Part 17
Vien il tempo di uscire dalla Valtellina; e la Bona, in arnese di sergente, si offre alla fatica di seguitare il marito scotendosi dalle cure donnesche per sottentrare alle battagliere, nè per disastri di viaggi o per travagli in terra ed in mare lo abbandona mai; nè punto gli scema dell'affetto perchè se ne vegga trattata piuttosto da fante che da moglie. Intanto il Brunoro, com'era costume di quei capitani mercanteggiar del loro valore quando con questo, quando con quel principe, mutossi a' servigi di Alfonso il Magnanimo di Napoli: ma essendo con questo caduto in sospetto di fellonia, ne venne cacciato in prigione. Dieci anni vi languì, ognuno può facilmente immaginarsi con quanto accoramento della Bona, la quale ebbe in questo frangente il destro di attestare al mondo quanto amore la legasse al signor suo. Imperocchè, sempre in abito virile, si diede a correre tutte le Corti d'Italia, al re di Francia, al duca di Borgogna, ai Veneziani, impetrando da tutti buone attestazioni e preghiere per iscusar innocente e redimere il suo Pietro.
Ricca di tante testimonianze, si presentò ad Alfonso, invocando la libertà del marito; nè il re, ammirata la costanza della Valtellinese, gliene seppe far niego. Non istette ella però contenta a sciogliere quei ceppi, ove, s'ella non era, avrebb'egli dovuto stentare l'intiera vita; e tanto s'adoperò che ottenne dai Veneziani conducessero il Brunoro a loro servigio con largo stipendio. Da quel punto, secondo il merito pagandogliene la mercede, il capitano se la tenne pubblicamente per moglie diletta, e da' consigli di lei non poco utile ritrasse. Con tolleranza e valore nell'armi da molto trascendendo la condizione del suo sesso, compariva o a capo della milizia, entrava innanzi a tutti gli assalti, faticavasi nelle zuffe; nè lieve incitamento era al valor dei soldati l'esempio d'una donna armata. Per non dir tutto, ricorderemo solo come una volta i Veneziani, campeggiando contro Francesco Sforza, perdettero il castello di Pavone in Bresciana, lasciando prigione lo stesso Brunoro. Poteva la donna non infiammarsi al danno del suo diletto? Raccoglie le sbandate reliquie de' marchesi: se ne fa guidatrice, più coll'esempio che colla voce le incora: piomba di nuovo sui Milanesi; li fuga: ricupera la perduta fortezza, e rende alla libertà il caro marito.
Anche nei giuochi che si bandirono a Venezia nel 1457 per l'elezione del doge, toccò essa la palma per aver preso il gran castello di legno, difeso invano da destri soldati e capitani.
L'alta idea che del valore di lei avea concepito Venezia fece sì, che venisse col marito spedita a difendere Negroponte, allora minacciata dal Turco, il quale con grande spavento dell'Europa veniva verso l'Italia inoltrando le sue conquiste. Finchè però ne stettero alla guardia il Brunoro e la sua donna non fu che quello procedesse. Ma il marito ivi morì, e la Bona si ricondusse a Venezia per ottenere dalla generosità della repubblica la confermazione dello stipendio paterno a pro di due suoi figliuoli, già destri nelle armi. Giunta però a Modone estenuata di forze, sconsolata dalla perdita di quel caro capo, dovette sostare, e sentendo avvicinarsi il giorno estremo, si fece preparare un magnifico sepolcro, e colà finì nel 1468.
Se mi indugiai narrando di lei non fatemene colpa ben sarebbe a compiangere la condizione dello storico se non gli fosse concesso lasciarsi andare talvolta alla vaghezza d'una gioconda simpatia.
Così il pellegrino affaticato dalla via, si ferma con diletto, e scolpisce il suo nome sulla quercia che protesse di ombra ospitale il suo riposo. Ben più volte mi meravigliai come in tempo che entrano di moda i romanzi storici[35], niuno abbia assunto ancora sì bel soggetto, che lo porterebbe a dipingere e la Lombardia, e il reame e quel mare e quelle isole che tengono ora fisso lo sguardo di tutto il mondo, ove una prode nazione vede finalmente coronati i sanguinosi sforzi che tant'anni durò per iscuotersi dal collo un intollerabile giogo.
GIROLAMO CARDANO
Nel 1663 Carlo Spoon, erudito di vaglia, raccoglieva e stampava in dieci volumi a Lione le _Opere_ di Girolamo Cardano milanese, filosofo e medico, assicurando che «fra i tanti scrittori del secolo precedente veruno ne era, le cui scritture sieno state ricevute e celebrate con maggior applauso ed ammirazione;» e che «l'autore da personaggi di gran nome fu intitolato dittatore delle lettere, da altri, uomo incomparabile; da altri, portento dì ingegno.»
Vagliano le testimonianze dell'editore quanto i giudizj dei giornalisti, ma due cose son certe: che nessuno oggi legge quelle Opere, se non sia qualche _erudito_ che voglia _regalare_ agli umanissimi lettori un articolo in proposito; e che nelle scienze rimarrà perpetuo il nome del Cardano, non meno che nel catalogo abbastanza ampio delle bizzarrie umane avvegna chè egli sia stato illustre sapiente e insieme un deliro teosofista, provveduto di variatissima erudizione, eppur fecondo di pensamenti originali.
Fazio Cardano milanese, studiando all'università di Pavia, conobbe una fanciulla, e da questa generò il nostro Girolamo nel 1501. Educato a Milano dal padre, valente giureconsulto, a 20 anni già spiegava la geometria d'Euclide a Pavia. Era il tempo che gl'ingegni ridesti sentivano un bisogno universale di esercitarsi alla ricerca del vero nelle scienze morali, come nelle naturali e positive; e molti attendeano a raffinare l'analisi antica, altri a perfezionare la nuova. Ma il linguaggio algebrico era al balbettare; appena sapeansi risolvere le equazioni di primo e secondo grado e alcune che ne derivano, nè s'era volta la riflessione sopra le radici negative o immaginarie. Algebristi italiani vi attesero; e Scipione Del Ferro bolognese nel 1535 trovò la soluzione d'un caso parziale d'equazione cubica x^3+p^x=q e ne comunicò il segreto ad Antonmaria Del Fiore, il quale pubblicamente sfidò in Venezia l'altro famoso algebrista bresciano Nicola Tartaglia. Consuete erano allora queste sfide, e il Tartaglia confuse l'emulo con una soluzione più generale. Questa, sotto giuramento, egli insegnò al nostro Girolamo Cardano, il quale, nella sala sua _Ars magna_, non si fè scrupolo di pubblicarla, affiggendole il proprio nome che le è rimasto, dicendosi anche oggi _formola cardanica_.
Il Tartaglia ne mosse querela, il Cardano sostenne di avere ben sì avuta dal Tartaglia la formola del metodo di soluzione, ma trovata egli stesso la dimostrazione; e quanto alla formola, la scoperta non appartenere al Tartaglia, bensì a Scipione Del Ferro. Il Tartaglia dovette confessare che il Cardano avea dato a quella formola una maggiore generalità, e scoperto nuovi casi, non compresi nella regola da lui data, ma quanto alla formola, venne a sfida col Del Ferro; sfida non di stocchi e pistole come gli odierni eroi da caffè, ma di trentun problemi, ove il Bresciano ne propose di più ardui, e si mostrò algebrista superiore.
A queste sfide prendea parte tutto il mondo scienziato, e le soluzioni e i trionfi si annunziavano a suon di trombe; glorie che toccarono spesso al Tartaglia. Ma in un tempo in cui a questo pareva un gran che l'avere scoperto il cubo di _p_+_q_ e l'equazione tra il cubo e una linea e tra due porzioni, di questa, fa meraviglia come siasi trovata la bella formola cardanica, fondamento ai lavori più insigni, e fino alla elegante generalizzazione di Harriot.
Il Cardano riconobbe la più parte delle proprietà delle radici, indicò le negative nelle equazioni quadrate, ogni equazione cubica aver una o tre radici reali; sapeva trovare queste per approssimazione, indicarne il numero e la natura, o secondo i segni, o secondo i coefficienti; trasformare un'equazione cubica perfetta in un'altra deficiente del secondo termine; inventò il calcolo delle radici immaginarie, tanto spediente all'analisi; pubblicò pure il metodo di sciogliere le equazioni biquadrate, trovato dal Lodovico Ferrari bolognese suo scolaro; applicava l'algebra alla geometria nei problemi, prima di Vieta, e di Cartesio; prima di Harriot, cui il Montucla ne assegna il merito, fece l'equazione eguale a zero. Il Cossali, nella _Storia critica dell'algebra_ (1791), occupa quasi intero un volume a provare il merito del Cardano, restituendogli le scoperte che il Montucla attribuiva ad altri, e massime al Vieta.
Inoltre il Cardano trattò di tutto, e su tutto portò l'analisi inventrice. Nella meccanica fece giudiziose osservazioni, valutò la gravità e resistenza dell'aria, ideò di misurare il tempo mediante la pulsazione dell'arteria; insegnò un lucchetto a combinazioni mutabili, che si chiude sotto la parola _serpens_, invenzione che mal s'arrogano i Francesi.
Egli fu il primo a dare un'esatta descrizione della febbre petecchiale. Mentre le conchiglie fossili si credevano scherzi della natura, dilettatasi ad imitar in pietra le specie viventi, il Cardano dichiarò ch'erano valve pietrificate, attestanti la dimora del mare sulle vette montane; opinione ancora contrastata da quei gran naturalisti che furono il Mattioli, il Faloppio, il Mercati. Esaminando qual forza sia necessaria per sostenere un peso sovra un piano inclinato, la fece proporzionale all'angolo che esso forma coll'orizzonte; teoria giusta, sebbene ridotta a maggiore esattezza dai moderni. Indicò che l'acqua non è un elemento, ma è _prodotta da aria_.
Come però di sapienza, così fu un portento di stravaganza. Lasciò le proprie Memorie, preziose come delle scarse che francamente rivelino il cuore, e come pittura dell'uomo del secolo XVI, in mezzo alla dottrina cabalistica, che disponeva il mondo in maniera affatto poetica. Se tu gli credi, e' poteva a sua voglia cadere in estasi e in acatalessi; vedeva qualunque cosa desiderasse, nè le tenebre toglieano vigore alla sua vista; ciò che era per occorrergli presentiva in sogno, e da certe macchie su l'unghie. Il piacere, secondo lui, non è che la cessazione del dolore, e il male giova, se non altro, perchè s'impara a schivarlo; anzi per lui era un bisogno il penare o far penare; tormentava altre creature, flagellava sè stesso, e morsicavasi le labbra, e si pizzicava per sentir dolore quando alcuno non ne avesse.
E sì che dolori non gli mancavano. Giocatore, e perciò dissestato, è costretto ajutarsi con bassezze: un suo figlio fu attossicato dalla moglie, la quale perciò venne strozzata; a un'altro dovette far tagliare un'orecchio per reprimerlo; e tutta la sua vita fu bersagliata da sciagure.
Conosceva d'essere invido, lascivo, malefico, spensierato, e confessandolo ne riversava la colpa sopra le stelle, ch'erano ascendenti al suo natale. Del resto credeasi oggetto d'una predilezione speciale del cielo; seppe più lingue senz'averle imparate; più volte Iddio gli parlò in sogno; più spesso un genio famigliare, lasciatogli da suo padre, il quale se n'era giovato per trent'anni; può in estasi trasportarsi da luogo a luogo a sua volontà, ode quel che si dice lui assente. Della sua vanità non mi parlate; appena ogni mille anni nasce un medico par suo; nè rifina di vantare le sue cure, non meno che l'abilità sua nel disputare; infine, per avverar il pronostico fatto, lasciossi morir di fame
Scrisse maestrevolmente sui giuochi delle carte e dei dadi; smanioso di contraddire, stese bizzarri elogi della podagra e di Nerone, ma checchè ne dicano l'editore e la boria patriottica, nelle sue scritture mi ha l'aria di un giornalista ch'è obbligato ad empire le pagine, e più s'avviluppa in arzigogoli e astruserie, più è tenuto dai goffi; più si diffonde in lungagne, meglio è pagato; meno riflette, più lavora.
Chi volesse ridurre ad unità filosofica quel suo balzellare, troverebbe ch'egli dichiarava la natura essere il complesso degli enti e delle cose. In lei v'ha tre principj eterni e necessarj: lo spazio, la materia, l'intelligenza del mondo; e funzione di quest'ultima è il movimento. Lo spazio è eterno, immobile, nè mai senza corpi; il che equivale a ciò che poi disse Cartesio, non darsi il vuoto in natura. La materia è pure eterna, ma nè immobile nè immutabile; anzi passa di forma in forma mediante due qualità primordiali, calore e umidità. Non può concepirsi veruna porzione di materia senza forma. Ogni forma è essenzialmente una e immateriale, cioè un'anima, laonde tutti i corpi sono enti animati; del che è prova l'essere suscettibili di movimento. Le anime particolari sono funzioni di un'anima universale o anima del mondo. In essa trovansi rinchiuse tutte le forme degli esseri, come i numeri nella decade; ella somiglia alla luce del sole, che comunque uno ed eguale nell'essenza, appare sotto infinita diversità d'immagini, e «color varj suscita ovunque si riposa.»
Di tal passo andava filato al panteismo, se non avesse egli medesimo sospese le conseguenze, o variato circa l'opinione dell'unità dell'intelligenza.
L'uomo è organo di quest'intelligenza universale; pure ha un carattere distinto, la coscienza. Questa il mena a distinguere l'anima dal corpo, o, come diciamo oggi, l'_io_ dal _non me_, l'uno dal vario. E dell'anima dimostra egli l'immortalità mediante gli argomenti de' filosofi predecessori; crede però che questo dogma abbia prodotto di gravi danni, quali sarebbero le guerre di religione.
La fisica sua fonda affatto sulla simpatia generale fra i corpi celesti e le parti del corpo umano; secondando i postulati delle scienze occulte, delle quali tutte ragiona con intima persuasione, altamente riprovando quei professori inesperti, per _cui vizio resta infamata_ una dottrina, nella quale la certezza è tanta quanta nella medicina. In ciò poteva dire il vero in epigramma. Per vendicarla da tali ingiurie e mostrare _come sieno manifesti i decreti delle stelle in noi_, esso non procede che per raziocinio e sperimento, giacchè le scienze occulte appellavano sempre agli argomenti e ai fatti quanto le positive; tant'è vero che i fatti non hanno merito se non sappiansi ben interpretare. Il Cardano per maggior chiarezza riduce quella dottrina ad aforismi distinti in sette sezioni, dai quali si intende come ogni colore, ogni paese, ogni numero stesse sotto la soprantendenza di un astro.
La magia naturale insegna otto cose: prima, i caratteri dei pianeti e a far anelli e sigilli; secondo, il significato del volo degli uccelli; terzo, a interpretare le voci loro e d'altri animali; poi le virtù delle erbe, la pietra filosofale, la conoscenza del passato, del presente, del futuro mediante tre viste; la settima parte mostra gli esperimenti propizj, sì del fare, sì del conoscere; l'ottava, le maniere d'allungare molti secoli la vita.
Reggereste voi, lettori umanissimi, ad accompagnarmi nell'indicazione dei varj canoni di queste dottrine? Il Cardano, è ben lungi dal farne mistero; anzi insegna a comporre sigilli per far dormire, o per farsi amare, o per rendersi invisibile, o per non istancarsi, o per aver fortuna; tutto ciò combinando quattro nature, cioè la natura della facoltà, quella della materia, quella dell'astro, quella dell'uomo che fa; al qual uopo egli divisa la natura delle varie gemme e degli astri che vi corrispondono. Tra i talismani il più potente era il sigillo di Salomone. Una candela di sego umano, avvicinata a un tesoro, crépita fino a spegnersi, e la ragione è che il sego è formato di sangue; il sangue è sede dell'anima e degli spiriti, i quali entrambi son presi da cupidigia d'oro e d'argento finchè l'uomo vive, e _perciò_ anche dopo morto ne rimane turbato il sangue. Volete sapere i presagi che possono dedursi dalle differenti arti e dai casi naturali? Volete interpretar le linee della mano colla chiromanzia? o quel che significano le macchie sulle unghie e come intendere i sogni? come ottenere responsi? Non avete che a scorrere quei dieci volumi in foglio, e ve l'insegnerà con sicurezza: piccola fatica, guadagno incommensurabile.
E fu con tali scienze ch'egli acquistò reputazione europea a' suoi giorni; consigli e responsi da lui chiedevano insigni personaggi e perfino Eduardo VI re d'Inghilterra; il primate di Scozia affidò le sue malattie a' costui strologamenti; san Carlo il propose maestro nell'Università di Bologna; il re di Danimarca gli offerse un posto alla sua corte; Gregorio XII il volle suo medico. Cento geniture egli formò d'illustri personaggi, dall'oroscopo, cioè dagli astri ascendenti al loro natale, deducendo la causa delle qualità e dei difetti loro. Alle stelle conviene aver riguardo nella medicazione, ed infallibile esaudimento ottengono le preghiere a Maria, fatte il primo giorno di aprile alle ore otto del mattino.
Tutto ciò vi racconta colla persuasione onde oggi si parla delle tavole semoventi e degli spiriti picchianti; ma poi a volta a volta esce a ridere della chiromanzia, della stregoneria, dell'alchimia, della magia, dell'astrologia. Ne ride, eppure le esercita, per compassione di chi n'ha bisogno; i fantasmi reputa illusioni di fantasia scompigliata, eppure è pieno di storie di morti e di spiriti; crede che gli incubi generino bambini, e depongano il vero le streghe nei processi. Insomma, veggente come i moderni, talvolta delira come gli antichi della peggiore età; talvolta si eleva come il genio, tal altra è disotto del senso comune; vacilla tra opinioni rette e malvagie, e come disse un suo nemico acerrimo, lo Scaligero, in molti punti è superiore ad ogni umana intelligenza, in altri inferiore a un bambolo. E il Leibniz asserì che fu uomo grande malgrado i suoi difetti; senza questi sarebbe stato grandissimo.
E per quanto noi vorremmo celebrar questo insigne milanese, troviamo di doverlo collocare con quei tropp'altri italiani, di bello, anzi di splendido ingegno, che il nostro patriotismo ci fa proclamare superiori, o almeno anteriori a que' forestieri i quali innovarono la filosofia; ma i nostri realmente ben poco effetto esercitarono sopra gl'incrementi della scienza; per ottener i quali non bastano lampi comunque splendidi, ma vuolsi luce tranquilla e seguita: non basta avventurare alcune teoriche, ma bisogna averle vedute nascere regolarmente, regolarmente svolgersi, applicarsi; non basta dire alcune verità prima d'ogni altro, ma bisogna averle scevrate dalle falsità, da altre asserzioni che attestano non essersi avuta chiara percezione neppur delle vere, e che ne elidono l'impressione; infine bisogna averle esposte non solo con esattezza, ma con limpida proprietà, col linguaggio approvato dai dotti e inteso anche dai vulgari, con quell'arte che penetra gli intelletti e determina le volontà.
DUE ALCHIMISTI ITALIANI
L'oro! non è esso il gran movente della società, il fattore più universale dell'incivilimento, il rappresentante di tutti i godimenti, la fonte del maggior di tutti, qual è l'indipendenza? Che stupirsi dunque se è cercato con mezzi sapienti, con laboriosi, con scellerati, con assurdi? Il titolo di questo racconto vi rimembra come, nel mentre l'arte si assottigliava per guadagnarne, la scienza presumesse crearne; cioè, mediante l'_arte ermetica_, scoprir un ingrediente che, imitando l'operazione della natura, i metalli ignobili tramutasse ne' due più preziosi. Come spesso fanno i fantastici, gli diedero un nome prima di possederlo; e la _pietra filosofale_ o la _polvere di projezione_ fu diuturno studio de' naturalisti, o speciale lucubrazione d'una specie di frammassoni, estesi da per tutto col nome di alchimisti. Io ebbi occasione di parlarne altrove forse non senza qualche diletto di quei pochi che ancora hanno il coraggio di leggere un libro che sia italiano e non sia romanzo[36]. Qui voglio soltanto soggiungere che, se v'ebbe de' bricconi tra gli alchimisti, i quali scroccavano l'oro colla promessa di fare oro, altri ve n'avea di buona fede, di longanime studio, d'ingenua abnegazione.
Bernardo, nato da una famiglia di conti a Treviso il 1400, e conosciuto ne' fasti della _grand'arte_ col nome di Bernardo Trevisano, fu dei più leali ed ostinati cultori dell'alchimia. Geber e Rases, oracoli dei medici arabi, gli aveane istillato questa passione, e poichè la falsa scienza non meno che la vera pretendeva appoggiarsi sulle esperienze, tremila scudi egli consumò nel ripetere quelle che da essi maestri erano accennate. Poi si volse alle dottrine di Archelao e di Rupescissa, e «in quindici anni di prove (dic'egli) tanto in ciurmadori, quanto per me onde conoscerli, spesi da seimila scudi.»
Cominciava a venirgli meno il coraggio e la speranza di trovar la pietra filosofale quando un suo compatriota insegnogli a farla col sal marino; ma in un anno e mezzo rinnovata quindici volte la prova e sempre fallitagli, scelse un altro metodo, qual era di sciogliere separatamente in acquaforte del mercurio e dell'argento; lasciatili così un anno mescolò le soluzioni e le concentrò sopra cenere calda in modo da ridurle a due terzi; questo residuo espose al sole in una storta, poi lasciollo cristallizzare durante cinque anni; alla fin dei quali trovò... null'altro che quel che vi avea messo.
E Bernardo era giunto ai 46 anni, sempre tentonando, eppure non si disingannò; anzi avventurossi per un'altra via, insegnatagli da maestro Goffredo, frate cistercense. Eccovela. Comprarono duemila uova di gallina, le fecero sodare, e levatone il guscio, lo calcinarono al fuoco; separarono i tuorli dall'albume, e li fecero fermentare a parte entro fimo di cavallo, poi li distillarono trenta volte, finchè ne ottennero un liquido bianco, e un liquido rosso. Più volte si rifecero da capo, variarono le combinazioni; e il sapere che non ne trassero alcun frutto non vi farà tanta meraviglia, quanto vi piacerebbe il sapere da quali argomentazioni fossero condotti a ripromettersi effetti, così divergenti dalle cause. Sfortunatamente però non dovreste andar troppo lontano per imbattervi in ragionamenti simili, per esempio in fatto di politica, ove dai lati più arbitrarj si arguiscono le conseguenze più inattendibili. Il tempo invece tira le legittime; ma sperereste per questo che il criterio prevalga alla passione?
Nè prevalse in Bernardo Trevisano, il quale, dopo otto anni, conobbe illusoria anche quella strada, ma non rinnegò la meta: e si pose a nuovi lavori insieme con un teologo illustre, il quale pretendeva cavar la pietra filosofale dalla coparosa. Calcinavasi questa per tre mesi, poi infondeasi in aceto, distillato otto volte: passavasi al lambicco quindici volte il giorno per un anno. — Ah! se l'uomo mettesse a buoni intenti la perseveranza che adopera ad assurdi!
La fatica, l'ansietà era ad aspettarsi che guastassero la salute del nostro alchimista, e per quattordici mesi gli si ostinò addosso una febbre, che minacciava torgli la pazzia colla vita.
Della febbre guarì, non della pazzia: e un chierico del suo paese l'informò che maestro Enrico, confessore dell'imperatore, possedeva il segreto di preparare la pietra filosofale. Detto fatto, il nostro Bernardo passa le Alpi, è in Germania, e per difficilissimi mezzi e col procaccio di confratelli alchimisti, s'introduce presso il fortunato, e a _quanti plurimi_ ne ottiene dieci marchi d'argento e la rivelazione del processo. Per null'altro che per un _gran mercè_ noi lo regaleremo ai lettori. Recipe mercurio, argento, olio d'ulive, solfo: _misce_, fondi a fuoco moderato; cuoci a bagnomaria, rimescolando senza riposo. Dopo due mesi si asciutti in una storta di vetro, rivestita d'argilla, e il prodotto si tenga per tre settimane sopra ceneri calde. Allora vi si unisca piombo, si fonda il tutto al crogiuolo, e il prodotto si sottoponga alla raffinazione. Ciò fatto, que' dieci marchi d'argento dovevano trovarsi cresciuti di un terzo: — ma ahimè! al fine di tanto lavoro più non ne restavano che quattro.