e non bagna altra cosa se non l'unità della propria natura. Nè altro aceto v'ha che il nostro, nè altro regime che il nostro, nè colori altri che i nostri, nè altra che la nostra sublimazione, nè altra che la nostra soluzione, che la nostra putrefazione.»
Se l'ammaestramento non vi pare abbastanza evidente, non so che dirvi; d'altra parte sarebbe stato inutile, giacchè non si dà evidenza, a cui la passione ceda.
* * * * *
A tre secoli di distanza, le storie ci offrono, ossia avrebbero dovuto offrirci un altro alchimista, ma della peggiore schiuma. Come non siamo certi del vero nome di Cagliostro, così neppure del costui; se non che ne' suoi giorni trionfali lo vediamo intitolarsi don Domenico Manuele Gaetano conte di Ruggero, napoletano, maresciallo di campo del duca di Baviera, generale, consigliere, colonnello d'un reggimento a piedi, comandante di Monaco, maggior generale del re di Prussia. Era nato, almen pare, a Pietrabianca presso Napoli; imparò di orefice, e nel 1695 fu iniziato all'alchimia tramutatoria, probabilmente da un Lascaris, venuto dalle isole greche, e rinomato in tutta Europa. Da costui egli ebbe la tintura bianca e la tintura gialla, per formar l'argento e l'oro; e che doveva essere un amalgama, il quale, messo al fuoco, e svaporandone il mercurio, lasciava in fondo al crogiuolo il metallo fino. Tutta la speranza di buon esito consisteva nel non adoperare il bilancino.
Questa polvere era ben poca; e don Domenico vi suppliva colla destrezza; andò pel mondo annunziando di poter trasmutare metalli in gran quantità, facendone prova su piccolissima, e ottenendone fama: — la merce più capricciosa del mondo. Perlustrata Italia, per quattro mesi fece eccellenti affari a Madrid; ove l'ambasciadore di Baviera lo persuase a recarsi dall'elettore signor suo, il quale allora dimorava a Bruxelles come governatore. Vi andò, eccitò la meraviglia, e ottenne la confidenza dell'elettore Massimiliano, il quale preso dalle splendidissime promesse ch'esso gli faceva, gli concedette onorificenze, cariche, titoli e sovvenzioni per seimila fiorini. Ma l'adempimento delle promesse non sapea venir mai; onde scopertolo ciarlatano, il fe' buttar prigione. Due anni vi penò, poi riuscito a fuggire, non corse volgarmente a nascondersi, o andò fiaccamente a piagnucolare; anzi comparve trionfante a Vienna nel 1702; e qualche projezione gli riuscì così destramente, che tutta la Corte ne rimase stupefatta; e l'imperatore se lo prese a servigio. La morte di questo interruppe la sua splendida carriera; ma è un'arte de' ciarlatani il cader sempre in piedi. Di fatto fu tolto a stipendio dall'elettor Palatino, al quale ed alla imperatrice egli promise dare in sei settimane 71 milioni o la sua testa. Prima del termine egli fuggì; ed eccolo a Berlino, acquistandosi favore col dirsi perseguitato dall'Austria: e re Federico I, sentito il consiglio di Stato, non trovò da opporsegli, ed accettò le magnanime sue proposizioni. Con grande apparato e numerosi testimonj egli eseguì alcune tramutazioni, constatate a tutto rigore di prove; e promise fabbricare polvere di projezione quanta basterebbe per fare sei milioni di talleri.
Convien dire fosse un abilissimo prestigiatore, se vediamo quanti ne rimasero illusi, e quante volte rifece il proprio credito e di quanti onori venne colmato; pure tante volte va la gatta al lardo, che alla fine vi lascia la zampa. La promessa da lui fatta al re non vedeasi mai ridotta, nè tampoco avvicinata all'effetto: e il re andava, se non spilorcio, però prudente nel regalarlo, talchè gli mancava l'oro necessario per far oro, quella natura che contiene la natura, come sentimmo dire dal conte Trevisano. Re Federico, informato delle precedenti birberie del Napoletano, lo fece chiudere nella fortezza di Custrino, coll'alternativa che adempisse le promesse se no la forca. La prima condizione gli era impossibile, e perciò fu processato e come reo di lesa maestà condannato al patibolo. La consuetudine germanica portava che i falsificatori (e sotto questo titolo comprendevansi anche gli alchimisti) con inumano scherzo si sospendessero vestiti d'orpello ad una forca indorata: ed in questo arnese perì a Berlino il 29 agosto 1709.
Il re ebbe vergogna d'essersene lasciato ingannare o rimorso d'averlo punito sproporzionatamente, onde non sofferse più mai che quel nome fosse proferito in sua presenza. Costui fu l'ultimo tramutatore che la storia menzioni; i ciurmadori si volsero ad altre maniere d'inganni, che meriteranno storia anch'essi quando ne sia passata la stagione.
1856.
ROSTOPCIN
Teodoro, figlio di Basilio conte di Rostopcin nacque nella provincia russa di Orel il 12 (23) marzo 1765, da famiglia che pretendea discendere da Gengiskan. Tartaro anche nella peggior significazione della parola, capace di qualunque estrema risoluzione, ambizioso, passionato, sarcastico, fanatico di assolutismo, abborrente da ogni novità, furioso nella collera; insieme amava le lettere, scriveva articoli e opuscoli, benevolo quando non c'entrasse la passione, agressivo spesso e infervorato per l'attacco. Fu per un momento il favorito dell'imperatore Paolo I, e suo ministro degli affari esteri, e lo rattenne da molte pazzie, sicchè talora sentì dirsi: «Voi siete terribile, ma avete ragione.» Un giorno Paolo, trovandosi in un circolo di principi, si volse di botto a Rostopcin chiedendogli: — Perchè voi non siete principe?»
Ed egli: — Perchè mio padre venne di Tartaria in Russia nel fitto dell'inverno.»
— Oh che ci ha a che fare la stagione col titolo?»
— Quando un signore tartaro compariva la prima volta alla Corte, il czar gli lasciava la scelta fra una pelliccia e il titolo di principe. Mio avo, giunto nello stridor della vernata, ebbe il senno di preferire una pelliccia.»
Paolo ne rise di cuore, e ai circostanti: — Signori principi, congratulatevi che i vostri avi non siano arrivati di gennajo.»
L'imperatore Alessandro, del quale non carezzava le velleità liberali, avealo poco gradito, ma negli estremi bisogni il pose governatore di Mosca.
Entusiasta per la patria, fremette al vederla invasa dai Francesi di Napoleone nel 1813; fè di tutto per concitare gli spiriti al maggior sacrifizio; organizzò 122,000 volontarj in corpi armati a spese della nobiltà; mantenne la tranquillità esaltando il coraggio, e quando, dopo la battaglia di Borodino, fu stabilito d'abbandonare Mosca senza difenderla, egli fece partirne i cittadini, sicchè vi restasse solo plebaglia, e troncò all'esercito invasore ogni possibilità di comunicare coll'interno dell'impero. Fu allora che scoppiò l'incendio famoso di Mosca, che ancora non è ben certo se fosse opera causale degli invasori, od ordinata dal Governo, o meditata dall'irritazione popolare. Ne fu attribuita generalmente la colpa o il merito a Rostopcin: ma di certo si sa soltanto che, partendone, egli distrusse un ricco villaggio di sua appartenenza, non lasciandovi che la chiesa con un'epigrafe ad esecrazione de' Francesi.
Dopo quel disastro, Alessandro lo ricevette con freddezza, direbbesi anzi con ribrezzo: Rostopcin non invocò premj quando, nel 1815, poteva aspettarsene; in un libro _La verità sull'incendio di Mosca_ (Parigi 1823), sostenne era stata bruciata dagli invasori, e ne addusse in prova l'inutile distruzione di parte del Kremlin; dappoi si confuse fra i tanti attori del gran dramma europeo, tornò in Russia alla morte d'Alessandro, e morì a Mosca il 18 (29) gennajo 1826. Del resto viveva a Parigi, applicandosi a ricerche bibliografiche e ai piaceri; faceasi ammirare per motti politici, ma evitava di parlare di sè. — Dovreste scrivere le vostre memorie,» gli disse una signora, curiosa di conoscere il vero. Ed egli al domani gliele portò in un semplice foglio. E sono queste, che riferirò per l'espressione di un cinismo inesorabile e d'un frizzo volteriano.
Così, quel ch'era stato salutato salvatore del suo paese, anzi dell'Europa, finiva oscuro e indispettito, vendicandosi dei disinganni, e se avea cominciato colla tragedia, finiva col sarcasmo.
ME AL NATURALE
OVVEROSSIA
MIE MEMORIE SCRITTE IN DIECI MINUTI
CAPITOLO I.
Mia nascita.
Il 1765, 12 marzo, uscii dalle tenebre al gran giorno. Mi misurarono, pesarono, battezzarono. Nacqui senza sapere il perchè: i genitori miei ringraziarono il cielo senza sapere il perchè.
CAPITOLO II.
Mia educazione.
Mi insegnarono d'ogni sorta cose e lingue. A forza di essere sfacciato e ciarlatano, passai talvolta per dotto; e la mia testa divenne una biblioteca di libri scompagnati, di cui io solo ho la chiave.
CAPITOLO III.
Miei patimenti.
Fui tormentato dai maestri, dai sartori che mi faceano i panni impiccati, dall'ambizione, dall'amor proprio, da inutili ribrame, da re e da reminiscienze.
CAPITOLO IV.
Privazioni.
Tre grandi piaceri della spezie umana io non gustai: il furto, la ghiottoneria e l'orgoglio.
CAPITOLO V.
Epoche memorabili.
Di trent'anni rinunziai al ballo; di quaranta, a piacere alle belle; di cinquanta, all'opinione pubblica; di sessanta, al pensare; e diventai un vero sapiente, o, ciò ch'è tutt'uno, un egoista.
CAPITOLO VI.
Ritratto morale.
Fui caparbio come un mulo, capriccioso come una civetta, vispo come un fanciullo, infingardo come una marmotta, attivo come Buonaparte; e tutto ciò quando mi parve e piacque.
CAPITOLO VII.
Risoluzione importante.
Non avendo mai potuto rendermi padrone della mia fisonomia, lentai la briglia alla mia lingua, e contrassi il mal vezzo di avere il cuore sulle labbra. Da ciò alcuni piaceri e molti nemici.
CAPITOLO VIII.
Che cosa fui e che cos'avrei potut'essere.
Fui sensibilissimo all'amicizia, alla confidenza; e se fossi stato nell'età dell'oro, sarei per avventura stato un galantuomo fatto e finito.
CAPITOLO IX.
Principj rispettabili.
Non fui mai avviluppato in nozze e in pettegolezzi; non ho mai raccomandato nè cuoco nè medico, e per conseguenza non attentai alla vita di nessuno.
CAPITOLO X.
Miei gusti.
Mi vanno a sangue la poca brigata e il passeggiare in un bosco. Ebbi una venerazione involontaria pel Sole, e il suo tramonto mi lasciava spesso di mal umore. Dei colori amavo il celeste; di mangiari, il manzo col ramolaccio; di bibite l'acqua fresca; di spettacoli, la commedia e la farsa; d'uomini e donne, le fisonomie aperte ed espressive. I gobbi dei due sessi m'avean un'attrattiva, che mai non seppi definire.
CAPITOLO XI.
Mie avversioni.
Nutrivo repugnanza per gli scioli e pei facchini, per le donne intriganti che ostentano virtù, disgusto per l'affettazione; pietà per gli uomini ritinti e per le donne imbellettate; avversione pei sorci, i liquori, la metafisica e il rabarbaro; sgomento della giustizia e dei cani rabbiosi.
CAPITOLO XII.
Analisi della mia vita.
Aspetto la morte senza paura, ma senza impazienza. La mia vita fu un melodramma.
CAPITOLO XIII.
Rimunerazione del cielo.
La mia gran fortuna è di sentirmi indipendente da tre che reggono l'Europa. Essendo ricco che basti, divezzo dagli affari e abbastanza indifferente alla musica, non ho di che intrigarmi con Rothschild, nè Metternich, nè Rossini.
CAPITOLO XIV.
Mio epitafio.
Qui fu posato perchè sia riposato con un animo saziato un cuore vuotato un corpo sciupato un vecchio diavolo trapassato. Signori e signore passate.
CAPITOLO XV.
Dedicatoria a chi legge.
Can d'un pubblico! Organo discordante delle passioni; che tu alzi al cielo, e sommergi nel brago, che salmeggi e calunnii, e il perchè non sai; immagine del tocco a martello; eco di te stesso; tiranno assurdo, scappato dai pazzerelli; quintessenza de' veleni più sottili e degli aromi più soavi; rappresentante del diavolo presso la specie umana; furia mascherata di carità cristiana; pubblico che io temetti in gioventù, rispettai maturo, vecchio sprezzai, a te dedico le mie Memorie.
Gentil pubblico, finalmente son fuori dalle tue zanne, perchè son morto, e quindi sordo, cieco e muto. Possa tu godere simili vantaggi pel riposo tuo e del genere umano.
I FRATI PACIERI
Io vo gridando pace, pace, pace
PETRARCA.
Siccome nel primitivo caos una confusione di contrarj elementi lottava, informi e discordi aspettando il potente soffio dell'amore che gli ordinasse all'utilità, alla bellezza, alla evoluzione: tale nel medioevo, in questa cara patria nostra, i diversi elementi d'antico o di moderno, di popoli dell'Oriente e del Settentrione, di civiltà decrepita e di nascente, di coltura e di barbarie, di cristianesimo e d'idolatria, non combinati ancora, cozzavano senza riposo. Quinci guerre parziali, minute ma continue, nelle quali tu avvisi l'impeto di violente ed irrefrenate passioni, l'indisciplina dei grandi, l'indipendenza dell'individuo, che, col pugno sulla spada, si tiene per sovrano di sè e delle azioni proprie, e in quella spada vede il diritto di acquistare quanto gli torna o gli piace. Spente o soffocate le leggi e la giustizia, non conosciuto altro diritto che la forza, fra lo schiammazzo di quegli impetuosi, fra il divincolarsi delle membra colossali, fra l'urtar degli stocchi, qual voce avrebbe potuto far intendere parole di composizione e di pace?
La religione.
Unica forza morale di quei secoli, unico centro della disgregata società, supplendo al difetto dell'amministrazione e della giustizia, tra le risse private, tra le file dei combattenti inviava l'inerme sua milizia, perchè in nome del Signore imponesse fine agli eccidj fraterni.
Chi non conosce la _tregua di Dio_? Uomini pii diedero voce che il Signore avesse parlato, ed ingiunto loro, che, spargendosi per la cristianità, intimassero dover ogni zuffa sospendersi tre giorni per settimana, o maledetto chi violasse tal legge.
Gli uomini, usati al racconto di miracoli, creduli perchè ignoranti, perchè soffrenti, perchè cattivi, prestarono fede: ed ogni settimana, quando il giovedì tramontava, i soperchiatori, i prepotenti riponeano la daga o il coltello nel fodero: i tementi respiravano; l'insidiato usciva dagli asili o dai nascondigli, per tornar a vedere la donna, i figliuoli, il padre: poteva il tapino ardirsi d'alzare gli occhi sul suo signore, senza vederlo schizzar sangue e vendetta: le colombe s'accostavano sicure al nibbio, finchè non tornasse a ricacciarle l'alba del lunedì.
A mezzo poi del secolo XIII, vennero i _Battuti_, grosse torme d'uomini, di donne, di fanciulli, che scalzi i piedi, coperta appena la nudità da un rozzo sacco, in lunghe disordinate file, seguitando un crocifisso, battendosi a sangue, cantando lo _Stabat Mater_, e così mutandosi di città in città, di regno in regno intimavano penitenza, e concordavano paci.
A questa clamorosa divozione, non promulgata da predicatori, non istituita dal pontefice, senza che alcuno ne sapesse il come e il perchè, diffusa rapidamente da un capo all'altro dell'Europa, entrava negli animi la persuasione d'alcuna grave sventura, colla quale Iddio fosse per riasciacquare le iniquità della terra. Tacquero le danze e le canzoni d'amore per far luogo a pellegrinaggi e a devote cantilene: usurieri e ladri restituivano il mal tolto: peccatori inveterati nella colpa si confessavano e ricredevano: le sùbite ire ammorzavansi, come un incendio sotto un mucchio di terra.
In quel tempo istesso cominciarono due nuovi Ordini religiosi, milizia potente a sostenere i diritti della santa sede, minacciati dallo svegliarsi dell'umano pensiero. Erano questi i Domenicani e i Francescani; i primi, specialmente intesi a svellere la zizzania di mezzo al frumento, e punire i fratelli di Gesù Cristo che non credessero e non adorassero come loro: gli altri, tutti popolari, tutta povertà, si diffondevano in mezzo al volgo, accattando un tozzo per Dio, predicando il Vangelo e i santi loro e pratiche di devozione, e mitigando i cuori iracondi. Ne' quali uffizj non erano però così distinti, che talvolta non si vedesse il Domenicano proclamare non l'esterminio, ma l'amore, ed il Francescano accostare la face al rogo che doveva ardere un riprovato.
Sentivi tu (caso quotidiano a quei tempi,) sentivi un ricambiare di bestemmie, di vituperj, un tempestare di colpi? Eri sicuro di scorgere ben tosto fra gli azzuffati interporsi il frate col rozzo sajone, nudo il raso capo, tendendo di mezzo ai colpi la croce di legno che gli pendeva pel rosario alla cintura.
Due fratelli si cercavano a morte? una famiglia un corpo aveva giurato vendetta di qualche insulto? l'oltraggio aveva aguzzato il coltello, nascosto sotto alla casacca d'un violento? Ebbene: il frate s'affacciava alla porta con un _Deo gratias_ sommesso; prendeva a ragionar del Signore, d'un Uomo Dio, che patì prima di noi, più di noi, per noi e senza colpa; dipingeva l'amarezza degli odj, la giocondità dell'abitare i fratelli in uno; poi un momento estremo, nel quale riuscirà così dolce il ricordarsi d'una buona azione; un altro giudizio, dove chi perdonò sarà perdonato. Quei cuori feroci cui non avrebbe frenato impero di legge o possanza di magistrati aprivansi alla benevolenza, fondevansi in lagrime, e correvano ad abbracciare il nemico, fra le benedizioni del frate paciere.
Che se voi siete di quelli che investigano l'antichità, non fra diruti e reliquie inanimate, ma nei costumi discesi fino a questa ciarliera nostra civiltà che tanto vantiamo, e che pure non è se non una posata di mezzo fra il bene e il male, avrete potuto trovare avanzi di quelle antiche istituzioni, od in Toscana nella Compagnia della Misericordia, che ad ogni caso di rissa o di pericolo accorre per impedire o rimediare il male, recare pace o medicina; oppure in Roma, ove, pei trivj e nelle taverne, quando l'uomo, non educato o frenato dalle buone istituzioni, tra il furor delle risse o l'ebbrezza del giuoco, prorompe all'orrendo bestemmiare, gli si para dinnanzi un Saccone, uomo ravviluppato sino la faccia nella cocolla, il quale, senza far motto, si inginocchia davanti al bestemmiatore, tendendo le mani giunte. Il bestemmiatore comprende quel muto linguaggio, cessa l'imprecazione, e non di rado, caduto anch'egli in ginocchio, la converte in preghiera d'espiazione. Sotto a quel cilicio è forse celato uno dei primi signori, un prelato, un cardinale: — belle istituzioni, se non ne discordassero troppo le carabine, inarcate al tempo stesso per punire il bestemmiatore.
Nè solamente a ricomporre private nimistà davano opera i frati: spesso ancora s'intromettevano alle discordie fra città e città, fra gente e gente nemica. Imperocchè le repubbliche italiane, senza sperienza di storie, non che sodare l'unione, tendevano a più sempre disgregarsi: ogni città, ogni villaggio, che più? ogni famiglia voleva formarsi centro, appartato da ogni altro: talchè fra que' ringhiosi non era pace mai, di rado tregua. Divisa l'Italia in repubbliche, queste in comunità, le comunità in corpi e maestranze, e tutti in fazioni, una l'altra contrariava ne' consigli, preparava segrete congiure, aperte sedizioni; correva alle armi, occupava i castelli, cacciava di contrada in contrada, di vicinanza in vicinanza gli avversarij? I vinti, cercato soccorso di fuori, comparivano di nuovo battevano e ricacciavano i già vincitori; ammazzamenti, guasti, rube, incendj, questa è la storia delle città d'allora.
Miseri Italiani! Nessuna nazione al par di voi corse ingorda a queste battaglie; nessuno al par di voi scontò con tanto pianto quel sangue: e il pianto di tre secoli non ne ha ancora lavato la macchia... Giudizio e preparazione di Dio!